L’Ermetismo

di Marino Faggella

Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

L’Ermetismo è una tendenza lirico-estetica che ha occupato cronologicamente gli anni che vanno dal ’30 al ’50. Comunque tale cornice cronologica è anche approssimativa perché occorrerebbe comprendere, all’interno del movimento, almeno come iniziatori i cosiddetti “poeti nuovi”, cioè Ungaretti, Montale e Quasimodo, la cui cronologia in ogni caso almeno per la nascita della loro poesia precede gli anni ’30.

Giacomo De Benedetti in La poesia del ‘900, sostiene che il termine “Ermetismo” non nacque in Italia, ma venne coniato in Francia subito dopo la pubblicazione delle liriche di Paul Valéry[1]che contribuì ad aprire un dibattito sulla cosiddetta “poesia pura”. A questa data si costituì per la prima volta una tale espressione, usata per qualificare l’idea di una poesia che non si pone altro fine se non quello di sé stessa. Ma che cosa si vuole intendere per poesia pura? Si risponderà che essa è quella che non può essere parafrasata, come di solito accade in genere alla tradizionale poesia, dalla quale la poesia pura si distacca assimilandosi totalmente alla musica. Per avere un’idea di questa identità occorre ritenere che, come non si può raccontare una fuga di Bach o uno studio di Chopin, neppure è possibile ritrascrivere questo modello di poesia moderna. Quanto al termine in sé e per sé di ermetismo, esso fu tratto, sempre in ambiente francese, da certe dottrine sapienziali-iniziatiche riferentisi ad una quasi mistica del periodo alessandrino (III-II sec. a.c.) nella quale confluirono diverse tendenze quali l’occultismo, la cabala, la magia, la tetractis.Tutte queste tendenze venivano riportate ad Ermes, da intendersi però non come il dio greco, messaggero di Giove e traghettatore delle anime nell’ade, ma da identificarsi con il Tot egiziano, che in greco si traduce con trismeghistos, nome iperbolico che significa tre volte grandissimo.

 

Prima di tracciare brevemente la storia dell’Ermetismo, occorre premettere che in Italia si cominciò a parlare di Ermetismo al termine degli anni ’20 in seguito alla pubblicazione della raccolta Poeti d’oggi di Papini tra i quali erano volutamente esclusi i tre capi, i tre dei di Martinetti, Carducci, Pascoli e D’Annunzio, definiti dal critico “gli ultimi dominatori”. Secondo Papini dopo questi poeti sommi era incominciata una letteratura senza capi e questo fatto aveva prodotto la caduta dell’immagine dell’artista esemplare determinando un ritorno alla pleiade, come dicono i francesi, all’interno della quale non conta tanto il caposcuola ma il gruppo.

Anche se non è facile la determinazione dell’estetica dell’ermetismo, tuttavia possiamo, per comodità, individuare ai fini della definizione critica della nostra nuova poesia tre tappe o momenti diversi: I) Un primo tempo che va dal 1930 al 1936, allorché, diffondendosi da noi il termine ermetismo, la poesia ermetica veniva identificata anche in Italia con la poesia pura, l’una e l’altra giudicate oscure ed incomprensibili. II) un secondo momento che prende l’avvio in seguito ad un importante giudizio critico di Francesco Flora sulla nuova poesia contemporanea di immissione francese, comparso in un saggio del ’36, intitolato La poesia ermetica. Se è vero che da tale scritto il movimento prende il nome, è vero anche che il giudizio del critico non sembra assolutamente positivo intorno a tale forma d’arte poetica. In effetti con poesia ermetica il Flora intese parlare dell’opera di poeti come Ungaretti, Montale e Quasimodo, per citare i maggiori, che con un unanime giudizio di condanna venivano accomunati insieme alla prima stagione del simbolismo per il loro evidente rapporto con i modelli francesi della prima (Mallarmè) e della seconda (Valery) stagione simbolista. In pratica con il termine di poesia ermetica il critico estetizzante tacciava d’incomprensibilità l’espressione di questi poeti a causa di un linguaggio chiuso, sintetico, fortemente allusivo e caratterizzato da una presenza invadente dell’analogia. Da ciò si evince come la nuova poesia avviata in Italia dai fondatori del nuovo genere non fosse propriamente condivisa da buona parte della nostra critica più avveduta. Il Flora, in particolare, riconoscendo la comune centralità del simbolo, era al massimo disposto a riconoscere esclusivamente quale aspetto positivo della nuova lirica il suo valore musicale.

