Webpedia

Mercoledì 30 Dicembre 2009 “uscita n. 5”

Che cos’è il Fondamentalismo? Cause ed effetti dell’integralismo  islamico

di Raffaella Faggella

Terrorismo e integralismo

1.Alcuni ritengono e giustamente che il terrorismo, la cui definizione[1] unitaria è abbastanza difficile, non debba essere esclusivamente quello di matrice islamica. In effetti non è politicamente corretto aggiungere in assoluto alla parola terrorismo la voce islamico, in quanto una tale attribuzione potrebbe innanzitutto scatenare la reazione di diversi milioni di musulmani moderati che, per quanto non sia possibile negare che il fondamentalismo sia una delle colonne portanti dello scenario arabo attuale, non sono disposti a condividere fino in fondo gli atteggiamenti estremisti di quelli che professano la violenza in nome della fede.Inoltre nel mondo contemporaneo si registrano anche molteplici forme di terrorismo diverse da quello islamico, che hanno tenuto e tengono in apprensione i paesi nei quali si è svolta la loro azione eversiva o separatista (si pensi ad esempio alle nostre “brigate rosse” o al terrorismo basco in Spagna); ma non si può negare che quello di matrice islamica risulta caratterizzato da maggiore pericolosità, in quanto il terrorismo delle BR e quello spagnolo, cui potremmo aggiungere per analogia anche quello palestinese, malgrado la gravità delle loro manifestazioni, hanno comunque a che fare con situazioni locali o nazionali, mentre il terrorismo islamico, a partire dall’11 Settembre, costituisce un pericolo non semplicemente locale ma un’autentica “minaccia globale” che ha scatenato una crisi internazionale di ampie dimensioni e dagli esiti incerti. La minaccia del terrorismo islamico è in effetti un grave pericolo per il mondo occidentale che non ha ancora superato lo shock dell’attentato alle Twin Towers (torri gemelle) di New York, la cui caduta ha svelato drammaticamente la vulnerabilità delle strutture e delle economie globali di fronte all’evento minimo di un attentato “kamikaze”.

Abbiamo appreso dagli esperti di cose militari che di fronte ad una tale minaccia non servono i grandi apparati bellici; neppure è sufficiente un’efficace difesa aerea o terrestre quando si ha a che fare con un nemico invisibile e difficile da scovare. Non bisogna pensare che un kamikaze islamico sia vestito all’orientale con il turbante e la veste araba, ma potrebbe essere uno qualsiasi di quegli arabi occidentalizzati che, perfettamente mimetizzati in mezzo a noi, prendono la metropolitana, magari mangiano hamburger e bevono coka cola. Dal punto di vista strategico è inoltre impensabile l’idea di poter difendere tutti gli obbiettivi. E’ possibile sì presidiare alcuni obbiettivi sensibili, ma chi ci garantisce che ciò non serva semplicemente a spostare il bersaglio degli attentatori ad altri oggetti precedentemente individuati.

 

Che cos’è il fondamentalismo?

 

2.Per capire fino in fondo l’entità del terrorismo globale, per intendere oggettivamente i caratteri essenziali del fondamentalismo islamico e i pericoli legati all’integralismo religioso (i due termini sono secondo noi strettamente congiunti tanto da poter essere usati in modo interscambievole) occorre partire dall’attentato dell’11 Settembre 2001, che è secondo noi una soglia storica essenziale per arrivare ad una completa comprensione del fenomeno. Ma prima di parlare di questo tragico avvenimento della storia contemporanea è necessario innanzitutto definire sinteticamente per i nostri lettori l’origine e il significato della parola fondamentalismo.

