Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

La Cina di Mao tra tradizione e innovazione

di  Raffaella Faggella

  

 

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    1.  La stampa mondiale ha adottato recentemente  l’acronimo “Bric” per qualificare i quattro paesi del mondo nelle cui aree geografiche è possibile verificare attualmente un progressivo incremento dello sviluppo economico-industriale. La Cina, che viene indicata per ultima nella figura, per i risultati raggiunti dovrebbe al contrario  essere collocata al primo posto fra i paesi in via di sviluppo per l’eccezionale potenziale umano ed economico che possiede. Gli esperti prevedono che il prodotto interno lordo della Cina, il cui tasso di crescita ha raggiunto oggi livelli impressionanti, supererà tra il 2015 e il 2020 quello degli Stati Uniti. Pertanto, essa fra non molto non sarà più soltanto il più importante tra i paesi emergenti nella fase più recente della globalizzazione economica, ma una forza strategica con cui nei prossimi anni dovranno fare i conti le più grandi potenze economiche del globo.

 

La storia

 

    2. Sarebbe un grave errore voler parlare della Cina odierna, del suo straordinario sviluppo, dei problemi che l’economia e la società di quel paese dovranno affrontare nei prossimi decenni senza considerare la storia passata di essa, non fosse altro perché i valori che hanno caratterizzato la sua civiltà e ancora caratterizzano la sua cultura sono oggi così presenti ed attuali da qualificare decisamente l’identità di questo popolo destinato a giocare un ruolo essenziale nel futura dell’umanità. Occorre innanzitutto premettere che la civiltà cinese, rapportabile per tradizione solo alle più antiche civiltà che conosciamo, ha una storia che rimonta molto indietro. Per più di tremila anni la società cinese ha avuto un impero unitario che, essendo costituito su chiuse basi feudali, ha preservato la Cina da qualsiasi influenza col mondo esterno. I cinesi hanno sempre considerato la loro civiltà come la più alta del mondo, tanto che ancora oggi si vantano di non aver solo subito l’invasione dei mongoli ma di averli assoggettati alla loro sebbene vincitori.

Ma nel XIX secolo, contemporaneamente all’espansione nell’Asia orientale delle potenze occidentali, la civiltà imperiale cinese per sua natura chiusa ed autoreferenziale, non riuscendo neppure ad attivare i tipici processi economici dell’accumulazione primitiva e dell’industrializzazione, sotto i duri colpi di una cultura più moderna, economicamente e militarmente più possente, cominciò a disintegrarsi vedendo vacillare il suo vecchio assetto feudale. Per avere un’idea quale fosse il giudizio sull’occidente che correva nella Cina imperiale prima di sperimentare la traumatica irruzione delle potenze capitalistiche, possiamo riferirci ad un documento (riportato dal Toynebee nel suo Civilization on trial ): la risposta che l’imperatore Ch’ien Lung rivolse alla fine del Settecento ad una lettera di Giorgio III d’Inghilterra, che gli aveva chiesto di voler instaurare con la Cina rapporti diplomatici e commerciali.” Per quanto riguarda la vostra richiesta di inviare uno dei vostri sudditi con credenziali presso la mia corte celeste, col proposito di controllare il commercio del vostro Paese con la Cina, essa è contraria a tutti gli usi della mia Dinastia e non può assolutamente essere presa in considerazione (…) Il nostro cerimoniale e il nostro codice di leggi differiscono così completamente dai vostri, che (…) non vi sarebbe in alcun modo possibile trapiantare le nostre maniere e i nostri costumi sul vostro suolo straniero (…). Tenendo lo scettro dell’ampio mondo, io non ho che uno scopo in vista, cioè mantenere un perfetto governo e adempiere i doveri dello stato (…) Non attribuisco nessun valore a oggetti strani o ingegnosi, e non saprei che farmi dei prodotti confezionati nel vostro Paese”. Appena 49 anni dopo i cinesi, subendo la disfatta nella Guerra dell’Oppio (1840), incapaci di sostenere con le loro vecchie ed inadatte strutture economiche la concorrenza dei prodotti dell’industria europea, avrebbero sperimentato a loro danno le disastrose conseguenze dell’impatto con la potenza britannica accettandone le imposizioni (“porti di trattato”, diritti di extraterritorialità per i cittadini inglesi, sottomissione ad una giurisdizione consolare) e l’autorità coloniale. La successiva guerra contro il Giappone (1994-95) conclusasi con la sconfitta cinese, fu un’ulteriore dimostrazione della sostanziale debolezza della Cina.

