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L. Sinisgalli, le opere e i giorni


di Marino Faggella

 Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

L'infanzia

1918-1917

Leonardo Sinisgalli nacque il 9 Marzo 1908 a Montemurro (PZ), l'antica Castrum Montis Murri, da Vito Sinisgalli e da Carmela Lacorazza. Terzogenito di sette figli («Come la sposa del Cantico dei cantici la mia cara mamma aveva portato in dote una vigna alle piane. Una piccola urna di terra fertile come era stato fertile il suo grembo»[1]) dopo la partenza del padre emigrato e prima di partire in esilio come lui, e di essere sradicato a forza dalla sua terra, trascorse con i suoi fratelli e sorelle («una delle tribù più prolifiche della Valle dell'Agri») nel paese, che sorge in alto sopra la valle solcata dal fiume, gli anni della sua infanzia austera («al tempo delle vespe d'oro/quando al sambuco/si fanno dolci le midolla./ Allora s'andava scalzi/per i fossi/si misurava l'ardore del sole dalle impronte/lasciate sui sassi»[2]), selvaggia («Solo un ragazzo può sporgersi agli orli/dell'abisso per cogliere il nettare/tra cespi brulicanti di zanzare/e di tarantole»), ma felice («La mia infanzia è stata bella, sì, se riesce ancora a nutrirmi con l'età che ho adesso, se non faccio altro che ricordarmela. Gli spunti grossi me li ha dati la mia infanzia che poi è durata pochissimo, poiché sono stato in paese fino a nove anni»[3]).

In tutto l'arco della sua esistenza, direttamente o indirettamente, Sinisgalli dovette subire il dolore di abbandonare la sua terra o di essere abbandonato. Infatti non aveva ancora tre anni quando il padre, sarto e contadino, fu costretto ad emigrare prima a New York poi a Barranquilla in Colombia per esercitare diversi mestieri. la sua fu pertanto una fanciullezza povera di padre, ma in compenso ricca di una madre forte in quanto Carmela Lacorazza, primogenita di una grande famiglia e prototipo delle fragili ma fortissime donne lucane, era riuscita ad allevare da sola, in assenza del marito, la sua piccola tribù dando prova di straordinaria energia («Gli uomini delle nostre famiglie godono di poteri minimi in confronto alle madri. Mia madre mi diceva per lettera quando ero fuori dal nido, lontano dalle sue ire e dalle sue lune atroci, ch'ero la pupilla dei suoi occhi, ma finché non ebbi varcato i tredici anni mi faceva volare a calci contro lo spigolo di una sedia fino a farmi volare gli incisivi»[4].

La sua inclinazione - come egli stesso affermò più tardi - era quella di «imparare bene un mestiere antico e di esercitarlo in un giro ristretto con bravura e un po' di fantasia»[5]. Per questo gli sarebbe piaciuto andare alla bottega «Qui dove mi trovo c'è ancora qualcuno che sa qual era la mia vocazione: fare il fabbro e mi ero scelto perfino un maestro, Titillio. Quando avevo otto o nove anni, la forgia stava in un largo dietro la via principale del paese»[6]. Si può dire tuttavia, che per fortuna la lezione di mastro Titillio non sia andata completamente perduta se è vero che in seguito Sinisgalli «fabbro divenne, eccellentissimo, di versi e di prose in cui trasferì quel principio di alto rigore compositivo che governa a suo avviso il lavoro dell'artigiano e che deve ispirare parimenti l'artista di professione...  vale a dire un irrinunciabile esprit de géometrie»[7].

Ma vi fu chi si prese la responsabilità di contraddire la sua vocazione: nel 1918, alla fine della grande guerra, per consiglio del maestro Vito Santoro, che lo aveva tenuto alla sua scuola nel convento col padre lontano s'indusse a fargli proseguire gli studi lontano da casa. Ciò non fu senza dolore, dalla data la giovanissima età di Leonardo: «Io stavo a sentire seduto per terra in un angolo, sotto l'arco della scala, il sommesso colloquio. Don Vito sosteneva che io ero maturo per partire. Mia madre invece gli diceva qualcosa all'orecchio "Fa ancora la piscia nel letto", gli disse quel giorno, e ricordo la faccia esterefatta del povero Maestro. Si accostò a me che stavo seduto per terra, passò la mano sulla testa, mi palpò il piccolo  cranio dolcemente»[8].

La madre in un primo tempo aveva deciso di metterlo in collegio a Sala per non mandare il figlio troppo lontano: «A Sala Consilina mia madre voleva mandarmi per cominciare i miei studi quando ero ancora un bambino. E allora per consolarmi mi portava sulla loggia e mi faceva guardare lontano dov'erano i balconi del collegio. "metterò il binocolo nella tua valigia", mi diceva, per consolarmi...[9] ma in verità fu mandato molto più distante, nel collegio dei Salesiani di Caserta. Sinisgalli partì da Montemurro nel lontano 1917 "con le tasche piene di confetti" in compagnia di un altro ragazzo del paese, superando con dolore il fiume che segnava il confine della sua provincia: «Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull'Agri crollò dopo il nostro transito, mi convinco sempre più che tutto quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene»[10].

Lontano dalle sue colline e dai suoi, Leonardo cominciò ad assaporare il veleno della solitudine, ad appoggiare tutto il peso della vita sul cuore, a tenere il segreto sulle poche fantasie, sui rari pensieri che gli suggeriva la vista del suo nuovo ed ingrato orizzonte. In effetti, come è testimoniato anche da alcune poesie contenute nell'Età della luna ("Convittori lucani" ed "Esercizi spirituali") gli anni trascorsi in collegio da Sinisgalli «furono freddi e bui e significarono, in modo definitivo, la fine e la negazione dell'infanzia» (Caserta). Ma ben presto messa da parte la sua inerzia infantile, non gli rimase che accettare "una sorte imprevedibile ed un distacco che sarebbe diventato ineluttabile»[11].

