Adriano Olivetti e il gruppo Comunità

 

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

di “Marino Faggella”

 

 

                              Descrizione: adriano-olivetti

 

                               Adriano Olivetti nel tempo di “Comunità”

 

1.Adriano Olivetti, subentrato al padre[1] nel 1938 (l’anno delle “leggi speciali”) nella direzione dell’azienda di Ivrea, non solo contribuì a fare dell’Olivetti un florido gruppo industriale, ma, determinando il passaggio da un modello capitalistico di tipo familiare ad azienda di gruppo, ha lasciato anche per questo una grande impronta nella storia della grande industria in Italia. Camillo Olivetti, curando sapientemente il passaggio dell’azienda nelle mani del figlio, si era preoccupato per tempo della sua educazione, senza trascurare di fargli provare a tredici anni la vita degli operai prima di iscriverlo al Politecnico, dove si sarebbe particolarmente distinto non soltanto per lo studio.

 

 Nel 1925, dopo il delitto Matteotti, che segnò il passaggio del fascismo alla dittatura, Adriano fu inviato prudentemente dal padre negli Stati Uniti, ufficialmente per un viaggio di studi, realmente perché non continuasse a frequentare Piero Gobetti e Carlo Rosselli, amicizie politicamente pericolose. La permanenza negli USA, la visita a 105 fabbriche del Nord-Est, la lettura di 50 libri di economia, svelandogli i segreti dell’organizzazione industriale e della produzione di massa, fece maturare in lui, che aveva conosciuto la vita e le lotte degli operai, la convinzione che il futuro riscatto delle classi subalterne sarebbe potuto partire dal progresso e ammodernamento della vita di fabbrica. Tornato in Italia, pensò di mettere a frutto questa intenzione, e facendone quasi una professione di fede, costituì la sua idea di fondo di Comunità col proposito di rendere solidali fabbrica e ambiente con la vita degli operai

 

2. Già nel 1945, nella conclusioni del suo libro L’ordine politico delle Comunità faceva la sua prima manifesta professione di fede (“Sia accettato e spiritualmente inteso un nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo:la Comunità concreta”) che negli anni successivi si sarebbe concretizzato con la fondazione delle Edizioni di Comunità, la rivista e il movimento dello stesso nome. Si trattava evidentemente di un’idea non solo teorica, ma di un’intuizione lucidissima originata dall’esperienza e dal contatto con la realtà, come ebbe a dichiarare successivamente nel ’49:”vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno che solo chi avesse potuto coordinare i problemi interni a quelli esterni sarebbe riuscito a dare la soluzione corretta a tutte le cose”.

Per quanto l’azienda di Ivrea fosse interessata ad una espansione non solo nella nostra penisola ma anche in un mercato mondiale che mostrava i primi sintomi di quella globalizzazione che avrebbe trovato solo ai giorni nostri un inarrestabile sviluppo, Adriano riconosceva nel piccolo territorio del Canavese un laboratorio ideale, un luogo “a misura d’uomo” che, incarnando di fatto la sua idea  di Comunità, avrebbe potuto risolvere i problemi che allora sorgevano  in modo drammatico nel mondo industriale. Si trattava di creare un nuovo modello di società in grado di stabilire, come ebbe a dire in seguito,” un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura o dalla storia”. Era questa una autentica rivoluzione progettuale il cui modello nelle intenzioni del suo estensore si sarebbe potuto esportare oltre i limitati confini della piccola provincia di Ivrea.

 

3. Nel tempo attuale della globalizzazione l’dea di ricercare una comunanza, più che comunione di principi e di interessi fra il mondo della fabbrica e il suo territorio circostante, potrebbe sembrare superata dalla necessità più attuale di un inevitabile allargamento degli spazi commerciali. Per questo molti già da tempo hanno pensato di attribuire la qualifica di astratta utopia al progetto di Comunità così come è stato formulato dal suo ideatore. E’ innegabile che nell’epoca del villaggio globale l’idea di Adriano potrebbe risultare superata dai tempi, tuttavia vorremmo anche a questo proposito spezzare qualche lancia in suo favore col ricordare che i responsabili dell’azienda, pur puntando innanzitutto sul territorio, ritenendo la piccola fabbrica del canavese il fulcro di un sistema leggermente più allargato che non andava oltre i confini di una piccola provincia, con intento precorritore dell’attuale politica di espansione mondiale realizzata dalle grandi imprese, si erano preoccupati anche di estendere con successo filiali e stabilimenti in tutti i continenti. Comunque la validità dell’idea olivettiana deve essere convenientemente rapportata ai tempi in cui sorse.

