<<Sez. Conoscere>>

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

L’Espressionismo

 di "Raffaella Faggella"

 

1.Con la qualifica di Espressionismo si suole definire, in generale, la disposizione di un artista ad esprimere in modo assoluto gli aspetti più intimi della realtà privilegiandoli rispetto ad una rappresentazione esclusivamente oggettiva di essa. Pertanto, se arte espressionista è quella che andando alla ricerca di ciò che è più profondo nell’anima  si preoccupa innanzitutto di esprimere profonde e genuine suggestioni interiori col proposito di rinnovare la rappresentazione delle cose, non più considerate nella loro forma esteriore, ma viste dalla più profonda angolazione di un artista, possiamo ritenere l’espressionismo un categoria universale dello spirito. In tal senso potremmo considerare espressionisti, o precursori del movimento storico che ha adottato questo nome, artisti come El Greco o quelli che come lui non si sono limitati ad una mimesi qualsiasi della realtà, ma si sono preoccupati anche di tradurci insieme ad essa le loro più profonde emozioni. 

Ma al di là dei precorrimenti, che potremmo rinvenire nel corso della storia dell’arte, in particolare col termine Espressionismo si vuole storicamente qualificare quella tendenza estetica, ascrivibile alle

 avanguardie[1] artistiche, che sorse in Germania agli inizi del ‘900 ad opera di

artisti e teorici tedeschi (tra cui spiccano i nomi di Kirchner, Bleyl, Heckel, Karl Shmidt) che, raggruppandosi a Dresda intorno al

nome programmatico Die Brϋcke  (“Il Ponte”), diedero vita ad un movimento artistico e culturale (L’Espressionismo appunto) che, analogamente ad altri moti di rottura delle regole dell’arte e della morale corrente

(pensiamo ai secessionisti di Vienna, ai dadaisti, suprematisti, futuristi, cubisti e surrealisti) diffondendosi in gran parte dell’Europa con l’esplosività e la forza prorompente di una marea, ha segnato in modo

indelebile il passaggio all’arte moderna, influenzando sensibilmente fino ai nostri giorni altre forme dell’arte come il teatro, la letteratura e la musica.

 

Con le avanguardie finisce il tempo dei modelli e dei valori consolidati, l’artista nuovo che aderisce all’avanguardia non vuole più servire ma sovvertire, non si preoccupa più di mettere i piedi nelle orme altrui, fossero anche quelle degli artisti più celebrati, ma è artefice di una ribellione che non riguarda esclusivamente l’arte, ma esaltando la bohème e l’anarchia, si estende anche alla società. Il proclama della Brϋcke è uno dei tanti che nel corso del ‘900 ha modificato la storia dell’arte che da cammino progressivo ed ordinato verso una tranquilla conquista della mimesi artistica è divenuto un incedere accidentato, compiuto talvolta all’indietro per abbattere posizioni già consolidate ed antichi santuari.

2. Ludwig Kirchner, che fu l’anima del gruppo espressionista tedesco, nel manifesto redatto a caratteri gotici il 7 giugno 1905, col proposito di gettare un ponte verso il futuro proprio in questo periodo chiamava a raccolta gli artisti nuovi che fossero disposti con “libertà d’azione  e di vita” ad andare contro “le vecchie forze tanto profondamente radicate”. Non furono pochi i giovani artisti che, partendo dalla pittura ed opponendosi ad ogni convenzione accademica, si dichiararono pronti ad esplorare nuovi orizzonti nell’arte figurativa. Il gruppo che ebbe inizialmente la sua sede a Dresda si trasferirà successivamente a Berlino tra il 1910 e il 1911, aggiungendo nuove esperienze e vivendo un’avventura che durerà dieci anni. Il movimento, che inizialmente dovette subire l’ostilità della critica e del pubblico, venne sciolto di lì a poco nel 1913 dopo aver realizzato interessanti sperimentazioni e fondamentali conquiste in tutte le arti. La rassegna di Colonia del 1912, nella quale gli artisti della Brϋcke esposero con successo le loro opere accanto agli esponenti del “Cavaliere azzurro” (fondato a Monaco da Kandinskij nel 1911) si preoccupò di consacrare l’arte espressionista tra le manifestazioni di maggior rilievo della produzione moderna.

