La storia del romanzo classico                

di “Paola Gagliardi”

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

Premessa

 

1.Il romanzo, nelle sue varie forme e sottogeneri, è senza dubbio il frutto di una sensibilità tutta moderna, sicché oggi la narrativa costituisce certamente il genere letterario di consumo di maggior successo tra il pubblico medio. Anche in sede critica, secondo la celebre teoria di Lukacs, è diffusa la tendenza a considerare il romanzo e la novella come generi attuali, nati tra il XVIII e il XIX secolo contemporaneamente all’affermazione del ceto borghese. Se quest’ultima teoria non può essere smentita, resta comunque vero anche il fatto che il piacere di narrare e il gusto per la narrativa d’invenzione e d’avventura sono effettivamente antichi quanto il mondo e hanno trovato espressione nel nostro mondo occidentale, già nell’Odissea di Omero, archetipo di tutte le forme romanzesche che sorsero più innanzi.

L’operazione di scoprire le origini del genere narrativo, andando alle sue radici, non è tuttavia agevole, in quanto il romanzo, che ne è la forma più nota, non solo si affermò tardi nella fase ultima della civiltà dei Greci, ma è stato anche scarsamente riconosciuto dai retori come genere a sé, legato solo all’intrattenimento, ed operante in un contesto che tendeva ad esaltare i generi più alti e sublimi come l’epica e la tragedia. Malgrado quest’ultimo pregiudizio, che si sarebbe perpetuato nel tempo fino ai giorni nostri lungo la linea del classicismo fino alla rivoluzione romantica, la produzione narrativa antica non è andata di fatto perduta nel corso della storia e ci è pervenuta, pur sotto forma di digressioni interne ad opere più ampie e di notevole importanza, come il “Satyricon” di Petronio (I secolo d.C.) e le”Metamorfosi di Apuleio (II secolo d.C.) che proprio a causa della loro tecnica intarsiata vengono indicate come appartenenti un po’ impropriamente al genere del romanzo.

2.  Gli antichi grammatici e critici, nonostante la loro cura scrupolosa nel classificare e catalogare, talora addirittura in modo cavilloso, i generi letterari, sembrano averne letteralmente dimenticato uno, il cosiddetto “romanzo greco” o “romanzo ellenistico”, lasciando ai moderni il difficile compito di riconoscerlo, definirlo e -cosa non meno importante- dargli un nome. Il termine “romanzo”, infatti, riferito ad un genere della prosa antica, è un evidente anacronismo, che mentre tenta di stabilire con il romanzo moderno somiglianze soprattutto esteriori e formali (racconto in prosa di una certa ampiezza, con una trama unitaria, incentrata su avventure, peripezie, viaggi), finisce soprattutto per dichiarare la difficoltà dei moderni nel definire questo tipo di produzione. Nel silenzio degli antichi,  infatti, che evidentemente non lo ritenevano degno dell'attenzione degli uomini colti, appare difficile persino capire come essi designassero questo filone narrativo, al di là forse di termini generici quali fabula in latino o lògos o diéghesis in greco.

3. In realtà, a testimoniare l'esistenza di questo genere letterario sono solo i testi stessi, pervenutici per tradizione diretta o attraverso papiri, la cui abbondanza rivela la diffusione ampia e silenziosa di un altro livello della letteratura, inferiore a quella “alta”, ma ad essa parallelo. I testi a noi noti rivelano peraltro la difficoltà e l'inopportunità di classificare sotto un'unica voce il genere del “romanzo”: proprio come nel romanzo moderno, infatti, sembrano riconoscibili filoni diversi di questo tipo di narrativa, che hanno in comune il motivo dei viaggi avventurosi, ma si distinguono per la presenza o l'assenza della tematica erotica, della metamorfosi, dell'elemento biografico più o meno fantasioso in relazione a grandi personaggi, della parodia.

Il filone per noi meglio rappresentato è costituito da cinque testi pervenuti per intero e risalenti a periodi diversi: le Avventure di Cherea e Calliroe, di Caritone di Afrodisia, databile al più tardi al I sec. d.C.; la Storia efesia di Antea e Abrocomo, di Senofonte di Efeso, probabilmente del II sec. d. C.; le Avventure di Leucippe e Clitofonte, di Achille Tazio, non posteriore alla fine del II sec. d. C.; la Storia pastorale di Dafni e Cloe, di Longo Sofista, datato tra la fine del II e l'inizio del III sec. d. C.; le Storie etiopiche di  Teagene e Cariclea, di Eliodoro, di incerta e discussa datazione.

   In questi romanzi al tema del viaggio e delle peripezie si mescola il tema amoroso: queste storie, che presentano caratteri stereotipi e banalizzati, si incentrano immancabilmente sulla vicenda di due giovani, che prima di poter coronare il loro sogno d'amore vengono separati e costretti ad affrontare una serie di avventure, talora fantastiche e poco credibili, in un'ambientazione non realistica e con continui colpi di scena. Luoghi e personaggi sono idealizzati, la psicologia è elementare, la distinzione in “buoni” e “cattivi” è stereotipa e il lieto fine è scontato; i due protagonisti, bellissimi, rischiano di frequente la vita e soprattutto si attenta alla loro castità, ma essi riescono a superare ogni difficoltà restando fedeli l'uno all'altra e agendo sempre secondo lealtà e giustizia. Il linguaggio è artificioso e poco realistico, l'ambientazione è in luoghi esotici immaginari e favolosi.