Il termine e il concetto vengono coniati in America all’inizio del ‘900 ad opera di un autore battista il quale, in polemica accesa nei confronti di  quei protestanti che, professando un’interpretazione più attenuata dei precetti religiosi, ritenevano di venire a compromesso con l’epoca moderna, dichiara decisamente di essere pronto a lottare esclusivamente per i “fondamenti” della sua religione. Con la parola  fondamentalismo si suole indicare, pertanto, un atteggiamento di rigore religioso, di richiamo alla purezza e al senso originario di una dottrina, di chiusura nei confronti delle innovazioni che riguardano il comportamento e la vita quotidiana, di forte coesione interna del gruppo che condivide la stessa fede, e soprattutto di attaccamento al testo sacro che appartiene al gruppo religioso, che, interpretato alla lettera, viene considerato l’unica fonte di ogni verità. Non si dimentichi che a partire dalla fine dell’Ottocento la purezza dottrinale del protestantesimo erano state messe in discussione dalle imponenti trasformazioni della società americana: enorme crescita economica, accelerata industrializzazione, urbanizzazione selvaggia. A questi processi  la chiesa evangelica, proponendosi di affermare “i fondamenti della fede” rispose con una critica serrata al liberalismo, al laicismo e al modernismo religioso.

Anche se il termine ed il concetto di fondamentalismo, come si è visto, non hanno una matrice araba, negli ultimi decenni la parola fondamentalismo è stata quasi esclusivamente riferita al mondo islamico per definire l’atteggiamento antimoderno, conservatore, rigorista e integralista che nel ventesimo secolo ha caratterizzato alcune realtà appartenenti al Medio ed Estremo Oriente e all’Africa settentrionale.

La terra che ha dato i natali al fondamentalismo islamico è certamente l’Egitto, dove ad opera dei Sunniti sorse alla fine degli anni venti il movimento dei “fratelli musulmani”, caratterizzato da atteggiamenti anticolonialisti e da un acceso rigorismo religioso. Successivamente, allorché il movimento fece la scelta di una strategia rivoluzionaria e terroristica, venne sciolto dal governo egiziano, entrando così nella illegalità ed espandendosi fuori dell’Egitto in un’ampia area che va dal Maghreb alla Sira, dall’area saudita al Pakistan e oltre. Ma il paese grazie al quale il fondamentalismo islamico è diventato pericolosamente famoso in Occidente è certamente l’Iran della rivoluzione khomeinista che ha scelto la guerra e il terrorismo per vedere affermato il suo ideale di totale islamizzazione. Per quanto il programma religioso e politico degli Ayatollah abbia trovato totale applicazione solo nel modello teocratico iraniano, è innegabile che l’ideale integralista di tornare alla “legge rivelata” del Corano costituisce un potente richiamo per qualsiasi società di fede islamica. I caratteri del fondamentalismo religioso e politico di matrice komeinista si possono così sintetizzare: a) è una dottrina che si fonda su una “religione del libro”, per cui il Corano è il testo fondante di norme e precetti universali ai quali è necessario aderire totalmente.Tutte le leggi devono essere approvate da un consiglio di esperti teologi, gli unici in grado di interpretare correttamente il testo sacro, in quanto ogni azione politica è valida solo se non contrasta con esso;b) il modello della società fondamentalista si fonda essenzialmente sul connubio fra politica e religione, in modo che quest’ultima ispiri tutta quanta la vita associata degli uomini. Questa concezione impone di conseguenza l’inimicizia nei riguardi  delle tendenze opposte del laicismo e della secolarizzazione che vengono per questo senza appello condannate e combattute anche con la forza; c) si individua nell’Occidente (europeo o americano) il primo nemico da abbattere, sia per l’antica politica colonialistica degli stati europei, responsabili della decadenza politica dell’Islam, sia per la più recente azione imperialistica dell’America,ritenuta responsabile dell’asservimento economico dei paesi arabi.

