<<Sez. Conoscere>>

  Venerdì 5 Dicembre 2014 "uscita n. 14"

 

La “scienza nuova” di Giambattista Vico

di Maria De Franchi e Ivana Fico

 

 

                Descrizione: https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRJWhfZquzBhR0sOgCoAyOwXcVmjzlTJaX8QWVMDqwDvqNGH-c5

                              Un busto del filosofo

 

1.Nel panorama della cultura filosofica e filologica del primo settecento, Vico sta a sé, legato ad essa dalla natura concreta e storicamente determinata dei problemi che egli ebbe in comune con i dotti del suo tempo, ed insieme da essa lontano per l’originalità di un temperamento che ricomincia a riflettere su quei problemi per proprio conto in solitudine, e li risolve con una genialità che sarà apprezzata solamente dai secoli futuri, mentre ai contemporanei sembrò non più che una bizzarria.

In un certo senso egli fu quasi l’opposto del suo tempo: filosofo tra i maggiori del secolo, si dichiarò rosolutamente anticartesiano. Additò i limiti e combattè le esagerazioni del razionalismo, non nascose il suo disinteresse per le scienze della natura. Filosofo acuto e dottissimo, non ebbe o non curò l’ordine, l’esattezzza minuta e scrupolosa, la chiarezza espositiva, che erano il vanto e la conquista della nuova erudizione e della più matura filologia settecentesca. Dotato di una prodigiosa facoltà di intuizione nel descrivere e valutare gli eventi della storia e della preistoria, attribuì allo storico non tanto la funzione di intendere le leggi che regolano il progresso ideale della civiltà, e concepì la storia come lo svolgersi coerente, e regolato da una logica interiore e provvidenziale, dello spirito umano, e non come un insieme arbitrario di avvenimenti determinato dal caso e dall’ astuzia degli individui.

 

La  posizione storica

 

2. Vico è figura di grande spicco nel­l'ambiente culturale napoletano ma anche forte dell'appoggio di un principe geloso delle proprie prerogative e di un partito sostenuto dal potere regio. È quindi comprensibile che il filosofo non abbia legato il suo nome a nessuna battaglia di prima linea, e abbia lavorato per proprio conto a un progetto di ampio respiro, la cui realizzazione comportava necessaria­mente dei compromessi con la censura ecclesiastica. Nato a Napoli il 23 giugno 1668, da Antonio, proprietario di una piccola libreria nella strada di San Biagio dei Librai, Vico ebbe come amici d'infanzia Nicola e Filippo Bulifon, figli del tipografo-editore-libraio francese Antonio Bulifon, proprietario di un negozio, il cui retrobottega era frequentato da uomini come Tommaso Cornelio, Leonardo Di Capua, Francesco D'Andrea e Gregorio Caloprese: particolare biografico, per altro, non indifferente, in quanto do­vrebbe scoraggiare ogni pretesa d'interpretare il pensiero vichiano in chia­ve di oralità. Nel 1681, fece i suoi primi studi filosofici sulle difficili pagine di Pietro Ispano e di Paolo Nicoletti da Udine, ma l'età ancora immatura non gli permise di trarne profitto. Nel 1683, si dedicò con impegno allo stu­dio delle famose Disputationes metaphysicae del teologo spagnolo Francisco Suìrez. Avviatosi alla carriera forense, nel 1686 difese eloquentemente il pa­dre davanti al Sacro Regio Consiglio. Intanto, oltre al diritto e all'arte ora­toria, coltivava la poesia, con una spiccata predilezione per il gusto barocco, come dimostra la sua giovanile ammirazione per il gesuita procidano, sostenitore dell'ultrabarocchismo, Giacomo Lubrano (1631-1693). Negli anni 1686-1695 circa, quale precettore dei figli di Domenico Rocca ebbe numerose possibilità di dedicarsi agli studi prediletti dei classici latini e italiani, dimostrandolo non solo a Vatolla nel Ci­lento, ma anche a Napoli e a Portici. Dal 1689 al 1692 fu iscritto alla Università di Napoli, dove nell’anno accademico 1693 /94 conseguí la laurea in utroque iu­re, diritto civile e diritto canonico. Nel 1692, quale membro dell'Accademia degli Uniti con il nome di Raccolto s'impegnò in un'intensa attività poe­tica, andata poi dispersa, abbandonando presto il gusto barocco e adottando una forma di classicismo arcadico, come dimostrano la canzone Affetti di un disperato (1693) e altre poesie d'occasione, italiane e latine. Nel 1699, poco piú che trentenne, venne nominato professore di retorica all'Università di Napoli con lo stipendio annuale di cento scudi, ed entrò a far parte dell'Accademia Palatina, dove lesse il discorso Delle cene sontuose de' ro­mani. Nello stesso anno, sposò Teresa Caterina Destito, dalla quale ebbe otto figli, fra cui meritano ricordo Luisa,  poetessa e letterata, che fu corteggiata da Metastasio, e Gennaro, destinato a succedere al padre come professore di retorica.

