Il Sessantotto, luci ed ombre

di Raffaella Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

Il carattere internazionalista, interclassista e multiculturale del ’68 trova innanzitutto la sua spiegazione in un comune fondo di idee condivise, come la lotta per la pace e l’opposizione ad ogni forma di autoritarismo, che giustifica la mobilitazione collettiva di una catena di movimenti di massa che, rompendo i rigidi steccati tra le nazioni, hanno attraversato quasi tutti i continenti, scuotendo dalle fondamenta la società e manifestando dovunque un possente bisogno di libertà, uguaglianza e solidarietà da parte di nuovi soggetti sociali, come gli studenti, le minoranze di colore o tradizionali gruppi di opposizione come la classe operaia. Occorre comunque ammettere che, accanto alla comune manifestazione di idee di fondo che si riconoscono all’interno del complesso movimento, come la critica contro le disuguaglianze sociali e la polemica nei riguardi dell’ideologia borghese, sono da mettere in conto anche alcune differenze fra i vari sessantotto se andiamo a considerare la diversità dei rapporti intervenuti fra i gruppi sociali coinvolti nel movimento e non propriamente omogenei. Non si è verificato, ad esempio, negli Stati Uniti, per quanto epicentro del sistema capitalistico mondiale, il legame tra le lotte studentesche e il movimento della classe operaia, come invece è accaduto in Europa, soprattutto in Francia e in Italia; mentre una evidente saldatura si verificò negli Stats tra la ribellione degli studenti universitari nei campus e la rivolta della minoranza nera, unanimemente contrari alla guerra del Vietnam. 

In tutto il mondo epicentro delle rivolte studentesche del “68 furono le università, dove  con una critica serrata che investiva sia i contenuti del sapere dominante sia il sistema dell’ideologia borghese, venivano messi in discussione il modello autoritario di potere presente contemporaneamente nel modo della cultura e della società, e si rilevavano le profonde contraddizioni presenti in quasi tutti gli stati interessati dal sistema economico del capitalismo, a causa dell’inadeguatezza delle azioni di governo dei gruppi politici dominanti rispetto allo sviluppo e alle richieste provenienti dai diversi ordini sociali.

Se volessimo riassumere l’universo ideologico di fondo del movimento degli studenti e del loro “grande rifiuto” dei caratteri negativi e dominanti nelle società capitalistiche avanzate, dovremmo pensare all’influenza dominante di tre grandi pensatori, Marx, Freud e Marcuse, che costituirono i fondamentali punti di riferimento del movimento sessantottesco. Accanto all’assunzione certa di teorie democratiche e socialiste dell’Ottocento, applicate però alla società massificata della seconda metà del ventesimo secolo, fu prima di tutto l’opera marxiana, rivolta a sottolineare la necessità di abbattere le storture e le contraddizioni di un sistema economico e sociale caratterizzato da un’ingiustizia di fondo a fornire la base fondamentale di un egualitarismo che veniva preteso per le minoranze, di qualsiasi estrazione. Le idee socialiste, contaminate con il cosiddetto “umanesimo integrale”, che ponendo l’uomo al centro dell’universo faceva arretrare le altre componenti dell’azione socio-economica contribuirono a sottolineare contemporaneamente sia il primato dell’individuo desideroso di autonomia, sia l’istanza dell’agire collettivo, indocile di sopportare le costrizioni di un sistema di potere politico e statale egoistico e incapace di riconoscere anche i bisogni e i diritti più elementari. Quanto a Freud, più che la liberalizzazione delle pratiche sessuali che il pensiero del padre della psicanalisi sembrava autorizzare, occorre sottolineare la nuova e originale utilizzazione del suo pensiero in senso sociale avvenuta ad opera di Herbert Marcuse. Per questo la pubblicazione di Eros e civiltà intorno alla metà degli anni sessanta suscitò una forte impressione che spinse intellettuali giovani e meno giovani a ricercare le sue opere per poter ricostruire tutto il suo sistema di idee, ritenuto in quegli anni essenziale per andare alla radice del movimento antiautoritario del “grande rifiuto”.

