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Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

L’angoscia, veleno e farmaco dell’età moderna

di  Raffaella Faggella

 

1.Per chi, come noi, si accinge a definire la natura e la genesi del  concetto di angoscia, accade di costatarne la presenza in diversi campi di indagine scientifica: particolarmente in ambito filosofico (dove probabilmente il termine angst in lingua tedesca venne usato per la prima volta),nella psicologia (dove preferibilmente alla parola angoscia si sostituisce il termine “ansia” dall’inglese anxiety) e nella psicoanalisi (dove il termine “angoscia” è usato per connotare non aspetti puramente psicologici, ma uno stato più propriamente patologico che Freud colloca nella casistica delle nevrosi).

Il padre della psicoanalisi nel corso del suo pensiero si è soffermato più volte con grande attenzione sulla natura e sul significato dell’angoscia per darne una spiegazione scientifica di tipo psicogeno,cioè diversa dalle teorie somatogene di tipo positivista che in modo deterministico attribuivano la causa dell’angoscia ad una malformazione del nostro sistema neurovegetativo. In una prima fase che coincide con l’inizio della sua riflessione (1893-1895) Freud, affrontando per la prima volta il problema e definendone il quadro clinico, considera l’angoscia come il risultato di un’accumulazione di tensione libidica, prodotta da una serie di eccitazioni sessuali non scaricate. Riprendendo in seguito il problema intorno al 1915, specifica l’angoscia dell’uomo adulto sia come il risultato traumatico a distanza della nascita ovvero del distacco dalla madre. Infine, nel 1926, in uno studio specifico intitolato Inibizione, sintomo, e angoscia, rivedendo le sue precedenti teorie incentrate solo sulla libido, attribuisce l’origine del fenomeno psichico anche alla difesa dell’Io e del Super-Io. A questo proposito Freud, distinguendole, definisce tre diverse modalità di angoscia:a) quella “esterna” che scatta nel soggetto come reazione di fronte ad un pericolo reale che lo minacci; b) l’angoscia “automatica” (interna) che insorge allorché il soggetto è sopraffatto da un cumulo eccessivo di stimoli che non riesce a controllare; c) “il segnale di angoscia”(anch’esso interno e caratteristico delle psiconevrosi) che si genera ogni volta che l’io cerca di difendersi nei confronti del ripersi di una situazione di angoscia automatica precedentemente provata. Dopo Freud gli psicoanalisti si sono preoccupati di arricchire ulteriormente il concetto, aggiungendo alla casistica freudiana altre specificazioni, parlando di “angoscia di base” (generata da uno scontro del soggetto con il contesto sociale) nel caso di Karen Horney, o di altre diverse specificazioni quali “angoscia depressiva” o “persecutoria” di cui parla Melania Kleim.

Quanto agli psicologi, ci limiteremo ad aggiungere a quanto si è detto all’inizio che le loro ricerche, nate dopo quelle degli psicoanalisti, e con una prospettiva rigorosamente descrittiva piuttosto che analitica, sono state rivolte prevalentemente a fornire spiegazioni ulteriori sulle interrelazioni che intercorrono nella complessa sfera della personalità che è stata da loro scandagliata a fondo.

2. Qualunque sia il campo di indagine, (sia che al termine angoscia si preferisca quello di ansia, come accade nella ricerca degli psicologi, o venga usato in modo assoluto, come è attestato nella filosofia e nella psicoanalisi) la parola serve comunque ad indicare uno stato negativo di malessere o sofferenza intima dell’uomo, un’emozione abnorme spesso accompagnata da disturbi della sfera psicosomatica, di fronte ai quali egli o avverte dolorosamente e senza rimedio la propria impotenza o reagisce per opporvi rimedio alla ricerca di soluzioni alternative, non necessariamente negative come la scelta della morte volontaria, ma anche compensative come un possibile rifugio nella fede o addirittura risolutive, come l’opportunità positiva di una nuova conoscenza e la possibilità di dare espressione artistica a quel male. In quest’ultimo caso l’angoscia potrebbe essere assimilata alla cosiddetta “malinconia”[1] degli umanisti che, pur essendo per sua definizione associabile alla condizione atrabiliare dell’uomo, perde nella teorizzazione filosofica del Ficino la sua natura di humeur noir caricandosi di sensi positivi che inducono all’amore, alla conoscenza e all’arte. 