 

Negli anni cinquanta anche da noi si richiedeva una necessaria razionalizzazione delle circoscrizioni territoriali che i paesi più avveduti dell’Europa avevano già avviato, preoccupandosi poi di mandarla ad effetto nei decenni successivi. In Italia un tale processo non è stato né tentato né realizzato neppure ai nostri giorni a causa della persistenza di un pletorico regime partitocratico (si contano oggi nel nostro paese ben 159 sigle politiche che partecipano senza distinzione alla distribuzione dei fondi pubblici della politica) che si sovrappone con la sua invadenza e propensione all’utile al bene pubblico e sociale. Adriano con mente lucidissima auspicò che un’opportuna coincidenza tra l’unità tecnico-economica della fabbrica con quella politico-amministrativa del territorio avrebbe potuto colmare i vuoti e l’inefficienza della nostra classe politica, incapace per egoismo di parte di soddisfare i bisogni primari della gente.

Per questo, con un’azione capace di sostituire quella istituzionale negli anni quaranta pensò di migliorare le condizioni di vita dei suoi dipendenti perfezionando sia i dispositivi di sicurezza sul lavoro sia potenziando l’assistenza sociale con l’istituzione di mense aziendali, asili, scuole e trasporti gratis per i lavoratori e le loro famiglie.

 

4. Nei successivi anni cinquanta, pur senza smettere di pensare al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, facendo costruire intorno allo stabilimento di Ivrea abitazioni per loro e biblioteche, rivolse la sua più grande attenzione all’organizzazione culturale. Sostiene Bertacchini:”Da tempo il pensiero politico-sociale dell’ingegnere Olivetti, svolto attraverso la pratica quotidiana del dirigente industriale e formulato nella dottrina personalistica e comunitaria de “L’ordine politico della comunità”(1945), stava introducendo nuove forme di organizzazione culturale da applicare alla fabbrica (“sia data dignità e consapevolezza di fini al lavoro; affinché sia posto termine al conflitto tra l’uomo e la macchina, si conferisca alla tecnica una più alta comprensione dei valori eterni della cultura”).

La cultura, accanto all’ideale democratico ed alle forze del lavoro, avrebbe formato nelle intenzioni dell’Olivetti, un terzo fattore politico di equilibrio per la nuova repubblica italiana. Questa nozione di cultura come potere politico (terzo potere) che recuperava forti elementi del pensiero europeo da J.Keynes a P.Gobetti...all’umanesimo integrale di J.Maritain si tradusse nei punti programmatici del Movimento Comunità e nell’esperienza pubblicistica delle rivista “Comunità” che ne diventava l’organo mensile dal 1949”[2].    

5. Già a partire dagli anni trenta Adriano, circondandosi della migliore intellighenzia, con un caso unico al mondo, aveva fatto della fabbrica un centro di miglioramento sociale e culturale. E’ questa la prima ondata di intellettuali che per merito della Olivetti entrò di forza nella società italiana. Ma ad Ivrea non mancarono anche personaggi di fama internazionale:sociologi come Edgar Morin e Fiedmann; maestri della grafica mondiale come Savignac, Steinberg o Glaser; affermati architetti come Le Corbusier al quale gli Olivetti commisero la ristrutturazione della fabbrica.

Tra gli intellettuali italiani che entrarono nell’orbita olivettiana occorre ricordare, accanto a Leonardo Sinisgalli, (al quale Adriano volle assegnare la direzione dell’ufficio di pubblicità, che rimase legato quasi ininterrottamente all’azienda di Ivrea fino alla metà degli anni sessanta) un numero consistente di esperti. L’elenco dei collaboratori di valore dell’azienda è molto esteso: c’erano economisti, come Franco Momigliano e Brioschi; sociologi e psicologi, come Franco Ferrarotti e Cesare Musatti; scrittori e saggisti, come Zorzi e Geno Pampaloni; letterati e poeti, come Paolo Volponi (che fu direttore dei servizi sociali) Ottieri, F.Fortini e Bigiaretti.