Gli anni successivi lo videro impegnato in una intensa attività di studio e di scrittura: tra il 1699 e il 1707 lesse nell’ Università di Napoli sei Orazioni inaugurali che saranno pubblicate solo nell' Ottocento; nel 1103 scrisse una Storia della congiura di Macchia, ordita nel 1901 contro il governo spagnolo da nobili fi­lo-austriaci; nel 1709 usci il testo, riveduto e ampliato, di una prolusione let­ta l'anno precedente presso l'Università di Napoli, il De nostri temporis stu­diorum ratione, cioè “Il metodo degli studi del nostro tempo”; nel 1910, dopo essere stato ascritto alla Colonia Sebezia dell'Arca­dia con il nome di Laufilo Terio, pubblicò il primo libro del De antoquissima Italorum sapientia (“Sull'antichissima sapienza italica”) concepi­to in tre libri, ma rimasto interrotto. Nel 1711 com­pletò la prima stesura delle lezioni di retorica tenute nell'ateneo napoleta­no, destinate a diventare le Institutiones oratoriae. Negli anni 1911-1712 polemizzò urbana­mente con il «Giornale de’ letterati d'Italia», che aveva recensito il De Italo­rum sapientia; nel 1713 cominciò un lavoro assai impegnativo di carattere  storiografico: la biografia di Antonio Carafa, destinata a uscire nel 1716, con il titolo De rebus gestis Antonii Caraphaei.

Se fino a questo momento la carriera intellettuale di Vico aveva apparen­temente oscillato fra la poesia, l'eloquenza, la filosofia, la scienza e la storiografia, a partire dal 1720 la filosofia assumeva una posizione di preminenza rispetto agli altri suoi interessi, che rimasero tuttavia sempre operanti, dando alle sue opere maggiori una densità unica nella storia del pensiero italiano. Questa nuova fase inizia con la cosiddetta Sinopsi del Diritto universale; anticipazione della grande opera giuridico-filosofica, uscita poi in due libri: il De uno universi iure principio et fine uno (“Dell'unico principio ed unico fine del diritto universale”, 1720) e il De constantía iurisprudentis (Della costanza del giurisprudente), a sua volta costituito dal De constantia philosophiae e dal De constantia philologiae. Con quest'opera Vico aspirava alla cattedra mattutina di Diritto civile presso l'Università di Napoli, che non riuscì, pe­rò, a ottenere, perché il concorso, bandito nel 1723, fu vinto dal candidato meno meritevole, Domenico Gentile da Bari, sostenuto dal viceré austria­co, cardinale Michele Federico d'Althann. Per rivalsa, egli scrisse allora la Scienza nuova in forma negativa, opera completata nel 1704, da ricordare an­che per l'abbandono del latino come lingua filosofica, che invano sperò di pubblicare con il sostegno finanziario del cardinale Lorenzo Corsini (il fu­turo Clemente XII). Quando l'attesa si rivelò infruttuosa, Vico elaborò una versione più breve dell'opera, che con il titolo di Principi di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni che pubblicò a sue spese, nel 1725.