poi non trovò più "l'energia per un ripensamento", perché «al ragazzo reveur, al sonnambulo si sostituì un personaggio volitivo, deciso, anche spietato»[12] che si fece ripagare un po' alla volta il prezzo pagato all'ambizione della madre e dei suoi tutori spirituali fino al conseguimento della "bellissima licenza" (10 in matematica, 10 in disegno e nelle altre discipline) conseguita fuori sede a Napoli nel 1925, il secondo anno della riforma Gentile, dopo aver frequentato a Benevento (dove si era trasferito nel '20 ospite del Collegio De la Salle) da esterno il locale Istituto Tecnico. Un solo episodio della sua vita di studente merita di essere ricordato, perché è una prova della straordinaria passione di Leonardo per i numeri, già del resto dimostrata fin dai primi anni della scuola elementare:«Mainardi è l'insegnante di matematica della prima, curvo, avrà poco più di trent'anni ma ne dimostra cinquanta. Viene col treno da S. M. Capua Vetere. Non si toglie la mantellina dalle spalle e spesso tiene il cappello. Inforca gli occhiali per fare l'appello... Si libera di qualche indumento, scrive sulla lavagna il problema da risolvere a memoria: "Voglio in 50 minuti la somma dei primi 50 numeri". La piccola scolaresca comincia a compitare muta, muovendo le dita della mano sinistra. I cervelli di 23 fanciulli lavorano in parallelo, chi avanti chi indietro. Il professore vede 15 allievi che si sforzano di arrivare in cima. C'è n'è uno solo che se ne sta tranquillo, sembra aver rinunciato alla gara. Arrivano i primi risultati sono tutti sbagliati. Qui, il bambino distratto, l'escluso, si alza dopo tutti, e pronuncia con un sorriso: 1275. Mainardi scende dalla cattedra. Gli si avvicina, lo abbraccia. "Come hai fatto?" gli chiede. "Solo due operazioni 50+1=51; 51x25=1275. Ho messo gli addendi su due file uguali, sono arrivato a metà e sono tornato indietro da 1 a 25 e da 26 a 50". Era un genio»[13].

In Collegio questi successi del giovane Sinisgalli "erano accolti, però, con disagio", soprattutto dagli sconfitti che non potendo competere, per umiliarlo si pretendevano le loro vendette in altro modo «La memoria mi riporta a tratti i malvagi tentativi di burle, di dispetti, di ricatti che imbastirono i miei nemici nel periodo più critico, dai tredici ai quindici anni, contro di me»[14].

Troppo lontano da casa in un ambiente ostile, per diversi anni il giovane non ricevette la visita di un parente. Ma un giorno, quando non aveva ancora scoperto la compagnia dei libri, e faceva esercizi di calligrafia ricevendo tante volte i nomi e i luoghi del paese, per non dimenticarli (Verdesca, Canaletti, Belliboschi), vennero a chiamarlo in classe per una visita in parlatorio. Vi trovò il padre Vito che tornava a casa nel 1922 dopo quindici anni trascorsi in America. Ma fu una delusione: se l'era figurato alto e forte, ma si era trovato innanzi un uomo piccolo, curvo ed anzitempo invecchiato: «Tutta la notte io piansi sopra il guanciale stretto fra le braccia. Non sapevo che mio padre fosse già tanto vecchio. Avevo conosciuto in due anni quasi tutti i genitori, le loro mamme così giovani e piacenti, i loro papà robusti... Era partito tanti anni prima per l'America... Mio padre ora tornava, ma non era più forte»[15].

Lo stesso anno del ritorno del padre (la famiglia del poeta abbandonò la vecchia casa, dove Leonardo era nato e cresciuto con i suoi fratelli, per trasferirsi nella più moderna "palazzina con loggia" situata di fronte. Fu allora che Sinisgalli cominciò a scrivere e a comporre i primi versi ritirandosi in solitudine in una stanza della casa di Libritti (lo stanzone di zia Teresa) rimasta vuota. Alla fine del '25, spinto dalla sua passione per i numeri «Posso dire di aver conosciuto giorni di estasi tra gli anni quindici e gli anni venti della mia vita, per virtù delle matematiche» si iscrisse a Roma alla facoltà di matematica.

 

1926-1931

Il primo  periodo romano

All'inizio dell'anno accademico Leonardo si trasferì nella Città eterna per seguire i corsi di analisi tenuti da illuminati maestri quali Severi, Levi-Civita, Fantappiè. Ma dopo aver superato con qualche difficoltà il biennio propedeutico «Il primo anno del biennio era stato durissimo per tutti, e perfino i ragazzi provenienti da istituti tecnici si trovarono in difficoltà. Ci riunivamo a turno nelle nostre camere... Ci voleva lo sforzo cumulativo di almeno un paio di buoni cervelli per decifrare le prime pagine delle dispense di analisi»[16], ebbe una crisi (narra nel Furor  che proprio quando aveva capito alcune proprietà degli aggregati numerici, un amico volle condurlo in una casa di piacere situata nel loro quartiere: «Egli mi parlava di delizie oscure, mi disse una Domenica di salire senz'altro, in una squallida stanza trovai la donna grassa e rossa che doveva iniziarmi ad un mistero diverso da quello di Cartesio» laureandosi nel 1932 solo in ingegneria meccanica e perdendo l'occasione di frequentare l'istituto di via Panisperna dove Enrico fermi stava conducendo innanzi con una équipe  di giovanissimi fisici le sue rivoluzionarie ricerche sulla fissione nucleare «Potevo trovarmi nel gruppo di ragazzi che hanno aperto l'era atomica, ma preferii seguire pittori e poeti e rinunciare allo studio dei neutroni lenti e della radioattività artificiale». In compenso prese a frequentare letterati e artisti quali, De Libero, Beccaria, Scipione e Mafai nel loro ritrovo di via Cavour che già da qualche anno aveva dato il nome alla Scuola Romana di pittura, fiorita intorno allo stesso Scipione, Mafai e a sua moglie Raphael «Facevo due e perfino quattro volte al giorno la scalinata che scende da San Pietro in Vincoli a Via Cavour, cinque o sei rampe di scale di una ventina di gradini. La mia scuola era lassù, alle spalle del Mosè di Michelangelo»[17]. Determinante fu l'incontro di Sinisgalli e della "giovane clientela" dei suoi amici con artisti già affermati, soprattutto G. Ungaretti, che a quell'epoca, dopo la pubblicazione di Sentimento del tempo  era già un caposcuola «Insieme a noi ragazzi c'erano i priori, Ungaretti e Cardarelli e Angioletti, Falqui, Diemoz, Mazzacurati e altri»[18].

Trovandosi al bivio tra "la magia dei numeri e la magia delle parole" Sinisgalli affascinato prestissimo dal "demone dell'analogia" «Dovetti per obbligo e per curiosità interessarmi da studente di leghe metalliche. Imparai a ragionare di punti critici, di equilibri interni naturali e forzosi, ma soprattutto seppi che la impurità entro certi limiti controllati può irrobustire il reticolo cristallino»[19] decise di seguire l'una e l'altra strada col proposito di conciliare in sintesi scienza ed arte.

 

1932-1940

La Milano degli anni '30

la prima stagione milanese

Dopo il servizio militare prestato a partire dal 2 dicembre 1930 a Lucca presso la Scuola Allievi Ufficiali di artiglieria di Campagna, dove fu sottoposto ad un duro addestramento a cavallo «C'erano tre ore di equitazione alla settimana.

