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Il pensiero di Leopardi


di Marino Faggella

 

Fu propriamente l'indagine filosofica, condotta sul duplice versante della classicità e della modernità, a fornire a Leopardi già dalla crisi del  '19 le basi di quel sistema delle idee che resse quasi interamente la sua concezione dell'arte fino alla composizione degli Idilli minori , ma  che, pur andando in crisi già nel '21, com'è dimostrato dai pensieri di quell'anno, sarebbe durata all'incirca fino al '22, (l'anno delle cosiddette canzoni filosofiche) allorché il pensiero leopardiano, movendo inizialmente dal sensismo, sarebbe approdato ad un meccanicismo estremo. La maggior parte della critica impegnata nell'indagine filosofica ha sottolineato giustamente l'importanza del cosiddetto materialismo leopardiano , soffermandosi particolarmente sulle relazioni e sulle fonti che hanno fornito alimento alla più matura concezione del poeta: chi ha parlato a tal proposito di una visione assolutamente laica e antimetafisica, in una parola ateologica non ha assegnato per converso un grande significato all'importanza e all'incidenza del problema della religione, in particolare cristiana, nella vita e nel pensiero del recanatese(1); mentre da parte di altri, forse per eccessivo rispetto del tema, si è data importanza assoluta e prevalente all'assunto religioso(2). Occorre pertanto riportare la questione nei giusti termini col riconoscere l'esatto ruolo che la religione ha avuto nello sviluppo del pensiero e della filosofia leopardiana e sottolineando, oltre al canale fondamentale del classicismo-illuminismo, all'interno del quale si venne articolando il pensiero speculativo del recanatese, la necessità di considerare anche il peso della religione, che, situandosi storicamente all'inizio del percorso leopardiano, ha avuto già a partire dalla crisi del '19 un' essenziale funzione di reagente  ai fini dello sviluppo del suo pensiero in direzione materialistica e meccanicistica.

E' a tutti noto che la prima educazione leopardiana si svolse nell'ambiente di Recanati  sotto la guida di precettori e maestri gesuiti, come quel padre Torres che avviandolo alla ricerca dell'unica verità, quella ontologica e teologica, sembra che si proponesse di fare del giovane Leopardi prima di tutto‹‹un perfetto letterato cristiano›› . Giustamente è stato anche indicato il ruolo non secondario che nella prima formazione del recanatese ebbe il padre Monaldo, per quanto  ‹‹con il suo incontro fra caparbietà nobiliare-reazionaria e fondo di "buonsensaio" e di "testa quadra" , con una buona dose di prudenza, di ipocrisia, di slealtà››, fosse, come sostiene Binni (3),‹‹una personalità grossolana e piuttosto ottusa.›› Del resto questo era il cibo che passava il convento di casa Recanati, paese della Marca Anconetana situato nella provincia della provincia d'Italia : il nutrimento dei santi dogmi della religione cattolica e la retta filosofia, alla quale si preoccupava di educarlo anche il conte Carlo Antici, fratello della madre ed aggiunta guida morale e spirituale del fanciullo. Pertanto non c'è da meravigliarsi  se, a parte l'educazione di un robusto metodo orientato verso la serietà intellettuale, cosa che il giovane ebbe modo di mettere a frutto con acribia negli studi filologici, egli dovette al padre l'iniziale impostazione politica piuttosto dogmatica e conservatrice, in una parola reazionaria.