Senza nulla togliere ad altri pensatori della sinistra del tempo, spetta soprattutto a Marcuse il merito di aver individuato una nuova forma di resistenza che in quegli anni si stava manifestando nei paesi a capitalismo avanzato. Dopo aver partecipato alla rivolta spartachista del 1919 Marcuse,incontrando il pensiero di Heidegger, ebbe l’originale intuizione che l’impegno socialista si potesse conciliare con l’esistenzialismo di destra. Quello che a quell’epoca poteva risultare al mondo del pensiero un’idea un po’ eccentrica dall’equilibrio molto precario ebbe modo di consolidarsi qualche tempo dopo, allorché l’avvento del nazismo obbligò l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte (dove il filosofo lavorava) a trasferirsi in America. Quale migliore occasione poteva capitargli per studiare dall’interno il sistema più avanzato del capitalismo mondiale! Da quel momento, scegliendo il capitalismo monopolistico quale oggetto fondamentale della sua ricerca, ne approfondirà tutti i suoi aspetti, sottolineando i suoi effetti devastanti “per la coscienza” dei singoli. Alla principale domanda se il sistema capitalistico della seconda rivoluzione industriale fosse interpretabile e con quali mezzi concettuali, Marcuse rispose nel “68 con la pubblicazione del saggio, L’uomo ad una dimensione,  nel quale egli sottoponeva ad una critica serrata i cambiamenti e le contorsioni del sistema monopolistico sempre più tecnocratico. Il filosofo concluse  che, se da un lato questo sistema si preoccupava di estendere a tutti i settori “il velo della tecnica” che allargava il suo dominio fino ad assorbire in sé tutti gli ambiti sociali e culturali, dall’altro, affidandosi a forme di governo autoritario, esso perdeva sempre più credibilità sul terreno della democrazia e della libertà.

 Proprio nel momento in cui il sistema capitalistico americano estendeva a dismisura la sua razionalizzazione tecnologica mandando in crisi la vecchia etica del lavoro, il filosofo non solo si soffermava sui contemporanei effetti negativi del sistema monopolistico, ma anche preconizzava a distanza i gravi problemi che oggi attanagliano il nostro mondo globalizzato, assillato dalla crisi delle energie e del lavoro, e sottoposto ad un vertiginoso aumento dei prezzi di tutti i generi, compresi quelli di prima necessità.  Non desta meraviglia il fatto che il pensiero di Marcuse si sia riverberato nella coscienza giovanile proprio nel momento in cui soffiava espandendosi “il grande vento dell’ovest”. In effetti nei suoi libri il pensatore già annunciava il movimento in quanto, mentre presentava la società americana come il prototipo  delle società industriali più avanzate ne indicava con i difetti anche alcune gravi contraddizioni interne, come la questione giovanile, il problema femminile, e i conflitti con le minoranze nelle aree marginali, che non a caso sarebbero esplose di lì a poco con particolare gravità. C’erano poi le questioni internazionali che nel clima della guerra fredda degli anni sessanta contribuivano a rendere ancora più incerta la situazione americana.