Nicola Abbagnano[2], che ha un posto di rilievo nella cultura dell’Esistenzialismo non solo italiano, giustamente definita “la filosofia dell’angoscia”, indicando proprio nell’angoscia un ingrediente costante della civiltà contemporanea e in generale della situazione umana nel mondo, dopo aver chiarito che l’angoscia di tipo esistenziale altro non è per l’uomo se non una situazione oggettiva di sofferenza che comunque impone l’esigenza di una scelta (che nella condizione generale si limita semplicemente all’atto di accettare l’angoscia come male oggettivamente inevitabile, mentre, ponendosi come alterità rispetto alle situazioni comuni, apre eccezionalmente ad altre soluzioni, in alcuni casi risolutive), così chiarisce la necessità da parte dell’uomo di operare una scelta molto spesso rischiosa:”Certamente anche di fronte all’angoscia si apre un’alternativa possibile. Si può rimanere semplicemente vittime dell’angoscia, evitare le scelte decisive, ridursi alla paralisi o all’accettazione pura e semplice della ruotine quotidiana. E si può assumere l’angoscia come un incentivo per le scelte responsabili, per l’attività creativa. Al limite, sulla prima via, c’è la paralisi spirituale, o la follia. Sulla seconda via non c’è un limite; ci sono sforzo, fatica, ma anche responsabilità e dignità”. 

Alcuni termini e concetti che compaiono nella pagina citata, non solo quello di angoscia, sono gli stessi che vengono utilizzati e fatti propri da tutti i componenti dell’Esistenzialismo (scelta, scacco, colpa, possibilità, mondo, singolo, responsabilità sono alcuni delle parole chiave utilizzati dai componenti di questa scuola) che a partire dagli anni Trenta del Novecento venne conformandosi, pur con le dovute differenze dovute al carattere dei diversi autori e pensatori, come una vera e propria corrente filosofico-letteraria che prende il nome dal fatto di concepire l’esistenza umana come centro della sua indagine. Ma tale esistenza viene anche connotata quale finitezza, cioè come una inesorabile tendenza a finire dell’uomo, (visto che egli possiede come caratteristica non accidentale la mortalità) che inoltre si svolge in un mondo fatto non di necessità e certezze assolute, ma solo di possibilità che non garantiscono all’uomo nessun successo.

3.Si attribuisce alla lettura di Essere e tempo di Martin Heidegger l’immissione nel pensiero di molti termini e temi che diverranno tipici dell’esistenzialismo, come ad esempio il concetto fondamentale della deiezione dell’esserci, che fa dell’uomo un essere per la morte, la cui vita non ha senso, in quanto egli vi è gettato dentro come un oggetto o una spoglia inerte. Se è vero che dalla lettura meditata delle opere di Heidegger prende il via l’Esistenzialismo come una vera e propria corrente di pensiero del ventesimo secolo che avrà poi le sue diramazioni, dobbiamo ritenere senza ombra di dubbio, come giustamente ritiene Abbagnano, che sia Soren Kierkegaard[3], vissuto nel secolo precedente (1813-1855), il vero padre spirituale di quella scuola filosofica.

Il pensatore danese strutturò il suo sistema di idee contrapponendosi all’opera di Hegel, nel cui pensiero l’esistenza dell’uomo trovava una  spiegazione e una giusta collocazione all’interno della sua filosofia dello Spirito, in quanto consustanziale e retto dallo stesso principio, secondo una traiettoria razionalmente comprensibile che dalla vita del singolo mena a quella dello Spirito. In questa visione l’uomo è comprensibile solo in termini di necessità. Una volta concepita la totale appartenenza al mondo dello spirito, all’uomo che vi si conforma si riserva necessariamente un destino superiore di felicità e successo. Pertanto, il pensiero hegeliano, come accade a tutte le tendenze filosofiche della metà dell’Ottocento,(Positivismo e Marxsismo, collocati all’interno dello stesso quadro richiedono un’analoga considerazione in generale) è caratterizzato da un ottimismo di fondo, in quanto concepisce una fede vigorosa nella condizione dell’uomo e nel suo destino futuro. Soren Kierkegaard sta a sé, in quanto la sua è l’unica voce discorde nel grande coro dell’ottimismo filosofico del suo secolo.

Mentre le filosofie ottocentesche fondavano il loro successo sul concetto di necessità (le leggi di natura su cui si regge l’impalcatura dei valori positivisti non sono per questo diverse dal hegeliano divenire dello Spirito) Kierkegaard nega questo fondamento in quanto non crede nella necessità, per lui l’esistenza dell’uomo separata da qualsiasi spiegazione generale, si svolge esclusivamente in modo solitario e singolo senza alcun rapporto o legge che lo colleghi alla vita di un’entità che si chiama Spirito. L’uomo, se è vero che vive, vive non in un mondo assoluto ma esclusivamente in un mondo del “possibile”, nel senso che a lui sono riservate una serie di possibilità. Ma quella che può sembrare una ricchezza si riduce infine a povertà in quanto egli vive innanzitutto il dramma della scelta, ma non è detto che la possibilità prescelta si realizzi positivamente. Di qui il senso dello smacco, del fallimento e della sconfitta che aprono la strada al sentimento fondamentale dell’uomo contemporaneo cui Kierkegaard diede il nome di angoscia.