Né poteva essere diversamente in quanto Monaldo ‹‹era un aristocratico attaccato ai valori dell'ancien régime, convinto dell'esistenza di una diseguaglianza naturale tra gli uomini e di conseguenza sociale, al punto da pensare che le classi non si differenziano che per i loro abiti, persuaso che ogni progresso politico o sociale non fosse che un'illusione, giacché niente avrebbe potuto cambiare la natura umana››(4) . Quali risultati producesse questo "progressismo politico" di Monaldo si può ricavare dall'Orazione agli Italiani in occasione  della liberazione del Piceno (1815), ove il giovane Leopardi, assumendo una posizione diametralmente opposta a quella esemplata dal Manzoni ne Il proclama di Rimini, si scagliava contro  la rivoluzione francese e, dimostrando inoltre di non credere nell'unità d'Italia, arrivava a sostenere che la felicità degli italiani dipendeva solo dal ritorno sul trono di quei sovrani precedentemente spediti a casa da Napoleone. E' risaputo che la polemica contro la rivoluzione e l'idea fondamentale che l'ordine sociale fosse garantito esclusivamente dalla monarchia tradizionale erano i capisaldi del cosiddetto cristianesimo reazionario , l'ideologia nata nel clima della Santa Alleanza. E' comprensibile, pertanto, la ragione che spinse il giovane nel '17 a volgere le spalle a questo mondo e alle idee che esso incarnava dopo l'incontro con il Giordani, il quale, orientandolo in una direzione politica opposta ,lo innamorò dell'Italia. Di lì a poco si sarebbe estinta progressivamente in lui, insieme con le idee reazionarie, finanche la  fede religiosa che pure era stata così ardente nell'infanzia, ma che ora, dando inevitabili segni di cedimento, apriva in primo luogo la strada ad un vitalismo di tipo sensista che, combinato con un naturismo di origine classica, il giovane Leopardi della fase storica si preoccuperà inizialmente di accordare con la fede, ma che in seguito, a partire dal '22, l'avrebbe condotto ad abbracciare un materialismo-meccanicismo  di tipo estremo, l'idealità che, associata in modo singolare con il nichilismo, avrebbe sostenuto fino in fondo la visione della vita leopardiana.