Quando pioveva ci radunavamo nella cavallerizza. I palanafreneri ci aspettavano con i cavalli alla mano, sparivano quando noi eravamo saliti tutti in sella. Non facevo in tempo ad infilare i piedi nelle staffe ch'ero già disarcionato... mi abituai in fine a quella disciplina e quegli stress»[20] superato l'esame di abilitazione per l'esercizio della professione e richiamato dal miraggio della grande città, "che ha mai mancato di incoraggiare i nuovi talenti", all'inizio dell'inverno del '32 raggiunse Milano, proprio quando "era caduto sulla città un nebbione memorabile". ma i primi tempi non furono entusiasmanti, riducendosi a qualche sporadica collaborazione sull'«Italia Letteraria» di Angioletti e Falqui. nel 1934, per incitamento di Zavattini che aveva preso a proteggerlo, concorse ai "Littoriali" di Firenze risultando primo littore per la poesia. la proclamazione avvenne ad opera di una giuria della quale facevano parte Ungaretti, Palazzeschi e Bacchelli, che ebbero modo di apprezzare il giovane talento (in particolare Ungaretti aveva fatto già fatto conoscere Sinisgalli alla cultura dell'Epoca parlando di lui come "un giovane poeta delle parti di Orazio"), mentre i critici del regime, il "molosso" Interlandi e G. Vigorelli, non furono generosi con lui così come non lo erano stati con gli altri ermetici.

 

Dalla Milano degli anni '30 a «Civiltà delle macchine» (1953)

Proprio in quel tempo, allorché il fascismo celebrava i suoi fasti imperiali, istituì i Littoriali con l'intenzione di coinvolgere i giovani nell'euforia fascista e di promuovere con falsa liberalità le arti. Ma l'intenzione di G. Bottai, l'intellettuale più sensibile alla normalizzazione ed alla" pacificazione" con la cultura si rivelò un fallimento per il regime. Infatti, come riferisce N. Bobbio: «nonostante la pretesa del regime di aver creato una cultura fascista, la buona cultura in Italia non solo non fu in quegli anni fascista... ma espresse nelle opere migliori la coscienza di quella crisi storica di cui il fascismo era non il superatore ma l'estremo rappresentante, e sviluppò i primi germi di un rinnovamento che avrebbero dato frutto dopo la liberazione. Cultura fascista e cultura senza aggettivi fecero ciascuna la loro strada, senza quasi mai incontrarsi con cipigli misti a sorrisi, nelle cerimonie ufficiali. E se vi fu qualche non celato connubio, gli uni e gli altri preferivano, quasi per tacita intesa voltarsi le spalle e far finta di non conoscersi. Il fascismo contaminò la cultura non la corruppe... La prova di fuoco furono i Littoriali che erano stati ideati allo scopo di eliminare la "perniciosa separazione tra la scienza astratta nelle università e la concreta, drammatica realtà del mondo", con la precisa intenzione di immettere, nel freddo delle aule scolastiche, il calore di quel sangue che circola nelle vene ideali del paese»[21].

Quali furono i rapporti di Sinisgalli col Fascismo? Premetto che in generale non è agevole individuare il livello ideologico di un poeta, soprattutto quando come nel caso di Sinisgalli non esistono, o quasi, note o specifiche prese di posizione in proposito. Pertanto se ne farà solo una sommaria ricostruzione attraverso le opere dalla lettura delle quali sarà possibile trarre qualche indicazione sugli atteggiamenti del poeta, scienziato verso il Fascismo.

A Firenze Sinisgalli era stato proclamato primo littore per la poesia da una giuria che aveva avuto modo di apprezzare il giovane talento; ma i critici del regime non erano stati generosi con lui, anzi lo avevano considerato un pedissequo imitatore di Quasimodo. Da questo momento il poeta che nella fanciullezza era stato figlio della lupa e poi balilla ("Anche il mio cuore/bevve alle poppe/della lupa. La spalla meschina/strinse il calcio del moschetto./E un caporaletto/da un soldo, un balilla/accese la miccia degli alalà/I frati col fischietto passavano carponi"[22]) cominciò a nutrire successivamente una certa avversione verso gli uomini del regime, la cui caduta soprattutto è descritta con ironico compiacimento nella stessa canzonetta ("Dentro il cerchio di fuoco/volano i gerarchi/chi corse verso Tripoli/chi raggiunse il mar Rosso?/decrepite duchesse/e consuli citrulli./Il martirio ai belli/e la fessa ai fanciulli"). A parte le ragioni autobiografiche[23], è evidente che l'ironia dissolvente contenuta in questa poesia trova la sua spiegazione non tanto nell'evoluzione nella poetica dell'autore dall'Età della luna  in poi, quando piuttosto può servire a spiegare i sentimenti di Sinisgalli (uomo maturo) verso il regime e il suo vuoto militarismo, qui inesorabilmente bollato. Eppure Leonardo da giovane, come dimostrano alcune liriche del '27, aveva dimostrato una certa ammirazione per il Fascismo diretta a dire il vero però più verso la figura del duce che nei riguardi degli apparati del regime. R. Ramat analizzando "La luce alla tua statura[24], una delle poesie dei primi anni annota un giudizio molto importante per noi non tanto perché sottolinea il valore stilistico della lirica in questione ("Che questa poesia, come qualcuno dice di ricordare o insinua con malizia, fosse dedicato a Mussolini, paradossalmente non cambia niente quando ai suoi pregi espressivi")[25]. Ma in quanto contiene una nota che nasconde l'orientamento di Sinisgalli a quella data, abbastanza sensibile alla propaganda politica del Fascismo della seconda metà degli anni '20. Anche R. Aymone, facendo riferimento ad un'altra lirica del periodo ("L'aurora appena") ha sottolineato l'analoga disposizione del giovane Sinisgalli ad esaltare la figura carismatica di Mussolini che nel testo è abbastanza trasparente pur al di sotto di una certa derivazione ermetica. Comunque in senso conclusivo, è per noi più valido il suggerimento di leggere le poesie del tempo, probabilmente dedicate al duce in chiave psicanalitica ("potremo dedurre l'elaborazione di un paterno fantasma generato da un'esigenza di autorevole e didattico modello")[26] in quanto si accorda con quanto diremo in seguito intorno alla figura del padre di Sinisgalli, più che il tentativo operato dallo stesso critico di una mezza assoluzione del giovane poeta e insieme a lui (mal comune mezzo gaudio) di molti intellettuali del suo tempo non del tutto insensibili «nei confronti dell'indubbio ascendente di un uomo e di un'ideologia dove fino a un dato punto parve di poter intuire "la misura" sulla quale ordinare una confusa disordinata direttrice esistenziale[27].

Come si è detto non è facile ricostruire il pensiero come di un poeta come Sinisgalli che nei suoi scritti non ha mai fornito consistenti dati sul suo orientamento politico, tuttavia qualche citazione dalle sue prose può aiutarci a capire meglio.

