Albino Pierro, da Tursi a Stoccolma

a.c. di Raffaella Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

(Il testo che proponiamo ai nostri lettori è parte essenziale di una relazione tenuta dal Prof. Francesco Lioi nella sede dell’UNI 3 di Avigliano. Esso, giunto alla nostra redazione in forma di registrazione, viene da noi riportato quasi per intero nella sostanza, rimaneggiato solo in alcune parti per consentire la conversione del discorso parlato in quello scritto e completato con l’aggiunta della nota bibliografica finale sul poeta)

La Lucania, dopo aver avuto in Carlo Levi il primo saggista critico descrittivo, interprete e rivelatore della situazione drammatica di una civiltà quasi sepolta nell’oblio di un secolare silenzio, dopo Scotellaro, il poeta della realtà contadina, e Sinisgalli, il poeta scienziato, ha in Albino Pierro la voce di un autentico poeta d’ amore e di dolore, di un dramma esistenziale, in cui si riflette anche il dramma della gente di Tursi, il paese nel quale egli ha vissuto durante gli anni della sua adolescenza.

Cosa è la Lucania, non Basilicata, per il poeta Albino Pierro? E’ la terra del ricordo, il luogo lontano e immobile dell’infanzia. E’ una realtà remota, cristallizzata nella memoria e raffigurata nel suo dialetto. L’idioma del paese è per Pierro una lingua vergine, voce senza tempo, anima di un popolo rimasto troppo a lungo senza voce, espressione di uno spirito vitale che ha tramandato nel tempo rivoli di cultura e di sapienza. Ma l’uso della lingua della tribù, il dialetto, che per sua natura circoscrive di necessità il numero dei suoi lettori, tuttavia non ha impedito a Pierro la ripetuta candidatura al più prestigioso riconoscimento internazionale per un poeta, quale è il Premio Nobel per la Letteratura. Questo è il segno che la sua poesia non ha solo una dislocazione locale, ma essa, pur utilizzando un linguaggio particolare, si è fatta universale travalicando i limiti del paese e della regione.

Scientificamente la lingua di Pierro e dei Lucani è stata studiata dai tedeschi. Negli anni trenta del secolo appena passato, uno studioso tedesco, Heinrich Lausberg, trasse da millenari silenzi l’identità dialettale di un’area comprendente i centri abitati di Tursi, Senise, Valsinni, zona che oggi è conosciuta dai linguisti con il nome di Area Lausberg. Essa è nettamente distinta dalle altre zone dialettali della Lucania, perché presenta caratteri suoi propri non solo nella fonetica, ma anche nel lessico. E’ una parlata più conservativa e statica rispetto alle altre parlate lucane: il perché del carattere conservativo, per ovvi motivi, non può essere qui spiegato. Tuttavia essa rimane una componente importante del variegato mondo dialettale lucano, che ha radici antiche ed indigene, comprese in una vasta zona della Lucania meridionale e della Calabria settentrionale.

Se Lausberg ha studiato e descritto il tursitano degli anni 30, Pierro ha usato quello degli anni 60, che ha subito una evoluzione rispetto a quello dei decenni precedenti, intriso com’è di italianismi. Occorre premettere che la parlata lucana non è mai assurta a dignità letteraria, e non lo sarà nemmeno con Albino Pierro, in quanto, pur avendo il Nostro utilizzato un dialetto parlato in un paese della Lucania, esso per le sue caratteristiche particolari non può essere preso tout court come modello linguistico del dialetto lucano. Il tursitano è una parlata lucana fra le tante, con particolarità fonetiche e lessicali sue proprie. Le diversità fonetiche sono una caratteristica della Lucania, tanto da far sostenere a più di qualche studioso che non esiste un dialetto lucano parlato unitariamente in tutta la regione, ma esistono tante parlate quanti sono gli insediamenti abitativi. Grosso modo la Lucania è stata divisa dai linguisti in tre zone distinte fra loro:

 

1)      Zona meridionale e intermedia alla quale appartiene Tursi;

2)    Zona centrale;

3)    Zona settentrionale: vocalismo napoletano (Oppido).