II) La terza (e più consistente) tappa va dal 1938 al 1945, allorché il termine “ermetismo” non solo perdeva la qualifica negativa del Flora, ma trovava una fondamentale giustificazione ad esistere ad opera di un critico militante come Carlo Bo che, dando alle stampe il saggio Letteratura come vita, apparso su Frontespizio nel 1938, ha segnato, si può dire, la fondazione del movimento che con alterna fortuna è arrivato fino al 1945 (anno dal quale si diparte una nuova tendenza poetica che prende il nome di neorealismo) con propaggini fino agli anni ’50. E’ particolarmente significativo che la nuova poesia, malamente intesa dalla critica estetizzante, e non tanto definita dai poeti stessi, molto avari di teorie come i simbolisti, ma dai critici fiancheggiatori definiti anch’essi ermetici, abbia prodotto dal suo seno una critica in grado di leggere ed interpretare se stessa. In effetti, nei saggi di Bo si chiarisce per la prima volta la necessaria identità della poesia che si fa dalla poesia sulla quale si ragiona ( nell’ermetismo, infatti, si afferma una perfetta identità  tra critico e poeta).  E’ stato giustamente notato dagli interpreti successivi che, per quanto col suo saggio del ’38 Carlo Bo non volesse propriamente redigere un manifesto ufficiale di quella tendenza lirica che si riassume nel termine di “ermetismo”, tuttavia quella pagina per i suoi fondamentali chiarimenti diveniva esplicazione e coscienza di quel fenomeno letterario, “l’unico movimento poetico” caduto in Italia dopo il Futurismo, che, per la stessa ammissione del critico si configurava come una vera e propria poetica.

Si dirà in conclusione che la concezione della vita e dell’arte degli ermetici è essenzialmente riassunta nel saggio di Bo ( basterebbe solo questa ammissione per riconoscere la sua fondamentale importanza) nel quale compare la fondamentale identificazione della poesia come vita, espressione che sta ad intendere che la poesia è “l’unica possibilità di vita nell’impossibilità di vivere” nel tempo in cui il regime fascista limitava tutte le libertà. Il discorso della “posizione storica” degli ermetici è stato ripetutamente sollevato da più parti, in particolare molti critici anche del nostro tempo hanno stigmatizzato, accanto alle scelte poetiche, anche la loro posizione intellettuale che fu, come si è detto, di completo distacco rispetto al fascismo, di fronte al quale i poeti puri tra le due guerre non esercitarono una manifesta opposizione, anzi, al contrario si rifugiarono totalmente nella poesia come evasione, arrivando all’identificazione della letteratura con la vita: questo è fondamentale significato del saggio di Bo.  A dire il vero gli ermetici si difesero da questa accusa e particolarmente lo stesso Bo, preoccupandosi successivamente di chiarire il suo pensiero, ha sottolineato che dove per ragioni politiche si perde il contatto con la vita, si recupera la vita stessa esclusivamente nell’essenza dell’arte. In sostanza, pur con una poesia di evasione, gli ermetici hanno teso ad una ricostruzione per vie interne della coscienza dell’uomo a partire dalla poesia, che rimaneva per il critico l’unica possibilità di vita nell’impossibilità di vivere.  Basta questo a far cadere l’accusa di disimpegno che viene mossa da più parti nei riguardi di questi poeti i quali, vivendo nel pieno culmine della dittatura, rifiutavano l’asservimento politico ritenendo che l’esperienza poetica assoluta, anche se volutamente e non immediatamente fruibile, fosse l’unica ancora di salvezza, l’unico modo di salvare la libertà, anche a costo di subire  l’accusa di oscurità.

 

                             I tempi del movimento: cronologia essenziale 

Anche se il saggio di Bo risulta oggi di fondamentale importanza tanto da essere ritenuto il manifesto di quella tendenza che prende il nome di ermetismo, ciononostante il movimento non ha trovato dal punto di vista della critica una soluzione definitiva. Ciò è dovuto innanzitutto al fatto che non tutti quei poeti che oggi definiamo ermetici, compresi Montale e Quasimodo, si riconobbero all’interno di questa  qualifica (forse a causa dell’autentica stroncatura che la critica del regime e non solo quella esercitò nei loro riguardi), tranne Luzi, Bigongiari e Parrochi. Per quanto non sia agevole muoversi all’interno di questa corrente, anche per le ammissioni contrarie dei suoi interessati, è sicura l’affermazione che l’ermetismo ha avuto una sua storia che si è prolungata per almeno tre generazioni, seguendo il criterio cronologico di Solmi:

Una prima stagione: che partendo da Ungaretti, attraverso l’opera di Montale arriva fino allo stesso Solmi (critico e poeta); Una seconda generazione: che, muovendo da Quasimodo, attraverso Sandro Penna, giunge ai nostri Sinisgalli e Gatto ( è questa la linea dei cosiddetti “ermetici meridionali”); infine una terza stagione ermetica: che prendendo le mosse da  Luzi giunge fino a Sereni.

