Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Il viaggio di Carol Woytjla

di "Marino Faggella"

 

1.La beatificazione di Giovanni Paolo II non altro è stato se non il coronamento di un’esistenza vissuta all’insegna del Vangelo, che ha avuto come filo conduttore il bisogno di testimoniare la costante presenza di Cristo nella storia dell’umanità, con la precisa ed energica volontà di riconoscere l’attualità di Dio Uomo nella vita di ogni essere umano. Non dobbiamo dimenticare che Karol Wojtila è vissuto per 85 anni, per 14 è stato arcivescovo di Cracovia, per 27 anni ha seduto sul soglio pontificale, lasciandolo tuttavia molte volte per visitare da protagonista più di cento Paesi del mondo. Non si è trattato di trasferimenti intrapresi per desiderio di evasione o per amore di esotismo, i suoi numerosi viaggi apostolici non sono stato altro se non missioni ad gentes al fine di testimoniare a tutti gli uomini della terra, anche a quelli che non vi credevano, l’attualità del Verbo e della persona di Cristo, reso ovunque familiare e presente in virtù del suo umano martirio. In giro per il mondo al Papa è capitato spesso di scoprire, riconoscendolo, sul volto dei malati e dei sofferenti la stessa immagine del volto di Cristo. Dobbiamo ricordare, a tal proposito, che il Cristianesimo è l’unica religione che ha elevato il martirio del dolore del corpo ad insegna della divinità. Anche per questo negli ultimi anni dolorosi della sua vita Karol, non tanto Papa quanto uomo, ha rinnovato sul suo corpo sofferente il mistero del martirio della Croce.

Così Bruno Forte ha inteso riassumere l’eccezionale ventura umana e pastorale di un Papa che sia con le parole che con i fatti “ha mostrato all’umanità dell’inquieta modernità e dell’insorgente postmoderno come il Dio cristiano sia tutt’altro che il concorrente dell’uomo, ma un dio vicino, amico degli uomini(…) veramente “il Redentore dell’uomo”(titolo della prima, programmatica enciclica del suo Pontificato). Egli ha annunziato così il Vangelo, del “possibile, impossibile amore”, di quella carità, cioè, che eccede ogni misura di forze umane, e che tuttavia è possibile e bella, realizzante e vera, perché un Altro è venuto ad abitare fra noi, ad amarci fino al sacrificio del Suo corpo crocifisso, per renderci capaci di amare”[1].

2.Per comprendere l’originale novità che Giovanni Paolo II ha introdotto nella durata del suo pontificato conviene ripercorrere alcune tappe della sua vita, in particolare i primi anni della sua esistenza, che hanno avuto un ruolo fondamentale per la sua formazione verso il pontificato, durante i quali il giovane Karol, ha cominciato per così dire a muovere i primi passi verso la beatitudine. Nel libro inedito scritto a quattro mani da Messori e Vecchi  per ricostruire l’eccezionale vicenda umana e spirituale del Papa polacco si insiste opportunamente sulle tre tappe fondamentali, dell’Uomo, del Papa e del Beato, che secondo l’antico schema agiografico sono considerate in stretta connessione tra loro, nel senso che l’una fa scala all’altra in una successione delle parti che procedono dall’umano allo spirituale.

Non è certo questo il luogo per rifare integralmente le complesse vicende della vita di Karol Wojtyla, che pure sarebbe certamente interessante ripercorrere, ma, non fosse altro che per ragioni di spazio, ci soffermeremo solo sulla prima fase della sua esistenza, che è secondo noi molto importante in quanto già da questo momento della sua prima formazione in Polonia comincia a strutturarsi con la sua originale e robusta personalità di uomo anche  una precoce vocazione alla santità. In questa breve ricostruzione della vita del giovane Karol ci faremo guidare da due fonti sicure: le parole di Joseph Ratzinger e quelle dirette dello stesso Papa, che, nel capitolo intitolato “I libri e lo studio”del suo libro Alzatevi, andiamo, ci fornisce una fondamentale testimonianza delle letture e degli studi iniziati e seguiti nei suoi anni giovanili, delle passione per le lettere e il successivo amore per la filosofia, che gli fu strada per più innanzi andare.