 

 

La Geografia assegna Tursi alla Lucania meridionale, quella della zona Lausberg, ma anche sull’appartenenza di Tursi a questa area dialettale ci sarebbe molto da discutere, e non è certo questo il luogo per affrontare una tale questione.

Spetta comunque a Tursi la fortuna di aver dato i natali ad uno dei maggiori poeti italiani dell’ultima metà del XX secolo; ma come Venosa vide la partenza del suo poeta negli anni ancora acerbi della fanciullezza, così Tursi ha visto il suo poeta solo nei teneri anni dell’adolescenza, alla quale il poeta si richiamerà in tutta la sua lirica, che  procede a ritroso negli anni per oltre mezzo secolo col proposito di recuperare il tempo scorso. Gli anni della fanciullezza rimarranno così impressi nella memoria del poeta come nel bronzo e diverranno mito, rimpianto, ricordo.

I giri del sole avevano portato Pierro fin da giovane al di fuori della sua regione, facendolo approdare a Roma per frequentare gli studi di Filosofia nel 1939: la città eterna rimarrà, anche per questioni di lavoro, la sua dimora fino al termine dei suoi giorni. Nel frattempo il mondo umano, che egli aveva lasciato a Tursi, subiva le modificazioni del tempo, cambiando come in qualsiasi altro luogo. Quando egli ogni tanto vi ritornava, non trovava più quello che, partendo, aveva lasciato, che per lui era un eden, un paradiso ormai perduto; non trovava più la primitiva lingua della sua infanzia, quella parlata, dura per un orecchio non avvezzo ad ascoltarla. Essa era diventata intanto più “moderna”, più vicina all’italiano parlato, quello televisivo, che ha contribuito ad addolcire, modificandoli, tutti i dialetti italiani. Ma Pierro aveva nella sua mente la cadenza fonica, il lessico che aveva lasciato alla sua partenza, la sua lingua materna, quella della strada usata dai ragazzi di Tursi nei loro giochi: era questa la lingua che Pierro conosceva, la lingua del ricordo, che ad un certo punto pensò di utilizzare nella sua espressione letteraria. Il mezzo linguistico usato da Pierro è pertanto legato al luogo d’origine, al luogo dell’infanzia, un luogo remoto nel tempo e nello spazio, cristallizzato nella memoria che solo il dialetto è capace di raffigurare al meglio. La Lucania di Pierro, come accade anche ai nostri più grandi lirici, è la terra del ricordo che fa riaffiorare tutto un mondo memorabile, degno di essere cantato. E proprio questo mondo egli iniziò a rievocare, raffigurandolo nella lingua della cultura e della letteratura nazionale; ma, quando si accorse che la nostra più che millenaria tradizione letteraria non era propriamente adatta alla rappresentazione poetica di quel piccolo e particolare universo, venne verso la fine del ‘59 la sua conversione al dialetto.

Ma la lingua poetica utilizzata da Pierro non coincide col dialetto contemporaneo di Tursi, è propriamente quella impressa nella mente del poeta, è una lingua vergine, senza tempo, rimasta nell’immaginario poetico della sua infanzia, quasi non avesse subito il processo di evoluzione e di modernizzazione propri di ogni lingua. Il poeta nei suoi ritorni ritrova il paesaggio rude e semidesertico di Tursi, che non è quello del locus amoenus di tanta poesia classica, ma quello cretoso dei calanchi che si sgretolano al sole, quel paesaggio arso e dilavato, senza un filo d’erba, così come l’aveva già descritto Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Tuttavia la poesia di Pierro, quando compone le liriche del volume A terra du ricorde, se pure riprende certe immagini che ricordano il paesaggio leviano, manca però di impegno sociale e di qualsiasi interesse per la  modernizzazione. In essa non troveremo mai la valigia di cartone degli emigranti meridionali che lasciavano i loro paesi per il Nord, né il miraggio della seicento o il bianco e nero della televisione, elementi socio-culturali caratterizzanti la vita dei contadini del Sud che mutava negli anni sessanta anche in un paese lucano come Tursi.