Successivamente egli continuò a svolgere il ruolo di celebratore dei fasti cittadini con componimenti sia in prosa che in poesia; ma non si deve attribuire alcun peso ideologi­co a una produzione letteraria convenzionale, in cui l'encomio iperbolico era d'ordinaria amministrazione. È quindi improprio addurre a prova di una pretesa adesione di Vico al partito curialista le lodi da lui tributate al vi­ceré di Napoli. Nel 1625 pronunciò l'orazione In morte di donn'Angela Cimmino marchesa della Petrella. È questa la se­conda edizione dell'opera, denominata comunemente Scienza nuova seconda, note­volmente diversa rispetto alla prima edizione del 1752. Sempre nel I730 per interessamento di Muratori, era stato nominato membro dell'Accade­mia degli Assorditi di Urbino, per la quale scrisse un supplemento alla Vita, destinato a rimanere inedito. Comunque, nello stesso tempo, non tralasciò l'attività oratoria, che nel 1732 toccò l'apice con il discor­so De mente heroica, pronunciato in occasione della solenne inaugurazione dell'anno accademico presso l'Università di Napoli, voluta da monsignor Celestino Galiani. Gli ultimi anni della sua vita furono tuttavia dedicati prevalentemente alla Scienza nuova, che apparve in una terza e definitiva edizio­ne postuma nel luglio 1744, nel frattempo Vico era già morto nella notte fra il 22 ed il 23 gennaio dello stesso anno.

Bisogna dire che la Scienza nuova  non piacque allora né in Italia, né in altri paesi d'Europa. Resta da domandarsi perché Vico non riuscisse a comunicare il suo origina­le messaggio filosofico ai propri concittadini se considerava in tal modo e giustamente il suo capolavoro: « Io certa­mente debbo questa sola opera tutta a questa università, la quale, non aven­domi voluto occupare a legger paragrafi, mi ha dato l'agio di meditarla [ . . .] gridando dico che vorrei non aver lavorate tutte le altre mie deboli opere d'ingegno, e che rimanesse di me questa sola [...]. Sia per sempre lodata la Provedenza, che, quando agli infermi occhi mortali sembra ella tutto rigor di giustizia, allora più che mai è impiegata in una somma benignità!».

Nell'atmosfera avvele­nata dalle reazioni sciovinistiche contro la cultura oltramontana, l'approva­zione di un Leclerc non poteva giovare a Vico, in quanto offendeva la su­scettibilità dei letterati italiani, uniti nel rintuzzare l'offensiva intellettuale d'Oltralpe. Il suo isolamento si accrebbe dopo la pubblicazione della pri­ma edizione della Scienza nuova (1725), quando scriveva allo stesso padre Giacco, il 25 ottobre 1725, servendosi di una immagine scritturale (Salmo 7; Luca, I 8o): « In questa città io fo conto di averla mandata al diserto » Il nuovo libro, scritto in italiano — lingua po­co familiare ai filosofi stranieri —, non ebbe la fortuna europea del Diritto universale, scritto in elegante latino, che a quei tempi era ancora la lingua della Repubblica delle Lettere.

 

La formazione filosofica e le opere minori:

 