Per intendere appieno le ragioni di un tale approdo è opportuno interrogarsi anche sulle cause che hanno determinato l'abbandono della fede cristiana da parte del recanatese. La crisi religiosa del Leopardi, un atteggiamento sostanzialmente anticristianomanifestatasi già nel '18, come si può ricavare dalla lettera del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, e confermata poi negli appunti riportati nel '19 e nel '20 sullo Zibaldone, nasceva dal fatto che il cristianesimo, per avere inaugurato un mondo diverso, anzi, opposto rispetto a quello degli antichi, anche a causa dell'esclusivo amore del giovane verso di loro, non solo era ritenuto il principale responsabile della loro caduta, ma, col rivelare all'uomo il segreto dell'albero della scienza, aveva anche determinato a suo modo di vedere, la più grande e ‹‹ più certa infelicità e nullità della vita umana››. Tale conclusione, nata da una profonda meditazione, comportava una  rilettura del fondamentale testo biblico della Genesi che da Leopardi veniva reinterpretato alla rovescia: il peccato originale, la colpa di Adamo, non era generato dalla ribellione della natura contro la ragione, della carne contro lo spirito, ma al contrario era ‹‹una ribellione della ragione alla natura, e dello spirito al corpo›› (Zib. 435); in tal modo la fonte della decadenza e la causa dell'infelicità dell'uomo venivano attribuite al sapere e alla violazione dell'albero della scienza. Così, a ventun' anni, Leopardi scopriva drammaticamente  la distanza fra gli antichi e i moderni individuandola prima di tutto nella dissociazione di verità e felicità. Era una condizione assolutamente sconosciuta ai greci, come sottolinea Severino ‹‹ Eschilo per la prima volta nel pensiero occidentale, pensa che la verità(nel significato essenziale che questa parola assume agli inizi del pensiero filosofico- la verità come epistème-) è il rimedio al dolore. La verità è il rimedio al dolore, perché mostra incontrovertibilmente  che la sostanza di tutti  gli essenti  è eterna, sempre salva dal niente (Aristotele, Metaph. 983 b 13)(5)›› . Lo stesso dolore che nella concezione degli antichi era una disgrazia che per eccezione colpiva talvolta il soggetto, giacché nell'ordine delle cose la felicità corrispondeva al cammino naturale dell'uomo, finiva per essere secondo Leopardi la regola per i moderni proprio a causa della religione di Cristo: ‹‹Una delle grandi cagioni del cangiamento della natura del dolore antico messo (a confronto) col moderno, è il Cristianesimo, che ha solennemente dichiarata e stabilita e per così dire attivata la massima della certa infelicità e nullità della vita umana.››(6) Ma quale è il contenuto, il vero senso della verità? Nell'ultima delle Operette morali Il Gallo Silvestre (Leopardi), con la forza profetica che gli viene  dalla sua origine biblica, allo spuntare dell'alba, quando la mente degli uomini è più riposata e ridesta annunzia col suo canto: ‹‹ Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in su la terra, e partonsene le immagini vane (i sogni) . Sorgete, ripigliatevi la soma della vita;  riducetevi dal mondo falso nel vero;››(7)  poi svela ‹‹ l'arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale ›› col suo canto di morte : ‹‹ Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbiettivo il morire. Non potendo morire quel che non era, per ciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità, perocché  niuna cosa è felice. Vero è che le creature animate  si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l'ottengono ; e in tutta la loro vita ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per giungere  a questo solo intento della natura, che è la morte››.(8)  Questa è la verità, il vero tragico assoluto: l'unica conclusione dell'esistere assurdo dell'uomo e delle cose è il nulla. Ma ciò che è più grave per lui è che da questa verità della vita come privazione e come nulla non ci si salva, niente sopravvive se non il nulla, perché ogni cosa nasce dal nulla e al nulla ritorna. E' una verità di fronte alla quale qualsiasi individuo, anche il più forte e capace di resistere, sarebbe schiantato. Non così accade a Leopardi. C'è un luogo dello Zibaldone nel quale egli distingue gli uomini in tre categorie in base alla loro capacità di cogliere il valore dell'esistenza e di leggere nel mondo: ‹‹ Ci sono tre maniere di vedere le cose: l'una è più beata, quella per i quali esse hanno più spirito di corpo e voglio dire degli uomini di genio e sensibili, ai quali non c'è cosa che non guardi all'immaginazione e al cuore, e che trovano dappertutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere un rapporto continuo delle cose con l'infinito e con l'uomo, e una vita indefinibile e vaga insomma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione con gli slanci dell'animo loro. L'altra, la più comune, di quelli per cui le cose hanno corpo senza avere molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari […]che senza essere sublimati da nessuna, trovano in tutte una realtà e le considerano quali appariscono e sono stimate comunemente[…]La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non hanno né spirito né corpo, ma sono tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento, che dopo la esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest'ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il vuoto e la verità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla vita in modo che senza esse non è vita.››(9)  Non si fa fatica ad indovinare, a proposito di quest'ultima maniera, che Leopardi  pensasse proprio a se stesso. Egli era convinto che il poeta,‹‹ uomo di genio››, si distingue da ogni uomo volgare per il possesso di ‹‹un'ultra filosofia››, che non è altro che una superiore capacità di guardare dall'alto la nullità della vita e delle cose senza inorridire (‹‹l'uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situata su di una eminenza, scorge d'un occhiata tutto il laberinto e la verità che sebbene pungente non se gli può  nascondere››(10))  e di comunicare  agli altri col canto questa tragica scoperta. Ma la poesia leopardiana anche quando canta il nulla e l'infelicità non induce mai alla disperazione assoluta, non fa pensare alla morte, ma contiene in sé una forza attiva e creatrice che, se pure non salva l'uomo  dalla dissoluzione  e dal niente  serve tuttavia a consolarlo, come si ricava dalla seguente affermazione del poeta: ‹‹Hanno di questo proprio le opere di genio, che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l'inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un animo grande, che si trovi in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita o nelle più acerbe e mortifere disgrazie, servano sempre di consolazione riaccendano l'entusiasmo››.(11) Per Leopardi, dunque, la poesia presuppone  sempre e comunque la filosofia in quanto ‹‹ il poeta e il filosofo nonostante tutto e contro le apparenze dispongono dello stesso "teorein", dello stesso modo di guardare››;(12) per questo gli era possibile formulare la seguente identità: come le grandi verità non possono essere scoperte dalla ragione senza un entusiasmo di tipo poetico, così non sarà mai poeta perfetto chi non partecipi in qualche modo della natura e delle facoltà del filosofo.