Pierro nasce comunque come poeta in lingua, ma, dopo aver pubblicato otto raccolte, si dà alla dialettalità, usando la lingua materna con la pienezza di una lingua matura. Al dialetto egli arriverà al termine degli anni cinquanta, dopo aver compiuto un lungo itinerario poetico in lingua italiana, che va dal 1946 con Liriche fino al 1959 segnato dalla raccolta intitolata Il mio villaggio. Il passaggio dalla lingua letteraria colta al dialetto tursitano, così come l’aveva appreso dalle labbra della madre, non è stata però una folgorazione. Tursi come gli aveva parlato nell’anima, così gli parlava ora nella lingua materna, il dialetto, che sollevandosi prendeva il posto dell’italiano, segnando il nostos alla terra d’origine, alla grande madre, come egli dirà. Egli si converte all’idioma del paese non per moda letteraria, ma perché avverte chiaramente che il mondo del villaggio non può esprimersi che in dialetto, che è la lingua delle cose oltre che degli uomini, anche se essa non s’identifica del tutto con il tursitano parlato nel tempo in cui il poeta scrive. La lingua che Pierro scopre dentro di sé, è quella ascoltata da bambino, è quella dei ricordi che affollano la mente, è la lingua che fa scomparire la barriera fra il poeta colto e le umili cose del villaggio. Il dialetto diventa così mezzo che autorizza una catabasi dell’anima nella vita trascorsa: ritornano luoghi, oggetti, vicende, personaggi, ritorna il villaggio dell’infanzia, fatto di vicoli e di strade polverose.

A molti critici, per significare il ruolo fondamentale della lingua materna, anche i versi in lingua di Pierro sono sembrati avere il sapore di quelli tradotti dal dialetto. La verità è che il dialetto di Tursi era la lingua nella quale egli pensava e dalla quale egli traduceva i suoi pensieri. Pertanto, possiamo dire che Pierro è stato poeta del dialetto di Tursi, piuttosto che nel dialetto di Tursi, in quanto spetta a lui il merito di aver creato per primo questo linguaggio letterario, che gli è stato imposto dal contenuto della sua poesia e non da un gusto decadentistico di fare sfoggio di un mezzo linguistico non comune. Per questo il linguaggio di Tursi nella poesia di Pierro è come un ritorno e un naturale approdo alla terra madre. Attraverso questo processo egli prende coscienza dell’identità tra la propria lingua e la terra del ricordo, con l’insieme dei suoi miti, che viene interamente a calarsi in essa. A questo punto il mondo cantato non ha più come strumento linguistico una lingua, per così dire, scolastica come l’italiano, in fondo a lui estranea, ma una maggiormente familiare e congrua e più adeguata alla espressione di quelle cose che gli facevano ressa nell’anima. Tuttavia c’è da dire anche che tra il Pierro in lingua degli anni 50 e il Pierro in dialetto degli anni 60 non esiste frattura: l’uno e l’altro si integrano, nel senso che non muta il mondo che ispira i suoi versi: la memoria si calerà sempre in un universo di felicità perduta, sia che si tratti del paese, dei suoi affetti familiari, dell’amore o altro.

Da quanto si è detto risulta che Pierro non è un naif, ma un poeta culto, che sa dominare la materia e plasmare il ricordo, sa parlare in maniera soggettiva universalizzando i propri moti dell’animo, dando l’impressione di non parlare solo di sé, ma dell’uomo. I suoi versi, anche quelli pervasi da un profondo pessimismo, quasi a voler contenere in breve spazio il suo dolore, non di rado hanno un andamento epigrammatico. Questa sécheresse che Pierro ha in comune con certe predilezioni dell’ultimo Sinisgalli, è stata accostato dalla critica ai poeti greci dell’Antologia Palatina, che in queste terre annovera fra i suoi poeti Leonida da Taranto. Leggiamo per un confronto due epigrammi tratti da Agavi e sassi:

 

Potranno suonare trombe d’argento,

o singhiozzare voci di violini,

potrà venire il carro per i trionfi

con sonagliere e scrosci di torrente,

io vedrò solo polvere

che porterà più notte alla mia mente.

 

 

Sorgi,

uomo falciato a lungo dalla morte

e stritolato a fondo dalla macchina

che dissolve le strade….

