<<Sez. Conoscere>>

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Giuseppe De Lorenzo.Tra geologia, mitografia e religione

di "Luigi Beneduci"

 

Una numinosa visione: terra, mare, cielo e fuoco

Nel narrare l'origine del suo interesse per la natura, il geologo ed orientalista Giuseppe De Lorenzo,  nato a Lagonegro nel 1871 e morto a Napoli nel 1957, raccontava come uno dei più antichi ricordi d'infanzia fosse una stupefacente epifania. Aveva visto fondersi armoniosamente davanti a sé le primigenie forze naturali: l'acqua, il cielo, la terra e il fuoco; i quattro elementi empedoclei che sarebbero stati il campo di indagine del futuro scienziato.

Come in una sorta di personale iniziazione, De Lorenzo, all'età di cinque o sei anni, era stato condotto dal padre verso Maratea, a cavallo lungo una via mulattiera: qui gli era apparsa una meravigliosa visione, che ancora oggi, nelle giornate fredde e terse, quando il vento spazza i cieli limpidi, lascia ammirati i fortunati spettatori:

«D'improvviso apparve una cosa nuova, mirabile, portentosa che è rimasta poi nella mia mente indelebilmente impressa con l'immagine di quella prima visione: una distesa infinita, cerulea, che in suo giro lontano confinava col cielo: il mare. In fondo, sulla linea dell'orizzonte che separava l'uno dall'altro i due lucidi elementi, si disegnava nettissimo un piccolo triangolo, un cono che interrompeva l'uniformità dello spazio splendente. Ecco lo Stromboli: disse mio padre, e cercò di spiegarmi quella essere una montagna cinta dal mare, la quale dalla sommità caccia fuoco e fumo. [...] Il suo nome [...] e l'idea di quel fuoco sotterraneo, acceso tra mare e cielo, destarono in me una sorpresa estatica, uno stupore, un'ammirazione grandissima» (G. De Lorenzo, Terra madre, Milano, F.lli Bocca, 1907, pp. 81-82).

 

 Gli studi naturalistici

Fu così che De Lorenzo, come racconta Giuseppe Guida nel libro Profili di personaggi lagonegresi (Cosenza, Fasano Ed., 1988, pp. 126-154), fin dall’infanzia mostrò la sua curiosità e la sua passione verso il mondo naturale che lo circondava, riuscendo infine a seguire le sue inclinazioni iscrivendosi alla Facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Napoli. Rimase, però, sempre in contatto con la sua terra, sia per ragioni affettive che di ricerca scientifica: «fin da quando era studente liceale e poi universitario il De Lorenzo  si era dedicato agli studi naturalistici e alla geologia con particolare riferimento all’Italia meridionale ed al territorio di Lagonegro, ansioso ed intuitivamente convinto di poterne ricostruire la storia» (ivi, p. 131).

Il risultato del suo lavoro di ricercatore, assistente e poi di docente universitario fu un’enorme quantità di pubblicazioni scientifiche, incentrate su due temi principali: da una parte la conformazione delle montagne dell’Appenino meridionale e specificatamente dell’allora poco conosciuto territorio di Lagonegro, studiato soprattutto durante le età glaciali; dall’altra, invece, i fenomeni del vulcanismo e dei terremoti.

Risulta, quindi, piuttosto nota l’attività accademica che De Lorenzo svolse nel campo delle scienze della terra, prima  come docente di Geografia Fisica all’Università di Napoli dal 1907 e poi occupando l’importante cattedra di Geologia, presso lo stesso ateneo napoletano, ininterrottamente dal 1916 fino al 1941.