 

L’età del colonialismo

 

   3. Con il nuovo secolo (XX) entriamo in una nuova fase del rapporto tra mondo capitalistico e Cina, durante la quale, come ebbe a sottolineare il leader della rivoluzione nazionale cinese, Sun Yat-sen, particolarmente nel primo decennio, il Paese, non essendo in grado a causa della sua debolezza di arginare la politica degli investimenti finanziari stranieri e l’imposizione di nuovi insediamenti coloniali e privilegi, era diventato più che una colonia una “sottocolonia”. Pur subendone lo strapotere, in questo periodo il ceto intellettuale progressista cinese, per alcuni decenni fece ogni sforzo per imparare dall’Occidente. Un numero sempre crescente di studenti, provenienti dalla formazione della nuova borghesia affaristica e finanziaria, ritenendo superati i modelli di una cultura tradizionale statica e contemplativa, furono mandati per la prima volta a studiare nelle scuole moderne del Giappone, degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania etc. Anche se lo sviluppo di queste nuove forze sociali non si diffuse in modo uguale in tutto il paese (in particolare nelle regioni più continentali della Cina, arretrate e restie a smettere i caratteri feudali), si verificò in alcuni fondamentali distretti, come quelli di Canton, Shangai, Tientsin, una profonda penetrazione di forme economiche capitalistiche. La prima guerra mondiale e la Rivoluzione di Ottobre in Russia contribuirono, se non proprio ad arrestare, certamente a frenare ogni progetto di progresso economico e di modernizzazione del Paese. Intanto nel 1911, dopo il crollo dell’impero dei Quing, a Shangai era avvenuta la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, nata per impulso soprattutto del partito nazionalista del Kuomintang, espressione della nuova borghesia nazionale e progressista, che, pur avendo contribuito a riunificare il Paese col sostegno sovietico, non ebbe poi la forza di debellare gli interessi della grande proprietà agraria e quelli delle potenze coloniali.

Avvenimenti di importanza fondamentale per i successivi sviluppi della storia cinese furono il movimento del 4 maggio (1919) e la fondazione del Partito Comunista Cinese (1921). Il moto del 4 maggio, anno della morte di Confucio, fu un movimento politico e culturale segnato soprattutto dalla presenza di intellettuali di estrazione  borghese, che contribuirono a far conoscere in Cina le ideologie socialiste e in particolare l’opera di Marx. Il partito comunista cinese, nato per ispirazione del leninismo, si inseriva nella storia della Cina quale partito antimperialista e fedele alla causa dei contadini poveri. Esso, tuttavia, si alleò inizialmente per una questione di opportunità con il Kuomintang, protettore degli interessi degli agrari: per spazzare via i “signori della guerra”, gli spietati tiranni delle province, e porre fine ai privilegi nel territorio cinese delle potenze coloniali. Ma l’alleanza fra il Partito comunista e il Kuomintang andò in frantumi nel 1927, allorché Chiang Kai-shek, scatenando i suoi cadetti di Whangpo, fece strage dei comunisti, rompendo in questo modo il fronte comune e dando origine all’epica marcia di 100 mila soldati comunisti che, percorrendo a piedi 12 mila chilometri, la distanza che separa la Cina dall’Europa, rifugiandosi sugli altopiani di Yenan nella grande ansa del fiume Giallo per sottrarsi alla strage, ripeterono l’epico cammino dei Greci descritto da Senofonte nell’Anabasi. A guidarli era Mao Tse-tung, figlio di un povero contadino, nato nella provincia di Hunan, che con il suo esempio di rinunciatario abitatore delle grotte  diede al nazional-comunismo cinese un carattere monastico-militare.

Mao e Chiang, dimenticando la loro ostilità, fecero ancora fronte comune in occasione dell’invasione della Cina da parte del Giappone (1937) riuscendo ad espellere le truppe nipponiche dal territorio cinese a cominciare dalla Manciuria. Finita la guerra, Ciang-KaiShek, che in fondo era un anticomunista, tornado su posizioni sempre più conservatrici, col favorire gli interessi dei latifondisti e della borghesia affaristica si mostrò sempre più contrario agli interessi del proletariato e delle grandi masse contadine. Il regime di Ciang, prima di essere travolto dalle forze di Mao Tse-tung, si esaurì soprattutto a causa della corruzione dilagante dei suoi dirigenti. Liquidato il regime nazionalista e rifugiatosi Chiang-KaiShek nell’isola di Formosa, l’odierna Taiwan, per dare origine alla Repubblica Nazionalista Cinese filoccidentale, il 1 ottobre 1949 Mao proclamava la Repubblica Popolare Cinese, assumendo sulle sue spalle l’enorme carico dei problemi di un paese esausto in seguito a venti anni di sciagure, reduce da guerre e catastrofi naturali, stremato da fame e carestie, lacerato ancora dalle discordie interne.