Giunto a Roma nel '26 per iscriversi all'università, mentre percorreva le strade alla scoperta della città (Via Baccina dove alloggiava in una pensione, Via Cimarra dove "c'era uno dei bordelli più popolari di Roma", Via del Boschetto, Via dei Serpenti) si imbattè ad un tratto in un corteo: «dal fondo oltre Via Cavour, come se sbucasse dal Colosseo, una fiumana bigia irruppe di colpo tra i muri di pietra tra le due sponde: qualche vessillo tricolore, tanti minuti gagliardetti s'incrociavano sopra la testa dei militi che cantavano avanzando velocissimi spinti dagli squilli delle cornette. La gente si addossava alle porte per farli passare. Avanti c'era una pattuglia di arditi con i pugnali in pugno e i cappelli piumati. Un vecchietto accanto a me fece pian piano "chicchirichì", per non farsi massacrare all'istante. LA fila era lunga, dopo i giovani venivano gruppi di borghesi cinti dalla fascia tricolore, con i pantaloni stretti dentro i gambali. Questi erano forniti di manganelli e qualcuno aveva una frusta, parecchi portavano in capo il fez, che cominciava ad essere sbeffeggiato da qualche comico negli avanspettacoli. L'affluente che doveva avere le scaturigini in piazza S. Giovanni si ricongiunse al gran fiume che dall'Esedra, luogo di raccolta, scendeva per Via Nazionale verso la grande adunata di piazza Venezia"[28].

Poco dopo il frastuono della fluviale adunata una sola voce, quella del Duce, pose a tacere tutte le voci: «Poco dopo tutte le strade di Roma furono percorse da una voce che poteva uscire e entrare dalle case»[29]. Tutto questo apparato e la retorica gonfia del regime condusse gli italiani alla guerra, anche quelli che non la volevano. Sinisgalli fu tra loro.

Scoppiata la guerra, fu prima richiamato alle armi nel 1940 ed assegnato al 68° Rgt di Artiglieria "Cuneo" nella regione nella regione del fronte occidentale, poi venne aggregato a Roma (1942) col grado di tenente allo Stato Maggiore dell'Esercito nell'ufficio Propaganda. Nel 1943, in seguito allo sbandamento del nostro esercito, scelse di abbandonare il suo reparto e per alcuni mesi si nascose alla periferia di Roma.

Così racconta in "Borgo Valtellina"[30] «La sera ci radunavamo per ascoltare la radio clandestina. L'arrivo a Roma degli americani si faceva sempre più improbabile. D'altro canto la radio tedesca continuava con molte lusinghe e qualche minaccia a rivolgere appelli agli ufficiali italiani alla macchia».

Sinisgalli stette più di un mese tra gli sbandati mentre le campagne si gremivano di uomini in cerca di asilo, ex soldati, ex ufficiali che non si decidevano di scegliere tra nord e sud. Io ero tra questi indecisi. Nell'attesa che maturasse qualche proposito me ne stavo a ridosso del tavolinetto a scrivere dalla mattina alla sera ed a leggere di notte un libro che m'ero conservato... Guerra e Pace[31].

Ma aveva bisogno di cibo e di indumenti:  «Possedevo un paio di abiti borghesi di prima della guerra, dovevo comprarmi un cappotto. Mi decisi, visto che non c'era anima viva, a tentare un ritorno in città. Salii su una vettura, ma scesi appena raggiunta la stazione di Trastevere»[32].

Allo scadere dell'anno, ritornato a Roma, fu accolto da Giorgia Cousandier, la baronessa bionda conosciuta nel '42, nel suo appartamento ai Parioli, che gli fece per alcuni mesi dimenticare le sue afflizioni offrendogli il calore di un amore vero: "E' doloroso pensare a tutti gli anni perduti/senza conoscerci, pensare che il meglio di noi/va sempre sciupato". E la donna/affondava le bianche dita tra i grossi/capelli dell'uomo: "Odorano come i fiori/al crepuscolo". Ripeteva una frase che aveva letto in un libro./egli era arrivato lassù in cima al colle/sprovvisto di tutto: una logora borsa/con un pettine, una spazzola, una camicia militare, in una casa tanto diversa dalle vecchie/dimore che amava, zeppe di sedie/di fumo, di stracci... La donna parlava dei suoi passati amori...

Erano storie di amori infelici, quelli che fanno scrivere le lettere più belle./... ma non riuscivano ad acquietarlo;/ ... si sentiva/come sospeso fuori gioco.../Ma poco più tardi... "Io non riesco a rendere felici le persone che amo". poi uno accanto all'altra/si prefissero di tacere i più cari nomi/almeno per quella sera...[33].

Ma il 13 Maggio del '44 venne arrestato dalle SS. e condotto a forza nel terribile loro quartier Generale di Via Tasso. Vi trascorse, solo ventiquattrore grazie al coraggio di Giorgia che riuscì a liberarlo dopo un incontro con il comandante tedesco. Sinisgalli, dopo l'arrivo degli alleati, raggiunse, con Giorgia Montemurro, dove lo attendevano altre prove dolorose tra le quali la morte della madre.

 

Il clima dell'avanguardia

Ma ritorniamo alla Milano degli anni Trenta. In quel tempo Leonardo si incontrò con altri due poeti meridionali una compagnia di scapestrati: (Quasimodo e Gatto), formando una piccola compagnia di scapestrati che  che di giorno correva intorno al Duomo e, di notte faceva l'alba parlando con i pittori dei problemi dell'arte. Respirò il clima benefico dell'avanguardia: «la mia generazione - dirà più tardi nel '67 - ha avuto la fortuna di cogliere il frutto dell'arte quand'era ancora sui rami... noi abbiamo appena fatto in tempo a beneficiare di un'arte bohème, a dividere con i pittori le sigarette e le modelle, a frequentare i loro studi a scambiarci libri e cravatte. Il pittore era ancora un artista, non era un professore. Non pensava alla cattedra e alla borsa. regalava quadri agli amici. Non badava al successo, sognava la gloria».

Sulla scorta della sua esperienza artistico-letteraria e scientifica, si venne affermando come esperto di pubblicità ("osservando le vetrine e le insegne dei palazzi", dice il Cantatore),interessandosi contemporaneamente ai nuovi indirizzi delle arti figurative, in particolare di architettura e "design"[34].

 

L'incontro con l'industria ed il progetto di una nuova cultura.

Nel 1937 avvenne l'incontro con il mondo dell'industria: il grande Adriano Olivetti, entusiasta dopo la lettura del Quaderno di geometria, lo volle con sè prima ad Ivrea (Linoleum), poi a Milano quale responsabile del Servizio Sviluppo e Pubblicità dell'azienda così cominciò il suo matrimonio con l'industria che sarebbe durato con brevi interruzioni fino agli anni '70. Entrato nel mondo dell'industria Sinisgalli preferì le cosiddette "aziende di cernieria", dove realtà e fantasia , utilità ed arte, economia e cultura si potessero avvicinare e congiungere; in particolare i settori della pubblicità e dell'immagine, del disegno progettuale e delle relazioni esterne. Qui fece valere le sue non comuni capacità, fatte di fantasia e di razionalità tecnica. Durante la sua attività, Leonardo si rivelò una fonte inesauribile di nuove idee e di originali iniziative miranti ad accostare (era questa una delle fondamentali idee di A. Olivetti che avrebbe poi cercato di mettere in pratica col gruppo Comunità) il mondo della produzione industriale e la società degli uomini.