La conversione alle dottrine di Buddha

Meno noto è invece l’interesse di De Lorenzo per le civiltà orientali, che lo portò ad essere uno dei maggiori studiosi in Italia della dottrina del Buddha – dottrina che, tra l’altro, egli stesso aveva abbracciato già alla fine dell’Ottocento, sulla scorta della filosofia di Schopenhauer - ed uno dei primi traduttori in italiano delle opere buddistiche (Catechismo buddistico, per avviamento alla dottrina di Gotamo Buddho risale al 1897 - ora riedito presso Bompiani nel 2004 - mentre Un discorso di Gotamo Buddo fu tradotto per la prima volta dal testo pâli nella rivista “Flegrea” del febbraio 1901).

A questo proposito fu essenziale la conoscenza dell’indologo austriaco Karl Eugen Neumann, nato a Vienna nel 1865, con cui De Lorenzo strinse una profonda amicizia oltre che un importante rapporto di collaborazione: spinto dall’amico, infatti, De Lorenzo si dedicò allo studio del sanscrito e della lingua pâli («che sta al sanscrito come il latino sta all’italiano»), collaborando al complesso lavoro di traduzione del canone buddista, già iniziato da Neumann.

Verso la metà dell’Ottocento, infatti, nell’isola di Ceylon erano stati ritrovati da ricercatori europei i discorsi attribuiti a Buddha, nei quali era conservato il nocciolo della più autentica dottrina buddistica:  «I suoi [di Buddha] discepoli, come era ed è costume nell’India fin dai tempi vedici, ne avevano fedelmente serbato a memoria, sillaba per sillaba, i discorsi e gli ammaestramenti e, dopo l’estinzione di Lui, nei diversi concili ne fissarono durabilmente e ne ordinarono le varie raccolte. Queste, scritte sempre dai monaci su foglie di palma, vennero conservate per più di due millenni nei chiostri o conventi di Seilon».  Dopo il ritrovamento, questi discorsi furono pubblicati a Londra nel testo originale in lingua pâli, e fu proprio Neumann ad approntarne con un lavoro certosino la prima traduzione in una lingua europea, il tedesco, che permetteva finalmente anche ai non esperti di avvicinarsi alla fonte della dottrina buddista.

L’opera di traduzione e divulgazione

Si giunge così alla prima traduzione italiana dei Discorsi di Gothamo Buddho, edita in tre volumi da Laterza tra il 1916 e il 1927, nata proprio dalla collaborazione di K. E. Neumann e di G. De Lorenzo il quale, dopo la morte di Neumann, avvenuta nel 1915, la completò da solo, mantenendo quelle caratteristiche di aderenza all’originale ed insieme di resa artistica di grande fascino, che si erano già riconosciute nella traduzione del maestro austriaco.

Ancora oggi è possibile rileggere le parole di Buddha nella versione di Neumann-De Lorenzo, sebbene con qualche difficoltà nel rinvenire i testi in volume: la Laterza infatti ha approntato una ristampa anastatica dell'edizione 1916-27, pubblicata nel 1980, la quale però è altrettanto difficile da trovare che la più antica.

Più recentemente, da questa traduzione sono tratti i discorsi buddistici (dal 151 al 157) editi in I sette discorsi di Buddha (Milano, Basaia, 1988); mentre i discorsi 9, 10, 45, 46 e 129 sono riproposti in un agile libretto: Buddha, I quattro pilastri della saggezza  (Roma, Newton Compton, 1992, più volte ristampato), un’edizione economica di più facile reperibilità.

Chi però si sentisse pronto per una ben più emozionante esperienza, potrebbe cercare di consultare, conservati presso la Biblioteca Comunale “G. De Lorenzo” di Lagonegro, gli straordinari volumi manoscritti della traduzione di De Lorenzo, nelle cui ampie pagine autografe si può leggere la passione di un uomo che, avendovi trovato le sue personali certezze, stava impiegando tutte le sue energie fisiche ed intellettuali per diffondere le illuminate parole di Siddharta Gautama Buddha.