Chi mai ti grida che non c’è più il sole

E venne a dirti in sogno che sei morto?

Ci sono in te le voci, le radici

Del canto d’una selva.

Solo fa presto

Fuggi dalla belva.

 

Sia le liriche in lingua su riportate sia molte di quelle in dialetto sono da accomunare non solo per i temi, la materia di cui trattano, ma anche per la stessa Weltanshauung, in quanto contengono una concezione pessimistica della vita radicata in tutte le strutture della società meridionale che si riconosce nella condizione di fatalismo e di rassegnazione che ha sempre accompagnato i contadini lucani nel corso del tempo.

Anche se in queste due composizioni, come in tante altre, possiamo andare alla ricerca del modello letterario, in questo caso l’epigramma classico, greco o latino che fosse, non manca mai nella sua poesia un’accentuata ricerca di soluzioni personali ed autobiografiche che, utilizzando il filtro soggettivo, esprimono l’inquietudine del poeta e il senso della delusione nei confronti della società che lo circonda. Di qui l’amaro pessimismo che, come si può vedere, traspare nei due epigrammi appena letti, la cui chiusa è particolarmente significante. Come in tanti epigrammi classici la battuta finale racchiude l’essenza del componimento annientando quanto è detto prima, così negli epigrammi di Pierro, dopo lo sfavillio dei versi iniziali, spicca la cupa conclusione del poeta:”Io vedrò solo polvere / che porterà più notte alla mia mente”.

Talmente oscura era la realtà nella quale il poeta si trovava a vivere, o più probabilmente si trattava solo di un ritorno psicologico alla terra del ricordo, dove di polvere era la natura, che, con i suoi calanchi, circondava il paese dei ricordi, le terre assolate e sferzate dal vento. Ma non si tratta a questo punto soltanto di una notazione paesaggistica che Pierro ha tratto dalle bianche polverose terre calanchive che gli ricordavano gli anni dell’adolescenza, la polvere serve ad indicare soprattutto l’inesorabile distruzione della vita naturale che nessuno può arrestare: la stessa polvere come la vita sono  un nulla che il vento porta via con un soffio. La polvere come metafora della vita è di ascendenza classica. Potremmo a tal proposito ricordare il Pulvis et umbra sumus dell’ode IV, 6 di Orazio, dove analogamente viene sottolineato il tragico destino dell’uomo che sottoposto al ciclo naturale di creazione e distruzione non può sfuggire alla morte.

Ma, accanto a conclusioni di tipo filosofico, che talvolta non mancano nei poeti, e che servono a svelare la loro visione negativa del vivere, si può pensare anche ad altre ragioni che potrebbero averla prodotta, ad esempio quelle di tipo sociologico. Non faremo scandalizzare nessuno se diremo che il pessimismo della poesia di Pierro è anche frutto del dramma dell’emigrazione. Il sentirsi sradicato, la condizione di qualunque emigrante, è anche del letterato e dell’intellettuale. Il poeta essendo stato costretto ad abbandonare il paese per motivi di lavoro, al suo ritorno non ha trovato più il villaggio che aveva lasciato, il mondo della sua infanzia, i suoi amici, la stessa lingua che egli parlava da ragazzo. Nasce di qui l’angoscia esistenziale dell’essere straniero in patria. Egli si sente profondamente sradicato da quei luoghi, che lo avevano visto crescere, che furono suoi, ai quali sente ormai di non appartenere più. A questo punto interviene il miracolo operato dalla poesia: il ritorno nei luoghi del ricordo trasformano nell’immaginario della fantasia il villaggio che è cantato come una sorta di paradiso perduto, un mondo scomparso che pure vive ancora in virtù del suo ricordo. E’ il poeta che si fa interprete lirico di un mondo che ormai non c’è più, recuperando non solo le immagini ma anche la lingua di quel mondo, che è anch’essa frutto del ricordo, abbastanza diversa da quella realmente parlata E’ emblematico a questo proposito ricordare il titolo della prima raccolta poetica, ‘A terra d’u ricorde (la terrra del ricordo), che nel ‘60 usa per la prima volta il dialetto come mezzo espressivo: una lingua poetica che su un fondo tursitano è foggiata prevalentemente nell’officina letteraria del poeta.    

