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Cesare Beccaria, punta avanzata dell’Illuminismo italiano

di Luigi Beneduci

Martedì 28 Dicembre 2010 "uscita n. 7"

1.L'Illuminismo italiano si sviluppò certamente sotto lo stimolo della combattività degli intellettuali francesi e della loro opera di divulgazione delle nuove idee, ma pur se con risultati originali e culturalmente rilevanti, non riuscì a perseguire innovazioni altrettanto concrete sul piano sociale, economico e politico.

La debolezza civile dell'Illuminismo in Italia si spiega innanzitutto con l'obiettiva debolezza di una borghesia imprenditoriale incapace di sostituirsi ai ceti tradizionalmente detentori del potere, ossia l'aristocrazia terriera e il clero, restii ad ogni significativa innovazione nell'assetto dell'ancien regime.

In Italia tra i centri principali della cultura illuministica vi fu Napoli, dove operarono, soprattutto in ambito universitario, Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani e Gaetano Filangieri, che realizzarono, rispettivamente, le basi della moderna economia politica, la nascita delle discipline economiche e monetarie e l'elaborazione di una riforma generale della giurisprudenza. Gli sforzi dei tre studiosi furono favoriti dall'assolutismo illuminato dei Borboni, interessati a rinnovare la vita civile del Regno e tesi all'affermazione dei principi giurisdizionalistici che avrebbero permesso allo Stato di rivendicare le proprie competenze contro i secolari privilegi della Chiesa.

A Parma va ricordata la presenza del sensismo diffuso dal Condillac, mentre in Toscana svolgeva la propria attività l'Accademia dei Georgofili, volta all'ammodernamento della cultura tecnico-pratica in ambito agrario.

A Milano la condizione che permise l'affermarsi del movimento illuministico più avanzato della penisola fu il governo dei sovrani illuminati asburgici, Maria Teresa e Giuseppe II: in accordo con i ceti borghesi in ascesa, i due sovrani condussero un'opera di svecchiamento delle strutture feudali, ammodernando e riorganizzando l'amministrazione statale, promuovendo lo sviluppo delle attività industriali e commerciali.

 

L’Accademia dei pugni e “Il Caffè

2.La punta più avanzata della cultura illuministica lombarda fu l'Accademia dei Pugni, animata da Pietro Verri, di cui facevano parte anche il fratello Alessandro Verri e Cesare Beccaria, costituita da un «gruppo di nobili, giovani ed impazienti, portatori di precise ed organiche proposte di riforma».[1]   Essi si impegnarono in una battaglia per la divulgazione delle nuove idee presso un pubblico di non letterati mediante lo strumento giornalistico, costituito dal periodico”Il Caffè”, pubblicato dal 1764 al 1766.

Risale, pertanto, all’età illuministica anche la nascita di quel rapporto editoriale che è all’origine del complesso rapporto tra informazione e potere politico-economico ancora attuale nel mondo contemporaneo: nello stesso momento, però, ‹‹tutto ciò portò alla nascita dell’opinione pubblica come forza non trascurabile[2]››. Anche per questo è stato giustamente sostenuto che ‹‹l’Illuminismo fu un’epoca di sensazionali cambiamenti in fatto di produzione e di accessibilità delle idee, soprattutto nell’ambito della parola scritta (….) Si sviluppò un traffico mondiale di beni di consumo che comprendevano prodotti culturali trasportabili quali libri, giornali, opuscoli e stampe. La cultura fu sempre più mercificata[3] ».