Il movimento studentesco prese avvio proprio negli anni della tensione, allorché le due potenze egemoni Usa e Urss avevano diviso il mondo in due zone di influenza. Nel suo discorso per la nomination democratica Jon Fitzgerald Kennedy, prima di essere eletto presidente nel 1961, lo stesso anno in cui fu edificato il muro di Berlino, il monumento più eloquente del carattere oppressivo dei regimi comunisti, aveva previsto la “nuova frontiera” degli anni sessanta, una frontiera fatta di speranze e promesse ma anche di sfide, pericoli e minacce. La sfida più difficile da affrontare era in effetti quella della pace e il superamento delle tensioni internazionali, come avrebbe dimostrato di lì a poco la difficile crisi cubana del 1962, durante la quale il clima politico fra le due superpotenze si fece così teso da far temere una terza guerra mondiale. La costruzione del muro di Berlino e la questione cubana erano la più eloquente dimostrazione dello stato di tensione che divideva le due superpotenze, coinvolte in una contesa che, se anche non sfociava in un conflitto diretto, mostrava tutte le contraddizioni della volontà di dialogo della cosiddetta “coesistenza pacifica” avviata da Chruscev e Kennedy, che se pure escludeva il pericolo di un coinvolgimento diretto, scaricava sulle aree periferiche dello scacchiere mondiale il desiderio egemonico globale. L’esempio più vistoso di questi fenomeni fu la guerra di liberazione del Vietnam.

Nel ’68, quando prese l’avvio il movimento di contestazione degli studenti, gli Stati Uniti erano impantanati in quella guerra che, aperta in sordina da John Kennedy e condotta alle estreme conseguenze negative da Jhonson per salvare il prestigio economico  e militare americano, stava assumendo una piega del tutto sfavorevole per la più grande potenza del mondo, malgrado l’inferiorità delle forze messe in campo. Negli Stati Uniti la pressione del fronte contrario alla guerra si fece più violenta, man mano che arrivavano notizie sempre più truci dal fronte di quella guerra, la prima combattuta davanti alle telecamere. Il trauma planetario di quel conflitto, trasmesso quotidianamente per televisione formò, si può dire, gran parte dell’anima collettiva di quel movimento di contestazione che, in verità, era cominciato qualche anno prima del sessantotto nell’università di Berkeley in California, mitico campus dei giovani pacifisti “figli dei fiori” che si opponevano alla guerra cantando le canzoni di protesta di Bob Dilan e fumando marijuana. Molti di quelli che avevano  fatto parte del fronte degli studenti, dopo aver favorito apertamente le lotte di rivendicazione dei neri, opponendosi con energia alla discriminazione razziale e suscitando le reazioni dei gruppi conservatori, erano venuti anche in Europa facendo conoscere l’altra faccia dell’America che si riconosceva nel leader nero Luther King e in Robert Kennedy (assassinati entrambi nel 1968).

Nel mese di marzo del 1968 le telescriventi del mondo battevano tutte le stesse notizie, facendo registrare un po’ dovunque imponenti e contemporanee manifestazioni studentesche a Parigi, Milano, Madrid, Praga etc., come se una contaminazione universale consentisse alle idee di attraversare fulmineamente il mondo traducendosi, dagli Stati Uniti alla vecchia Europa, in moti straordinari di ribellione che, coinvolgendo accanto agli studenti, intellettuali e frange del mondo del lavoro, finiranno per modificare valori tradizionali,comportamenti consolidati, orientamenti ideologici, rapporti gerarchici e finanche modi di agire o di parlare.La diffusione su larga scala del movimento giovanile ha prodotto, infatti, cambiamenti radicali nel costume, nella musica, nel cinema, nell’abbigliamento, nei rapporti sociali ed interpersonali; ha fatto esplodere le contraddizioni esistenti fra mondo degli adulti e l’universo giovanile, creando un clima di tensione, di attesa e di speranze che ha contribuito a svecchiare in molti paesi del mondo, compreso il nostro, un’impalcatura ormai obsoleta di valori. In quegli anni una spinta libertaria travolse la società: Mary Quant inventò la minigonna, i giovani scoprirono la libertà sessuale, si fecero crescere i capelli, impazzirono per il rock, cominciarono ad amare la trasgressione. Ma accanto alla libertà sessuale, all’’esaltazione dell’individualismo e all’emancipazione dall’etica familiare proposero anche nuovi valori sociali, come la solidarietà dei gruppi giovanili e l’interesse per i problemi internazionali. Si è trattato in definitiva di un fenomeno che, operando profondi cambiamenti nella mentalità generale, ha assunto i caratteri di una vera e propria rivoluzione culturale.