3. Nell' autobiografica “Vita” Vico ravvisa nelle Orazioni inaugurali il suo primo, in­certo tentativo di affrontare « un qualche argomento e nuovo e grande [... ] che in un principio unisse [... ] tutto il sapere umano e divino». In realtà, più che un presentimento del maturo pensiero vichiano, si possono cogliere nelle Orazioni i primi passi di Vico nel campo della filoso­fia, dove si muove nell'orbita del cartesianesimo, che appare recepito so­prattutto attraverso la Recherche de la vérité di Malebranche, resa accessibile alle persone da una traduzione latina, pubblicata in prima edizione nel 1685. Egli rimase sempre un ammirato­re del filosofo francese, che, soprattutto per la tesi della conoscenza come visione in Dio, fu da lui considerato come una sorta di Platone moderno, capace di soddisfare l'esigenza metafisica. Al di là di questa urgeva però an­che l'esigenza mondana sollecitata in un primo tempo da Tacito, dietro il quale si profilava la teoria della ragion di Stato, che risaliva a Machiavelli;  Questa, a sua volta, favoriva l'insorgere di nuovi fermenti speculativi, che si intrecciarono a quelli forniti da Malebranche. Nel 1709, come attesta la pro­lusione sul metodo degli studi, De nostri temporis studiorum ratione, Vico aveva già studiato Bacone di cui ammirava la capacità di unire la «dottrina» alla «pratica», essendo stato filosofo e uomo politico. Se Malebranche gli appariva un Platone moderno, Bacone era per lui un Tacito-Machiavelli elevato a potenza dalla filosofia sperimentale che consentiva a Vico di uscire dalla tutela del cartesianesimo malebran­chiano nel campo pedagogico, per sostenere la necessità di un sistema edu­cativo basato sulla sensazione e sulla fantasia (facoltà legate ai corpo), anzi­ché sulla ragione matematizzante.

La conoscenza di Bacone apriva a Vico le porte del pensiero lockiano, su cui si era concentrato l'interesse di Giuseppe Valletta. Locke era accessibile attraverso le pagine di riviste contemporanee, come la «Bi­bliothèque universelle et historique» di Jean Ledere o gli «Acta erudito­rum» di Lipsia, e attraverso le traduzioni, fra le quali va tenuta presente la versione latina del Saggio sull’ intelletto umano, apparsa a Londra nel 1701 e ri­stampata a Lipsia nel 1709. Ma l'esigenza metafisica, che non venne mai meno in Vico, nonostante la perentorietà della esigenza mondana, doveva culminare, nel 1910, con la pubblicazione del trattato sull'antichissima sa­pienza degli italici De antiquissima Italorum sapientia. Qui egli, basandosi sul principio teologico secondo cui Dio conosce le cose in quanto le fa, os­sia sulla coincidenza del verum e del factum, opera, nel senso di una tra­scendenza di  spiccato gusto malebranchiano, la dicotomia fra ideale e reale che sarà sempre presente nella sua filosofia. Anzi Vico ama apparire più male­branchiano dello stesso Malebranche in un capitolo, dedicato alla mente o pensiero, in cui accusa d'incoerenza il filosofo francese, perché non respin­geva il cogito di Cartesio nel nome della visione in Dio.

La prolusione sul metodo degli studi e il trattato sulla sapienza degli italiani, pur essendo centrati su problemi destinati a rimanere essenziali nel pensiero vichiano, sono opere assai diverse fra loro: mentre la prima è una perorazione, appassionata ed eloquente, in favore degli studi umanistici, la seconda è un trattato metafisico di ardua lettura. Nel De studiorum ratione Vico fa in diciotto sezioni un confronto puntuale fra il metodo (ratio) degli studi, seguito dagli antichi, e quello seguito dai moderni, basato sulla filosofia di Cartesio, con l'intento dichiarato di unire i vantaggi dell'età classica con quelli dell'età moderna. Se nel De studiorum ratione Vico ostenta un atteggiamento imparziale nel soppesare i vantaggi e gli svantaggi degli antichi e dei moderni, nel De Italorum sapientia, trattato in otto capitoli, la simpatia dell' autore va tutta agli antichi filosofi italici della Magna Grecia, ai quali risalirebbe un pensiero originale, fondato sulla identificazione del vero con il fatto, e pertanto sul primato as­soluto di Dio, facitore di tutte le cose .

