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Sez. Conoscere
Giovedì 30 Giugno 2016  “ uscita n. 17”

 

 

 

 

                                                     

 

 

Francesco Torraca di Pietrapertosa, critico letterario del XIX secolo e senatore del regno d’Italia

di Leonardo Pisani

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Nacque Francesco Paolo Torraca nell’antico borgo di Pietrapertosa, da una famiglia di antico lignaggio; e dal cuore delle Dolomiti Lucane dove iniziò privatamente i primi studi divenne uno dei critici letterari italiani più importanti del XIX secolo. Francesco Paolo prese i natali dal notaio Luigi  e da Anna Maria Zottarelli, e la sua famiglia anche se di nobili origini professava ideali liberali:dei suoi due suoi fratelli che combatterono sotto il comando di Giuseppe Garibaldi, uno fu ufficiale dei garibaldini, l'altro fu un membro degli insorti che da Pietrapertosa giunse presso il comitato insurrezionale della Basilicata a Corleto Perticara, entrambi seguirono Garibaldi fino al Volturno. Torraca ricevette la prima istruzione dal padre e dallo zio sacerdote Antonio, con la passione -che poi contraddistinguerà la sua attività di critico letterario- diretta sin da piccolo allo studio della letteratura, in particolare quella medievale.

Ancora adolescente, nel 1869 si stabilì a Napoli, iniziando a studiare presso la facoltà di ingegneria, ma la passione per gli studi classici lo portò presto a laurearsi in lettere nel 1876. Durante il suo soggiorno napoletano, Torraca frequentò intellettuali eminenti come Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini. Il rapporto con De Sanctis fu molto stretto, tanto che Torraca ne divenne il trascrittore ufficiale, pubblicando le sue lezioni su giornali. In questo periodo consolidò la sua formazione e condusse ricerche archivistiche che gli diedero notorietà nazionale, ricevendo gli elogi da altri intellettuali come Pasquale Villari, Alessandro D'Ancona e Giosuè Carducci.

Iniziò la carriera di docente insegnando letteratura italiana nei licei "Domenico Cirillo" e "Vittorio Emanuele II" di Napoli e successivamente ricoprì l'incarico di direttore della Scuola Tecnica di Portici. Nel 1880, si trasferì a Roma con suo fratello Michele, il quale divenne direttore del giornale Il Diritto di Agostino Depretis, mentre Francesco iniziò a lavorare presso alcuni studi archivistici. Alcune sue critiche sulla letteratura contemporanea, tra cui quella su I Malavoglia, furono recensite su giornali come Il DirittoLa Rassegna e L’Opinione Liberale.
Dopo aver perso un concorso per la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di Padova, nel 1888 fu nominato, dal ministro della Pubblica Istruzione Michele Coppino, provveditore agli studi della provincia di Forlì, città da cui tornò in seguito a Roma in veste di funzionario del ministero della Pubblica Istruzione. Successivamente, il conterraneo  Emanuele Gianturco di Avigliano  a quel tempo ministro dell'Istruzione, lo nominò Capo di Gabinetto. Soppressa dal nuovo ministro Nunzio Nasi la struttura diretta da Torraca, "gli venne offerta nel febbraio 1902 - espediente escogitato per compensarlo della perdita dell'ufficio - la cattedra di Letteratura Comparata dell'Università Federico II, esercitandone la funzione per circa vent'anni. In questo periodo Torraca si dedicò soprattutto alla lettura critica delle opere di Dante Alighieri.
Il 3 ottobre 1920 il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti lo nominò tra i Senatori della XXV Legislatura del Regno d'Italia. Antifascista convinto, sposò le idee di Benedetto Croce, con il quale ebbe un'intensa corrispondenza epistolare durata oltre quaranta anni.  Nel 1928 abbandonò l'insegnamento e si ritirò a vita privata. Affetto per diversi anni da problemi di salute, si spense il 15 dicembre 1938, all'età di 85 anni.
                                      

Nel 1968, il comune di Pietrapertosa ha fatto innalzare a sua memoria questo monumento che lo ritrae in un giardino davanti alla casa natale.
 