 

 

L’età di Mao

 

 

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     4. Al di là dei risultati e dei fallimenti, che certamente non mancarono a causa della enorme mole dei problemi che il nuovo regime si trovò ad affrontare, gli effetti della rivoluzione comunista in Cina furono immensi, come scrive Chesneaux:”Nel giro di qualche anno la struttura politica e sociale della Cina si trasformò. Il partito comunista cinese, forte di parecchi milioni di membri, divenne ufficialmente l’elemento motore della vita pubblica, dall’officina al villaggio fino al vertice dello stato”. Ma occorre anche dire che la politica economica applicata in Cina nell’età del maoismo fu caratterizzata da una successione di fasi alterne di accelerazioni e fallimenti per realizzare una strategia di rapido sviluppo e al tempo stesso per costituire un’economia pianificata sul modello sovietico. Appena preso il potere nel 1949 Mao si trovò a governare un paese gravato da problemi economici e sociali pesantissimi sia per i notevoli danni prodotti dalle guerre, sia per un livello di inflazione altissimo e inarrestabile.

Nella prima fase eroica, convinto che l’ideologia e la politica potessero tutto, pur non disponendo di basi materiali e tecniche, senza un’analisi scientifica dei problemi la Cina avviò un modello di economia mista, ponendo le grandi industrie sotto il controllo dello stato e attuando una radicale riforma basata sulla ridistribuzione della terra ai contadini. Questa fu la prima grande sfida che il marxsismo-leninismo di Mao-Tse-tung si trovò ad affrontare, nutrito solo di formule generali e senza il conforto di una scientifica teoria dello sviluppo. In assenza di mezzi tecnici adatti allo scopo, lo sostenevano in cambio una fede immensa nelle possibilità delle masse e la convinzione che alla base di ogni progresso, per raggiungere la Grande Armonia (il comunismo) bastasse una dose consistente di umano volontarismo. I modesti risultati iniziali (l’enorme inflazione umana gravante sulla terra, non consentiva una rapida accumulazione di surplus agrario da riutilizzare nello sviluppo industriale) indussero Mao a mettere in pratica il modello economico sovietico (che era basato sulla collettivizzazione delle terre e sull’industria pesante), avviando nel 1953 il primo piano quinquennale con la speranza di poter ripetere il” miracolo russo”.

Nacque così la seconda scommessa del maoismo che viene indicata come “Grande Balzo in avanti”, la cui attuazione richiese una modifica del rapporto tra agricoltura e industria a favore di quest’ultima. Tale passaggio, comportando la subordinazione della produzione agricola, i cui prodotti portati all’ammasso erano venduti a prezzi molto bassi per consentire l’accumulazione del surplus delle grandi imprese industriali di stato, finì col creare un grave scontento fra le masse contadine accentuando lo scompenso e le distanze già esistenti tra le campagne i centri urbani. Nel biennio 1955-56 l’economia cinese fu sottoposta ad una brusca accelerazione che purtroppo non produsse i risultati sperati: Mao aveva previsto l’obiettivo straordinario di riuscire a superare l’Inghilterra in tre anni e l’America in dieci. Gli obiettivi economici furono ben lungi dall’essere raggiunti, anzi non furono nemmeno sfiorati, il Grande Balzo fallì e fu il collasso dell’economia. A causa della forzata accelerazione la produzione industriale aumentò sì, ma in modo completamente modesto rispetto alle risorse umane impiegate, col risultato di una produzione molto scadente e con un drenaggio di manodopera umana che mandò in crisi spaventosa la produzione agricola da generare una gravissima carestia. 