Legami sottilissimi-è vero- uniscono questi poeti, ma le loro posizioni sono anche tanto diverse che non è agevole per noi tracciare un quadro lineare della poesia dell’epoca, che , senza tener conto della provenienza, della natura e degli sviluppi di ciascun autore, sembra sfuggire a qualsiasi criterio di classificazione. Pertanto l’unicità del criterio diacronico al quale si è fatto riferimento sembra non essere interamente sufficientemente rispondente. Esso richiede, pertanto, come suggeriscono altri, di essere completato con l’indicazione di una dislocazione geografica dei poeti:

Indicando solo per comodità come itinerario di sviluppo poetico la linea nord-sud, è possibile parlare a) di un ermetismo settentrionale, milanese e genovese, gravitante intorno alle riviste “Circoli” e “Correnti”; b) di un ermetismo fiorentino: spiritualista, cristiano e neosimbolista, facente capo alle riviste “Frontespizio” e “Campo di Marte”( che divenne ad un certo punto il serbatoio di raccolta di molti critici-poeti e vero e proprio epicentro da cui generalmente si dipartono tutte le forze del movimento ermetico); ermetismo centro-meridionale, che per opera del poeta salernitano Alfonso Gatto (che ebbe ripetuti contatti con fiorentini), la poesia ermetica dei fiorentini si estese al resto dell’Italia coinvolgendo altri poeti del Sud tra cui spiccano: Penna, De Libero, e il lucano Sinisgalli.

Oltre a questi due criteri (cronologico e geografico) vi è chi, come Vincenzo Mengaldo, propone un’altra distinzione, suggerendo un ulteriore criterio che tenga conto, oltre che della provenienza geografica, anche della scelta di particolari tematiche da parte degli autori. A tal proposito egli riconosce uno speciale ermetismo, di cui furono portatori poeti meridionali come Quasimodo e Gatto, i quali, pur ispirandosi al motivo centrale dell’assenza, tipico degli ermetici, aggiungevano anche tematiche personali, tra le quali spiccano quello dell’esilio dai luoghi d’infanzia.:”Altro ermetismo è quello dei meridionali emigrati, quali Quasimodo e Gatto, che con il loro primitivismo favoloso e il loro coniugare il motivo metafisico dell’assenza proprio di tutti gli ermetici al motivo personale dell’esilio dai luoghi mitici dell’infanzia;altra cosa ancora la fisionomia di chi fa capo anche alla cultura figurativa romana e ne trae modi di più spiccato surrealismo o semplicemente si collega in modo più stretto alla lezione di Ungaretti (oltre a Scipione poeta, De Libero, in parte Sinisgalli”. Rientrante nella famiglia ermetica, secondo Mengaldo, è pertanto anche quello romano, che si collega strettamente ad Ungaretti, poeta fondamentale che ebbe il grande merito di saper coniugare l’influenza dell’irrazionalismo simbolico dei francesi con il bisogno di recuperare le misure metriche della nostra migliore tradizione letteraria.

Questo giudizio di Mengaldo ci fornisce la misura della difficoltà di un’unica definizione della corrente ermetica, all’interno della quale occorre fare distinzioni molto sottili. Tuttavia dal ragionamento critico si estrae almeno una definizione molto importante, ossia la posizione che deriva dalla fondamentale lezione stilistica di Ungaretti, il quale, in particolare dopo la pubblicazione di Sentimento del tempo, divenne per tutti gli ermetici un autentico maestro per la sua capacità di veicolare temi e forme della letteratura francese, in particolare simbolista e surrealista. Nell’opera di Ungaretti, tuttavia, non bisogna riscontrare solo la presenza delle fonti straniere, ma anche l’importante lezione del Petrarca, che con le sue ragioni stilistiche forniva al poeta un valido correttivo rispetto all’irrazionalismo di provenienza francese. E’ certo che il poeta del “sentimento del tempo” esercitò un ruolo imprescindibile non solo dal punto di vista stilistico su i giovani poeti romani, tra i quali riconosciamo anche la presenza del nostro Sinisgalli, che in un rinnovato clima di avanguardia proprio nella sua prima stagione poetica svolta nella capitale, venne complicando l’influenza letteraria ( Ungaretti, Falqui, i francesi della terza stagione simbolista) con suggestioni derivate dalla pittura, soprattutto quelle del barocco romano di Scipione e Mafai. Quanta importanza abbia avuto nell’avanguardia la mescolanza delle estetiche si può capire proprio dall’opera di Sinisgalli, nella cui esperienza umana ed artistica andò a confluire tutta la lezione più moderna delle arti (pluridimensionalità) che ebbe modo di esaltarsi nel momento culminante di una poesia purissima che, pur recuperando la più grande lezione dell’avanguardia novecentesca, non è disposta a rinunziare, servendosi del recupero memoriale, a una somma di affetti che vengono tradotti in una originale ed immortale casistica poetica, nella quale vengono sottolineati alcuni temi fondamentali quali l’infanzia, la terra madre, il padre, la madre, il paese etc. Per queste ragioni la poesia di Sinisgalli, oltre a definirsi ermetica a causa delle conseguenze della lezione indubitabile dei modelli sopraccitati, è una poesia che esalta anche la memoria e il recupero di una mitografia molto amata anche da noi, che si concentra innanzitutto sull’elegia dell’esule, sul dolciamaro mito della città considerato dalla parte di un provinciale.