Il programma degli illuministi milanesi puntava su una cultura fatta di argomenti vivi e attuali, civilmente impegnata e tesa a promuovere la pubblica utilità. Ne tratteggia così il profilo Sergio Romagnoli, curatore della riedizione degli articoli del “Caffè”: «Per gli uomini del “Caffè” la battaglia – ché di battaglia si trattò – si restringeva, o meglio si concretava […] nella necessità di risvegliare il torpido corpo della società italiana, prima che fosse tardi, per congiungerlo a quel progresso culturale, scientifico, produttivo, mercantile, più vastamente civile quindi, che si verificava nei grandi paesi europei. […] Nel “Caffè”, in solo due anni, i nostri filosofi milanesi vollero ripercorrere tutto il processo illuministico. Essi bruciarono rapidamente, in un unico fuoco d’entusiasmo, tutta l’esperienza illuministica europea, accelerandone i passaggi, le tappe fondamentali, per presentarne solo le conclusioni». [4]

Il manifesto programmatico, esemplificativo dell'intento pratico, utile, concreto del foglio, è costituito dalla «Presentazione della rivista» apparsa sul primo numero del giugno del 1764 a firma di Pietro Verri:

 

Cos’è questo Caffè? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli? Con ogni stile che non annoi. E fino a quando fate voi conto di continuare quest’opera? Insin a tanto che avranno spaccio. [...] Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d’una aggradevole occupazione per noi; il fine di far quel bene che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli.

 

Nel corso degli anni ’60 e ’70 si consuma, il rapporto tra la riflessione di questi intellettuali e la collaborazione con il potere asburgico, tra la reggenza di Maria Teresa e quella di Giuseppe II: in un primo momento gli intellettuali illuministi guardarono con favore al riformismo di Maria Teresa e collaborarono col governo, entrando spesso nell'amministrazione pubblica;[5] in seguito, però, con le meno caute riforme di Giuseppe II, rifiutando una trasformazione troppo radicale rispetto ai valori ed agli assetti istituzionali tradizionali, se ne distaccarono, e alla fine del secolo finirono per nutrire sospetto e avversione verso gli esiti più radicali della Rivoluzione francese.

In effetti, la parabola vissuta dalle posizioni dei riformatori lombardi non fa che ribadire il carattere sostanzialmente moderato di questo movimento, rivolto alla risoluzione di specifici problemi economici, giuridici, amministrativi, attraverso la stretta collaborazione con i regimi assolutistici: «I problemi filosofici generali erano strettamente legati alle proposte specifiche di riforma: il gruppo attaccava l’ignoranza e discuteva i fondamenti utilitaristici delle felicità, la possibilità di raggiungere l’uguaglianza attraverso le riforme, l’inumanità della tortura, la necessità di una moderna codificazione, i perniciosi effetti dei privilegi aristocratici, i vantaggi della libertà di commercio. [...] Scarso fu invece il dibattito sulle questioni politiche perché i riformatori […] accettavano, in sostanza, la situazione esistente»; la posizione, come si vede, è simile a quella di Kant: anche gli illuministi lombardi «oscillavano tra la fiducia nel principe e la convinzione dell’importanza dell’opinione pubblica (che, a loro giudizio, avrebbe dovuto essere guidata dai filosofi)».[6]

Numerosi furono i problemi affrontati nel «Caffè», i cui articoli erano presentati come il frutto di discussioni effettuate presso la bottega del caffettiere greco Demetrio: in tal modo il dibattito culturale si presentava ancorato alla realtà; ed infatti i temi toccati spaziavano dall'agricoltura, alla medicina, al lusso, dal contrabbando, ai giochi, all'astronomia.

 

Un protagonista: Cesare Beccaria

 

3.Di certo il massimo risultato dell’impegno riformista del gruppo lombardo, in grado di porsi all'attenzione europea, fu costituito dal trattato Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria. L'autore pose con esemplare lucidità, come condizione primaria dell'incivilimento sociale, una nuova legislazione in grado di distinguere tra "peccato" (valutabile e condannabile solo da Dio) e "reato" (giudicabile sulla base del danno obbiettivo inferto dal reo alla comunità), giungendo da tale presupposto all'elemento saliente della trattazione: la confutazione della liceità e insieme dell'utilità sia della tortura che della pena di morte.