Prima di parlare della concezione filosofica del primo Leopardi  occorre preliminarmente ammettere, in senso generale, che la riflessione e l'intero complesso delle idee del recanatese sono di chiara ascendenza settecentesca, come dimostra il suo materialismo di fondo che potrebbe far pensare addirittura ad una concezione assolutamente immutabile e senza conversione. In effetti, se consideriamo  ab externo l'intero sistema della natura leopardiana della fase ultima, potremmo giungere alla conclusione di trovarci di fronte ad un  assoluto filosofico, analogo a quello enunziato dal Foscolo nei primi venti versi dei  Sepolcri, non soggetto ad alcun cambiamento, totalmente immutato  ed immutabile, fino alla  logica deduzione che esso , essendo unico ed assoluto, non è mai cambiato né cambierà. Come spiegare, allora, la duplice concezione della natura leopardiana? C'è da dire veramente che, se essa  appare sdoppiata e distinta, ciò è dovuto non tanto ai suoi mutati orientamenti ma dipende piuttosto dal punto di vista di chi la osserva. Se la natura mostra due volti, uno benefico e l'altro ostile, non significa che ella abbia modificato insieme con l'indole  la sua condotta verso  l'uomo, ma che al contrario è cambiata semplicemente la prospettiva, il punto di vista dell'osservatore. Questa è l'unica e plausibile spiegazione del duplice orientamento del pensiero di Leopardi nei riguardi della natura: una prima "fase storica", caratterizzata da un'impostazione antropologica e socio - politica del problema che, trovando il suo fondamento in una particolare filosofia della storia,  ha condizionato in parte anche la sua concezione estetica, finendo coll'assegnare una colorazione storico - politica alle stesse illusioni; e un successivo indirizzo di pensiero (che per comodità continuiamo a definire "cosmico"), orientato verso un'analisi più sottilmente metafisica dei problemi. A parte l'iniziale influenza religiosa, si può dire che le due direzioni privilegiate attraverso le quali si venne articolando l'iter speculativo del recanatese furono la classicità e il contemporaneo illuminismo che, sebbene fossero concezioni diverse e anche distanti nel tempo, al giovane recanatese riuscì di conciliare dopo aver individuato un importante punto di congiunzione: la fiducia nelle forze vitali e naturali dell'uomo. In effetti il "sistema storico" leopardiano è il risultato  della complessa contaminazione di diverse scuole di pensiero antiche e moderne: i Greci (i quali concependo per primi l'idea della natura come materia costituirono una linea speculativa,- che il Nostro dimostra di conoscere fino in fondo -, che, partendo da Anassimandro attraverso Eraclito e Aristotele  era giunta fino al materialismo di Stratone);  i "Sensisti" (in particolare gli ideologi della seconda generazione, letti direttamente o attraverso le traduzioni di F. Soave); Rousseau (figura grande di illuminista, ma anche eccentrica, da cui il recanatese estrasse la fondamentale diade oppositiva: l'antitesi di natura e ragione, che è l'impalcatura fondamentale su cui  si  regge  buona  parte  della  sua  nuova  e   originale   stimmung fondata sulla polemica nei riguardi della moderna civiltà e la sua razionalizzazione - spiritualizzazione)

Dalla lettura dei pensieri del '20 - '21  si evince, comunque, che i fondamenti del pensiero leopardiano, le basi della sua riflessione sono prevalentemente di tipo sensista. Nella sua prima formazione troviamo, infatti, la presenza degli stessi filosofi che avevano costituito l'humus speculativo del Foscolo (anche se gli approdi dell'uno e dell'altro furono decisamente diversi: Leopardi infatti, pur avendo in comune con l'autore dei Sepolcri la teoria delle illusioni, non condivise, come nota Asor - Rosa, ‹‹ quell'innesto di storicismo(Vichiano) sul ceppo illuminista, che aveva permesso al Foscolo di storicizzare persino le categorie del suo pessimismo,››(13) queste ultime, anzi, avevano trovato proprio nella storia la loro soluzione) e del giovane Manzoni prima dell'incontro col Rosmini (quanto all'autore dei P. Sposi, c'è da dire che il suo itinerario, svolgendosi dal materialismo allo spiritualismo, fu addirittura contrario a quello del recanatese, il quale, pur condividendo inizialmente principi spiritualistici, a causa della sua prima educazione di tipo cristiano, si confermò in seguito sempre più risolutamente in un materialismo che lo indusse nell'ultima fase del suo pensiero non solo a rifiutare il ricorso a Dio ma ad immettersi sulla strada opposta dell'ateismo.) Per dimostrare questa idea basti pensare che per Leopardi, a questa data seguace del sensismo, (1820),  il termine di felicità, che è per noi concetto morale, finiva per identificarsi con quello di piacere: ‹‹L'anima umana( e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e  mira unicamente, benché sotto diversi aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene è tutt'uno col piacere.››(14)

