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La questione meridionale

di Marino Faggella

  Lunedì 16 Gennaio 2012 "uscita n. 9"

1. Nel suo Profilo della storia d’Italia (Rubettino 1981) Rosario Romeo sottolinea la necessità di revisionare il giudizio sul nostro Risorgimento, fenomeno storico che sarebbe dovuto alla funzione decisiva di esigue minoranze intellettuali e politiche, responsabili di aver imposto ad esclusivo vantaggio del Piemonte l’idea e la realizzazione dell’unità nazionale a danno delle masse del resto della nazione, generando inevitabilmente il gravissimo problema dell’estraneità di gran parte del mondo contadino nei riguardi della vita politica e la sua soggezione all’influsso clericale, soprattutto nelle regioni del Sud, che avrebbe generato il grave problema della “questione meridionale”[1]

2. In tal modo Giustino Fortunato riassumeva, spiegandoli, i termini del problema meridionale in un fondamentale saggio, dato alle stampe all’inizio del ‘900:”Che cosa è la questione meridionale? La domanda può sembrare ingenua, dopo che in questi ultimi anni non si è fatto se non parlare di essa. Eppure è tuttavia necessario un esame preliminare de’ termini della contesa, tante le idee sono ancora incerte e confuse. Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è tra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e quindi (…) anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. (…) Un dualismo, insomma, riprodotto dalle più eterogenee singolarità dell’ambiente, offre all’una metà e all’altra d’Italia fisionomie diverse e presso che opposte, quali si ebbero dacché la nazione si iniziò…[2]

 Che cosa era  storicamente accaduto?

Con l’unità nazionale tutti i nodi da tempo latenti del problema erano venuti al pettine, in quanto quelle due società molto diverse, che finora si erano quasi ignorate a vicenda, venivano ora a porsi improvvisamente a diretto contatto e raffronto, generando drammaticamente la constatazione dell’enorme divario tra le regioni settentrionali e meridionali del nuovo Stato soprattutto relativamente allo sviluppo economico e sociale. Tutto ciò impose in vari settori della cultura e del governo politico la consapevolezza dell’ esistenza evidente di una “questione meridionale” che diede avvio a studi, polemiche, ricerche per meglio individuare i problemi e suggerire le più efficaci soluzioni.

Se la conquista di Roma e la successiva proclamazione del regno d’Italia avevano di fatto concluso il ciclo eroico del Risorgimento, restavano comunque ancora irrisolti molti problemi e criticità che riguardavano la politica interna e la vita sociale del giovane Stato: l’analfabetismo prevalente e le condizioni di vita inferiori al minimo di sussistenza nelle campagne. Una parte dell’Italia, il Mezzogiorno, era caratterizzata da condizioni di vita di estrema arretratezza. La gravità della situazione, dovuta al forte ed ineliminabile dislivello fra le “due Italie”, che, anziché diminuire, andava con gli anni progressivamente ampliandosi sempre di più, a partire dagli anni Settanta, impose all’establishement politico nazionale una serie di indagini, che sarebbero successivamente confluite nell’ampio filone della letteratura meridionalista.

3. L’incipit a queste riflessioni venne innanzitutto dagli studi di Pasquale Villari[3]; seguite poi dalle inchieste di Leopoldo Franchetti sulle Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane del 1875; di Sidney Sonnino su I contadini in Sicilia del 1876; di Renato Fucini, che sotto lo pseudonimo di Neri Tanfucio aveva inviato ad un amico le sue riflessioni sulla Campania ( cfr. Napoli ad occhio nudo: lettere ad un amico, Firenze 1978);  Si trattava prevalentemente di studi intrapresi da intellettuali o da soggetti appartenenti alla borghesia illuminata, in qualche modo legati alla proprietà della terra, che per ragioni prevalentemente sovrastrutturali passavano sotto esame la realtà meridionale, scoprendone i limiti dello sviluppo. Pur con tutti le limitazioni di risultato ( Rosario Villari, analizzando col senno di poi tali relazioni, ha sottolineato il prevalente valore teorico di esse più che una pratica incidenza a cambiare la realtà, oggetto dei loro studi) tali indagini hanno avuto il merito di aver fissato anche nel lessico i termini stretti della questione quale problema nazionale. Esito più fortunato ebbero alcune relazioni conoscitive come quelle di Jacini (1977-82) e Franzoni (1903), promosse questa volta dai nostri governanti, che analizzando le condizioni economiche e sociali delle zone più povere della Penisola, già piagate dal fenomeno dell’emigrazione, contribuirono a far conoscere alla nazione soprattutto lo stato di arretratezza dell’agricoltura meridionale.