Karol Joseph Wojtyla nacque nel 1920 a Wadowice, una cittadina non distante da Cracovia, da un militare in pensione e da Emilia Kaczorowska. A nove anni gli toccò di provare, con la morte della mamma, il suo più grande dolore, che tuttavia non riuscì a spegnere la sua precoce ed ardente sete di vita e di speranza, come si può leggere nei primi versi, a dire il vero, un po’ traballanti della sua poesia Sulla tua tomba bianca, dove con accenti di struggente tenerezza, dedicando alla madre morta le sue prime prove poetiche, grida anche il suo amore a Cristo che, proprio con il suo sacrificio, ci ha testimoniato che la vita non è un calvario destinato al nulla, ma un anticipo dell’eternità: “Sulla tua tomba bianca/sbocciano i fiori bianchi della vita/(…)Sulla tua tomba bianca/risplende luminosa quiete/come se qualcosa ci sollevasse in alto/come se ci confortasse la speranza”. Si tratta di uno dei più remoti reperti letterari del Papa, un autentico poemetto che, tra le altre cose annovera proprio il titolo “A Emilia,mia madre”. Giovanni Paolo II si era dedicato con crescente interesse alla poesia fin da quando frequentava il liceo di Crakovia, sua città natale, pubblicando sotto diversi pseudonimi numerose poesie nelle pagine dei giornali del suo Paese.

3.Non pochi biografi del Papa, pur utilizzando edite ed inedite testimonianze, si soffermano solo per dovere di cronaca sui primi tempi della vita di Karol, se mai trascurando proprio la sua disposizione  poetico-letteraria, che, al contrario come si è visto non solo fu molto precoce e sentita, ma proseguì per tutto il corso delle sua esistenza. Come gli suggeriva il modello della vita del poverello di assisi, che, dopo una giovinezza vissuta e goduta, aveva voltato le spalle ai beni materiali del mondo per votarsi alla povertà, anche il giovane Karol si fece portavoce di una religiosità fatta di naturalezza e spontaneità, ma più vissuta che meditata: E’ questa l’altra parte forse più proficua, quella del “misticismo attivo” che egli derivò dall’insegnamento del modello di vita francescana, tesa costantemente a fare della propria vita un’immagine della vita di Cristo, di un uomo che, spiegando le sue verità in forma di parabole,  era vissuto tra gli uomini e con essi aveva condiviso le gioie e i dolori, non solo la vita ma anche la morte. Abbracciando il Cristianesimo, la religione della croce, Karol ne fece fin dall’inizio una forma di religiosità nuova che poteva  prendere a modello la vita dei santi, anche quelli che, versando il loro sangue in terra di Polonia, come gli agnelli di fronte ai lupi avevano coronato la loro esistenza col martirio, dimostrando col loro sacrificio un amore sconfinato verso gli uomini, in quanto tutto ciò che è umano partecipa in qualche modo della divinità.

 Ma il giovane che pur da poco aveva scelto la via di servire il Signore era convinto che la scelta del martirio era solo la scelta estrema, giacché, come ebbe modo di capire e soffrire più tardi, sia nella fase dell’occupazione tedesca della Polonia sia durate il tempo delle persecuzioni comuniste, l’esperienza vera del cristiano non è solo  ascetica e rinunciataria, ma, armandosi di fortezza nel tempo di regimi dittatoriali di qualsiasi segno, non può non essere militante, in quanto, come ebbe a sostenere più tardi:”Il terrore in uso presso ogni dittatura è calcolato sulla paura degli apostoli”. Capì per tempo che un buon cristiano ha l’obbligo di affermare la verità, a qualsiasi costo, anche se la sua affermazione richiede sacrificio: “Davvero, non si possono voltare le spalle alla verità, cessare di annunciarla, nasconderla, anche se si tratta di una verità difficile, la cui rivelazione porta con sé un grande dolore. Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Una causa giusta è quella “ per la quale non si può non combattere. Un dovere, un obbligo, a cui non ci si può sottrarre; da cui non è possibile disertare (…) un certo ordine di verità e di valori che bisogna mantenere e difendere: dentro di sé e intorno a sé”. Anche se in tempi iniqui di violenza affermare la verità significa imbattersi in prove a volte molto difficili o, addirittura drammatiche, non saremo soli se saremo armati di una fede vittoriosa: “Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. Solo a queste condizione sarà possibile superare vittoriosamente ogni prova, comprese quelle più dure.