Il cratere dell'Etna e l'occhio di Polifemo

Ed è proprio questo l'aspetto che rende la figura di De Lorenzo del tutto originale nella cultura di primo Novecento: il fatto che in lui l'interesse professionale per le scienze geologiche (petrografia, paleontologia, stratigrafia, vulcanologia, ecc.) si univa all'attenzione verso la mitologia classica e l'originaria cultura indo-europea, lo studio del pensiero filosofico, letterario e scientifico del mondo greco-latino e la conoscenza della cultura religiosa dell'India, dai Veda al messaggio buddhistico. 


Il “mostro sotterraneo” del terremoto 

Un esempio di questo duplice interesse è dato dal ricordo della propria vocazione verso lo studio dei fenomeni naturali: De Lorenzo non manca di risalire all'oscura impressione che in lui suscitò il terremoto, che lo scrittore rappresenta nei termini di un primordiale mito tellurico: 

 

«Nella calma della notte, svegliato improvvisamente dal sonno da strane sensazioni, da un ulular lungo di cani e di gridi umani, fui chiamato e spinto in fretta ad uscir sulla piazza, dove già accolta era tutta la gente di Lagonegro; tra cui moltissimi, che ancora serbavano vivo il ricordo del grande terremoto lucano del 1857 […]. Ma io nulla sapevo, nulla ricordavo e nulla vedevo di strano. Sul pavido tramestio della folla vedevo come in ogni notte luccicare calme e purissime le stelle, e intorno al paesetto rumoreggiante sollevarsi come sempre solenni e severe le forme delle montagne a me familiari. Ed io costruivo nella mia fantasia strane figurazioni di questo ignoto, portentoso mostro sotterraneo, che, senza alterare eccessivamente l'aspetto sensibile delle cose naturali, faceva tremare il suolo, crollare le case, perire gli uomini e gli animali e di nuovo un grande stupore, una immensa meraviglia occupava il mio spirito» (G. De Lorenzo, Terra madre, cit., pp. 82-83).

 

La presentazione di questo mito svela, nel linguaggio del De Lorenzo scrittore, lo stesso meccanismo psicologico che lo scienziato attribuiva all'umanità preistorica: le immense forze naturali del terremoto sono personificate nella figura di un «portentoso mostro sotterraneo». Esattamente nello stesso modo De Lorenzo spiegava l'origine di alcune raffigurazioni mitologiche appartenenti alle antiche civiltà ariane o indoeuropee, interpretate nel loro «significato geologico». 
In un articolo del 1901, De Lorenzo, infatti, mostra di seguire l'esempio del suo maestro Michele Kerbaker, esperto di lingue e mitologia comparata, che a sua volta fu seguace e divulgatore in Italia delle idee di F. Max  Müller.

 

«Più di una volta, percorrendo gli antichi testi greci, sono rimasto meravigliato, in vedere con quale esattezza e profondità di visione in alcuni di quei miti sono rappresentate delle manifestazioni di grandi forze naturali, le quali con i loro vistosi fenomeni dovevano maggiormente colpire le fantasie di quei primi uomini […]. A tali miti appartengono gli esseri giganteschi, minacciosi, superbi, chiamati Titani, Ciclopi, Giganti, Demoni, in lotta continua con gli Dei, dai quali sono finalmente abbattuti e vinti, ai quali però fanno pur sempre sentire la loro sorda sotterranea ribellione: tali miti non sono per me [...] che delle magnifiche figurazioni plastiche dello svolgersi di forze telluriche, specialmente eruttive (vulcaniche) e sismiche, in contrasto con le forze atmosferiche; in quella scala un po' più grande dell'attuale, con cui si manifestarono durante l'epoca quaternaria, quando gli uomini cominciavano a fissare nel pensiero le prime intense visioni accolte nelle loro vergini menti»  (G. De Lorenzo, Significato geologico di alcuni miti ariani, in “Rendiconto della Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli”, serie 3, vol. VI, 1901, poi in Terra madre, cit., pp. 134-135).

 

Per comprendere fino in fondo il valore di tale intervento, bisogna collocare adeguatamente queste riflessioni nel contesto culturale del proprio tempo. 