Coloro che hanno vissuto l’esperienza del “68 ricordano ancora le notizie che arrivavano d’Oltralpe sul maggio francese: a Parigi gli studenti universitari, guidati dal loro leader Daniel Cohn Bendit, avevano occupato la Sorbona. Poi, a macchia d’olio, quel movimento si era esteso alle scuole, alle fabbriche e ai trasporti. La Francia rimase paralizzata, mentre Parigi bruciava, il mondo restò attonito. L’ondata della rivolta giunse a far scricchiolare le strutture del potere politico gollista, ma fu di breve durata sia perché le forze conservatrici, timorose che la ribellione dilagasse nel resto del paese,fecero quadrato alleandosi contro il movimento degli studenti e degli operai, sia perché il movimento stesso non seppe far seguire alle prime accensioni una più costruttiva e concreta proposta politica. Per questo due giorni dopo i disordini, che ebbero anche il bilancio di un morto, in un discorso alla nazione De Gaulle poteva vantarsi pubblicamente di aver sconfitto “la sovversione comunista che avrebbe voluto impadronirsi del paese”.

Ad Est la nobile alleanza del popolo cecoslovacco e degli studenti di Praga aveva le ore contate. La morte volontaria di Jon Palac e la defenestrazione di Dubcek, seguite all’assalto dei carri armati sovietici, furono gli effetti immediati della violenta risposta di Mosca  al pacifico tentativo di liberalizzazione dei cecoslovacchi. Non è escluso che l’intervento armato dei russi, condannato anche da alcuni paesi del patto di Varsavia e dalla Cina, abbia contribuito a favorire la critica al sistema comunista e ai suoi principi da parte di molti paesi europei, compresa l’Italia, dove numerose furono le crisi, e in alcuni casi, le abiure di quel sistema anche da parte di intellettuali e studenti, fino a quel momento convinti sostenitori dell’ortodossia marxista.

Nel nostro paese gli studenti si mossero inizialmente sulla spinta della discutibile riforma universitaria, la cosiddetta “ventitré-quattordici”; poi la loro protesta investì ogni forma di autorità, orientandosi contro le istituzioni in generale e tutti i simboli esterni della tradizione cosiddetta “borghese” (in quegli anni la parola era dominante sulle altre ed equivaleva ad un insulto infamante sia nella sfera pubblica sia in privato).Di lì a poco il movimento da scolastico, si sarebbe trasformato in “contestazione globale”, cioè di tutto il sistema, definito “capitalistico” in senso dispregiativo, di cui il sistema dell’istruzione e della cultura accademica erano una coerente emanazione. In questo modo la ribellione degli studenti, ricercando la solidarietà di tutte le forze operaie, assumeva una chiara colorazione politica. Tra gli studenti si determinò un forte spostamento a sinistra (non era consigliabile in quegli anni manifestare orientamenti ideologici diversi) che coinvolse anche una notevole quantità di giovani appartenenti al ceto medio i quali in alcuni casi abbracciarono le tesi più rivoluzionarie, accolte molte volte solo a livello ideologico e sovrastrutturale senza preoccuparsi di verificare se l’immagine che essi avevano degli operai, prevalentemente astratta ed ideale, avesse corrispondenza con la realtà effettiva del mondo del lavoro. Se pure non mancarono nel sessantotto atteggiamenti più moderati, (il movimento ebbe in effetti anche altre anime) generalmente in quel tempo la maggior parte dei giovani, anche quelli di buona famiglia, abbracciarono la causa marxista o per emulazione o senza prevedere, in alcuni casi, gli effetti dirompenti che sarebbero scaturiti dall’acquisizione delle idee rivoluzionarie più estreme. In effetti, in tali orientamenti vi erano già in nuce i futuri sviluppi del terrorismo che nel decennio successivo avrebbe insanguinato l’Italia e i cui effetti si risentono ancora oggi. 