In questi anni, intanto, i rapporti della Cina con la Russia si erano fatti sempre più difficili:”il fallimento del modello sovietico, applicato alla società cinese, l’eccesso di burocratizzazione del partito che ricalcava anche sotto questo aspetto l’esempio sovietico, l’insofferenza crescente verso i controlli e i condizionamenti di Mosca, tutto ciò portò all’irreparabile. Il ritiro dei tecnici sovietici dalla Cina segnò la fase di rottura fra i due grandi colossi del comunismo mondiale, fase di rottura che è ancora in corso”(De Rosa). Le ragioni del dissidio sono ben note ed ampiamente documentate dalla stampa specializzata, e si possono così ridurre: diversità di sviluppo e di prospettive economiche, controversie di frontiera e rivendicazione della funzione di guida della rivoluzione mondiale. Negli anni che seguirono al fallimento del Grande Balzo economico l’establishment cinese dovette impegnarsi per riparare i danni prodotti dal 1961 al 1964, imponendo al Paese dopo la forzata foga produttiva un periodo necessario di rilassamento, e di moderazione. Col proposito di attuare una riorganizzazione economica nazionale la politica cinese ridusse gli investimenti industriali e impose a milioni di lavoratori di ritornare nelle regioni di origine a coltivare la terra.

 

La Rivoluzione Culturale

 

   5. Per riprendere il controllo del partito, dell’esercito e dello Stato a questo punto Mao tentava la terza scommessa della sua permanenza al vertice della politica cinese, promuovendo nel 1966 la cosiddetta “Rivoluzione Culturale Proletaria”. Nel timore di una degenerazione burocratica e revisionista dei vertici del partito Mao si appellò direttamente alla base, ai giovani, agli operai, all’esercito, ai collettivi e alle comunità di villaggio per realizzare un rilancio della sua dottrina col proposito di operare in quel difficilissimo snodo della storia del Paese una sintesi fra“ le verità universali del marxismo” con gli “specifici caratteri nazionali” della Cina. Già nel 1938 Mao così scriveva preconizzando forse i successivi sviluppi della storia:” Ciò che noi chiamiamo marxismo concreto è il marxismo che ha assunto una veste nazionale, il marxismo applicato alla lotta concreta nelle concrete condizioni della Cina, e non utilizzato in modo astratto (…) E’ ora di finirla con le formule fabbricate all’esterno, è ora di cantare meno ritornelli vuoti e astratti. E’ ora di abolire il nostro dogmatismo e di sostituirlo con qualcosa di nuovo e vivo, con uno stile cinese e una maniera cinese che giungano grati agli occhi e alle orecchie della gente semplice della Cina”.

Al di là della componente marxiana, non assunta in modo diretto, ma veicolata attraverso la mediazione leninista, volendo riconoscere quali siano gli influssi culturali cinesi riconoscibili nel pensiero politico di Mao, dobbiamo sottolineare accanto ai termini di un nazionalismo estremo, la presenza attualizzata della tradizione confuciana ( soprattutto per il concetto della salvezza collettiva che si sovrappone ai bisogni individuali), alcuni elementi estratti anche dal taoismo che giustificano, ad esempio, il concetto della “simmetria dialettica”, come possiamo riscontare nel saggio Sulla contraddizione, scritto dal leader cinese nel 1937, che risulta ispirato dalla dottrina taoista delle forze opposte piuttosto che dalla più nota dialettica di Hegel.

E’ difficile valutare con sicurezza quale sia stata la portata della Rivoluzione Culturale Proletaria, che fu un movimento certamente originale e mai sperimentata in altri paesi. Una cosa è certa che gli effetti di essa si fecero risentire non tanto, e semplicemente nella prospettiva economica quanto piuttosto sotto il profilo politico e sociale. Sotto quest’ultimo aspetto gli effetti di tale rivoluzione furono drammatici e sconvolgenti, in quanto nel suo culmine si giunse in Cina ad una vera e propria lacerazione del tessuto civile con la distruzione del migliore capitale umano di allora, costituito da intellettuali e tecnici di valore le cui conoscenze furono completamente azzerate. Accusati dalle Guardie Rosse di compromissione con la cultura occidentale, i loro libri vennero bruciati e, nel migliore dei casi, depurati.