Tursi, come luogo centrale del mondo della sua infanzia, rimane sempre il momento centrale della sua poesia, che è essenzialmente poesia della nostalgia. Anche dopo la sua conversione linguistica, cambia il mezzo espressivo ma non cambiano le tematiche dell’arte poetica di Pierro. Ma, come è stato giustamente precisato:” mentre nelle raccolte in lingua il poeta partiva da contenuti quasi documentari e ad essi si attaccava come ad elementi di cultura, nei versi in dialetto invece muove dal mezzo espressivo per giungere alle cose, le quali al di sotto della dura scorza del dialetto tursitano hanno la levità fantastica che mancava alle liriche in lingua.”(Giacalone, Da Svevo ai nostri giorni, p. 1020).

Diremo in conclusione che Pierro si manifesta poeta autentico non solo per i contenuti, che, pur ripresi da un microcosmo, quale può essere un villaggio, al quale il poeta dà l’ampiezza e l’universalità del villaggio leopardiano, hanno sempre al centro l’essere umano con tutte le sue problematiche, ma anche per la musicalità della sua lingua poetica, raggiunta attraverso una prova di grande tecnica ed abilità stilistica. Se si prescinde dal dato dell’artificiosità linguistica quella di Pierro è certamente una grande poesia. In essa non troviamo solo le piccole cose contingenti, proprie di una generica arte descrittiva, essa, più che un esempio di poesia realistica esprime l’universalizzazione del sentire dell’uomo, venuto al mondo per meditare sulla sua nullità: secondo la sua visione, polvere, null’altro è l’uomo. Nasce di qui una profonda angoscia esistenziale, vista attraverso il suo sradicamento da quel mondo edenico e felice che lo aveva visto crescere e alimentarsi di quella lingua che in seguito sarà la sua lingua poetica.                          

 

                                            Nota biografica

Albino Pierro, nato a Tursi (Matera) nel 1916 e morto a Roma nel 2008, città scelta come sua abituale dimora, è ritenuto uno dei più grandi poeti italiani del XX secolo. A Roma, intorno ai trent’anni, dopo le sue prime esperienze poetiche, cominciò a raccogliere le sue poesie in lingua, Liriche del 1946 e Nuove liriche del’49. Il meglio di questa produzione poetica, considerata oggi minore, che si svolge fra il ’55 e il ’60, contiene prevalentemente tematiche che hanno a che fare con il paese e i luoghi dell’infanzia, come testimoniano i titoli delle seguenti raccolte che attingono prevalentemente ad una poetica memoriale: Mia madre passava (1955), Il paese sincero (1956), Il transito del vento (1957) Il mio villaggio (1959).

Al termine dello stesso anno (’59), dopo la serie delle liriche in lingua letteraria, avviene la sua conversione al dialetto, come testimonia la raccolta ‘A terra d’u ricorde nella quale si manifesta la prima epifania o illuminazione dialettale della poesia di Pierro; la prima volta che il dialetto tursitano, uno degli idiomi romanzi più arcaici, assurge a livello di lingua letteraria. Dopo la pubblicazione di Agavi e sassi del 1960, frutto probabilmente in ritardo ispirato da un quadro di Levi, il poeta non abbandonerà più l’uso del suo dialetto, come testimoniano le seguenti successive raccolte, che segnano un progressivo sviluppo della sua arte poetica: Metaponto (1966/82), Nd’u piccicarelle di Tursi (1967), Eccò a morte? (1969), Famme dorme (1971), Curtelle a lu sòue (1973), Com’agghi’ ‘a fe? (1977),  Tante che pàrete notte (1986), Non c’è pizze di munne  (1992).

Le liriche di Pierro, malgrado le difficoltà proprie del dialetto, hanno oggi il favore della critica ufficiale e sono conosciute largamente anche all’estero in virtù delle molteplici traduzioni in francese, inglese, svedese e lingue orientali. L’orientamento universale della sua poesia gli ha garantito per diversi anni, a partire dall’82, la candidatura al premio Nobel per la letteratura.