4.Se volessimo ricostruire  l’itinerario poetico di Karol non dobbiamo fare altro che concentrare la nostra attenzione sugli studi giovanili del Papa, in particolare negli anni che vanno dagli anni liceali alla sua frequentazione della Facoltà di Lettere dell’Università di Crackovia, allorché si venne formando la sua passione per la letteratura, mai del tutto smessa, malgrado i successivi ed onerosi impegni pastorali, così da lui sottolineati: “L’essere vescovo ha in se qualcosa della Croce, perciò la Chiesa pone la Croce sul petto del vescovo. Sulla croce bisogna morire a se stessi (…)Prendere si di sé la Croce non è facile , anche se essa è d’oro e tempestata di pietre preziose”. Wojtila sapeva bene, per sofferta esperienza, che: “Gli impegni che ricadono sulle spalle di un vescovo sono tanti. Ne ho fatto l’esperienza in prima persona e mi sono reso conto di come il tempo possa veramente mancare”. La stessa esperienza, però, gli aveva “anche insegnato quanto siano necessari al vescovo il raccoglimento e lo studio”, per cui molto per tempo, e ben prima che venisse insignito del pastorale, aveva provveduto con la lettura e la serietà degli studi a farsi una salda formazione.

Ad esortarlo a leggere era stato il padre, ottima figura di genitore, che lo aveva educato anche a sapersi muovere nella vasta produzione editoriale ed a scegliere tra le opere degli autori quelle più vere, feconde ed essenziali:“ Già da bambino mi piacevano i libri, alla cui lettura mi aveva abituato mio padre. Era solito sedersi accanto a me e leggermi, ad esempio, Sienkieviz o altri scrittori polacchi. Dopo la morte di mia madre, eravamo rimasti noi due”. Fortunatamente avevano la compagnia di libri di valore alla cui conoscenza il padre non mancava di esortarlo continuamente. Poi, crescendo ebbe altri maestri ben più provveduti ed esperti che lo avviarono in modo sempre più consapevole agli studi delle lettere, che sembrarono aprirgli nuove prospettive, e che probabilmente, come lui dirà, se non fosse scoppiata la guerra lo “avrebbero assorbito completamente”: a diciannove anni la guerra e la successiva invasione della Polonia da parte dei tedeschi fece conoscere al giovane il terrore dei bombardamenti, il dramma degli sfollati e la fatica del lavoro. Durante l’occupazione germanica Karol per evitare la deportazione fu costretto a fare l’operaio in una cava di pietra collegata con la fabbrica chimica Solvay.

In questo tempo egli, come sostiene giustamente Joseph Ratzinger, il giovane  riusciva a ricongiungere  la sua vita attiva con quella intima e contemplativa dei suoi studi. L’attuale Papa a compimento del primo decennio del pontificato di Giovanni Paolo II, ripercorrendo in un articolo la vita del di Karol Wojtyla, così sottolineava la fondamentale formazione degli studi e del lavoro anche al fine della maturazione della sua scelta religiosa: “La vocazione di Karol Wojtyla maturò quando egli lavorava in un’azienda di produzione chimica, durante gli orrori della guerra e dell’occupazione. Egli stesso ha definito questo periodo di quattro anni, vissuto nell’ambiente operaio, come la fase formativa più determinante della sua vita. In tale contesto egli ha studiato la filosofia, apprendendola faticosamente dai libri e il sapere filosofico gli si presentava di primo acchito come una giungla impenetrabile”. 