Un altro autore di cui occorre tener conto ai fini dello sviluppo successivo dell’ermetismo è certamente Montale, il più grande lirico italiano del ‘900, che aggiunse alla lezione stilistica di Ungaretti altri dati in direzione dissolutiva degli schemi poetici tradizionali. Col portare alle estreme conseguenze la rivoluzione operata dal Pascoli, che si riconosce nella distruzione del classicismo scolastico, Montale fece della poesia un sottilissimo gioco di composizione e scomposizione delle cadenze ritmiche, anche quando esse vengono apparentemente adottate ( vedi l’endecasillabo). Montale ebbe, inoltre, il grande merito di comunicare a tutti gli ermetici l’importante scoperta esistenziale e filosofica dell’angoscia, assumendo piena coscienza di quel “male di vivere” che nei poeti Crepuscolari era stato solo un doloroso e vago presentimento.

Anche la posizione di Quasimodo, (il terzo di questa trinità, come è stato ben detto, nella quale Ungaretti è il Padre, Quasimodo il Figlio, Montale lo Spirito) è molto importante in quanto egli ha segnato la saldatura tra la prima e la terza stagione ermetica, ponendosi come anello di congiunzione tra il primo e l’ultimo ermetismo. Ciò si evince anche dal fatto che, se gli ermetici meridionali (Gatto, Sinisgalli, De Libero) adottarono i temi dell’esilio, della terra madre, dell’infanzia e della poesia come ultimo rifugio e come nostalgia in grado di sanare le piaghe di un’esistenza condotta in terra d’esilio, ciò è dovuto alle non scarse suggestioni che il poeta siciliano esercitò, quasi coetaneo maestro, sui più giovani poeti.

Diremo in conclusione che, nonostante le accuse rivolte soprattutto nel passato, non solo dai critici del regime,  l’Ermetismo costituisce, oggi la corrente poetica più ragguardevole del ‘900 italiano, la cui origine va collocata nel primo dopoguerra, sebbene il periodo di attività più organica coincida, come si è detto, con gli anni Trenta, in particolar modo con le riviste fiorentine come Campo di Marte e Frontespizio.

 Se volessimo definire brevemente le fonti della poesia ermetica, semplificando al massimo, potremmo ritenere la presenza delle seguenti influenze:

a) la linea simbolica che va da Mallarmè a Valéry

b) il Surrealismo (che potremmo riassumere con la seguente espressione rivoluzionaria, tipica dell’avanguardia: “l’arte è un ombrello su un tavolo operatorio”)

c) i Crepuscolari, fino ad una certa misura. In effetti gli ermetici riprendono la visione angosciante di Corazzini e Gozzano ma senza le note ironiche di quest’ultimo e, soprattutto senza desumere il dato fondamentale dei crepuscolari che si riassume nella dissoluzione del valore della poesia, ma, come accade in Govoni, concentrando preferibilmente la loro attenzione sulla poetica dell’oggetto.

Si dirà per riassumere in modo sintetico che, malgrado le dichiarate influenze, il programma ermetico si realizzò prevalentemente attraverso due direttive: da un lato la graduale riduzione del dannunzianesimo più invadente e del pascoliamo più dolciastro; dall’altro il continuo e vivace riferimento all’esperienza simbolista e postsimbolista, soprattutto a modelli come Mallarmè e Valèry. Esigenza comune dei poeti, che nel ’30 ricevettero l’appellativo di “ermetici”, fu in effetti l’ansia di restituire alla parola poetica la sua originaria carica espressiva, ormai perduta nel logorio dell’uso retorico. Per questo la loro parola, sfrondata dei caratteri comunicativi, riservò a sé quello puramente evocativo, con più o meno accentuate implicazioni religiose; isolata dal contesto attraverso la rottura dei legami logici, essa venne coltivata in un’area atemporale e astorica, per creare, come sostiene Debenedetti:“folgoranti rivelazioni dell’arcano e dell’ineffabile”.

 

       


 

[1] Paul Valéry, che si ascrive alla seconda stagione simbolista, ci ha lasciato questa importante definizione critica del Simbolismo: “c’est une sorte de mysticisme esthetique”.