                                 Lettere e documenti autobiografici

Più che guardare all’attività critica di Torraca, molto nota e non solo agli specialisti, è bene in questa sede soffermarsi sui ricordi legati alla terra d’origine, ai quali sono collegati i temi più originali degli studi letterari del critico: la lettura di Walter Scott - e, quindi, la conoscenza della lingua inglese, imparata forse nella solitudine della biblioteca paterna, che gli permise a Napoli di esordire proprio come traduttore - è alla base di un elaborato saggio sulle fonti dei Promessi Sposi:“Forse in nessun’altra parte d’Italia Walter Scott fu tanto ammirato, quanto nel Mezzogiorno, così nella capitale, come ne’ più reconditi borghi, così dal re, come da’ sudditi. Le donne, che non sapevano leggere, se lo facevano leggere da’ mariti o da’ figli. A me, fanciullo, una di esse recitava il canto funebre di Douglas: Codesti, o altero, o nobile - figliuol della vittoria, / tomba ai nemici, e fulmine, - ai tuoi conforto e gloria. / Chi intoneratti il lugubre, - il lagrimevol canto? / L’arpa dei bardi altisona [...] Piacquero soprattutto in Basilicata, dove più facilmente l’immaginazione de’ lettori inquadrava persone e scene tra montagne, foreste, dirupi, torrenti e rovine di castelli medievali.”

Più direttamente legata alla biblioteca paterna e alle letture di Pietrapertosa fu la scelta di studiare Sannazaro, autore quasi dimenticato a quei tempi. Quando ripubblicò quel saggio, che gli aveva meritato le calde lodi di Carducci, Torraca affermò nella Prefazione:“ora, ripensandoci, non voglio tacere, che, forse, mi spinse a questa scelta anche il ricordo delle liete ore, che avevo passate, fanciullo, leggendo l'Arcadia, il giorno in cui, frugando tra i libri di casa mia, me ne venne sotto mano un esemplare tutto sgualcito e macchiato. Chi lo crederebbe? L'aveva regalato a mio padre uno di que' pastori, che, l'estate, menavano le greggi dalla marina ai pascoli delle nostre montagne”.

Molti anni dopo, nel leggere un articolo di Ernesto Giacomo Parodi, gli tornavano alla mente gli oggetti della cultura materiale della sua terra e in una lettera al critico fiorentino abbozza il disegno del vaso, che le donne di Pietrapertosa usano per l’acqua:“Non si crederebbe! Ma quelle notizie su cuccuma e gombito ecc. mi hanno divertito. A proposito, mi permetterò di segnare (non posso dire disegnare) ll’ cuc’m’ (gli apostrofi sostituiscono un suono medio tra u e o, inarticolato) del mio paese nativo, nel centro della Basilicata. È di terracotta, mantiene freschissima l’acqua, ed è usitato. Per lo più, le anse non hanno le estremità sporgenti, come io le ho segnate. È usato da noi unicamente per l’acqua da bere”. Questa lettera è, forse, la testimonianza più eloquente del legame ininterrotto con la terra d’origine, di un filo mai spezzato con il dialetto, gli oggetti, le letture,le persone dell’infanzia lucana.