Lo svolgimento del pensiero di Beccaria, muove dall'idea, del tutto innovativa per l'epoca, che ogni pena fosse giustificata dal fine rieducativo, non afflittivo o vendicativo, assunto dall'azione giudiziaria in uno Stato rispettoso della dignità umana: nel breve capitolo XII si esplicita che il «fine delle pene» non è «tormentare ed affliggere un essere sensibile», bensì la necessità di prevenire i reati con l' «impedire al reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali». Misurando, quindi, l’efficacia della pena su questo parametro, e mantenendo l’umanità della punizione: «Quelle pene dunque e quel metodo d'infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà un'impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo».[7]

Il trattato di Beccaria persegue, comunque, un'organica proposta di riforma del sistema giuridico penale, affinché fosse liberato dai residui irrazionali del Medioevo e vi fossero introdotti i principi fondamentali del diritto moderno: la tassatività della legge penale; l’imparzialità del giudice; la chiarezza della legge; la presunzione di innocenza, l’abolizione della tortura. [8]

 

Un percorso di lettura: il capitolo XXVIII.

 

3.Il nodo centrale della trattazione è costituita dal famoso capitolo XXVIII, intitolato, appunto, “Della pena di morte”.[9] Un percorso di lettura, commento ed analisi del brano permette di entrare nell'officina argomentativa dell'autore, svelando i meccanismi retorici, oltre che contenutistici, con cui Beccaria struttura un'argomentazione tanto convincente sul piano razionale quanto efficace su quello emotivo.

 

Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll'altro, che l'uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, [...] ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità.

 

In apertura Beccaria dimostra la pena di morte non essere «giusta», in base al principio contrattualistico: se la sovranità e le leggi derivano dalla volontà generale, somma delle volontà particolari di cui gli individui si sono concordemente spogliati, ne consegue una serrata serie di obiezioni: «chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?», espresse con un efficace climax di domande retoriche, che culminano con l'espressione iperbolica della «guerra della nazione con un cittadino».

Di seguito Beccaria argomenta come la pena di morte non risulti neppure «necessaria»:

 

Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. […] Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno più forte contro i delitti.

 

Il principio utilitaristico viene qui smontato in base a considerazioni di ordine psicologico, con specifico riferimento alle dottrine sensistiche.

Identificandosi emotivamente nel criminale, Beccaria svolge inoltre una riflessione sull’origine sociale dei delitti, prodotti principalmente dalla miseria:

 

Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino […]. Quali sono queste leggi ch'io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fra le innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l'ingiustizia nella sua sorgente. [...] Verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri.

 

Non sfugga l'abilità tecnico-retorica di passare dalla voce impersonale del narratore-trattatista alla focalizzazione sul personaggio del reo, di cui si riporta il discorso diretto di un'ipotetica perorazione.

Allo stesso modo, per sostenere l'inumanità e l'illiceità della pena capitale, Beccaria ripercorre i pensieri che possono presentarsi alla mente del popolo che assiste al cerimoniale feroce del processo e dell'esecuzione, rivivendolo come l'ennesimo sopruso delle classi dominanti:

 

Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors'anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all'idolo insaziabile del dispotismo. L'assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato.

 

L’argomentazione principe contro la pena capita, che ancora oggi costituisce l’argomento più efficace contro la pena di morte comminata nelle democrazie occidentali, resta comunque la sottolineatura di una contraddizione in termini, espressa anche formalmente dalla compresenza di parallelismi e antitesi:

 

Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio

 

La conclusione del capitolo, infine, con il riferimento ai «benefici» monarchi europei considerati «animatori delle pacifiche virtù», «padri dei loro popoli» e niente meno che semplici «cittadini coronati», ripresenta la figura dell’intellettuale settecentesco come  cauto mediatore tra potere politico assoluto ed istanze sociali:

 

Felice l'umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtù, delle scienze, delle arti, padri de' loro popoli, cittadini coronati, l'aumento dell'autorità de' quali forma la felicità de' sudditi perché toglie quell'intermediario dispotismo più crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffocati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono!