5.Se passiamo ad analizzare, nella progressiva maturazione degli studi, l’interesse nei riguardi del pensiero filosofico, al di là delle iniziali difficoltà incontrate, capiamo che una fondamentale disposizione sintetica (“Nelle mie letture e nei miei studi ho sempre cercato di unire in modo armonioso le questioni di fede, quelle di pensiero e quelle di cuore. Non sono infatti campi separati, ognuno penetra e anima gli altri…”) serve anche a spiegare, come sostiene Ratzinger, il perché di “quella specie particolare di “filosofia”- che è stata sempre una sua caratteristica – “un pensiero fondato sulla grande tradizione, ma sempre alla ricerca della sua verifica nella realtà presente”. Ma, dopo l’infatuazione per il teatro, a dire il vero neppure totalmente abbandonata in seguito (dopo la sua ordinazione sacerdotale (1944) continuerà anche da vescovo a comporre testi teatrali) venne, come lui dice, “il momento della letteratura filosofica e teologica”. Dopo aver per un po’ accantonato il teatro e la letteratura artistica vediamo ora quale furono le tappe e  gli autori determinanti nei quali egli s’imbatté lungo l’iter della sua formazione filosofica che conobbe inizialmente due diversi momenti: “Furono quindi due le tappe nel mio itinerario intellettuale: la prima consistette nel passaggio dalla letteratura alla metafisica; la seconda mi portò dalla metafisica alla fenomenologia”.

Joseph Ratzinger, nell’articolo già nominato che celebrava i primi dieci anni del pontificato di Giovanni Paolo II, sottolinea giustamente l’importanza di tale indirizzo filosofico che, condizionando positivamente anche la sua concezione teologica, fu decisivo ai fini dello sviluppo del pensiero del futuro Papa. Karol, che aveva cominciato a studiare di nascosto la teologia in seminario negli anni dell’occupazione nazista, conseguendo poi la libera docenza nella facoltà di Teologia dell’Università Jagellonica, avvertì tuttavia per tempo che c’era un pericolo insito nello studio assoluto della teologia protratto troppo a lungo: la sua disposizione ad astrarsi progressivamente dalla realtà. Un tale pericolo, già percepito in Polonia negli studi seminariali, che sarà avvertito più tardi in maniera consistente nella crisi postconciliare della teologia, aveva trovato un ottimo correttivo nella fenomenologia dello spirito dopo l’incontro con Max Scheler, uno dei più grandi maestri di questo indirizzo filosofico. Ma fino a che punto il pensiero di un filosofo, di un pensatore laico, può essere fondamentale per risolvere la crisi della scienza del divino, a tal punto da essere messa da alcuni in discussione nella nostra età?

Karol Wojtyla già da giovane aveva intuito che la crisi della teologia era dovuta innanzitutto al rifiuto dei teologi ad accettare dei principi filosofici in grado di correggerla e guarirla. Giustamente sottolinea Ratzinger in un suo libro di memorie che “ la crisi della teologia”, capitata dopo il concilio era in larga misura dovuta alla crisi dei suoi fondamenti filosofici. Papa Wojtyla, fu Papa anche per questo: per aver compreso il legame sottile, ma vero, che tiene congiunte insieme le verità teologiche al sapere filosofico, nell’intuizione fondamentale che riconosceva ad una scuola filosofica, novella ancilla philosophiae, di porsi a sostegno della verità rivelata, fornendo agli uomini di pensiero e dello spirito di contemplare il divino immanente senza rinunziare al contingente con la conoscenza dei fatti minuti e quotidiani. Fu grande merito della fenomenologia aver operato una tale semplificazione  con la sua teoria della conoscenza che riduceva senza alcuna svalutazione l’ideale assoluto all’universo delle cose, l’universale al particolare. Karol Wojtyla è grande perché non solo ha compreso prima di tutti questa necessità del collegamento fra ricerca razionale del filosofo e verità teologica, ma si è anche impegnato, non esclusivamente da filosofo, di tradurla in pratica nelle pieghe della storia in ogni momento della sua esistenza terrena, realizzando il sogno di chi in altre età ha cercato spesso inutilmente di voler coniugare pensiero e azione, la vita contemplativa con quella attiva, sotto il segno comune di Marta e di Maria. Anche per questo, al di là dei suoi miracoli testimoniati, Egli merita di sedere a pieno titolo fra i beati.

 


 

[1] B.Forte, introduzione a Karol Wojtyla, l’uomo, il Papa, p.4.