 

L' autobiografia: res et verba convertuntur

 

4. La Vita (1723-1728), che apparve in prima edizione in un periodico vene­ziano – la «Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici», fu giudicata da Giannone « la cosa più sciapita e traso­nica insieme che si potesse mai leggere » Contrariamente alla visione giannoniana, è scritta in terza persona, e non contiene episodi più o meno ro­manzeschi. È evidente che Vico ha presente come modello il cartesiano Discours de la méthode (1637), visto che fin dall'inizio avverte la necessità di prendere le distanze dall'autobiografia intellettuale di Descartes: « Non fingerassi qui ciò che astutamente finse Renato Delle Carte d'intorno al metodo de' suoi studi, per porre solamente su la sua filosofia  e matematica ed atterrare tutti gli altri studi che compiono la divina ed umana erudizio­ne». In altri termini, Vico – diversamente da Descartes che disprezzava le discipline filologiche e storiche – ritiene che la filosofia o« scienza del vero » debba andare di pari passo con la filologia coscien­za del certo », perché separare la filosofia dalla filo­logia, o viceversa, significa impoverirsi tanto come filosofi quanto come fi­lologi. Può infatti dire: «aver mancato per metà cosí i filosofi che non ac­certarono le loro ragioni con l'autorità de' filologi, come i filologi che non curarono d'avverare le loro autorità con la ragion de' filosofi». Stando così le cose, Vico, contrariamente a Descartes, ha una visione globa­le della cultura, che non gli consente di privilegiare alcune discipline a dan­no di altre. Il filosofo napoletano, infatti, dimostrò sempre un grande inte­resse non solo per le discipline umanistiche, ma anche per quelle tecnico­scientifiche. Visti sotto tale aspetto, gli scritti vichiani della maturità sono un efficace prova contro ogni tentazione di scindere l'unica cultura in due culture opposte, umanistica e scientifica.

Certo non viene sempre mantenuta la promessa di narrare « fil filo e con ischiettezza la serie di tutti gli studi del Vico, perché si conoscano le propie e naturali cagioni della sua tale e non altra riuscita di litterato », in quanto la censura ecclesiastica lo obbliga a praticare quella « dissimulazione onesta» che era un riflesso connaturato a tutti gl'intellettuali della penisola.

Si dirà in conclusione che come sarebbe una mancanza imperdonabile prendere per oro colato il giudizio negativo di Vico nei confronti di Locke, sostenitore di «una metafisica tutta del senso », vale a dire mate­rialistica, sarebbe così altrettanto ingenuo fare di Vico un materialista puro. La sua posizione era molto più complessa delle rigide contrapposizioni, care ai cervelli teologizzanti, che era costretto ad adottare per sopravvivere nell' at­mosfera intollerante del suo tempo. Egli, infatti, cosi riteneva:« essere principio delle cose tutte una idea eterna tutta scevera da corpo, che nella sua cogni­zione, ove voglia, crea le cose in tempo e le contiene dentro di sé e conte­nendole, le sostiene». Questa concezione non era tanto platoni­ca, come egli sostiene, quanto piuttosto malebranchiana, sebbene non convenisse dire molto bene di Malebranche, visto che la traduzione latina della Recherche era stata condannata dalla Chiesa il 4 marzo 1709. Se mai conveniva affermare che Malebranche, prendendo le mosse dalla filosofia di Cartesio, non «vi seppe lavorare sopra un sistema di moral cristiana». Ma il pensiero vichiano, pur essendo basato su Malebranche, non può ridursi a quello malebranchiano, che Vico adotta e supera nella Scienza nuova, grazie alla geniale intuizione che la metafisica materialistica non deve buttarsi via, in quanto è la chiave con cui si può comprendere la fase primitiva dello sviluppo della civiltà.

 

Dal razionalismo cartesiano alla scoperta della storia come “vera scienza” .

 

5. Il primo libro (Dello stabilimento de' principi) si apre con una Tavola cronolo­gica, seguita da annotazioni, in cui Vico prende posizione in fa­vore della cronologia ebraica contro Otto Von Heurn, John Marsham e John Spencer. Non si trattava soltanto di affrontare il problema della cronologia delle antiche civiltà, che pure ebbe un'importanza enorme nella cosid­detta crisi della coscienza europea, ma di sgombrare il terreno occupato da una serie di opinioni insoddisfacenti sulle civiltà più remote per fare posto alle idee vichiane: « quanto ci è giunto dell'antiche nazioni gentili [... ] egli è tutto incertissimo [...] perciò non crediamo d'offendere il diritto di niu­no se ne ragioneremo spesso diversamente ed alle volte tutto il contrario all'oppenioni che finora si hanno avute d'intorno a' principi dell'umanità delle nazioni»