Conflagrazioni vulcaniche davvero “titaniche” 

 

Il linguista Max Müller, che fu professore di filologia a Oxford e si era dedicato allo studio dei poemi in sanscrito, la sacra lingua dell'India, si convinse che le antiche divinità non erano altro che i nomi dati dai popoli primitivi alle forze della natura che essi osservavano e temevano, da cui ricavavano vita o morte. Gli uomini delle civiltà primitive, incapaci poi di comprendere e raffigurarsi adeguatamente i concetti astratti, dopo aver attribuito un nome ai fenomeni naturali, tendevano a interpretarli come vere e proprie persone, in una sorta di “drammatizzazione” della vita della natura.

 

Il professore oxfordiano individuava nell'analisi filologica del linguaggio lo strumento privilegiato di studio: riteneva che analizzando le etimologie dei nomi impiegati nel racconto mitico, studiandone origine e significato, si potesse risalire al fenomeno naturale che avevano indicato in origine. Era possibile, cioè, attraverso il suo “metodo filologico” risalire agli spetti della natura celati e dimenticati dietro il linguaggio simbolico del mito. De Lorenzo impiegando tale metodo, interpreta in modo innovativo alcuni episodi della Teogonia di Esiodo, dove si narra l'origine del mondo dal Chaos primordiale e si racconta la genesi delle arcane e spaventose divinità alle origini del mito greco.

 

Il più importante mitografo del tempo, il Preller, aveva rappresentato i Titani, gli Ecatònchiri (o Centimani, esseri mostruosi con cento mani e cinquanta teste), i selvaggi Ciclopi,«come nuvole tonanti e fulminanti e come onde marine»; ed aveva interpretato la Titanomachia, la battaglia tra gli dei e questi colossali esseri mostruosi, come «una pura tempesta atmosferica» (ivi, p. 127). La spiccata sensibilità geologica porta De Lorenzo ad affermare che «questi esseri così terribili, violenti, massicci, pesanti, ingenti […] debbono invece rappresentare quanto di più violento e mostruoso ed immane si può immaginare sulla superficie terrestre: vale a dire i distruttori cataclismi sismici e le tremende conflagrazioni vulcaniche» (ivi, p. 129). Gli stessi nomi dei Ciclopi e dei Centimani, secondo lo scienziato, si riferiscono alle qualità tipiche dei vulcani, a lui ben note: Bronte (Βρόντης) è il “tonante”, Sterope quello “dall'occhio scintillante” mentre Arge ha “l'occhio splendente” - spiega De Lorenzo - per il bianco pennacchio di vapore; Cotto è invece il percotitore, Briareo il massiccio, Gige il “frangitore” ovvero il distruttore.

 

Gli dei a confronto: dall'Islanda all'Himalaya

 

De Lorenzo applica, inoltre, con grande anticipo anche il “metodo comparativistico”, che raggiungerà la maturità solo molti anni dopo in Francia con gli studi di G. Dumézil. Secondo tale metodo è possibile comprendere appieno il significato di un mito confrontandolo con le leggende mitologiche di altri popoli. 

 

Gli accostamenti, però, per essere significativi, andranno realizzati tra civiltà che presentano stretti rapporti (ad esempio sono l'evoluzione di un'origine comune), documentati dallo studio filologico dei loro linguaggi. Ciò accade, ad esempio, nella famiglia linguistica “indoeuropea”: si potranno allora confrontare tra loro i miti dei popoli greco, latino, germanico, indiano, che parlano lingue derivate da una lingua originaria (o meglio da un gruppo di dialetti) definiti indoeuropeo comune.