In Italia la contestazione studentesca ebbe inizio a Pisa nel febbraio del 1967 e nel mese di novembre dello stesso anno si sviluppò a Trento nell’Istituto di Scienze Sociali con un grande sit-in da cui scaturì il documento intitolato”L’Università è uno strumento di classe”. All’inizio del sessantotto, giunta la notizia dell’offensiva del Tet (il capodanno buddista), coincidente con l’assalto dei vietcong alle principali basi americane in Vietnam, i maggiori leader del movimento, Franco Piperno e Oreste Scalzone, al grido ritmato “Giap-Giap-Ho-chi-minh” (Giap era il comandante dell’esercito di Hanoi e Ho-chi-minh il carismatico presidente del Vietnam del Nord) spinsero gli studenti ad effettuare l’ occupazione della facoltà di lettere di Roma. Durante l’occupazione, che durò molti giorni, gli studenti dopo la fuga dei docenti vivevano asserragliati nella facoltà, ricevendo viveri dall’esterno e provvedendo personalmente alle loro necessità, fino a quando non furono sloggiati dall’intervento della polizia. Nel frattempo, sempre a Roma, nella sede della facoltà di Architettura di Valle Giulia si svolgeva un’autentica battaglia tra gli studenti e reparti della “Celere” della polizia, intervenuti per sedare gli scontri tra gli studenti di sinistra e le squadracce di destra guidate Giorgio Almirate e Giulio  Caradonna, intervenute a difesa della facoltà. Quando fu spenta la rapida vampata di Valle Giulia, Milano divenne il centro della contestazione degli studenti, dove furono occupate le facoltà di Medicina e di Scienze. Mentre avvenivano qui duri scontri con la polizia alla Pirelli si formavano i primi Comitati unitari di base degli operai. Negli stessi giorni a Torino, davanti alla Fiat si formavano picchetti congiunti di studenti ed operai che, bloccando l’ingresso della fabbrica, invitavano allo sciopero.

Per intendere fino in fondo le ragioni che hanno dato vita al fenomeno sessantottesco in Italia, oltre alle cosiddette cause esterne di cui si è parlato, occorre innanzitutto sottolineare i profondi cambiamenti avvenuti nella nostra società all’inizio  degli anni sessanta dovuti al cosiddetto boom economico, che contribuì a diffondere un certo benessere dopo gli anni difficili della ricostruzione. Alle ristrettezze del dopoguerra succedettero negli anni sessanta l’espansione edilizia e lo sviluppo del PIL che consentirono nuove possibilità economiche nel nostro paese, favorendo il potere di acquisto della moneta e la diffusione di migliori condizioni di vita della popolazione.Le conseguenze di questa ventata di benessere fu la diffusione della scolarizzazione che, nel giro di pochi anni al termine del miracolo economico, assunse una dimensione di massa.

Le strutture della scuola pubblica di eredità gentiliana e dell’università scricchiolarono sotto il peso di una traboccante umanità in cerca di istruzione e cultura. Alla scuola selettiva, con il latino obbligatorio, era seguita quella aperta a tutti, compresi i figli dei lavoratori e dei più poveri,che cominciarono a varcare la porte dei licei e poi delle università, un tempo riservate esclusivamente ai figli della classe dirigente. L’ingresso nel mondo dell’istruzione di queste nuove figure sociali rendeva più evidente la vetustà di una scuola fondata prevalentemente sull’autoritarismo dei maestri, su una didattica nozionistica e ripetitiva, sul dogmatismo di metodi e contenuti. Era la scuola dove era trionfante la centralità di docenti che si limitavano esclusivamente alla trasmissione di un sapere ontologico senza darsi pena della fruizione di esso da parte dei discenti, ritenuti non protagonisti attivi dei processi educativi ma  semplici soggetti passivi. I programmi si fondavano su contenuti disciplinari che non toccavano per nulla il presente; la scuola, senza intrattenere rapporti con la società e il mondo del lavoro, era separata dall’universo in cui viveva. Questo spiega perché nel nostro sessantotto la critica all’organizzazione dello studio e della cultura,  si saldasse con la volontà di cambiare la società.