Il mondo islamico che oggi condivide le tendenze fondamentaliste non solo si sente dominato ed egemonizzato dall’Occidente, ma avversa anche il suo modello morale ed economico  di civiltà, che è ritenuto responsabile dell’attuale crisi politica dei paesi islamici e della loro caduta morale e storica che contrasta con l’antica grandezza. Il rifiuto totale dell’Occidente e delle sue concezioni ha prodotto nel mondo arabo una visione che, con parola nostra, potremmo definire di tipo manicheo, nel senso che il bene (tutto quello che appartiene al  mondo dell’Islam), e il male (con cui si identifica tutto l’universo dell’Occidente) vengono separati e contrapposti senza alcuna possibilità di intesa. Se Khomeini, utilizzando termini teologici, definiva l’America “il grande Satana”, i suoi eredi con lo stesso rigorismo si scagliano contro il modello capitalistico occidentale, le sue vetrine scintillanti e il suo benessere accusandolo di corrompere la purezza dell’Islam. Secondo la loro concezione l’Occidente è il male, l’egoismo eretto a sistema, l’immoralità che si sostituisce alla vera ed intima libertà che si ottiene solo con l’espiazione, il ritorno integrale al Corano, l’espulsione ed il rigetto del cancro occidentale. Ad onor del vero c’è da dire, però, che l’atteggiamento degli arabi integralisti verso l’Occidente è anche abbastanza ambiguo, in quanto, se per un verso combattono il nostro stile di vita, la modernità del pensiero e dei comportamenti che ci appartengono, d’altra parte il richiamo assoluto alla tradizione coranica non esclude il consumo dei prodotti del mondo industriale, dimostrando con questo di non saper resistere al richiamo della modernizzazione e del progresso tecnologico, sebbene vengano avversati a parole.

 

Lo scontro di civiltà

 

3.Samuel Huntington, che in parte ha recuperato il metodo vichiano, rigettando la visione marxiana che considera i fenomeni religiosi solo come maschera dei fattori materiali, ci ha spiegato in modo convincente che dietro ad ogni religione esistono le civiltà, le tradizioni, i costumi, l’identità etnica dei popoli che si svolgono nel corso di secoli; ma non è escluso, sostiene lo storico americano, che a tutte queste cose si debba aggiungere anche un magma irrazionale in movimento che potrebbe creare rigetto reciproco nel caso che due civiltà vengano a contatto, generando uno scontro come quello che stanno vivendo da diverso tempo mondo arabo e paesi occidentali. Il testo di Huntington, per quanto sia stato più spesso criticato che letto, proponendo la tesi dello “scontro di civiltà”, ci fornisce una spiegazione abbastanza plausibile sia delle cause del conflitto arabo-israeliano sia degli scontri successivi che i paesi musulmani hanno sostenuto negli anni contro l’America e l’Occidente, compreso il fenomeno del terrorismo.

Per capire l’origine e la vera essenza di questi accadimenti, anche per arrivare ad una possibile soluzione del conflitto di civiltà, conviene porsi da una duplice prospettiva culturale, osservando gli stessi eventi non solo dal punto di vista occidentale ma vedendoli innanzitutto dall’angolo visuale della parte avversa. Bisogna premettere che il nostro mondo occidentale, a parte qualche eccezione intellettuale, non ha fatto molto per conoscere l’universo dell’Islam, ma anche quando lo ha fatto per necessità, col proposito di arrivare ad una spiegazione dei fatti, utilizzando esclusivamente le proprie categorie mentali, ha commesso conseguentemente gravi errori di prospettiva. Al contrario non pochi islamici conoscono a fondo la cultura degli occidentali o perché hanno svolto la loro formazione nei paesi europei e in America, o l’hanno studiata a fondo per potersene appropriare ed anche eventualmente sconfiggerla, come accade ai seguaci di Al Qaeda. Questa premessa ci aiuta a ritenere che fra il mondo occidentale e l’islam vi siano differenze profonde tale da spiegare il costante rapporto conflittuale che ha reso spesso difficile e problematica una reciproca integrazione.

Nel mondo occidentale, che ha raccolto l’eredità della filosofia politica dei Greci (non si dimentichi che per Aristotele l’uomo è innanzitutto un animale sociale) e della concezione fondamentalmente laica di estrazione illuministica, la quale a sua volta riconosce nel Rinascimento italiano l’inizio della rivoluzione moderna caratterizzata dal razionalismo e dal recupero da parte dell’uomo dei suoi principi, anche a costo di sacrificare la religione, la discriminante è data innanzitutto dalla politica, nel senso che il funzionamento del vivere associato non comprende di necessità anche la religione (nelle moderne strutture statuali si fa distinzione fra i fini laici dello stato e quelli della sfera religiosa, che ha la sua importanza solo relativamente alla sfera intima del soggetto) che talvolta vi entra per eccezione o viene in collisione con l’altro in senso problematico (pensiamo al dibattito sui diritti civili, come il divorzio e l’aborto, o quelli sulla bioetica).