4. Uno fra i più impegnati di questi meridionalisti fu proprio Giustino Fortunato, al quale spetta il merito di aver dissipato il mito georgico e virgiliano dell’Italia meridionale quale madre di messi, ancora corrente agli inizi del ‘900 in certi settori dell’opinione pubblica, e a svelare la realtà amara di un Mezzogiorno senz’acqua e lontano dalla civiltà: ”L’antica credenza nell’alma parens dev’essere abbandonata: la dolce predizione di Virgilio, secondo cui da per tutto, in Italia, la terra avrebbe prodotto tutto, omnis feret omia tellus, non si è avverata. Un poeta greco poteva ben dire, sette secoli prima di Cristo, che la Calabria fosse il paese più felice del mondo; oggi queste parole desterebbero il riso”[4].

Questo spiega perché il 26 dicembre 1902 ad accogliere ufficialmente il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Zanardelli, in visita in Basilicata, fosse scelto proprio il deputato di Rionero in Vulture per dargli il saluto. Al di là degli ufficiali convenevoli, nel discorso pronunziato per l’occasione, che compendiava magistralmente una pluridecennale riflessione storico-politica sui rapporti fra Stato e Mezzogiorno, Fortunato ritornava a parlare delle questioni del Sud che risultavano ancora irrisolte alle soglie del ‘900, prima fra tutte il grave e irrisolto  problema del carico tributario del Regno, che andava risolto, secondo Fortunato, solo con l’istituzione di un’imposta progressiva sul reddito in grado di alleggerire l’insostenibile pressione fiscale sulla proprietà terriera e sui consumi delle masse ( Non si dimentichi che la “destra storica” di eredità cavourriana aveva iniziato la sua azione di governo con le inique tassazioni delle imposte sul “macinato” e sul “pelo” che avevano chiamato soprattutto i contadini del Sud ad un ingiusto prelievo fiscale). Ma come ebbe a sostenere nel suo, a dire il vero, molto realistico discorso porre le questioni non significava certamente averle risolte. Che avesse ragione lo avremmo appreso successivamente a nostre spese, come attesta la polemica storiografica che a partire dall’Ottocento è arrivata, si può dire fino ai giorni nostri; per cui riandare alla radice della questione meridionale, ripercorrere  le tappe dell’elaborazione teorica di questo fondamentale problema e dare conto dei risultati pratici ottenuti è secondo noi un lavoro molto interessante.     

5. Ma, prima di scendere nei particolari intorno al problema meridionale nel ventesimo secolo, dobbiamo prendere atto, che accanto alla cosiddetta “questione meridionale”, per molti aspetti ancora irrisolta, la nostra situazione odierna si è venuta a complicare giacché esiste oggi anche una “questione settentrionale”[5]che è venuta a sovrapporsi ad essa, acuendo la gravità della nostra già difficile situazione. Massimo Riva, cui spetta la felice coniazione del termine, parlando delle “due società” del Mezzogiorno e del Settentrione d’Italia a confronto, prevedendo in termini drammatici le possibili conseguenze, sottolineava in tal modo la nascita del fenomeno leghista a causa dei limiti dello stato centralista. “Ma una questione settentrionale oggi esiste. Come possiamo leggere nelle cronache, non solo politiche, ma anche sociali ed economiche degli ultimi tempi, è una questione che si pone in modo drammatico, che può portare anche a creare problemi assai seri sotto il profilo non solo dell’unitarietà dell’esperienza istituzionale del nostro paese, ma anche dell’unità del tessuto sociale “.

Affrontare la questione settentrionale significa oggi porsi il problema dello sviluppo tumultuoso e prorompente della Lega di Umberto Bossi, uno dei più accreditati animali politici del nostro tempo. Se consideriamo, tuttavia, il fenomeno leghista solo nei suoi aspetti più clamorosi, folcloristici, talvolta irritanti, rischiamo di non comprendere la vera ragione della sua nascita ed espansione. Dobbiamo convincerci che la Lega non raccoglie solo per questo i suoi consensi. In effetti non sono solo questi elementi che spiegano la sua fortunata crescita, almeno al Nord. Bisogna innanzitutto fare i conti con quello che attualmente significa il malessere del settentrione d’Italia, che trova la sua genesi e spiegazione in una profonda insoddisfazione di molta parte della gente del Nord nei riguardi del centro di gravità della nostra nazione, rappresentato dall’amministrazione centrale dello Stato. Soprattutto in questo tempo di gravissima crisi economica mondiale e locale, allorché più difficile si fa la distribuzione della ricchezza  nazionale, particolarmente intollerabile diventa la sproporzione del trattamento delle risorse fra Nord e Sud.