Come testimonia lo Zibaldone di pensieri  i sensisti da Locke a Condillac e gli ideologi della seconda generazione avevano fornito già dal '17 non poche suggestioni  all'autore dei Canti  per consolidare l'idea base del suo materialismo vitalistico (‹‹Quello che noi chiamiamo materia non è  principalmente altro che  l'esistenza, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può essere cosa né fine più naturale , né più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l'esistenza e la vita,  la quale è quasi tutt'uno colla stessa natura››(15) ) che lo induceva a non far distinzione fra gli uomini e le bestie: ‹‹ Io credo che nell'ordine naturale l'uomo possa anche in questo mondo essere felice, vivendo naturalmente e come le bestie, cioè senza né grandi né singolari e vivi piaceri, ma con una felicità e contentezza sempre più o meno uguale e temperata, (eccetto gli infortuni che possono essere nella sua vita, come gli aborti, le tempeste e tanti altri disordini - accidentali ma non sostanziali - in natura) insomma come sono felici le bestie››(16). C'è da dire che i sensisti e Rousseau, pur vivendo nello stesso secolo e incontrandosi generalmente sull'importanza di assegnare alla natura e ai bisogni materiali dell'uomo e in una certa misura anche sui fini dell'arte, divergevano sostanzialmente per la concezione sociologica e politica. Era tipica, infatti, negli ideologi l'insistenza sul carattere sociale e storico dell'uomo e la loro ostinazione nel sottolineare la necessità dell'incivilimento  attraverso  l'affermazione della teoria del progresso: affermazione e convinzione che finiva col collocarli all'interno della migliore tradizione dell'Illuminismo ortodosso. Leopardi, invece, con la critica avanzatissima e serrata della società contemporanea della Restaurazione, a suo modo di intendere, frutto degenerato della società borghese uscita dalla rivoluzione e di quella filosofia dei lumi che proprio nel suo secolo si accingeva a realizzare il mostruoso progetto di una civiltà tecnologicamente avanzata e perfetta, piegava in effetti dalla parte di Rousseau, dimostrando di condividere appieno la sostanza delle idee del ginevrino, in particolare quella del Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza fra gli uomini , riportato quasi fedelmente e ripetutamente nello Zibaldone: ‹‹Tout  homme qui pense est un animal dépravé . Dunque  l'uomo  e  la  società  civile  lo  è  più  che  mai, e  tanto  più quanto più civile…››(17)  Occorre comunque chiarire che la contrapposizione di natura e ragione ("la natura è nemica di ogni grandezza … La natura è grande, la ragione è piccola") mutuata da Rousseau  e accettata da Leopardi,  spingeva l'autore dei Canti alla formulazione di un sistema generale nel quale trovava sistemazione una complessa e ricchissima tematica che, come sostiene Luporini, ‹‹toccava tra il 1820 e il 1821, i più diversi campi, dalla linguistica alla politica, alla morale, dalla filosofia alle scienze alla poesia all'arte››(18). Ed è proprio sull'arte, sulla particolare concezione estetica di questo periodo, che occorre soffermarsi per chiarirne tanto la genesi che i successivi sviluppi. E' certamente interessante questa pagina di M. Puppo, che è premessa ad un saggio sulla poetica leopardiana, per intendere la particolare impronta umanistico -sensista dell'educazione mentale del recanatese che sta alla base della sua idea dell'arte nella fase storica, quella della poesia d'immaginazione : ‹‹La sua concezione della realtà nasce da una meditazione dei dati della filosofia sensistica, le sue riflessioni sulla poesia sono continuamente nutrite del sentimento della poesia che egli si era formato nell'assidua consuetudine coi classici. Il sensismo da una parte gli presentava l'uomo come dominato dalla ricerca della felicità nel godimento di sensazioni piacevoli, completamente disilluso in questa ricerca che sbocca fatalmente nell'insoddisfazione e nella noia, dall'altra gli tramandava e consegnava il mito di una età in cui la felicità era stata possibile, perché l'uomo viveva a immediato contatto con la natura, e la ragione e la scienza non avevano ancora distrutto le illusioni. Nasce di  qui la sua concezione della poesia come sollievo dalla noia della vita l'identificazione della vera poesia con la poesia degli antichi.››(19)