L’espressionismo che ha avuto la sua genesi nella Germania del primo ‘900 si diffuse poi nel resto del continente incontrando in Francia nelle opere dei Fauves ( definiti “selvaggi” dalla critica in quanto essi, rinunziando ai mezzi comuni dello storicismo pittorico e del naturalismo oggettivo, non si preoccupavano più di seguire le regole fondamentali della pittura tradizionale, consistenti innanzitutto nella prospettiva, nella giusta profondità del campo e nella naturale resa dei volumi) degli artisti pronti ad emularli nel seguire contro ogni accademia la più spontanea e sentita delle ispirazioni per rappresentare, con maggiore immediatezza e con un linguaggio eccessivamente sintetico, la sofferenza dell’uomo contemporaneo attraverso la deformazione dei corpi e l’esasperazione dei colori. Sia i seguaci del Ponte che i Fauves, nonché i loro continuatori, ebbero in comune la predilezione delle tinte accese, gli audaci accostamenti cromatici, le linee allungate e spigolose, che richiamavano da vicino la semplificazione formale dei popoli primitivi. Importanti modelli di riferimento divenivano a tal proposito Van Gogh e Gauguin, riconosciuti dagli espressionisti precorritori prossimi della loro arte, che avevano introdotto con successo nella decadente cultura occidentale il naturismo esotico. Per questo i loro soggetti preferiti, spesso caratterizzati da una straordinaria semplicità, furono uomini e donne, paesaggi, bagnanti, gruppi di nudi, nature morte, ma anche scene urbane, dove con una visione drammatica e pessimistica la città è colta in un’accezione negativa.  Pensiamo a tal proposito alla rappresentazione cupa della Berlino imperiale di Kirckner, percorsa dalla corsa frenetica dei tram e delle carrozze a cavalli, che attraverso l’arte svela impietosamente le sue tragiche miserie.     

3. La natura dell’espressionismo è anche ricca di contenuti sociali e di drammatiche testimonianze della realtà storica dell’epoca. Pertanto, la Brϋck che fiorì in Germania nei primi decenni del ‘900, caratterizzandosi come rivolta contro il passato e la tradizione, ebbe tutte le caratteristiche degli altri movimenti di avanguardia, condividendone in alcuni casi, come ad esempio il Dadaismo, la stessa matrice storica e sociologica. Le loro riviste che ebbero per lo più titoli rivoluzionari (“La tempesta”, “Rivoluzione”, “Forze nuove” etc.) dimostrano l’orientamento dei componenti del gruppo del Ponte che fu innanzitutto una protesta contro la società imperiale dell’epoca guglielmina, monarchica e di origine feudale. Analogamente allo Sturm und Drang l’espressionismo fu un movimento di assalto e di rivolta contro  la società tedesca  che negli anni che vanno dall’inizio del ‘900 alla fine della guerra (1918) aveva subito un forte processo di trasformazione capace di coinvolgere quasi tutte le classi (la propaganda prussiana venne condivisa non solo dai grandi capitalisti, che vedevano in una politica di armamento la possibilità di arricchirsi, ma anche dalla piccola borghesia e dagli  strati popolari, entrambi affascinati dal mito della grande Germania).

Angelo Bolaffi, germanista e grande conoscitore della cultura tedesca, in una recente intervista ha giustamente definito gli espressionisti dei grandi eversori, in quanto capaci di esaltare il sentimento tutto germanico per la ribellione. La rivolta degli espressionisti, la cui arte ha segnato una rivoluzione contro le regole e la tradizione, (che potrebbe sembrare anomala in un Paese fortemente segnato dalla morale luterana, e come tale non disposto alle indulgenze o ad autoassolversi, tanto che anche oggi viene identificato con le regole) ha in effetti una convincente spiegazione storica che si preoccupa giustamente di ricondurre l’espressionismo al momento di modernizzazione radicale vissuto in Germania tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della I guerra mondiale. E’ in questo periodo, sostiene Bolaffi, che la nazione tedesca “un Paese di tradizione post-romantica subisce una veloce industrializzazione che lo spinge a concorrere con la Gran Bretagna. La modernizzazione radicale fa saltare tutti gli schemi, si pensi anche all’Italia dei futuristi. E poi c’è l’elemento della prima guerra mondiale: un avvenimento traumatico e all’origine dei genocidi successivi, della II guerra mondiale, dello stalinismo. E lì nelle trincee, che salta l’immagine ottocentesca dell’uomo e viene scardinata la tirannia dei valori..” Tutta la storia tedesca dei primi anni del ‘900, che aveva condiviso ciecamente il sogno nazionalistico di potenza e di sopraffazione degli altri popoli, sarà effettivamente segnata dalla realtà amara della guerra, da contraddizioni politiche, dalla caduta dei valori ideali, da aspre lotte di classe. Furono proprio questi i temi principali dell’arte impegnata degli impressionisti, che spesso utilizzarono le loro tele ed altro per polemizzare contro l’ipocrisia della società borghese del loro tempo, sottolineando l’alienazione del lavoro, frutto della visione positivista del mondo,dominata dallo scientismo e dalle leggi di causalità. Contro questa società, che si apprestava ad affrontare non senza leggerezza le tragiche distruzioni della guerra, protestavano anche gli espressionisti  impegnati in ambito letterario.