L’insorgere di questa malattia dello spirito che si contagia anche alla sua complessione fisica, che trova la sua spiegazione nel senso del nulla che avvolge la vita dell’uomo contemporaneo, è stata così spiegata da Nicola Abbagnano, uno dei più sensibili filosofi del nostro tempo:” Tutto ciò che l’uomo può essere, sperare o conquistare è soggetto alla minaccia del nulla. E il sentimento che fa avvertito l’uomo di questa minaccia è l’angoscia. L’angoscia non è la paura o il timore di un male o di un danno determinato che minacci l’uomo in una situazione particolare. Può insorgere anche nella condizione fortunata e felice perché è il sentimento del possibile: è l’avvertimento che la sventura, il male, il peccato, la morte sono dietro l’angolo e possono mandare da un momento all’altro in malora ciò che l’uomo ha di più caro”[4].

4.Queste idee, frutto del solitario pensatore danese dopo la fine della prima guerra mondiale e diventate in seguito patrimonio della corrente esistenzialista, sono penetrate ampiamente e profondamente nella nostra cultura contemporanea. Norberto Bobbio in un suo libro intitolato La filosofia del Decadentismo ha giustamente messo in risalto i legami strettissimi che esistono tra l’esistenzialismo e la cultura del ‘900. Una tale correlazione si spiega innanzitutto con la presenza di motivi angoscianti che si riconoscono in tutta l’arte del ventesimo secolo. Se apriamo a caso le pagine dei romanzi di Svevo e di Pirandello, da noi, di Thomas Mann, di Kafka, di Musil, e di altri autori della grande avanguardia europea, vi troviamo la presenza ricorrente di motivi quali la solitudine, l’alienazione e il termine fondamentale dell’angoscia.

Se ci chiediamo in conclusione che cos’è l’angoscia, potremo rispondere con gli esistenzialisti che essa è la paura che nasce dal non so che, da un pericolo che non si conosce. E’ come se l’uomo si fosse posto al di là di un cantone, incapace di vedere quello che dietro l’angolo si svolge. Questa sua posizione che da un lato potrebbe sembrare defilata è, al contrario, pronta ad essere sensibilizzata da tutti i fenomeni del mondo ed esposta costantemente al rischio e alla paura. L’angoscia, pertanto, non è altro che la posizione storica dell’uomo moderno che, trovandosi in un’età di crisi, dopo aver visto naufragare l’intera impalcatura dei valori positivi, ha perso le sue certezze e ha paura di un qualcosa che lui stesso non è in grado di definire.

 L’angoscia, il nichilismo, questo sentimento del nulla che domina tutta quanta la vita dell’uomo moderno è stata teorizzata a partire da Kierkegaard dalla scuola dell’esistenzialismo, una filosofia che riconosce nella vita dell’uomo solo il niente, nel senso che la vita dell’uomo non ha senso, non significa nulla, egli è gettato nella vita (secondo la definizione di Heidegger assolutamente tragica), la vita è semplicemente dolore, l’uomo vive in attesa della morte, l’unica certezza del domani che gli è riservata. Per capire i legami che intercorrono fra la filosofia e la letteratura del ‘900 basta leggere nelle pagine dei romanzi di Svevo, di Pirandello, di Moravia per verificare che i protagonisti di queste opere (gli inetti di Svevo, i personaggi irrelati di Pirandello, gli indifferenti di Moravia) sono individui che sentono i medesimi sentimenti.

Non solo il romanzo, ma anche la lirica, tutte le espressioni artistiche dell’età moderna, sono poco rassicuranti, ma sono anche forme espressive che intendono rivelare in qualche modo le ragioni drammatiche della vita del nostro tempo. La vita nella quale ora siamo calati è per gli artisti e i filosofi contemporanei una condizione tragica, è una vita anarchica, è una situazione in cui tutto si scompone: il soggetto perde la sua identità ed unità. L’uomo è solo e angosciato, continuamente ricacciato in se stesso e non ha più la possibilità di comunicare normalmente con gli altri. Si può dire che nella letteratura, nella poesia, nel romanzo, ma anche nelle arti  figurative l’artista rinunzi alla consueta comunicazione. In compenso però l’arte del ‘900, denunciando la crisi storica in cui egli versa, ha avuto il grande merito di averci mostrato l’effettiva dimora dell’uomo contemporaneo.

 

 


 

[1] Si veda, a tal proposito, il saggio datato ma anche sempre attuale di S.Battaglia, L’evasione e la malinconia, in Mitografia del personaggio, Rizzoli, Milano 1968, pp.69 sgg.

[2] Cfr. Nicola Abbagnano, in Per  o contro l’uomo, Rizzoli, Milano 1982.

[3] Il letterato e filosofo danese Kirkegaard è ritenuto a ragione il precursore dell’Esistenzialismo, la corrente di pensiero contemporanea che, in opposizione all’Idealismo e ad ogni forma di razionalismo, insiste sul carattere instabile e precario dell’esistenza  umana, individuale e irriducibile ad ogni universale.

[4] N.Abbagnano, ibidem.