 

Nella successione dei brani si evidenzia la serrata sequenzialità e l’equilibrata variazione dell’argomentare di Beccaria, che vuole procedere mediante dimostrazioni razionali, argomentazioni logicamente probanti, ma utilizzando anche tutti gli altri strumenti dello stile argomentativo. Tra questi spiccano la domanda retorica e il discorso diretto, uniti con l'allocuzione diretta al lettore: questi elementi manifestano dunque quanto peso rivesta, per l'efficacia del ragionamento, anche il coinvolgimento emotivo, poiché «prevedono un dialogo interiore cui il lettore è invitato a partecipare come se fosse un interlocutore interno all’argomento». [10]

Il procedimento eminentemente razionale è, quindi, integrato da un andamento più vibrante e accorato, come testimonia il lamento del criminale che deplora la miseria in cui è costretto a vivere dalle classi privilegiate o i pensieri che corrono tra la folla che osserva il patibolo; tali scelte stilistiche conferiscono al trattato un andamento oscillante tra i poli del raziocinio e della commozione: l'Illuminismo, insomma, proprio nel suo testo principe, mostra di non essere stata un età di sola ragione.

La centralità della ragione nella cultura illuministica, infatti, non produce un razionalismo arido e totalizzante, ma lascia spazio alla considerazione dei sentimenti, tanto più con le acquisizioni del sensismo, che si propone proprio un'approfondita analisi delle più svariate manifestazioni della sensibilità.

Tra sentimento e ragione, per l'Illuminismo, deve semmai vigere un rapporto di equilibrio armonico in cui nessuna componente prevalga sull'altra: il sonno della ragione, infatti, genererebbe mostri.

L'attenzione che la cultura illuminista dimostra verso le espressioni della sensibilità, le esigenze della fantasia e le più profonde istanze della “natura”, è la strada che condurrà direttamente, sebbene ancora per scorcio di prospettiva, alla figura di Leopardi: è in lui che la componente laica, materialista e razionale dell'Illuminismo non contraddirà, ma anzi fonderà con indescrivibile solidità, uno degli esiti più alti della soggettività romantica.


 

[1] Stuart J. Wolf, La storia politica e sociale. Parte II. Le riforme e l’autorità:Illuminismo e dispotismo, in Storia d’Italia, vol. 3, Dal primo settecento all’Unità, Einaudi, Torino, 1973, p.108.

[2] D.Outram, L’Illuminismo, Il Mulino 1997, p.38.

[3] Ibidem.

[4]Il Caffè” a cura di Sergio Romagnoli, Milano, Feltrinelli, 1960, dalla Prefazione.

[5] In realtà, sebbene protagonisti di una breve stagione di riforme, gli illuministi, che furono alla fine “«assorbiti dalla macchina di governo», «ebbero spesso un ruolo secondario nei piani austriaci per la Lombardia. Essi venivano consultati ma il potere di decisione restava nelle mani del governo di Vienna», Stuart J. Wolf, op. cit., p.112.

[6] Ibidem, p. 108.

[7] C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di G.Armani, Garzanti,Milano 1987, p. 29. Ancora oggi nella legislazione italiana chiara eco di queste affermazioni si ritrova nell'articolo 27 della Costituzione italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

[8] Per un'analisi della struttura e delle tematiche dell’intera opera di Beccaria si può fare riferimento al saggio di Sergio Romagnoli, Dei delitti e delle pene, in Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, vol II, a cura di A. Asor Rosa, Einaudi, Torino, 1992.

[9] Il capitolo si legge in C Beccaria, op. cit., pp. 59-66, da cui vengono tratte tutte le citazioni successive nel medesimo ordine di presentazione.

[10]Sergio Romagnoli, op. cit., p. 663; nel saggio si trova anche un paragrafo sulla lingua e lo stile del trattato.