 

4. Se Max Scheler, con la sua concezione filosofica intesa alla rivalutazione della sfera più intima del soggetto, può essere inteso come il profeta del movimento espressionista in letteratura, un autentico caposcuola fu Franz Werfel, promotore rivoluzionario della liberazione dell’uomo dai vincoli sociali e sovrastrutturali della vita. Poeti (come Georg Trakl, Benn e Lasker Schϋler) narratori e drammaturghi (come Frank Wedekind, Kafka, Toller, Heinrich Mann) affrontarono sulla sua traccia tematiche comuni che segnavano con travolgente dinamismo il superamento della realtà, e indicavano in modo prioritario i diritti dell’irrazionale e degli istinti naturali, l’anelito all’amore universale. Per protestare nei riguardi di questa realtà alcuni poeti, come ad esempio Trakl, rifiutando la vita esterna, si ritirarono nel loro mondo interiore attingendo i sentimenti più intimi dell’uomo, mentre altri, riproponendo la celebre frase di Marx “l’arte non deve solo spiegare descrivere il mondo ma cambiarlo”, passarono dal rifiuto della realtà esterna ad una forma di protesta attiva, ad una sorta di lotta sociale attraverso l’arte. A compiere questa lotta saranno soprattutto due grandi scrittori che hanno lasciato tracce evidenti nella letteratura mondiale: Frank Wedekind ed Heinrich Mann.

Wedekind ci ha lasciato delle opere (romanzi e drammi) nelle quali, preoccupandosi di mettere a nudo le ipocrisie della società borghese del suo tempo, accusata di comprimere gli istinti naturali dell’uomo, soprattutto quelli dell’eros (privilegiati successivamente da Freud), ha dato inizio ad una sorta di lotta contro la visione razionalista e perbenista imperante nel suo tempo. Col tentativo di liberare le forze primigenie dell’uomo Wedekind, con anticipo rispetto alla psicanalisi, scrive delle opere in cui senza distinzione esalta la naturale liberazione degli istinti erotici dell’uomo e della donna. In due romanzi, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, compare uno stesso personaggio, quello di Lulù, che, reagendo contro le ipocrisie e il costume borghese, affidandosi interamente agli istinti e alla sua passionalità prorompente è espressione delle più genuine forze vitalistiche della donna, quello “spirito della terra” che campeggia nel primo romanzo. L’arte di Wedekind, analogamente all’opera di Freud, che ha tentato di liberare quelle forze che si nascondono al di sotto della linea razionale, contro l’accettazione passiva delle regole e delle convenzioni sociali del suo tempo, ha esaltato per protesta innanzitutto la rappresentazione degli istinti naturali dell’essere umano.

Heinrich Mann è l’altro scrittore che ha composto le sue opere col proposito di protestare in modo attivo contro la società. Come il fratello Thomas, col quale ebbe in comune la passione per la scrittura, Heinrich guarda e descrive la società del suo tempo soggetta all’inevitabile decadimento morale e sociale della borghesia, ma ponendosi da diverse prospettive. Mentre l’autore de La morte a Venezia, pur descrivendo il disfacimento di una società che sta lentamente morendo, lo fa con lo sguardo ironico e distaccato di un aristocratico che ha trovato nell’arte la possibilità di poter rispondere alla distruzione dolorosa della vita, Heinrich invece investe di spirito polemico e sarcastico quella stessa società. Emblematica, a questo proposito, l’opera intitolata Il suddito, nella quale è rappresentata la condizione del popolo tedesco del suo tempo, che, rinunziando secondo l’autore alla qualifica di cittadino e ai suoi diritti, si assoggetta senza reagire ad un potere dispotico ed assoluto che lo stava precipitando nel baratro della guerra.