Leopardi, movendo inizialmente da Rousseau e contaminando successivamente il pensiero del ginevrino con le idee estetiche del Vico (anche se , come sostiene Natoli, ‹‹ La posizione di Leopardi è una sorta di vichianesimo pessimista. Non c'è in lui una ripetizione ascendente, una spirale; meno che mai una storia ideale eterna. Al contrario, egli identifica un movimento di inevitabile decadenza››(20)), maturò una sua particolare filosofia della storia che lo induceva a  sostenere con convinzione che il cammino dell'uomo, a cominciare dal momento iniziale, naturale, barbarico, fino al suo tempo, non era stato progressivo ma, al contrario, regressivo:

‹‹In somma considerate gli antichi e i moderni; vedrete evidentemente una gradazione incontestabile e notabilissima di grandezza, sempre in ragione diretta dell'antichità. Cominciando dagli uomini d'Omero, un palmo più alti dei moderni […] E poi venendo ai tempi bassi e gradatamente ai moderni, vedete come l'uomo si vada sensibilmente impicciolendo, finché giunge a quest'ultimo grado di piccolezza generale e individuale,  e d'impotenza in cui lo vediamo oggidì ››(21) . I viventi pertanto  allontanandosi dalla natura si erano venuti corrompendo dalla  iniziale semplicità e col complicare la società avevano finito per rendere impossibile la loro vita, perdendo in questo modo non solo la possibilità di essere felice ( ‹‹ ..la società, spogliando l'uomo in fatto , di alcune sue qualità essenziali e naturali, è uno stato che non conviene all'uomo, non corrisponde alla sua natura; quindi essenzialmente […] alieno per conseguenza della sua felicità ›› ) ma , soprattutto , di essere poeta: ‹‹ E' cosa già nota che la letteratura e la poesia vanno a ritroso delle scienze. Quelle ridotte ad arte isteriliscono , queste prosperano; quelle giunte a un certo segno , decadono, queste più s'avanzano più crescono; quelle sono sempre più grandi più belle più maravigliose presso gli antichi, queste presso i moderni; quelle più s'allontanano dai loro principii, più deteriorano finché si corrompono[…] La cagione è che il principal fondamento di quelle è la natura, la quale non si perfeziona (fuorché ad un certo punto) ma si corrompe; di queste la ragione la quale ha bisogno del tempo per crescere, ed avanza in proporzione de' secoli, e dell'esperienza››(22) . Pertanto solo  nel  mondo  della   natura  nell'età   dei   Greci  o  nell'ingenua  civiltà  barbarica  sarebbe  stato possibile, secondo Leopardi, rinvenire la presenza di alcuni motivi dell'anima, le cosiddette illusioni, appartenenti per la loro sostanza al sistema naturale delle cose, le sole in grado di alimentare l'arte poetica e foriere di felicità e perfezione per l'uomo: ‹‹ Il più solido piacere di questa vita è il piacere vano dell'illusione. Io considero le illusioni come cose in certo modo reali stante che elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini in maniera che non è lecito spiegarle come sogni di uno solo, ma propri veramente dell'uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa››(23) . La ragione, al contrario, e tutto ciò che l'uomo ha prodotto e produce affidandosi ad essa, non meno alla felicità, ma, spegnendo le stesse illusioni, conduce all' infelicità e alla vera barbarie, la seconda barbarie del Vico : ‹‹ non c'è dubbio che i progressi della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono la barbarie, e un popolo altrettanto illuminato non diventa civilissimo come sognano i filosofi del nostro tempo… ma barbaro››(24). Giustamente osserva Luporini(25) che tali  affermazioni leopardiane non rivelano ‹‹tanto e soltanto un dissidio personale e soggettivo›› ma ‹‹un dissidio storico›› che nasceva dalla delusione nei riguardi di quella ragione che aveva promesso di ‹‹ distruggere la barbarie, le superstizioni, instaurare l'uguaglianza e la democrazia››, ma aveva tradito il suo compito riportando gli uomini ad una nuova barbarie, quella del dispotismo francese o ciò che è peggio, al contemporaneo regime della Restaurazione. La diade di natura e ragione, mutuata da Rousseau, a questa data costituiva pertanto  il fondamento di una concezione oppositiva che Leopardi, a partire dalla storia, applicava in modo sistematico ai più diversi oggetti della sua indagine che è possibile riassumere in questo modo con le parole di Puppo:‹‹La natura è il valore e la ragione il disvalore: natura è bene grandezza, felicità, ragione è male, piccolezza, infelicità. La felicità dell'uomo sta nelle illusioni: la coscienza della verità lo rende felice. La natura dà le illusioni, la ragione le distrugge. Se ascolta la voce della natura, l'uomo può essere grande, generoso, eroico; se obbedisce alla ragione, sarà piccolo, egoista, vile. Grandi, forti, magnanimi furono i popoli antichi dominati dalle immaginazioni e dalle illusioni che dona la natura, sempre inferiori ad essi i moderni, che seguono la ragione. Uno degli aspetti principali di questa opposizione è l'antitesi fra poesia e filosofia››(26). Il 30 giugno del 1821 Leopardi, dimostrando di non credere nel progresso dei lumi e nella cosiddetta filosofia moderna, annotava: ‹‹ Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofia tutta la vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo››. Pur avendo perduto ogni fede nella ragione, egli era tuttavia convinto, che l'uomo moderno poteva ugualmente continuare a servirsene a condizione di ridurla a semplice strumento di conoscenza. Ciò lo portava, però, alla scoperta di una terribile certezza: prendere coscienza delle verità dell'esistenza, e dell'ineluttabilità del male e del dolore, della distruzione dell'essere nel nulla. Che cosa avrebbe potuto opporre all'arido vero, alla sconvolgente scoperta della ragione della miseria dell'esistenza, se non l'arte per esprimere il suo insopprimibile e rinascente bisogno di vita.