Ma vediamo come lo stesso Riva analizza con ragioni di causa questa difficile situazione:” Sono venuti, da un lato, al pettine i nodi di una finanza pubblica troppo a lungo male amministrata e che ha accumulato un debito pubblico di dimensioni tali da costituire uno dei principali problemi del Paese; e dall’altro, siamo in una fase congiunturale negativa da diversi mesi e per dirlo in termini di italiano corrente, la torta a disposizione non cresce rapidamente o in taluni casi e settori addirittura si restringe: quindi le conflittualità economico-sociali si fanno aspre (…) In poche parole, i cittadini di Monza ogni quattro lire che versano allo stato se ne vedono restituire una soltanto per l’utilizzo dei servizi pubblici[6]”.

Al centro della contestazione settentrionale, che per fortuna oggi ha ammainato il vessillo della secessione, è proprio il rapporto di ridistribuzione del reddito e dei pesi fra amministrazione centrale ed amministrazioni locali che oggi si intende risolvere col sistema del federalismo che assegna allo Stato la competenza su alcuni settori limitati, come la difesa, la giustizia, l’esercizio della politica estera, mentre assegna agli enti territoriali la disposizione di utilizzare le risorse locali e di operare ciascuno in base alle sue forze e secondo la propria  capacità di contribuzione fiscale. Non v’è chi non veda come i termini attuali della cosiddetta questione settentrionale, pur avendo perduto parte della loto virulenza, continuano comunque ad essere termini effettivamente drammatici e pericolosi per tutto il Paese che risulta ancora sbilanciato tra il vecchio sistema centralizzatore e l’ipotesi non da tutti condivisa del nuovo federalismo.    

6. Sarebbe certamente utile seguire il filo del meridionalismo nel suo svolgimento storico, ma la natura necessariamente sintetica del nostro scritto ci impedisce di soffermarci a fondo sull’opera dei più impegnati meridionalisti del ‘900, da Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Antonio Gramsci, per citare solo alcuni dei nuovi meridionalisti. Essi, pur non professando le stesse idee, ebbero comunque in comune il merito d’aver fatto sentire la loro voce di protesta anche nell’età del regime fascista.  presentando il programma di espansione coloniale quale unica soluzione dei problemi del Sud, prima fra tutte la fame di terre dei contadini, Mussolini paradossalmente aveva dichiarato chiusa e risolta  la “questione meridionale”. Che il problema meridionale non fosse stato non dico risolto, ma neppure affrontato nella sua gravità dal fascismo, è dimostrato dagli estesi movimenti delle terre del dopoguerra che rimisero drammaticamente sul tappeto le questioni irrisolte del Sud. Questo spiega perché anche dopo la caduta del fascismo la riflessione sul Mezzogiorno riprese vigore, partendo dal punto dove il regime mussoliniano l’aveva interrotta.

Il nutrito fronte meridionalista nazionale, a partire dal Congresso di Bari (27 gennaio 1944) si divise in due schieramenti: quello democratico (che vide l’opera di Manlio Rossi Doria e Pasquale Saraceno, rispettivamente orientati soprattutto a ritenere fondamentali alla soluzione del problema meridionale l’incremento dell’economia agraria e  lo sviluppo industriale quali chiavi di volta per rispondere all’arretratezza delle regioni del Sud) e quello della sinistra, che dalle pagine della rivista “Cronache meridionali” riprese con vigore i termini della linea gramsciana che indicava la soluzione della questione meridionale  nel ruolo guida della classe operaia nei rispetti del mondo contadino. Accanto al compito fondamentale rivestito dai teorici che diffusero i loro scritti sulle pagine di “Cronache meridionali”, occorre ricordare i meriti di un altro grande meridionalista, Francesco Compagna, che dalle pagine della rivista “ Nord e Sud”, di impostazione liberal-democratica, si preoccupò di sviluppare la linea, che era stato già dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno ), dell’intervento pubblico  per favorire anche nel meridione lo sviluppo industriale, che secondo Compagna si prospettava come una fondamentale soluzione del ritardo di sviluppo del Sud d’Italia rispetto al settentrione.