L'originalità di Vico, così chiaramente rivendicata rispetto ai suoi prede­cessori, trionfa nella mirabile serie degli « assiomi o degnità cosí filosofiche come filologiche». Contro il razionalismo cartesiano, che presuppone una natura umana statica, occorre tener presente la ricchezza di manifestazioni apparentemente irrazionali che offre la storia. Comunque, a ben guardare, questa ultima non è un avvicendarsi caotico di fatti più o meno mostruosi, che offendono la ragione, ma è dotata di una sua razionalità, coincidente con il disegno provvidenziale di Dio. Ma lo storicismo vichiano, lungi dall'essere una forma di relativismo, è basato su un pluralismo culturale che si traduce in uno schema metastorico capace di spiegare le vicende dei singoli popoli: «la storia idea eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni…»

Questa storia, ideale, in quanto costituisce l'archetipo della storia reale, è eterna, in quanto è al di sopra delle contingenze storiche, e si scandisce in tre « età» o epoche diverse: « età degli dei, età degli eroi ed età degli uomi­ni». Le tre epoche corrispondono a tre diverse « nature» degli es­seri umani, che sono i creatori della storia: la prima fu « una natura poetica o sia creatrice, lecito ci sia dire divina», propria dei « poeti teologi, che furo­no gli più antichi sappienti di tutte le nazioni gentili» e «temevano spaven­tosamente gli dei ch'essi stessi si avevano finti»; la seconda fu una « natura eroica, creduta da essi eroi di divina origine che sancì la divisione della società in nobili e plebei; la terza natura, «umana, intelli­gente [... ] benigna e ragionevole », si identifica con « la coscienza, la ragio­ne, il dovere». Vico se è vero che applica questo schema triadico ai «costumi», ai «diritti naturali», ai «governi», alle «lingue», alla scrittura, alle «giuri­sprudenze» e alle «autorità», occorre anche dire che lo schema triadico ha solo valore orientativo, perché corrisponde, in modo approssimativo, allo sviluppo della mente umana, scandito sulle tre facoltà: sensa­zione, fantasia (o immaginazione), che è anche memoria, e ragione. La fi­losofia della storia di Vico ha un carattere naturalistico, perché quelle tre fa­coltà corrispondono, grosso modo, all'evoluzione dell'uomo dalla fanciul­lezza, in cui la sensazione acutissima consente alla fantasia o immaginazio­ne di dominare a danno della ragione, alla maturità, in cui la ragione preva­le sulle altre facoltà.

 

La  “Scienza Nuova” e la critica letteraria

6. Quanto sia difficile estrapolare dalla Scienza nuova un criterio valido per l'interpretazione della letteratura italiana, lo ha dimostrato involontaria­mente lo stesso Vico nella famosa lettera a Gherardo Degli Angioli, scritta il 26 dicembre 1725, quando non era ancora giunto alla «discoverta del vero Omero». Non è il caso d'insistere sulle lodi che Vico tributa ai mediocri versi del destinatario della sua lettera, del quale si fecero beffe Ferdinando Galiani e Pasquale Carcani in una famosa satira contro la cultura accademica. Infatti, la lettera di Vico non vuole essere altro che uno dei soliti componimenti elogiativi di cui si fregiavano i libri, buoni o cattivi che fossero. Tale scritto riveste, comunque, particolare importanza in quanto qui l’autore, dimostrando di aver mantenuto le basi fondamentali di una nuova estetica, si dichiara entusiasta per avere trovato come egli ritiene: «i prin­cipi della poesia da noi ultimamente scoverti col lume della Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni…». Il filosofo napoletano aveva ben ragione di esaltarsi, in quanto, dopo aver concentrato la sua attenzione, con un fervore nuovo ed intenso, sulle civiltà primitive e sulle forme spirituali ad esse corrispondenti (lingua, miti, poesia), la sua scoperta dell’ attività fantastica, che egli era venuto definendo nel suo ambito e nei suoi caratteri, quale elemento essenziale all’arte, gli dava il diritto di occupare un posto di privilegio nella storia dell’ estetica moderna. Questo ultimissimo concetto della poesia, da riscontrarsi preferibilmente nella civiltà delle origini, lo portava ad interrogarsi sulla reale natura dei poeti primitivi, giungendo in ultimo anche alla definizione e a quella che egli definirà «la discoverta del vero Omero».