 

De Lorenzo confronta i miti della cultura greca con quelli dell'Edda, il poema epico tradizionale della stirpe germanica: vi individua una serie di somiglianze, che spiega con le caratteristiche geomorfologiche delle terre dove questi miti furono elaborati: i vulcani della dorsale oceanica in Islanda, gli antichi archi vulcanici delle isole dell'Egeo e le zone sismiche sulle coste del Tirreno, dall'Etna al Vesuvio, alle caldere di Pozzuoli, ad Ischia:

 

«È noto che nell'Edda il dio dell'atmosfera e del cielo, Wotan, è in continua lotta con i Giganti [...]. Ora questi Giganti scandinavi hanno nomi e funzioni corrispondenti a quelli dei loro fratelli greci e riferentisi quindi egualmente a fenomeni tellurici di indole sismica e vulcanica. Essi infatti si chiamano: Eld, vale a dire Fuoco; Logi (= Lohe, Fuerlohe) ossia Fiamma.; Ymir, il Tonante; Beli, il Muggente, il Boante; Thiassi, il Rumoroso, il Chiassoso, etc.; tutti nomi che indicano a meraviglia le manifestazioni più sensibili e vistose dei fenomeni vulcanici. E che anche qui questi miti abbiano per base la visione limpida e diretta delle cose naturali è provato dal fatto, che la patria dell'Edda, l'Islanda, ha tali e tanti vulcani come la Grecia (Cicladi) e la Magna Grecia» (ivi, p. 133).

 

Lo studioso poi rapporta queste immagini con quelle delle divinità indiane della cultura vedica, la più antica civiltà indoeuropea stanziatasi in India. Il confronto evidenzia la presenza della medesima titanica lotta tra dei e demoni, ma adatta il loro significato naturalistico alle diverse condizioni climatiche e morfologiche del subcontinente indiano, dominato dai violenti fenomeni monsonici e dalla potente orogenesi dell'Himlaya:

 

«Anche nel Rigveda […] vediamo il possente e fulminante Dio dell'atmosfera, Indra, aiutato da altre divinità o forze celesti, quali Varuna (Urano dei greci, lo Spazio, figlio e padre dell'Infinito [...]), Agni (Ignis), Surya (Sole), i Maruts (i venti), tutte cinte di luce e di splendore, combattere e abbattere gli Asuras, le oscure forze della terra, i tenebrosi Dèmoni degli abissi ipogei, le montagne serbatrici di acque e di fiumi. Tra questi Asuras il più notevole è Vitra, il conservatore dei fiumi, che nasconde le nuvole nel suo interno, descritto a guisa di dragone, come il Tifone dei Greci. Poi vi è Visvarupa, con tre teste: Svarbham, che oscura la luce del sole; Pipru, l'antagonista; Dhuni, il tonante, Varcin, il lucente; Sambara e Urana con novantanove e cento braccia, etc. Però nella mitologia indiana, a differenza della greca, più che dei fenomeni vulcanici si ha una rappresentazione delle forze meteoriche, sismiche ed orogeniche, le quali avevano e hanno possente esplicazione nella catena dell'Himalayo» (ivi, pp. 133-35).

 

Non interpretazione ma creazione di miti

 

Le teorie di F. Max  Müller, assai diffuse verso la fine dell'Ottocento, così come le convinzioni che vi sottostanno (il mito come degenerazione di parole nate per indicare altro, la fiducia nel ricostruire in ogni aspetto la cultura degli indoeuropei attraverso la comparazione linguistica, il carattere naturalistico della religione primitiva), dovettero essere notevolmente ridimensionate nei primi due decenni del Novecento.

 

Apparve, in primo luogo, semplicistica l'idea che la mitologia non fosse altro che una «malattia del linguaggio» e che dietro ad essa si adombrassero sempre e soltanto fenomeni naturali. A ciò si aggiungeva l'uso di etimologie spesso incerte, che conducevano a risultati inattendibili. La stessa comparazione, poi, presenta il rischio dell'impressionismo: per l'eccessiva vaghezza delle conoscenze e delle formulazioni circa la civiltà delle origini, si possono facilmente mettere in rapporto i miti più diversi, senza alcuna possibilità di stabilire criteri certi di verificabilità e falsificabilità, che sono alla base di qualsiasi giudizio scientifico.