7. Il dibattito meridionalistico del dopoguerra si è concretizzato in una vasta azione legislativa a favore del Mezzogiorno, che negli anni Cinquanta e Sessanta si è tradotta in due importanti realizzazioni: l’istituzione  della Cassa per il Mezzogiorno (10 agosto 1950), ente creato ad hoc per lo sviluppo industriale del Sud con la legge n. 646 e l’avvio della cosiddetta Riforma Agraria,  con l’approvazione della legge stralcio del 28 luglio 1950, che nell’intenzione  dei legislatori, in senso Keynesiano, indicava nello sviluppo agricolo-fondiario, promosso e implementato dall’intervento dello Stato, un fondamentale acceleratore dello sviluppo delle regioni meridionali. In effetti, per quanto il movimento della Riforma Agraria e Fondiaria, segnando finalmente la conquista del diritto di proprietà  dei contadini meridionali, venisse in qualche modo a risolvere finalmente la loro atavica fame di terra, esso si rivelò alla fine, secondo alcuni, anche una sconfitta di dimensioni storiche, in quanto sconvolse i valori tradizionali dell’esistenza contadina, che si riconoscevano più nell’individualismo e nel familismo che nella disseminazione forzosa della proprietà imposta dalla Stato.

 Quanto agli effetti prodotti dall’azione della Cassa del Mezzogiorno, occorre dire  anche che, senza ridurre l’importanza dell’azione dell’Istituto nel favorire un certo sviluppo industriale nel meridione, il drenaggio delle risorse pubbliche, avvenuto in senso stretto con l’intervento straordinario dello Stato e realizzato di fatto dalle banche, ha contribuito molte volte a creare favoritismi e clientele e non di rado ad alimentare lo stretto legame che ancora sussiste nel Sud tra le mafie locali e il potere politico.

8.  Non si può negare tuttavia che, nel periodo compreso fra gli anni ’60 e ’70, le distanze tra il Nord e il Sud d’Italia si siano notevolmente accorciate, che le condizioni di vita degli abitanti del meridione anche per effetto dell’intervento pubblico siano migliorate rispetto al passato, ma occorre anche aggiungere per amore della verità  che le risorse stanziate dalla Cassa per favorire lo sviluppo industriale delle regioni del Sud più che sostenere con gli investimenti l’economia locale hanno finito per arricchire un’imprenditoria esterna[7] attratta prevalentemente dalla possibilità di arricchimento personale. A questo punto dobbiamo chiederci che cosa resta del disegno  promosso dall’intervento speciale della Cassa? Rimane soprattutto il sogno infranto dello sviluppo industriale del Sud, che si riconosce tristemente ancora oggi nelle fatiscenti costruzioni abbandonate come balocchi sventrati, le antiche cattedrali, un tempo produttive e frequentate, ora distrutte dal tempo e saccheggiate. Forse anche per questo nel 1983 il governo Fanfani si è preoccupato di liquidare in fretta la Cassa per il Mezzogiorno, dichiarando così il suo fallimento.

Gli anni ’80 sono stati caratterizzati dall’investimento di ingenti somme ed interventi di ogni genere (per far fronte alle distruzioni di ampio raggio operate dal catastrofico terremoto del 23 novembre del 1980), che invece di risollevare la situazione delle popolazioni locali hanno finito per alimentare maggiormente il legame di interesse tra politica e criminalità.  I successivi anni ’90 hanno fatto registrare un disinteresse quasi totale per i problemi del meridione d’Italia, non perché la “questione meridionale” avesse trovato una definitiva soluzione, ma soprattutto in quanto l’interesse dell’Europa a risollevare le zone depresse ha in parte affrancato i nostri governanti dal dare una risposta  esclusivamente nazionale alle necessità degli abitanti del Sud. 

9. Se oggi volessimo stilare un bilancio sull’intervento meridionalistico dello Stato negli ultimi cinquant’anni della nostra nazione, al termine di queste note dovremmo concludere che sono evidenti  effetti sia positivi che negativi: certamente il meridione vive oggi una situazione migliore dal punto di vista economico, sociale e culturale rispetto agli anni dell’immediato dopoguerra, ma bisogna ammettere che il Sud  ha visto anche un progressivo deterioramento della situazione morale, dovuto alla degenerazione della politica che, praticando la cultura dell’assistenzialismo clientelare, senza curarsi di distinguere la propria azione da quella dell’illegalità, screditandosi ha contribuito ad aprire un baratro fra il proprio mondo intimo e quello esterno, sancendo di fatto col proprio comportamento il divorzio tra governanti e governati, tra èlite e masse popolari. Se innegabilmente un’alfabetizzazione più diffusa, le autostrade, la circolazione degli uomini e delle idee, anche per effetto della televisione, contribuendo ad accorciare le distanze hanno sottratto buona parte delle popolazioni meridionali, specialmente le giovani generazioni, all’antico isolamento, è vero anche che mafia, camorra, corruzione politica e clientelismo hanno giocato e giocano ancora un  fondamentale ruolo negativo soprattutto nelle aree maggiormente gravate dal sottosviluppo.