Il problema della poesia primitiva

7. A questo punto egli dava la prova più notevole del suo acume critico-filologico, in quanto anticipando la teoria romantica delle origini anonime della poesia, arrivava a concludere che Omero, l’autore al quale tradizionalmente erano attribuiti l’Iliade e l’Odissea, probabilmente non era mai esistito. Quest’ ultima conclusione, che tra l’altro avrebbe costituito uno dei capisaldi della cosiddetta questione omerica, nasceva dalla certezza dell’incoerenza e contraddizione che egli riconosceva in entrambi i poemi i quali, proprio perché rispecchiavano costumi e tendenze di civiltà totalmente diverse, non potevano essere assegnati ad un solo poeta.

Proprio perché visse in un' epoca primitiva, anche Dante diventava il corrispettivo italiano del greco Omero, anch' egli grande poeta, perché ebbe la fortuna di nascere in mezzo alla barbarie. L'Inferno, in cui il fiorentino « spiegò tutto il grande della sua fantasia», è come l' Ilíade di Omero: entrambe queste opere, infatti, narrano «ire implacabili» quantità di spietatissimi tormenti», facendo pensare al teatro inglese. Vico aveva appreso che «gl'inghilesi, poco am­molfiti dalla dilicatezza del secolo, non si dilettano di tragedie che non ab­biano dell'atroce». Abbiamo qui non tanto il critico desideroso di valutare nei suoi termini specifici la poesia dantesca, quanto il filosofo siste­matico, preoccupato soprattutto di collocarla nello schema astratto della «storia ideale eterna», mettendola insieme con il teatro inglese, di cui ha una conoscenza di seconda o terza mano. Ma l'equivalenza stabilita fra Omero e Dante ha tutta la artificiosità e la sommarietà, che contraddistin­guono uno scritto del 1748-49, al quale gli editori moderni hanno dato il ti­tolo di Discoverta del vero Dante, ovvero nuovi principi di critica dantesca. Qui Vico afferma che Dante merita di essere letto per tre motivi fondamentali: come « istoria de' tempi barbari d'Italia», come «fonte di bellissimi parlati toscani» e come «esempio di sublime poesia». Rifacendosi alla prima edizione della Scienza nuova, il filosofo stabilisce un parallelo fra Omero, «primo storico della gentilità», e Dante, « il primo o tra' primi de­gl'istorici italiani », in quanto entrambi partecipavano di quella barbarie che è «aperta e veritiera, perché manca di riflessione, la quale [...] è l'unica madre della menzogna».

Sul piano stilistico, Vico non crede nel pluralismo linguistico della Commedia, per noi incontrovertibile, e considera la tesi, secondo cui Dante raccolse «tutti i parlari di tutti i dialetti d'Italia », come una «falsa oppenione », simile a quella relativa a Omero, che a quasi tutti i popoli della Grecia vollero che fusse lor cittadino, perché ciascun popolo ne' di lui poemi ravvisava i suoi natii ancor vi­venti parlari» Quanto alla sublimità di Dante, essa è dovuta so­prattutto al fatto che il poeta « ebbe la sorte di nascer grande ingegno nel tempo della spirante barbarie d'Italia». In sostanza, la posizione vichiana resta saldamente ancorata alla prima Scienza nuova, dove Vico, con­vinto che «gli studi della metafisica e della poesia sono naturalmente opposti tra loro», non esita a sostenere che Dante, «se non avesse saputo affatto né della scolastica né di latino, sarebbe riuscito più gran poeta». Proprio perché questa riserva viene accantonata, l'autore della Com­media appare più che mai imprigionato nello schema storico-positivistico, che sottende il terzo libro della Scienza nuova seconda, dove è salutato come «il toscano Omero, che pure non cantò altro che istorie » (Il parallelo fra i due poeti, fatto alle spese della specificità della poesia dantesca, ha lo stesso carattere nebuloso del quinto libro della Scienza nuova, in cui il filoso­fo ha cercato di spiegare «il ricorso delle cose umane nel distruggere che fanno le nazioni», accostando estrinsecamente «i tempi barbari primi» ai «tempi barbari ritornati» o Medioevo che dir si voglia. Un tale ac­costamento, che appare piuttosto forte, può tuttavia giovare a farci intendere quanto le testimonianze medie­vali abbiano aiutato Vico a comprendere la genesi della civiltà classica.