 

Il discorso del De Lorenzo, insomma, non si può più accogliere con quel valore di scientificità che pure egli credeva di attribuirgli. Ma allora cosa può affascinare oggi nella lettura di questo e di altri interventi simili, che sono tipici della scrittura del De Lorenzo? Diversi sono gli aspetti ancora interessanti.

 

Se non possiamo leggere questi suggestivi saggi come analisi scientifiche, possiamo però lasciarci conquistare dall'affabulazione mitica di De Lorenzo stesso. Le sue infatti non sono tanto spiegazione di miti, quanto una vera e propria creazione di miti. Basta a testimoniarlo la pagina in cui De Lorenzo (non l'ipotetica umanità originaria), identifica Ciclopi ed Centimani con la violenza eruttiva dell'Etna; qui emerge la sua plastica interpretazione di quei giganti tellurici, esattamente come era avvenuto nel ricordo infantile, di fronte al sotterraneo movimento della terra:

 

«Che specialmente poi si tratti di forme e di forze vulcaniche e sismiche, è chiaramente indicato dalle loro descrizioni e dai loro nomi. Κύκλωπες: i Ciclopi, gli Dei dall'unico occhio circolare nel mezzo della fronte; chiunque abbia visto un vulcano, con il folgorante cratere centrale circolare, riconoscerà immediatamente quanto è esatta questa designazione. κατόγχειρες i Centomani, gli Dei terribili con cento mani inaccostabili e cinquanta capi sulle membra ingenti: come si potrebbe meglio descrivere un grande vulcano, p.e. l'Etna, con le innumerevoli, inaccostabili correnti digitate di lava incandescente, che si stendono lungo i fianchi, e con i numerosi coni craterici laterali, che ne coprono le spalle ? La rappresentazione non potrebbe essere più limpida e più plastica di questa data dai Centomani» (ivi, p. 132).

 

Egli si lascia affascinare dalle suggestioni del mito delle origini, ed a sua volta affascina il lettore conducendolo in un viaggio nei tempi immemorabilmente antichi delle civiltà umane. In più vi riversa le impressioni che avevano lasciato nella sua fantasia i potenti fenomeni geologici, che doveva conoscere (questi sì davvero) come scienziato nei loro sconvolgenti effetti; ed è anche questo un elemento suggestivo ed originale.

 

Tra Oriente ed Occidente: dal Rigveda a Goethe

 

Un secondo aspetto da considerare nella scrittura di De Lorenzo è inoltre l'alta densità culturale dei suoi brani: in ogni suo intervento il lettore è immerso in un viaggio intellettuale dalle vaste risonanze poetiche e filosofiche.

 

De Lorenzo sviluppa il suo intervento attraverso riferimenti classici ad Omero, Eschilo, Pindaro o citando Schopenhauer, che all’epoca era ancora poco noto in Italia; trae con naturalezza passi dal Rigveda e dalla Teogonia; riferisce studi delle più diverse discipline (mitografia, antropologia, geologia); riporta ampi brani della Titanomachia tradotta da Leopardi, e giunge a concludere il suo saggio con l'evocazione del potente Seismos, realizzata da Goethe nella Notte classica di Valpurga del Faust, in cui vede raffigurata la propria grandiosa immaginazione geologica, con le sue «forze essenzialmente telluriche, violente, terribili ed incomposte, le quali hanno portato i fuochi sotterranei ed i sedimenti sottomarini a irrigidirsi e fermarsi sotto le forze più serene e più composte dell'atmosfera e del cielo» (ivi, p. 141).

 

Pochi altri scrittori permettono di attraversare, nel breve volgere di poche pagine, l'immensa distesa delle letterature di ogni tempo e l'ampio circolo delle più lontane civiltà, da Oriente ad Occidente.

 

PS: Ho il piacere di ringraziare Alessandro Selli, gentile e appassionato conoscitore del buddhismo, per i testi da lui ricevuti.