5. L’espressionismo tedesco ha rivolto la sua lotta contro la società e la guerra utilizzando anche forme di arte come il cinema ed il teatro. Nell’arte cinematografica ricorderemo alcuni film degli anni ’21 e ’22, successivi alla guerra, Il gabinetto del dottor Calligaris, Il dottor Mabuse ed Il giocatore, sia per il loro contenuto sia perché hanno fornito successivamente materia di studio alla cinematografia mondiale che dalle opere in questione ha acquisito tecniche espressive  valide ancora oggi. In tali film, a soggetto intensamente favoloso, sono rappresentati per lo più spettacoli di folle anonime e caotiche con la frequente apparizione di un tiranno assetato di potere che, servendosi di soprannaturali poteri ipnotici, riesce a soggiogare gli altri personaggi del dramma. La messa in scena di spettacoli oscuri con frequenti primi piani dei protagonisti, illuminati solo a tratti da lividi lampeggiamenti, scenari e fondali bui, opera di artisti espressionisti, dei quali erano anche i soggetti (pensiamo alla città di Kirchner), la frequente rappresentazione di baracconi da fiera, luoghi affollati di ritrovi, volevano esprimere in qualche modo lo stato di caos in cui versava la Germania del tempo, colpita da spaventosa miseria dopo la guerra, incerta del suo destino. La novità assoluta di quest’arte drammatica consiste anche in una serie di nuove tecniche specifiche, passate poi nella cinematografia mondiale, che sono applicate qui per la prima volta, come le improvvise illuminazioni del volto dell’attore, l’invenzione del trucco, l’uso dello specchio per indicare le zone di transizione tra la realtà ed il sogno.

Alcune di queste tecniche le ritroviamo nel teatro di avanguardia del ‘900, come l’introduzione sulla scena di maschere, oltre che di personaggi, pensiamo ai drammi  del nostro Pirandello che, come accade ne I sei personaggi rappresenta simbolicamente con gli istinti e le passioni tutta la vita del nostro subcosciente. Anche l’espressionismo teatrale,  assumendo una posizione fortemente critica nei rispetti dell’ordine sociale,  condizione di impegno che si riscontra nel successivo teatro epico brechtiano, ha operato importantissime novità contenutistiche e tecniche, in particolare rivoluzionando la commedia borghese e facendo cadere la canonica distinzione dei generi drammatici. Diversamente dal dramma borghese (il cosiddetto “teatro utile” di imitazione francese, pronto a mettere in scena ottimisticamente i buoni sentimenti in modo aproblematico), il teatro espressionista, con la rottura della terza parete, tende a strappare lo spettatore dalla tranquilla e concreta fruizione della realtà per calarlo nella visione interiore dell’autore, drammatica e problematica. Gli attori che aderivano all’espressionismo, rifiutando la staticità dell’impressionismo fotografico della rappresentazione, ricorsero inoltre a nuovi effetti dinamici, sia vocali sia gestuali, col proposito di rendere non tanto i particolari visibili della vita reale quanto la sua insondabile essenza assoluta.          

 