Sostiene R. Bertacchini: «Da tempo il pensiero politico-sociale dell'ingegnere Olivetti svolto attraverso la pratica quotidiana del dirigente industriale e formulato nella dottrina personalistica e comunitaria de "L'ordine politico della comunità" (1945), stava introducendo nuove forme di organizzazione culturale da applicarsi alla fabbrica ("sia data dignità e consapevolezza di fini al lavoro; affinché sia posto termine al conflitto tra l'uomo e la macchina, si conferisca alla tecnica una più alta comprensione dei valori eterni della cultura"). La cultura accanto all'ideale democratico ed alle forze del lavoro, avrebbe formato nelle intenzioni dell'Olivetti, un terzo fattore politico di equilibrio per la nuova repubblica italiana. Questa nozione di cultura come potere politico (terzo potere) che recuperava forti elementi del pensiero europeo da J. Keynes a P. Gobetti... all'umanesimo integrale di J. Maritain si tradusse nei punti programmatici del Movimento Comunità e nell'esperienza pubblicistica della rivista "Comunità", (i cui fascicoli furono originati in quattro sezioni: politica, economia, relazioni sociali, urbanistica, architettura, filosofia, narrativa, poesia, arti figurative, cinematografo) che ne diventava l'organo mensile dal 1949». In questa direzione occorrevano grandi novità, idee e strumenti culturali nuovi. Sinisgalli fu all'altezza del difficile compito facendo allestire le più accattivanti mostre dell'Olivetti in espansione.

Gli annunci e i manifesti della casa di Ivrea, famoso quello della rosa nel calamaio per indicare il rivoluzionario progresso della scrittura le vetrine allestite dal suo ufficio di Pubblicità per i negozi in Galleria, le tavole pubblicitarie a colori, veri precorrimenti della pop-art, furono molto ammirati e citati non solo in Italia (Elio Vittorini se ne dichiarò entusiasta). Ma anche all'estero dove Sinisgalli ricevette premi e riconoscimenti. Nel frattempo Leonardo, non smettendo di "scrivere versi" pubblicò nel '39 I Campi Elisi,  che quasi tutti i critici del tempo (Anceschi, Contini, Bo, Sereni) situarono nell'area ermetica.

 

 

1940-1944

La parentesi della guerra

All'entrata dell'Italia in guerra, Sinisgalli fu richiamato alle armi nel 1940 e assegnato prima sul fronte occidentale (58° Rgt. di artiglieria "Cuneo"), poi fu distaccato in Sardegna e infine aggregato nel '42 con il grado di tenente presso lo Stato maggiore dell'Esercito (SMRE) di Roma, dove conobbe Giorgia De Cousandier, "la baronessa bionda già ammiratrice di Trilussa, in seguito traduttrice, pubblicista, autrice di poesie, racconti e favole. Già sposata e separata[35], che sarà la sua compagna per la vita fino al 1969, allorché deciderà di sposarla.

L'imperversare della guerra non ridusse l'opera di Sinisgalli, come dimostrano la composizione e la pubblicazione su riviste di alcune sue prose  fondamentali (Fiori pari, fiori dispari Horror vacui ; parte del Furor ) che videro la luce proprio in quegli anni difficili. Nell'agosto del '43, alla vigilia dell'Armistizio, lo scrittore pubblicò la raccolta Vidi le Muse , inserita nella collana di poesia «Lo Specchio» accanto alle opere prestigiose di Ungaretti, Montale e Quasimodo, la grande "trinità" degli ermetici. La morte della madre, avvenuta nel settembre del '43 gli sarà annunciata successivamente solo per posta e a funerale avvenuto («avevo saputo per cartolina, una cartolina di venti parole che mi giungeva dopo nove mesi di silenzio, che mia madre era morta») a causa di amari dissapori che dividevano Leonardo dai suoi familiari, generati sia da contrasti patrimoniali sia dal suo mènage  con Giorgia. Era stata proprio la madre, finché era in vita, a censurare aspramente Leonardo per questo suo legame con una donna già sposata, separata dal marito e per di più con figli. Tuttavia la morte della madre sarà in seguito ricordata dal poeta in una lunga lirica ("16 settembre 1943") contenuta ne I nuovi Campi Elisi .

Il 13 maggio 1944, prima dello sbarco degli alleati e dopo lo sbandamento del nostro esercito, il poeta venne arrestato per diserzione perché il suo nome era stato trovato, come riferisce il fratello Vincenzo, nell'agenda di un pubblicista (Alfredo Orecchio) accanto a quello di più pericolosi antifascisti e tratto nella terribile via Tasso, quartiere generale della Gestapo in Italia «Bussarono alla porta, infatti, dopo un quarto d'ora, il maresciallo Zeitel, delle SS e il tenente Franz... "venite con noi venite con noi!" disse secco Franz... Mi tolsero l'orologio, contarono i soldi, sfilai la cravatta, i lacci e la cinghia. Mi diedero un pezzo di carta con i buoni della barba. Vollero gli occhiali. C'erano tre signorine romane impiegate là dentro. Nè guardai una: "Chieda che mi lascino gli occhiali" dissi. Ma il mio soldato non voleva indugi: mi strappò gli occhiali e li buttò sul tavolo; mi tirò fuori nel corridoio e con un calcio nel sedere mi spinse nella cella di fronte»[36].

Per fortuna, dopo ventiquattro ore d'inferno venne a salvarlo Giorgia, traendolo di prigione dopo un'incontro con il comandante tedesco. Così in Belliboschi  Sinisgalli ricorda alla sorella il sacrificio di Giorgia: «Io le devo tutto... La signora è riuscita a togliermi dalle mani degli sbirri. Poco ci mancò che lei stessa ci rimettesse la vita. La ubriacarono, la violentarono, le fecero persino fumare una sigaretta preparata per farla parlare, ma non ne cavarono nulla».

Dopo l'ingresso degli alleati a Roma, Leonardo e Giorgia col piccolo Filippo poterono raggiungere Montemurro in un epico "viaggio" che lo stesso Sinisgalli ha consegnato così alle sue prose: «Lasciai Roma verso la metà di luglio perché speravo di arrivare al paese il giorno in cui cadeva la festa di mia madre... Ma il viaggio fu molto più lungo; da Roma a Caserta a Napoli, da Napoli a Salerno, da Salerno a Sala Consilina, quattro giorni furono necessari perché io mi portassi entro il cerchio d'orizzonte che avevo esplorato così minuziosamente dalla mia finestra di ragazzo»[37].

In quei luoghi Sinisgalli ora ritornava, non più da solo, ma in compagnia della sua donna e di Filippo agitando nella mente diversi pensieri e rifacendo con una specie di regressus ad uterum  all'incirca lo stesso itinerario del suo iniziale viaggio di ragazzo: «Ritornavamo noi profughi ai nostri paesi dopo tanti anni di assenza, tornavamo dalle città bombardate e sulla vetta degli Alburni qualcuno disse, raccogliendo tutto l'orizzonte in uno sguardo: la guerra non basta ad uccidere la terra»[38].