Nel mondo islamico integralista,che non ha conosciuto la rivoluzione rinascimentale-illuministica, l’elemento fondamentale e discriminante non è la politica (come prodotto del pensiero e dell’azione) ma la religione, la cui centralità ha finito per condizionare fortemente o, nel caso del fondamentalismo, dominare sia la prassi politica che quello della morale. La concezione fondamentalmente laica della politica e dello stato, che spinta alle estreme conseguenze prende il nome di “laicismo” (è questa la visione che prende le mosse dal pensiero di Machiavelli, che, prevedendo una totale separazione tra fede e cultura, religione e politica, e negando al credente il diritto di far diventare la sua fede cultura e di giudicare la cultura e la politica alla luce della fede, segna un’autentica rivoluzione rispetto alla concezione teocentrica del Medio Evo) è assolutamente estranea al mondo islamico. Gli stessi termini di “laicità” e “laicismo”, sicuramente presenti nelle lingue occidentali, non appartengono al lessico della lingua araba. La concezione islamica di tipo fondamentalista, al contrario di quella laicista, prevede che tra fede e cultura, fede e politica non vi sia distinzione ma indistinta comprensione e fusione.     

Questa visione tutta centrata sulla religione, antagonista rispetto all’idea dello stato moderno e particolarmente avversa al laicismo, ci fa pensare per analogia alla visione medievale, interamente dominata dalla onnipotenza del divino rispetto alla sfera dell’umano.E’ la cosiddetta “riduzione all’unità”, concezione che riporta esclusivamente al divino anche l’esercizio del potere politico, come si può ricavare dalla seguente espressione di Agostino:”Nulla auctoritas nisi a deo”. Il mondo musulmano, che non ha conosciuto il Rinascimento e la rivoluzione del mondo moderno, ha un concetto molto simile alla concezione del potere politico che riceve la sua autorità direttamente da Dio. Questo comporta che anche la legge preesista al governante che, in quanto “lex animata in terris”, estrae dai libri sacri leggi e precetti che regolano la vita privata e pubblica degli uomini.

Se volessimo andare alla radice del problema del radicalismo islamico dobbiamo ritenere che il fondamentalismo trova la sua matrice storica  nella constatazione dolorosa della condizione di debolezza e penosa inferiorità in cui il regno dell’islam (“dar al islam”) si trova rispetto al mondo occidentale cristiano col quale è venuto in collisione a partire dal Medioevo e che nel tempo mitico degli Abassidi ha realizzato un impero che comprendeva, oltre all’Africa islamizzata, molte terre del Mediterraneo occidentale. Accade, però, che da diversi secoli il mondo islamico si senta profondamente umiliato senza trovare in sé la forza di rinascere: dopo aver subito l’onta della colonizzazione, ha perso quattro guerre con il minuscolo stato d’Israele, in ultimo, pur avendo minacciato “la madre di tutte le guerre” in Iraq, è stato definitivamente sconfitto dagli Americani. A questo punto non è difficile congetturare che la scelta fondamentalista sia da porre in relazione sia con il senso di marginalità e di abbandono subiti dal mondo arabo a partire dal momento della decolonizzazione, sia con l’insopportabile frustrazione generata dalle recenti sconfitte.Di fronte alla passata grandezza, che genera l’orgoglio di essere comunque eredi di una straordinaria civiltà, e partecipi di una gloriosa tradizione religiosa, la miseria del presente diventa improvvisamente intollerabile e richiama il gesto estremo di quella strategia suicida che ha avuto la sua massima espressione nell’attentato dell’11 settembre a New York.


 

[1] Il concetto di terrorismo è quanto mai ampio e generalmente poco condiviso, a tal punto che neppure nell’Onu si è giunti  ad una definizione unitaria e condivisa da tutti i paesi. Tuttavia, potremmo in generale far corrispondere alla parola terrorismo tutte le azioni  armate, compiute da gruppi irregolari ( cioè che non indossino divise o altre insegne distintive) tese a colpire semplicemente non tanto le forze armate degli avversari quanto quelle che si preoccupano di spargere il terrore fra le popolazioni civili con risultati distruttivi.