 

Larduo stile e la fortuna di Vico.

 

8. Anche negli scritti minori Vico si mostra capace di conseguire quello sti­le solenne e aforistico, a tratti quasi oracolare, che costituisce uno degli aspetti più suggestivi della Scienza nuova; e tuttavia, il pullulare delle idee originali, la necessità di nasconderne gli addentellati eterodossi e l'ambizio­ne di emulare la grande prosa di Boccaccio, che lo induceva troppo spesso a preferire l' ipotassi alla paratassi, rendono a volte il dettato vichiano faticoso e oscuro. Questa caratteristica dello stile vichiano ha spes­so scoraggiato i suoi lettori, impedendo alla Scienza nuova di acquistare la popolarità riservata a libri meno ardui. Ma lo stile non può essere indipendente dalla interpreta­zione del suo pensiero.

Disponiamo di una massa imponente di dati sulla fortuna degli scritti vi­chiani, dovuti in larga misura alle ricerche attente di Benedetto Croce e di Fausto Niccolini, che sono compendiati nella Bibliografia vichiana in ordine cronologico-geografico. Diacronicamente, si passa dall' età di Vico al secondo Settecento e all'Otto-Novecento. Nel secolo XIX, l'apogeo della fortuna di Vico corrisponde agli anni 1827-1860, ed è dovuto in larga misura al vichismo di Jules Michelet. Negli anni 1860-1900 si verifica un declino, al quale succede la rinascita attribuita agli studi vichiani di Croce, raccolti nella famosa monografia del 1911. Essa è dedicata polemicamente allo storico della filosofia Wilhelm Windelband, che aveva ignorato l'autore della Scienza nuova. Dopo la lettura crociana quella del Vico è una storia che geograficamente tende ad allargarsi sempre più da Napoli al resto d'Italia, all'Europa e a tutto il mondo, includendo anche paesi asiatici come l'India e il Giappone. Occorre dire anche che i ri­sultati raggiunti da Croce e da Niccolini non possono considerarsi definitivi: in primo luogo, perché lasciano a desiderare su alcuni punti essenziali, co­me il modo fondamentale esercitato dalla traduzione francese di Cristina di Belgioioso (1844) sul pensiero di Karl Marx, in secondo luogo, perché so­no legati a un'immagine di Vico di forte sapore romantico-idealistico, tutta proiettata verso l'Otto-Novecento.

Se si va al di là dell'interpretazione crociana di Vico, la fortuna di que­st' ultimo appare assai meno circoscritta, tenuto naturalmente conto delle difficoltà intrinse­che ai testi vichiani: se il latino del Vico fu abbastanza apprezzato sia in Italia che in Europa, non si può dire che la stessa sorte sia toccata agli scritti in lingua italiana, compresa la Scienza nuova. Infatti quest’ultima opera, risultando in definitiva troppo ancorata alla complessa e ridondante retorica del secolo del barocco, risultava ostica per i lettori del primo settecento, perché contraria alla loro più lucida e sintetica prosa. Del resto, ancora oggi, per noi, pur volendo salvare le sue idee fortemente anticipatrici dell’ estetica moderna, Vico rimane se non proprio uno scrittore  che scrive male, certamente un autore difficile almeno per lo stile.

Nota bibliografica

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