Ma neppure sapevano se avrebbero trovato laggiù le stesse cose intoccate: «A noi scappati dalla città basta trovare nei nostri paesi la nostra vecchia casa il grande letto, la lucerna appesa alla catena del camino. Ci saremmo adattati a mangiare pane ed olive, avremmo diviso con nostro padre, coi nostri fratelli, con le nostre sorelle, con i nostri nipoti, con gli zii, le zucche, i peperoni, le patate della nostra vigna»[39].

Sinisgalli potè finalmente riabbracciare i suoi, soprattutto il padre: «era il tramonto e mio padre, piccolo, vestito di nero, in quella calda sera di Luglio mi aspettava come sempre»[40] ma gli creò non pochi problemi che egli tornasse a Montemurro in compagnia di Giorgia, donna sposata e con figli e così diversa per costumi dalla gente del paese. Furono le sorelle che, sostituendosi alla madre morta, contribuirono in quei giorni a rendere "bestiale" l'umore di Sinisgalli con i loro rimproveri: "Se fosse stata viva nostra madre" dicevano una sera, "non ti sarebbe venuto in mente di arrivare al paese con quella donna". "Almeno il bambino fosse stato tuo figlio"»[41]. Lo sfinimento fisico dovuto alla guerra e al viaggio contribuì non poco ad aggravare inoltre il suo "humor noir": «ero arrivato al paese indebolito nel sangue, con i nervi fiacchi; mi portavo sulle spalle gli anni di attesa e di sconforto di quella guerra perduta»[42]. Tutto ciò contribuiva ad ottundere un po' il suo proverbiale spirito combattivo. In compenso trovava sfogo e liberazione nella scrittura componendo i dialoghi dell'Indovino e molte poesie che sarebbero confluite nelle successive raccolte.

 

1945-1948

Il secondo periodo romano

Nel 1945 si stabilì definitivamente a Roma col proposito di riprendere il suo posto nella cultura dell'epoca. Riprese, pertanto la collaborazione a riviste e giornali. Dopo aver dato alle stampe l'horror Vacui  e le prose liriche dei Fiori , si impegnò nella traduzione di autori stranieri (soprattutto Julien Green e P. Valery) ricavando non poche suggestioni dalla lettura de L'Anima  e le danza  di quest'ultimo. Il 21 giugno del 1945 insieme a V. Mucci e N. Ciarletta diede vita, sempre a Roma, a «Il costume politico e letterario» le cui minute pubblicazioni furono minuziosamente illustrate dalle stupende cartelle del "Concilium Lithograficum". Dopo un periodo dedicato quasi esclusivamente alla letteratura Sinisgalli intraprese una serie di diverse attività culturali dando un'ulteriore dimostrazione della sua versatilità e della straordinaria adattabilità alle più disparate forme di arte e di espressione: nacque così, il 12 novembre, l'originalissima rubrica radiofonica «Il teatro dell'usignolo» ideato insieme al suo conterraneo G.D.Giagni, che nelle ore notturne, particolarmente adatte alla meditazione, proponeva l'ascolto di importanti testi poetici a cominciare dalle Operette Morali di Leopardi; e l'attività cinematografica che per due anni consecutivi gli consentì di vincere il premio al Festival Internazionale del cinema di Venezia con i due cortometraggi «La lezione di geometria» (1948) e «Un millesimo di millimetro» (1950). Il '47 è anche l'anno in cui il poeta pubblicava I nuovi Campi Elisi  (inizialmente intitolati La mano dal cielo ) e forniva un'importante chiarimento sull'evoluzione della sua poetica nel fondamentale saggio Intorno alla figura del Poeta.

 

1948-1952

La seconda stagione milanese

Dopo la parentesi della guerra Sinisgalli ritornò al suo lavoro di pubblicitario: nell'estate del 1948, chiamato da G. E. Luraghi, con il quale aveva collaborato attivamente già alla Linoleum, accettò la Direzione dell'Ufficio Pubblicitario della Pirelli. Nacque così la rivista aziendale «Pirelli» con la quale Leonardo faceva le prime prove in attesa di «Civiltà delle Macchine». era "la sua seconda stagione milanese", con i manifesti a tutti gli angoli che durante la fiera dicevano: "Camminate Pirelli", mentre l'amico B. dal Fabbro celiando sottovoce ripeteva: "Se vi fanno male i calli, camminate Sinisgalli". Per quattro cinque anni Leonardo trascorse una quindicina di giorni a Milano ed altrettanti a Roma, dove tornava "ogni volta a raccogliere i suoi penati e a riordinare le idee"[43]

Nel 1950 vide la luce l'edizione mondadoriana del Furor mathematicus , il suo libro più noto. Quando poi nel '52 ad Eugenio Luraghi fu additata la direzione della Finmeccanica, che raggruppava nell'ambito dell'IRI una cinquantina di aziende a partecipazione statale (fra le quali l'Alfa Romeo), Sinisgalli lo seguì con l'incarico di "art director" contribuendo a risanare l'azienda e a rilanciarne il prestigio con i suoi slogan pubblicitari.

Forse neppure i lucani sanno che fu un'ingegnosa trovata di Sinisgalli il nome di Giulietta data a tante vetture della casa automobilistica che si sposava nel migliore dei modi con Romeo. Sempre nell'ambito dell'Alfa Romeo fu sua creazione anche la rivista «Quadrifoglio» che per trent'anni è stato l'emblema portafortuna della casa di Arese.

Negli anni '50 in Italia erano all'avanguardia tre grandi società industriali: l'Olivetti (a capitale privato), l'IRI e l'ENI (a capitale pubblico). Quest'ultime due sotto la guida di E. Mattei illustre della fase eroica del nostro capitalismo industriale, morto in un incidente aereo nel 1962, per il quale si avanzò l'ipotesi di sabotaggio, a causa del suo tentativo di sottrarre l'economia italiana al monopolio delle grandi compagnie internazionali del petrolio) svilupparono proprio in quegli anni le loro iniziative culturali. Sarà proprio l'IRI ad affidare nel '63 a L. Sinisgalli il suo Centro Studi e la direzione della rivista «Civiltà delle Macchine». Erano gli anni del cosiddetto Miracolo economico, i cui inizi possono essere collocati alla metà degli anni '50, allorché la nostra nazione si inserì nel «club» dei dieci Paesi più industrializzati del mondo.