Il documento più interessante per ricostruire il legame che Torraca conservò sempre con la sua Basilicata rimane la lettera autobiografica all’accetturese Matteo Miraglia, professore di pedagogia all’Università di Torino e direttore della rivista pedagogica «Scuola Nazionale» (ripubblicata in «Basilicata Regione», VII, 1994, pp. 105-112). All’invito di quest’ultimo di raccogliere alcuni discorsi in volume, pronunciati da Torraca nella sua veste di Direttore dell’Istruzione primaria e normale presso il Ministero della Pubblica Istruzione, il critico risponde facendosi sommergere dai ricordi della propria giovinezza. Spesso citata dai biografi e saccheggiata in molte delle sue parti, la lettera-premessa è un raro exemplum delle doti narrative di Torraca e rimane una delle sue più belle pagine, in quell’equilibrio sapiente di ironia e nostalgico distacco.
Nella lettera, Torraca, partendo dallo spunto che gli offre l’origine accetturese del Miraglia, raccoglie tutti i ricordi che lo legano a un paese, così vicino al suo, ma che non ha mai conosciuto direttamente. E il primo racconto è di singolare lucidità, giacché vi si condanna la violenza gratuita che il terrore del brigantaggio scatenò all’indomani dell’Unità e di cui rimangono vittime due giovani di Accettura. La famiglia Torraca, «liberale non del giorno dopo», e per di più vittima dei briganti, reagisce con orrore alla sentenza spietata, ingiusta, ma soprattutto affrettata:
“Questo pensavo, e ricordavo una delle scene tragiche, alle quali nella mia fanciullezza assistetti. Era, credo, del 1861; non so se prima o dopo che Borjes e Crocco tentarono di prendere Pietrapertosa, come avevano preso Trivigno, Castelmezzano e presero, poco dopo, la vostra Accettura. Un giorno capitarono al mio paesello due giovinotti, quasi due adolescenti. Bei giovinotti! Ma furono creduti manutengoli, arrestati, ammanettati. Come? Perché? Potrà forse raccontarlo chi scriverà la storia del brigantaggio di Basilicata. Il «Consiglio di guerra» si radunò: Pasqualino, Ciccio Saverio, don Giuseppe e qualche altro li condannarono alla fucilazione. Che orrore! Che orrore! Sento ancora i pianti di mia madre, sento ancora le strida delle mie sorelle! Mio padre, che non era un liberale del giorno dopo, e che a me e ad altri della mia età insegnava allora, negli ozi forzati, i rudimenti del latino; mio padre, che fracassò il braccio del brigante Armazelle con un colpo del suo bel fucile lungo damaschinato; chiuse la finestra della scuola, ordinò che si chiudessero tutte le finestre della casa, di quella povera casa sorta alla meglio sulle rovine del "palazzo", che i briganti avevano bruciato nel 1806; chiamò i suoi figliuoli maggiori, due dei quali erano stati con Garibaldi al Volturno, e raccomandò loro, poi che non potevano far a meno di andare, che non tirassero su quei disgraziati. I quali, non so come, io vidi, ed ora rivedo nella immaginazione, fiorenti di giovinezza, con le mani legate dietro il dorso, in mezzo a due file della Guardia Nazionale, che li conduceva dietro il convento, nel piano di Sant'Angelo. E le campane suonavano a morto, e, sul tamburo scordato, Pizzomuto batteva la marcia funebre. Da quel giorno, nel piano di Sant'Angelo, due croci rozzamente incise sopra un masso indicarono il luogo, dove furono fucilati gli Accetturesi. Quante volte io vi passai davanti, tante li ricordai rabbrividendo, e dubitai forte della giustizia del Consiglio di guerra.”

Il paese dell’amico Miraglia, Accettura, gli ridestava anche il ricordo del primo innamoramento: la fanciulla, spiata dalla loggia, la compagna di giochi infantili, andò sposa ad un accetturese. I ricordi si spostano, poi, su un piano diverso e Torraca analizza la sua attività di critico, di maestro, di oratore. Dal primo discorso pronunciato a Pietrapertosa per la morte dell’arciprete, che fu sentito dalla «maestrina» Margherita Rossi di Cuneo, alle lezioni agli studenti; dalle prime esercitazioni letterarie - di cui rimane nella memoria, ma non tra le carte superstiti, un «gigantesco romanzo storico» - alle relazioni ai convegni, raccolte nel volume. La pagina autobiografica si chiude, quindi, ironizzando sulla difficoltà del parlare in pubblico, sull’estrema sintesi dell’espressione, dettata non tanto dalle esigenze retoriche, ma dalla timidezza e dal desiderio di «finir presto».
“E Accettura mi tolse la mia Beatrice. Ella era una fanciulla prosperosa et iam matura viro; io quasi ancora un ragazzo, pallido e scriatello, cresciuto nella tristezza, nel lutto, che invase la mia casa quando mio padre morì. Non uscivo quasi mai. Mi arrampicavo agli scaffali; tiravo giù, a grande stento, i grossi volumi del Sigonio, e vi leggevo l'avventura di Adelaide regina d'Italia. Più spesso e più volentieri sedevo sulla loggia a leggere e rileggere i romanzi di Walter Scott. E da quella loggia la vedevo in un giardinetto, e, ora imaginavo di essere io Waverley e lei Flora, ora tenevo per certo che Rebecca non fosse di lei più bella, né io men prode di Wilfrid di Ivanhoe. Eravamo nati nello stesso mese; avevamo superato tutti e due quella terribile scarlattina, che uccise tanti fanciulli della nostra età; bambini, avevamo giocato insieme. Alcuni anni dopo, la sposò un vostro concittadino”.

Opere scelte e studi di Torraca

     Jacopo Sannazaro (1879)
     Rimatori napoletani del Quattrocento (1884)
     Le donne italiane nella poesia provenzale (1901)
     Studi su la lirica italiana del Duecento (1902)
     Studi danteschi (1912)
     Per la biografia di Giovanni Boccaccio (1912)
     Studi di storia letteraria (1923)