A parte le riprese estremistiche di alcuni fautori un po’ superficiali della politica cinese degli anni sessanta, in generale il giudizio degli storici, anche di estrazione marxista, sulla politica maoista a cominciare dal Grande Balzo in avanti non sono certamente positivi. C’è chi di fronte agli insuccessi della sua politica accusa Mao di aver voluto con“implacabile determinazione riplasmare il popolo cinese (…) presumendo che l’entusiasmo rivoluzionario e la purezza ideologica avrebbero da sole potuto rimediare alla mancanza di esperienza tecnica e di mezzi materiali (S.R.Schram), altri addirittura imputano direttamente alla megalomane politica del leader cinese la responsabilità della catastrofe nazionale del 1958-60 :”in quel periodo da venti a trenta milioni di persone morirono di denutrizione e di fame a causa della politica imposta dal P.C.C…(J.K.Fairbank), altri ancora, non riuscendo a spiegarselo, definisce l’esperimento totalitario cinese “una delle avventure più deliranti dell’epoca contemporanea (J.L.Domenach, Ph.Richer), o chi, come Bergère, qualifica infine l’azione politica di Mao come ”un volontarismo ansioso di forzare il corso della storia, un’utopia omicida (…), il trionfo dell’assurdo”. E potremmo continuare ad inanellare  simili valutazioni non certamente favorevoli sull’azione politica di Mao, che ci trovano sostanzialmente d’accordo. Una cosa comunque è certa, come asserisce Ronchei nel suo Atlante ideologico “La continuità della Cina, nel passaggio dalla società feudale a quella comunista, saltando la fase capitalistica, è stata arbitrata dalla personale autorità di Mao”, l’unico leader della Cina che è stato in grado di incarnare una tantum l’utopia straordinaria della realizzazione dell’uguaglianza dei contadini poveri dopo secoli di sottomissione. Certo si avrebbe gioco facile ad imputare al leader cinese gli effetti negativi della sua azione politica, che si possono riassumere nell’insuccesso economico e nella creazione di un sistema politico totalitario ed oppressivo, caratterizzato dal fanatismo ideologico. Sono queste le eredità più pesanti del maoismo. Dobbiamo altresì riconoscere che soprattutto per merito di Mao le strutture sociali della Cina, ancora feudali e per diversi secoli immutate,  sono state per la prima volta modificate in senso maggiormente egualitario.

 

Le riforme del postmaoismo

 

  6. Dopo la morte di Mao, avvenuta nel settembre del 1976, la Cina è entrata finalmente in una lunga fase di riforme economiche, la cui durata continua ancora oggi in atto. Gli uomini politici cinesi succeduti al vecchio statista per guidare il Paese verso la modernità hanno dovuto affrontare tali sfide molteplici e complesse: a) risolvere innanzitutto il drammatico problema dell’inefficienza economica del Paese; b) organizzare la transizione dal sistema pianificato verso una più moderna economia di mercato, c) consolidare gli spetti positivi faticosamente raggiunti in ’età maoista nel lasso di tempo che intercorre tra il “Grande Balzo in avanti” e la successiva  Rivoluzione Culturale, consistenti essenzialmente nella drastica riduzione delle disuguaglianze sociali.

Con tutti i limiti riscontrabili nell’azione politica di Mao, malgrado i risultati non certamente positivi di essa su diversi fronti, non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte dei provvedimenti assunti in Cina, dal suo insediamento alla sua morte (1949-1976), portano soprattutto la sua firma. Yu Hua, il celebrato autore di best-seller conosciuti in tutto il mondo che trattano della Cina, nel suo ultimo libro La Cina in dieci parole, ha cercato di descrivere l’immenso universo cinese concentrando la sua attenzione  sul significato di alcune parole particolarmente significative, come popolo, rivoluzione, disparità, lettura  etc., che secondo l’autore avrebbero perduto il valore che avevano un tempo nel suo paese. L’autore, particolarmente critico nei riguardi dell’ attuale establishment politico cinese (“con il senno di poi mi viene da dire che in Cina non esistono più leader, ma dirigenti statali”), sostiene che se c’è una parola che secondo lui sarebbe caduta in disuso dopo la morte del gran timoniere è proprio  quella di leader. Mao con la sua indiscussa autorità ha in effetti avuto il merito di traghettare la Cina nel passaggio dalla società feudale a quella comunista. Per questo egli viene indicato come l’ultimo capo carismatico del mondo comunista.