Sostiene G. Procacci: «Gli ani tra il 1948 e il 1953 furono ancora, sotto il profilo economico, anni difficili ma a partire dal 1954 la ripresa si delinea nettamente fino a divenire, dopo il '50 e l'ingresso dell'Italia nel Mercato Comune Europeo, travolgente. fu il cosiddetto "miracolo economico italiano": gli indici della produzione, del reddito nazionale, dei consumi cominciarono a salire vertiginosamente. Nessun settore rimase escluso dalla fase di alta congiuntura»[44]

 Erano gli anni del cosiddetto "miracolo economico" allorché l'Italia si inserì nel club dei dieci paesi più industrializzati del mondo

 

1953-1958

Civiltà delle macchine 

Proprio in quegli anni (1953) nacque il bimestrale «Civiltà delle macchine», una rivista particolare in quanto non solo veniva ad occupare un posto speciale nella storia delle riviste italiane del nostro secolo, ma ebbe anche una risonanza internazionale. In molte città d'Europa ed altrove perfino in Giappone si parlò di "esprit nouveau", di "nuovo Illuminismo", e se ne dichiararono entusiasti uomini come Gropius, Bill, Mumford.  «Civiltà delle macchine» rivelava l'intenzione di Sinisgalli di fondare un nuovo illuminismo che conciliasse il mondo dell'arte con quello della tecnica, ricercando una difficile sintesi tra la cultura umanistica e quella scientifica. La rivista fu per diversi anni l'organo e l'espressione vitale del rivoluzionario progetto sinisgalliano di una "cultura totale".

Sinisgalli la diresse dal '53 al '58. Questo fu il sinisgalliano di «Civiltà delle Macchine» così viene ricordato di R. Bertacchini: Durante questi anni i trentuno fascicoli diretti da Sinisgalli offrono un taglio prevalente di estetica applicata alla Meccanica ("la forma segue alla funzione") come appare chiaro negli articoli che trattano di costruzioni aeronautiche e automobilistiche, di cantieri navali e di cibernetica che descrivono utensili e strutture industriali. Per questo aspetto «Civiltà delle Macchine» riempie in certo senso il vuoto lasciato da «Analisi» (1945-47), il periodico che rappresentò, all'indomani della Liberazione, un valido punto d'incontro e di dialogo tra cultori di discipline scientifiche e filosofiche»[45].

Successivamente Francesco D'Arcais dirigerà la rivista fino al termine delle pubblicazioni, sforzandosi di conservare gli indirizzi del fondatore; ma negli ultimi tempi essa si ridurrà al livello di "notiziario aziendale".

Il quinquennio sinisgalliano non si ripeterà più, non solo per il livello qualitativo, ma anche per i bassi costi di gestione (Sinisgalli la diressi con un ridottissimo "staff" interno, formato da un redattore, due segretarie ed un fattorino). Basta sfogliare le pagine di un numero qualsiasi della rivista per avere un'idea del livello dei collaboratori e degli esperti che firmarono i vari articoli: letterati e critici come Fortini, Arpino, Pampaloni; Buzzati, Argan, Moravia; scienziati e matematici come Vaccarino e Weiner; artisti come Mafai, Capogrossi, Pomodoro, Omiccioli; filosofi come R. Assunto; tecnici ed esperti di settore come Canestrini, De Franciscis. tutti questi nomi, ora notissimi, passarono tra le pagine di «Civiltà delle Macchine». La rivista ebbe un taglio particolarmente curato, e puntava oltre che sulla qualità della stampa, soprattutto sul disegno, che fu sempre un grande amore di Sinisgalli (con l'esperienza del disegno e della pittura, inoltre, egli chiuse la sua esistenza).

«Civiltà delle Macchine» era stata una cosa veramente nuova, una formula senza precedenti. Ecco cosa ne diceva D. Buzzati (1956) in una delle "lettere di commento" sollecitate dallo stesso scrittore lucano: «La tua natura di poeta, la tua cultura di ingegnere e la tua inguaribile passione per le avventure matematiche si sono fuse con sorprendenti risultati; proprio là dove il punto di contatto tra mondo artistico e tecnico... poteva sembrare più difficile o addirittura assurdo, tu hai costruito un ponte che li unisce... In questo mi sembra stia il significato più interessante di «Civiltà delle Macchine», viva dimostrazione che non ha senso stabilire dei reparti stagni, qua l'arte e là la scienza, qui la letteratura e là la tecnica: geniale tentativo di proporre... «Una fusione culturale della vita moderna».

Il 4 agosto del '53 gli giunse la notizia della morte del padre, che colpito da una vecchia precoce, sempre più solitaria e dolorosa, aveva seguito la sua donna nella tomba. Nel '58 dopo aver abbandonato non senza rincrescimento la direzione della sua prestigiosa rivista che, passando sono la direzione dell'ENI, aveva subito, insieme al suo staff, un autentico rivoluzionamento e strutturamento, ritornò di nuovo a Roma chiamato da E. Mattei all'ENI quale consulente dell'Agip, dove contribuirà al successo dell'Azienda del gruppo con i suoi slogan pubblicitari ("C'è sempre un distributore Agip a pochi metri più in là"). nel '58 cominciò anche a dedicarsi al disegno con una certa continuità, aggiungendo un'altra stella alla costellazione delle sue già molteplici attività.

 

1959-1975

I viaggi

Negli anni '60, quale consulente pubblicitario dell'Alitalia, con l'inseparabile Giorgia cominciò a viaggiare per il mondo: (il suo primo viaggio importante risale al '59, allorché, dopo aver visitato la Persia, era volato al Cairo in Egitto in compagnia di G. Ungaretti, che lo aveva seguito fin là per rivedere, dopo tanti anni, la sua terra natale) Marocco, Ungheria, Cecoslovacchia, Stati Uniti (donde riportò numerosi taccuini di appunti e disegni che raccoglierà nel suo diario illustrato Viaggio a New York ), Spagna, Francia, Giappone. nel frattempo continuavano ad uscire le sue raccolte di poesie (L'età della Luna ) e le sue prose (Cineraccio ). Nel 1964, prendendo spunto da un'espressione contenuta nel Furor, fondò una nuova rivista «La botte e il violino», alla quale fece seguito nel '68 la rivista aziendale a tiratura di rotocalco «Il Quadrifoglio» che rimase per molti anni l'emblema portafortuna della casa di Arese. Dal '67 al '69, con la regia di G. D. Giagni, curò insieme al fratello Vincenzo «La Lanterna» una trasmissione radiofonica settimanale su argomenti monografici di cultura e attualità. La mattina del 21 novembre del '67, mentre si trovava a bari con D. Cantatore, fu colpito da infarto, per cui i medici gli consigliarono di smettere di fumare e di ridurre il ritmo della sua frenetica attività. In effetti per circa quarant'anni poesia, architettura, giornalismo, pittura erano stati gli strumenti del suo mestiere e di un lavoro senza soste, che ora inevitabilmente lasciava i suoi segni anche in una fibra forte come la sua.