 

Negli anni cinquanta c’era una sinistra laica senza un preciso riferimento di partito che Adriano Olivetti cercò di coagulare intorno al suo progetto sociale e culturale di Comunità ottenendo un ampio ed esteso consenso. Egli era convinto che gli intellettuali avrebbero potuto avere un’importante funzione attiva nell’industria, per questo amò circondarsi nella sua “azienda speciale” del meglio dell’intellighenzia italiana, affidando ad essi non solo incarichi di rappresentanza ma anche funzioni di notevole responsabilità aziendale, non esclusa la direzione dell’Ufficio di Presidenza, che fu ricoperto in modo carismatico da Pampaloni. Infatti, l’”ingegnere” (come amavano  definirlo ad Ivrea) era convinto, da buon pragmatico nutrito di cultura americano, che la funzione dell’intellettuale non era quella di illustrare con la sola sua presenza la dimora dei suoi protettori, ma partecipare con tutte le sue forze, sia fisiche che intellettuali, al progetto di sviluppo aziendale. Lo stesso Adriano, per parte sua, non amava  circondarsi di uomini di intelletto per illuminare la sua figura e i suoi meriti, era egli stesso un intellettuale il cui mecenatismo ricordava sicuramente da vicino sia l’atteggiamento engagé dei grandi protettori di artisti dell’età classica sia quello di piccoli centri del passato rinascimentale, come quello di Urbino.

 

6. Eppure non sono mancati i detrattori che lo hanno accusato da una parte di mancanza di sincerità per aver concepito col progetto di Comunità un’esperienza paternalistica da non prendere a modello. E’ questa ad esempio la posizione di un intellettuale della sinistra estrema come Eduardo Sanguineti, il padre della Neoavanguardia, che di recente si è preoccupato in tal modo di screditare il progetto di Adriano:” Un’industria privata non potrà mai trasformarsi in un faro culturale. L’esperienza olivettiana….propagandata nel clima di riconciliazione del dopoguerra, era satura di paternalismo. A Ivrea fu costruito un apparato di persuasione pubblicitaria per mimetizzare la realtà di qualunque industria privata: il profitto. Sotto l’involucro umanitario funzionava un’efficace macchina promozionale”.

Neppure da destra l’idea di Comunità ha trovato sostenitori, come dimostra l’atteggiamento tenuto da un potentato della grande industria italiana come Cesare Romiti, che chiamato ad esprimere un giudizio sul valore del progetto olivettiano nel 1988, quando era general manager della Fiat, ebbe modo di sottolineare come Adriano Olivetti fosse, con la sua competenza e onestà morale, non solo una fucina di idee innovative in grado di aprire una frontiera avanzata per l’industria italiana, ma anche  e soprattutto il portatore di un’utopistica follia visionaria, in quanto, ritenendo erroneamente “che bisognasse prima farsi carico della società, poi del profitto”, preparando la futura rovina dell’azienda, avrebbe finito col portare l’Olivetti sull’orlo del fallimento.

Eppure molti di quegli intellettuali che hanno lavorato ad Ivrea, confrontando il loro ruolo non propriamente autonomo nelle successiva vita culturale del nostro Paese, non hanno mancato di rimpiangere la sicura libertà e il pluralismo delle opinioni che regnava nella”corte”di Adriano. La posizione storica degli intellettuali che vennero in contatto con lui potrebbe aiutarci ad intendere meglio sia il ruolo dei dotti nella società culturale del tempo sia la positività del disegno olivettiano di portare ad unità la produzione industriale con l’attività culturale.


 

[1]L’ingegnere Camillo Olivetti,fondatore della società omonima, fu presidente della stessa fino 1938, allorché  trasferì il comando nelle mani del figlio Adriano, già direttore generale dell’azienda. 

[2] R.Bertacchini, Le riviste del Novecento, Le Monnier, Firenze 1979, p.207.