Ma nell’orchestrare un così fondamentale cambiamento l’utopia maoista, mettendo da parte l’idea fondamentale che la storia avanza secondo un processo continuo, illudendosi di poter cambiare le cose non per gradi, ma con l’impulso di “grandi balzi” in avanti, dimenticando la lezione storica ha commesso l’errore di saltare la fase capitalistica. Ma l’esasperazione dottrinaria e xenofoba del maoismo del periodo della Rivoluzione Culturale, che aveva portato la Cina a schierarsi su un fronte opposto rispetto alle nazioni industrializzate, fu abbandonata nel periodo del “grande disgelo”, che segnò con la visita del presidente Nixon nel febbraio del 1972, una provvidenziale ’apertura del paese del sol levante verso il mondo occidentale. Dopo anni quasi segnati da un chiusura totale, con un tale ripensamento qualche anno prima della sua morte il leader cinese consegnava ai suoi futuri eredi le sue ultime volontà, chiamandoli all’ultima grande sfida della storia cinese.

 

Le grandi sfide del terzo millennio  

 

   7. Dopo la morte di Mao la Cina ha giocato la quarta scommessa del postmaoismo: la lunga marcia verso il mondo occidentale, che è stato un cammino fatto di riforme economiche, difficile e accidentato, durato trent’anni, ma segnato comunque dallo straordinario risultato di avviare nel Paese un nuovissimo modello di sviluppo. Senza un riferimento alla storia non è possibile capire neppure lontanamente le ultime tre decadi di riforme cinesi, caratterizzate da una crescita economica eccezionale che ha fatto della Cina il paese più emergente del modo.

La crisi economica attuale, che ha avuto ripercussioni drammatiche nel mondo occidentale, si è fatta sentire negli ultimi anni in modo consistente anche in Cina ma producendo solo un lieve rallentamento del tasso di crescita che ha causato nel Paese un’inflazione al 5%. Malgrado ciò le esportazioni ancora tengono e le riserve di valuta pregiata continuano ad aumentare, a tal punto da accrescere il peso del Paese nel settore della ricerca e dello sviluppo, nella produzione di nuove conoscenze tecnologiche. Occorre, tuttavia, riconoscere che la crescita economica cinese non è solo caratterizzata da pregi o valori positivi, ma presenta anche difetti, e distorsioni. Gli esperti di problemi economici sanno che la strada che conduce ad un elevato livello di sviluppo non viene misurata esclusivamente in termini di accrescimento del Pil ma sono fatti valere anche altri e diversi indicatori. Proprio sotto questo punto di vista si riconoscono limiti e criticità che sottolineano i difetti del sistema economico cinese: in particolare l’iniqua distribuzione della ricchezza e le persistenti disuguaglianze sociali che fanno della Cina uno dei paesi maggiormente caratterizzati da tali squilibri.

L’impetuoso sviluppo cinese ha contribuito sicuramente a ridurre in termini assoluti la povertà nel paese, ma non ha certo eliminato le forti disuguaglianze interne tra aree urbane e zone rurali, tra le province costiere più avanzate e le zone continentali del Paese. Non è un caso se nell’indice di sviluppo umano dell’Undp la Cina si trova all’ottantanovesimo posto, e nella classifica della performance ambientale redatta dall’Università di Yale si colloca addirittura al centoventunesimo posto. Risultano irrisolti problemi strutturali, come il ruolo prevalente delle esportazioni quale fattore dominante di crescita a tutto danno della domanda interna e, all’interno di essa, il maggior peso esercitato dagli investimenti che, tenendoli troppo bassi, avviliscono i consumi.

Senza dubbio la Cina è attualmente il più grande attore commerciale e il maggiore destinatario di investimenti diretti esterni, ma ha una disponibilità di risorse pro capite assai limitate e dispone di una popolazione in rapido invecchiamento a causa di una politica demografica troppo restrittiva che a lungo andare potrebbe avere ripercussioni negative nell’impiego di manodopera selezionata per le imprese. Inoltre  rimane ancora aperta la questione dei rapporti fra il peso dello stato e quello dei mercati relativamente alla regolamentazione in una prospettiva non provvisoria ma di lungo periodo. Per rendere il proprio modello di sviluppo più equilibrato, come sostiene giustamente Musu:“la Cina dovrebbe non solo ridurre il peso della domanda estera, ma modificare la composizione della domanda interna a favore dei consumi; poiché questo significa una riduzione del peso degli investimenti sul Pil, la sfida da affrontare è di evitare che ciò avvenga mettendo in discussione le prospettive di crescita futura”. Mantenere  acceso il motore dello sviluppo senza surriscaldare l’economia (un’economia che soffre di squilibri a causa di una crescita troppo rapida)  è la sfida cui è chiamata la prossima generazione di leader che di recente ha ricevuto l’investitura dal congresso del Partito cinese.