Nella primavera del '70, mentre trascorreva la villeggiatura nella sua casa di Lugano, Giorgia fu colta da improvviso malore, subendo più tardi in ospedale una terribile laringectomia totale. Nello stesso anno Sinisgalli pubblicava per Mondadori la raccolta di poesie Il passero e il lebbroso  che sottolineava l'incupirsi del pessimismo del poeta che proprio in seguito a questa sciagura «decideva di vendere la casa di villeggiatura a Lugano-Pineta e di restaurare, nel contempo, la vecchia casa di Librutti a Montemurro, in un disperato tentativo di riavere, come pascoli a Castelvecchio, il suo nido. Era un modo di radicarsi e tenersi stretto alla vita, tornando alle origini»[46].

 

1975-1981

L'ultima cronologia

Nel 1975, dopo aver ricevuto il premio Viareggio per Mosche in bottiglia, ritornò in Lucania per ritirare il Premio Basilicata assegnatogli per il volume delle prose autobiografiche Un disegno di Scipione ed altri racconti, rilasciando al giornalista M.Trufelli un'importante intervista. Nel 1977 soggiornò a lungo a Montemurro, scrivendo non molto ed alternando la poesia e la critica (in questo periodo inviava al «Mattino» di Napoli e ad altri giornali i suoi articoli), ma soprattutto dipingeva adoperando di preferenza i pastelli. Il 16 dicembre del '78 dovè subire il colpo terribile della morte di Giorgia. Da questo momento in poi egli dividerà la propria vita solo con Filippo, con il quale instaurò un'intesa quasi perfetta, fino alla morte. Nel 1971 fondò a Roma con la suora Ida Borra la galleria d'arte «Il Millennio» col proposito di dedicarsi a tempo pieno all'attività di operatore artistico e di gallerista. Nel 1981 tenne un'importante mostra dei suoi acquerelli, inchiostri e pastelli presso la stessa galleria ed era ancora in corso quando fu colto dalla morte avvenuta per infarto la notte del 31 gennaio. I suoi resti riposano ai Campi Elisi dopo l'ultimo ritorno, come in Belliboschi  aveva desiderato: «I luoghi che noi amiamo sono quelli dove vorremmo essere sepolti».

 


 

[1]L. Sinisgalli, Fiori pari, fiori dispari cit.

[2]L. Sinisgalli, Eri diritta e felice, in Vidi le Muse cit., p. 39.

[3]Cfr. D. Luce, Bentrovati tutti, Milano 1981.

[4]L. Sinisgalli, Un disegno di Scipione... cit., p. 39.

[5]Cfr. L. Sinisgalli, Autoritratto con scorpione, in Intorno alla figura del Poeta

(a cura di R.Aymone), Avagliano Cava 1994.

[6]Ivi.

[7]Cfr. R. Aymone, Intorno alla figura del Poeta,  premessa,  p. 5.

[8]L. Sinisgalli, Belliboschi cit., p.133.

[9]L. Sinisgalli, Fiori pari, fiori dispari, cit.

[10]Ivi.

[11]L. Sinisgalli, Autoritratto con scorpione, in Intorno alla figura del Poeta cit. p. 84.

[12]Ivi.

[13]Tre professori a Caserta.

[14]L. Sinisgalli, Autoritratto con scorpione, Intorno alle figure del Poeta  cit. p. 85.

[15] L'incontro.

[16]L. Sinisgalli, Scolari adolescenti, in  op. cit. pp. 80-81.

[17]L. Sinisgalli, Studenti poeti, in  op. cit;, pp. 40-41.

[18]Ivi.

[19]L. Sinisgalli, La foglia 'mmesca, in Intorno alla figura del Poeta  cit., pp. 93-94.

[20]Ivi.

[21]Cfr. Bobbio, Cultura e costume  fra il '35 e il '40, Terzo programma, 1962, pp. 280 e sgg.

[22]L. Sinisgalli, Canzonette in L'età della luna  Mondadori, Milano, 1962 p.69.

[23]Vincenzo Sinisgalli ha suggerito in un' intervista di prossima pubblicazione che a dettare questa

lirica vi sono state anche ragioni personali: lo stesso Leonardo non faceva infatti mistero da giovane

l'amante della moglie di un gerarca.

[24]Se ne riporta qui il testo per comodità di lettura: "La luce alla tua /regge il gesto./Precisa anche

la pietra/Dà il petto al sole.La tua voce questa mattina/ci cresce nelle ossa. In questo sangue/che si

 ordina come le foglie./E il giorno prende in terra/misura del tuo passo".

[25]R. Ramat, L'ermetismo, La nuova Italia, Firenze 1969.

[26]Cfr. Renato Aymone, Mitologia delle prime poesie in Le muse appolaiate , Avagliano Cava 1988, pp. 19-22.

[27]Ivi.

[28]L. Sinisgalli, Via Baccina in Un disegno di Scipione  e altri racconti.

[29]Ibidem.

[30]L. Sinisgalli, Borgo Valtellina, ivi p. 107.  

[31]L. Sinisgalli, ibidem.

[32]L. Sinisgalli, Ibidem.

[33]L. Sinisgalli, Crepuscolo di Febbraio a Monte Mario da I  Nuovi Campi Elisi.

[34]Di recente in un convegno di studi sul poeta-ingegnere tenuto a Napoli (8 Ott. 1993) nel settecentesco

palazzo Serra di Cassano, G. Giudici si è soffermato sul concetto di "design", rintracciabile non solo

nell'attività di "Art director" ma anche nell'elegante disegno dal vero "dove ogni materiale è studiato

per essere collocato lì e non altrove". Sinisgalli per il Giudici è un  "designer del verso" perchè ha

costituito le sue liriche sempre con "materiali coerenti".

R. Bertacchini, Le riviste del novecento, Lemonnier, Firenze 1979.

Per quanto riguarda il rapporto tra letteratura e industria, tra design e poesia, cfr. la relazione letta da

 Giovanni Giudici al convegno di studi su Sinisgalli tenutosi a Napoli nel 1994, e organizzato dall'Istituto

per gli Studi Filosofici, e dall'Associazione Culturale "L'Albero di Pagino". La relazione è stata  inclusa

nel volume curato da Giuseppe Tartana dal titolo Le vespe d'oro. Saggi e Testimonianze su Leonardo Sinisgalli,

 Avagliano, Cava 1995.

[35]Cfr. Giuseppe Appella, (a cura) Un poeta come Sinisgalli, Edizioni della Cometa, Roma 1982, p. 115.

[36]L. Sinisgalli, Puskin in via Tasso,in Belliboschi  cit., pp. 120-121.

[37]L. Sinisgalli, Viaggio, in Belliboschi, cit. p. 68 ss.

[38]Ivi.

[39]Ivi.

[40]Ivi.

[41]Ivi.

[42]Ivi.

[43]Cfr. L. Sinisgalli, Sinisgalliana  Edizioni della Cometa, Roma 1982 p. 118.

[44]Cfr. Storia degli Italiani, Laterza, Bari 1968,  pp. 554-555.

[45]R. Bertacchini, op. cit., p. 212.

[46]G. Caserta in AA.VV., Il soldino malleabile; L. Sinisgalli, La ricucitura di un antico strappo  cit., p. 26.