Non era mai accaduto nel nostro paese che l’università e la scuola fossero al centro di tensioni e conflitti così acuti; non si era mai verificato che migliaia di studenti, i cui principi ispiratori erano un impegno per la libertà, per la giustizia e per nuovi diritti, partecipassero con tanta passione non ad un singolo episodio di lotta, ma ad un’esperienza comune di battaglia intellettuale e politica di così straordinaria intensità che coinvolgeva ampi settori del mondo del lavoro. Mai prima d’ora la protesta degli studenti era stata così contagiosa: infatti, sempre più numerosi gli studenti dei licei e degli istituti tecnici si associarono alla lotta , non solo per essere solidali con i loro colleghi universitari, ma per ricercare un impegno che, denunciando le ingiustizie sociali e i meccanismi selettivi su base censitaria della cultura, ponesse in discussione al loro livello l’organizzazione scolastica e il ruolo ad essa assegnato nell’assetto della società.

Se volessimo al termine di questa nota fare un bilancio sul sessantotto, anche alla luce di quanto si è detto precedentemente, per formulare un giudizio il più obiettivo possibile, dovremmo concludere che il movimento degli studenti ebbe natura varia e complessa, caratterizzato contemporaneamente da luci ed ombre. Questo spiega perché, anche ora a distanza di tempo, il fenomeno viene valutato variamente dopo quarant’anni, secondo che si riconoscano gli effetti positivi o negativi del movimento stesso. Gli stessi protagonisti che vissero il sessantotto da protagonisti non sono disposti molte volte ad assegnare esclusivamente un valore positivo a quella irripetibile esperienza, riconoscendo che esso alla fine è finito male, se si pensa a tutte le aspettative nutrite in quel tempo eccezionale, ma non possono neppure negare che sia stato un gran bene per gli effetti conseguenti a quella rivoluzione culturale, che qualcuno ha  assimilato ad un acceleratore nucleare.

Non c’è dubbio che anche per la spinta del moto sessantottesco sono stati fatti notevoli passi avanti nella nostra società nell’ambito dei diritti civili: la rivoluzione sessuale, l’interruzione delle nascite, il nuovo ruolo della donna nella società, gran parte delle riforme istituzionali e del costume non sarebbero state accettate o avrebbero avuto un corso più lento ed accidentato. Il sessantotto fu per tutto questo un grande incubatore e diffusore dello spirito di libertà a tutti i livelli e una forte affermazione dei fondamentali diritti individuali e collettivi (pensiamo all’importante conquista dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, ai consigli di fabbrica e alla concessione del diritto delle assemblee studentesche).

Accanto a queste luci occorre, tuttavia, mettere in conto anche le ombre che, oscurando il movimento stesso, finirono per dare origine a quel fenomeno del riflusso che viene indicato dai detrattori del sessantotto come necessaria conclusione di un evento caratterizzato da eccessiva ideologizzazione e da una concezione totalizzante della politica. Se il sessantotto ebbe un difetto, in verità, questo è da riconoscere prevalentemente nel “panpoliticismo”. La necessità di vedere tutto dalla pregiudiziale della politica fu in effetti un velo che finì per oscurare tutto il resto, anche alcune delle esperienze fondamentali della vita umana che rimasero escluse al di fuori del campo visivo di quei campioni dell’assoluto impegno politico di quegli anni.Non possiamo, per questo, non dar ragione a quelli che sostengono che il sessantotto fu prevalentemente una ribellione esclusivamente generazionale che, guardando solo al presente, si proiettò tutta verso il futuro senza avvertire l’esigenza di attingere dalla storia quella lezione senza la quale non c’è progresso.