6. A parte le differenze che caratterizzarono gli artisti della poetica espressionista (per semplificare potremmo ridurre la molteplicità del movimento in tre fondamentali componenti: quella cosmica dei cosiddetti “eternisti”, sempre alla ricerca di una nuova fede, quella politica e sociale degli “attivisti”, e quella “astrattista”, esclusivamente tesa a ricercare nuove valori formali) tutti gli espressionisti si riconobbero  nella comune ricerca ed adozione di un linguaggio che andasse al di là del dato visibile, che fosse in grado di conferire  immediatezza alla percezione più naturale ed intima delle cose. Proprio per questo individuarono nell’Impressionismo francese il proprio bersaglio, in quanto secondo Kirchner e compagni quel movimento fin de siècle, pur avendo costituito all’inizio un’autentica rivoluzione nell’ambito della pittura col privilegiare la luce e il colore colti e filtrati dall’occhio dell’artista, aveva esaurito in seguito la sua forza propulsiva configurandosi al termine come una qualsiasi accademia. Gli espressionisti, polemizzando con i pittori realisti francesi, intesero sostituire alla loro visione in fondo prevalentemente oggettiva una nuova disposizione del vedere dell’artista che all’occhio fisico che si limita a fotografare semplicemente ed oggettivamente la realtà, resa ottimisticamente attraverso una festa di colori essi, proponendo una rivoluzione nel linguaggio dell’arte, intesero contrapporre soggettivamente “l’occhio dell’anima”, un’anima inoltre tragicamente tormentata ed angosciata dal male di vivere. All’occhio esterno essi intesero sostituire quello interno dell’anima, producendo una ribellione dello spirito contro la materia, al mondo reso attraverso l’occhio della pura ed esclusiva visione oggettiva, propria degli impressionisti, essi contrapposero l’idea di volersi servire degli oggetti del mondo esterno solo come stimolo di profonde e genuine espressioni interiori. Al mondo osservato attraverso l’occhio e fotografato, contrapposero l’idea della necessità di servirsi dell’oggetto. In tal modo si veniva realizzando un’autentica rivoluzione estetica che rinunciando alla pura e semplice rappresentazione della realtà che non meritava di essere effigiata, facendone semplicemente copia, dicevano gli espressionisti, in quanto già esistente, ma essa era degna di divenire soggetto dell’arte solo se poteva essere romanticamente interpretata e trasformata dall’artista.

7. Se la nuova visione degli gli “occhi dell’anima” finì per costituire  le base della poetica e della concezione estetica dell’espressionismo, che ha avuto come si è detto una decisiva influenza anche nelle altre arti (dopo aver accennato agli influssi dell’espressionismo nel cinema e nel teatro sono da ricordare anche quelli che si riscontrano nella musica[2] e nell’architettura[3] del tempo) non c’è dubbio che

essa ha trovato la sua maggiore e migliore fioritura nelle arti figurative, come dimostra l’opera di alcuni grandi artisti del’900, tra le quali sono innanzitutto da sottolineare quelle di Kokoschka, artista dotato di una fantasia visionaria e oscuramente simbolica che ha il merito di aver creato il modello del ritratto espressionista. Kokoschka, anziché delineare i caratteri esteriori dei personaggi che ritrae con caratteristiche corrispondenti alla realtà (ad esempio il volto o altre sembianze) li investì esclusivamente dei suoi sentimenti. Non sono le caratteristiche esteriori che interessano il pittore, non è la mimesi naturale cui egli tende, ma l’artista con una viva penetrazione psicologica si preoccupa  esclusivamente di interiorizzare l’oggetto della sua rappresentazione col risultato di modificare o in molti casi di deformare la stessa realtà, sicché i suoi personaggi perdono spesso le sembianze umane assumendo l’aspetto di maschere tragiche. Per quanto l’arte di Kokoschka sia oscuramente simbolica non si fa fatica ad intendere che egli volesse rappresentare l’angosciosa situazione dell’uomo moderno che ha smarrito insieme con le sue più autentiche fattezze  la sua stessa identità. Anche il nostro[4] Modigliani può essere assegnato per molti aspetti della sua arte al clima

 dell’espressionismo che egli ebbe modo di respirare nell’ambiente intellettuale parigino del primo novecento, tendente per sua natura a rompere con la tradizione. La pittura di Modigliani fu, analogamente a quella di Kokoschka e all’arte diTrakl, un’arte di avanguardia perché protesta contro la società nella quale l’artista stenta a vivere a causa della sua diversità. Il malessere sociale di Modigliani, sconvolto più che confortato dalla lettura di Bakunin, si stempera tuttavia nella ricerca di un’arte nuova  che, ponendosi come succedaneo della lotta sociale, è frutto del suo forzoso e solitario ripiegamento interiore. L’autoesclusione dalla lotta, in certi casi la rassegnazione, è il sentimento che aleggia nelle figure di donne di Modigliani, dal lungo collo reclinato, con gli occhi tristi e perduti nel vuoto. Sarebbe da ascrivere alla corrente dell’espressionismo anche un pittore come Chagall, se non avesse subito analogamente a molti altri artisti dell’epoca anche l’influenza del Surrealismo[5]. Anche Marc Chagall, pittore di origini russe naturalizzato

 francese, è autore di un’arte che protesta contro il suo tempo astraendosi contemporaneamente dalla realtà. Contro le violenze della distruzione e della guerra, Chagall crea un’arte che sostituisce alla crudele situazione della storia un mondo fatto di fiabe e di sogni che contribuiscono a liberare l’artista distaccandolo dalla drammatica realtà.