 

(1)   E' questa l'impostazione di LUPORINI e TIMPANARO seguiti dalla maggior
parte dei critici di scuola marxista

(2)   E' la tesi sostenuta da V. CILENTO, che, se pure ha avviato su di un piano di
 maggiore concretezza l'indagine sul neoplatonismo leopardiano, ha finito col
 trascurare del tutto le relazioni del recanatese con il materialismo.

(3)   W. BINNI da La protesta di Leopardi,Firenze,Sansoni,1977,pag.4

(4) N. JONARD, Leopardi fra conservazione e progresso, in Il caso Leopardi,
     AAVV, Palermo 1972 pag.13  

(5) E. SEVERINO, Il nulla e la poesia, Milano,Rizzoli,1990, pag.73

(6) G. L. Zibaldone, premessa di E. Trevi, Roma, Newton & Compton,1997, pag.53

(7) G. L. Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi,
     Roma Newton pag.575  (ilcorsivo è mio)

(8) G. L. Ibid. pag. 576

(9) G. L. Zibaldone, cit., pag. 52

(10) G. L. Ibid. pag. 401

(11) G. L. Ibid. pag. 93

(12) S. GIVONE, Storia del nulla, Bari 1998, pag. 140

(13) A. ASOR-ROSA ,Sintesi di storia della letteratura italiana, Firenze 1976,
       pag. 333

(14) G. L. Zibaldone, cit.,pag.69 

(15) G. L. Zibaldone, cit., pag. 748

(16) G. L. Zibaldone, cit., pag. 38

(17) G. L. Zibaldone cit., pag. 781

(18) C. LUPORINI, Leopardi progressivo, Edit. Riuniti, Roma,1993, pag., 109

(19) M. PUPPO, Poetica e critica del Romanticismo italiano, Studium, Roma,
       1985, pag. 47

(20) S. NATOLI Dialogo su Leopardi, cit., pag. 109

(21) G. L. Zibaldone, cit., pag. 109  

(22) G. L. Zibaldone, cit., pag. 313

(23) G. L. Zibaldone, cit., pag. 35

(24) G. L. Zibaldone, cit., pag. 20

(25) C. LUPORINI, cit. pag. 49

(26)M. PUPPO, cit., pag. 48