La situazione del meridione d’Italia è tanto più pesante nell’attuale crisi economico-finanziaria europea che ha travolto anche paesi caratterizzati da una salda economia, compreso il nostro. Se quasi tutte le regioni europee del nord risentono negativamente della recessione globale, essa è tanto più evidente nel meridione d’Italia, dove il reddito medio delle famiglie, che fino a ieri cresceva lentamente, ha subito una stasi, anche a causa dell’attuale crisi delle imprese e per effetto della disoccupazione cresciuta in modo esponenziale, sicché alcune aree del Mezzogiorno occupano l’ultimo posto nel novero delle regioni europee. Si dirà in conclusione che oggi come ieri, pur nella mutata dimensione storica del tema, la “questione meridionale” è ancora sensibilmente presente sullo sfondo dei rapporti economici, sociali e politici della nazione. Pertanto, sarebbe semplicistico ritenerla superata solo perché sono venuti meno alcuni suoi elementi. In effetti, malgrado il superamento di vecchi limiti e squilibri, altri nuovi e non meno gravi sono stati generati, sicché la nostra “questione” è destinata purtroppo  a risorgere anche se sotto nuove forme.

 

Nota bibliografica

Barbagallo F. Mezzogiorno e questione meridionale, Napoli 1980

Barbagallo F. La modernità squilibrata del Mezzogiorno, Torino 1994

Calice N. Lotte politiche e sociali in Basilicata, Roma 1974

Chabod F. L’Italia contemporanea, Torino 2002

Cestaro A. Le grandi inchieste parlamentari, in Storia della Basilicata, Bari 2002

Compagna F. La questione meridionale, Venosa 1992

Corti P.( a c. di) Inchiesta Zanardellisulla Basilicata,Torino 1976

Galasso G. Il Mezzogiorno. Da “questione” a “problema aperto, Manduria 2006

Giura Longo R. La Basilicata moderna e contemporanea, Napoli 1992

Fortunato G. Che cos’è la questione meridionale, Rionero in Vulture 1993

Gramsci A. Il Risorgimento, Torino 1949a

Cinanni P. Lotte per la terra nel Mezzogiorno, Venezia 1979

Procacci G. La storia degli italiani, Bari 1998

Romeo R. Profilo della storia d’Italia, Rubettino 1981

Riva M. Intervista sulla Questione Settentrionale, Calice Editrice 1994

Salvemini G. Il movimento socialista e la questione meridionale, in Opere IV, Milano 1978

Villari R. Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, Napoli 1979

      

 


 

[1] L’espressione, se vogliamo stare alla lettera, significa non solo inchiesta ma anche polemica, o meglio controversia e dibattito nel quale storici e polemisti di diverse tendenze hanno espresso il loro parere, prospettando eventuali soluzioni, sulla situazione del ritardo economico e sociale del Sud d’Italia rispetto al resto del Paese.     

[2] Le parole di Fortunato sono riprese dalla riedizione del saggio Che cosa è la questione meridionale? del 1993 di Calice Editori.

[3][3] Nel 1875 Pasquale Villari, inviando sotto forma di lettere alla rivista fiorentina”l’Opinione” le sue riflessioni sulla situazione del Sud, con questi studi, confluiti in seguito nella raccolta Lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia (Guida, Napoli 1979) dava così di fatto inizio alla letteratura meridionalistica

[4] G.Fortunato, op.cit.,pag.17.

[5] L’espressione è un felice ritrovato dell’editorialista di Repubblica Massimo Riva che l’ha utilizzato per la prima volta nel volume Intervista sulla Questione Settentrionale, Calice Editori 1994.

[6].Cfr.Massimo Riva, cit., pag. 7.

[7] Non sono mancati imprenditori del Nord che furono in parte benemeriti, come ad esempio i Rivetti, che hanno avuto il grande merito di aver fatto conoscere Maratea dal punto di vista turistico, ma anche quelli che potrebbero sembrare meno interessati al guadagno, dallo stesso Rivetti ad Agnelli, sfruttando i contributi dello Stato hanno fatto affari d’oro  anche nel Sud investendo esigui loro capitali.