 

Il popolo slavo tanto martoriato, che tante guerre e sofferenze ha dovuto subire, che porta insieme con lui le stimmate del dolore umano, è anche portatore di un antico patrimonio di favole, di credenze e personaggi elementari che diventano temi e protagonisti delle sue tele. Chagall ha una simpatia profonda per la sua gente, la sua è una rappresentazione dei poveri e degli umili che ricorda l’arte umanitaria di Tolstoj e dei narratori democratici russi dell’Ottocento. Ma Chagall si distingue anche da questi autori di romanzi, che realisticamente hanno rappresentato le piaghe e le sofferenze del popolo russo, in quanto la sua arte, sottraendo alla realtà concreta le sue figure di  umili e di sofferenti, distaccandole dalla terra che è bagnata di lacrime e di sangue le fa volare in cielo. L’arte di Chagall è espressionista e surrealista insieme perché rinunciando ad una oggettiva ed esclusiva rappresentazione concreta della realtà, ha trasferito le vicende dei suoi poveri protagonisti in un mondo fiabesco e meraviglioso, quello dei sogni. E’ un miracolo di cui solo l’arte è capace: la creazione di un mondo surreale,  librato nell’aria, dove non c’è più la realtà cruda, ma solo il sogno dell’uomo, dell’artista il quale, vedendo che la vita è amara e triste, porta i suoi poveri in cielo, dove essi distaccati dalla terra suonano il violino meglio degli angeli. E’ questa una visione che ha trovato un’analoga e mirabile rappresentazione cinematografica nel film di Vittorio De Sica Miracolo a Milano.  

 


 

[1] Con  Avanguardia, termine derivato dal linguaggio militare che è entrato in uso proprio nel ‘900, si suole definire tutti i movimenti artistici di rottura del ‘900 che, a cominciare dalla fine del diciannovesimo secolo , si susseguirono l’uno dopo l’altro giungendo, si può dire, fino ai nostri giorni. 

[2] Anche se il Wozzeck di A.Berg è ritenuto da alcuni l’archetipo della musica espressionista, Il melodramma Pierrot Lunaire di A.Schoenberg è universalmente considerato come il manifesto del nuovo movimento, in quanto qui sono sintetizzate le fondamentali novità espressive caratterizzanti l’espressionismo musicale, riconoscibili nella tecnica atonale o pantonale, nell’adozione del canto parlato, nella concezione dell’opera d’arte come espressione del grido dell’anima in preda all’orrore e all’angoscia.    

[3] Il gruppo Die Brϋcke fu particolarmente attivo nel campo dell’architettura, che si oppose al razionalismo oggettivo dell’architettura sachlich. L’influsso espressionista è presente in modo evidente nelle opere di Van de Velde, Hans Poelzig  (del quale si ricorda il Grande Teatro di Berlino) ed Erich Mendelsohn, autore del progetto esecutivo della torre Einstein a Potsdam. 

[4] Nel nostro Paese non mancarono artisti che operarono nell’ambito dell’espressionismo che si opposero alla mediocre e dilagante cultura locale dell’epoca. Nel 1926 un gruppo di artisti, tra cui Carlo levi e Piero Martina, diedero origine al cosiddetto “Gruppo dei se”i, cui più tardi seguì il raggruppamento della rivista “Corrente”, fondata da Ernesto Treccani, che vide la collaborazione di pittori come Guttuso, Cassinari, Migneco e Sassu e di scultori quali Manzù e Broggini, accomunati da una ricerca di soggetti particolarmente impegnati e fautori di un realismo sofferto e deformato dal linguaggio espressionista. Anche la successiva Scuola Romana di Scipione, Mafai e Raphael, pur appellandosi frequentemente a modelli surrealisti non poté fare a meno del la lezione degli espressionisti.

[5] Il movimento surrealista, creato in Francia da Andrea Breton e quasi contemporaneo dell’espressionismo, fece in molti casi sentire la sua irresistibile influenza su artisti già convinti sostenitori di quest’ultimo movimento, i quali  senza subire contraddizioni attinsero motivi e procedimenti  tecnici da entrambe le avanguardie.