  Si tratta di tutte caratteristiche attraverso le quali appare possibile ricostruire il lettore-tipo dei romanzi ellenistici, identificandolo in un ambiente sociale e culturale “medio”, fatto di persone senza grandi conoscenze né pretese letterarie e dunque facili da accontentare, che nei romanzi non cercavano certo problematiche complesse o profondi messaggi morali, ma soprattutto una facile evasione da una realtà quotidiana divenuta in età imperiale piatta e monotona, specialmente nelle regioni orientali del dominio romano. I luoghi fantastici, i personaggi idealizzati, la prevedibilità del lieto fine garantivano appunto uno svago senza profondità, mentre le citazioni colte sparse qua e là nei testi (sono riconoscibili soprattutto influssi di Euripide, il tragediografo più popolare in età ellenistica e imperiale, e riferimenti anche linguistici ad Omero) davano l'illusione di leggere letteratura colta; il perbenismo dominante assicurava infine la moralità di un messaggio in realtà banale e scontato. Questi aspetti del romanzo e il tipo di pubblico al quale esso era destinato spiegano anche il silenzio dei dotti riguardo ad esso, ritenuto evidentemente un genere non abbastanza “colto” da poter essere preso in considerazione da autentici intellettuali e giudicato un genere “di consumo” ad uso di lettori poco raffinati nei gusti e nelle competenze.

4. La finalità di evasione, sganciata però dallo scialbo moralismo dei romanzi d'amore, è altrettanto evidente anche nel filone che potremmo definire “avventuroso” tout court, imperniato sulla narrazione di viaggi in luoghi fantastici e talora mescolato con l'elemento della metamorfosi del protagonista in animale. In questo gruppo si collocano in ambito greco opere come lo pseudo-lucianeo Lucio o l'asino e in ambito latino, ma ad un livello di gran lunga superiore, le Metamorfosi di Apuleio: qui nel canovaccio convenzionale della vicenda di un protagonista, Lucio, trasformato in asino e desideroso di recuperare le sembianze umane, le sue stravaganti avventure sono inserite in una visione di più elevata spiritualità e si rivelano un cammino interiore culminante nella conversione di Lucio al culto di Iside.

   La fortuna di questo tipo di romanzi, basati su una notevole inventiva e sulla novità incessante delle vicende, che non di rado sfocia nell'inverosimile e nel comico involontario delle peripezie narrate, trova una testimonianza sui generis nella scatenata parodia che di essi (forse specificamente di un testo assai popolare, le Meraviglie al di là di Tule di Antonio Diogene) fece un grande scrittore come Luciano di Samosata nella sua originalissima Storia vera, ricostruzione volutamente eccessiva ed incredibile di avventure strampalate che trasportano il protagonista dalla Luna al ventre di una balena, facendo il verso alla mancanza di misura degli autori e all'ingenuità dei lettori di simili storie.

  Senza dubbio l'esito più alto di questo filone del romanzo greco dovrebbe essere indicato, ancora una volta in ambito latino, nel Satyricon, in cui il tema delle avventure strampalate appare peraltro fuso in maniera del tutto particolare con quello erotico, in una prospettiva che appare tuttavia completamente rovesciata rispetto ai romanzi greci. I numerosi e intricati problemi posti dal capolavoro petroniano, tra cui non ultimo proprio quello del suo effettivo rapporto con il genere del romanzo e, di conseguenza, quello del suo senso più vero, non consentono in realtà neppure di definire con sicurezza il Satyricon un romanzo, poiché la sua forma variegata lascia intravvedere anche altri modelli, in poesia e in prosa, e fa dell'opera un unicum enigmatico e affascinante nel panorama dell'intera letteratura latina.

5. La mancanza di informazioni da parte degli antichi sul genere del “romanzo” lascia irrisolta una serie di questioni importanti, tra cui la più urgente è forse quella dell'origine. A giudicare dal gusto e dai valori morali e sociali ricostruibili dai romanzi ellenistici (compiacimento per un pathos facile ed eccessivo, esaltazione di realtà, situazioni e sentimenti privati come l'amore e la famiglia, gusto per un mondo esotico più o meno favoloso) non è difficile farne risalire la genesi al periodo ellenistico, in cui simili tendenze appaiono giustificate dalla temperie storica e alimentati da generi letterari come la storiografia “tragica”, la Commedia Nuova, le biografie romanzate di grandi uomini, i racconti fantastici di viaggi divenuti popolari (e sempre più inverosimili) dai racconti della spedizione di Alessandro Magno in India. Cercare però di restringere e definire meglio l'epoca della nascita del romanzo e di darle una data più precisa appare difficile e rischioso, poiché le frequenti scoperte papiracee di frammenti di romanzi sconosciuti possono ribaltare in ogni momento qualsiasi ricostruzione cronologica.

Al problema della “data di nascita” del romanzo si lega strettamente quello dei suoi modelli letterari: si era pensato di ricondurne la genesi all'interno delle scuole di retorica di età imperiale, con la loro predilezione per le vicende rocambolesche e poco verosimili proposte agli allievi nelle controversiae, o ancora, più avanti nel tempo, agli eccessi dello stile vuoto ed esuberante della cosiddetta “seconda Sofistica” nel II sec. d. C. Oggi però la scoperta di frammenti di romanzi risalenti forse addirittura al I sec. a. C. (in particolare il cosiddetto Romanzo di Nino, datato al I sec., se non addirittura al II sec. a. C.) fa giustizia di simili ricostruzioni e ripropone irrisolto il problema dei testi di riferimento del genere. Un problema, peraltro, accresciuto dalla nostra ignoranza di tante espressioni “minori” della prosa antica, come la diatriba cinico-stoica, la cosiddetta fabula Milesia o la satura Menippea. Di questi generi infatti possediamo pochissimi esempi, resi ancor meno attendibili dall'essere rielaborazioni di grandi autori (per la milesia le due fabulae contenute nel Satyricon, per la menippea l'Apokolokyntosis di Seneca, unico esemplare integro di questo genere), che inevitabilmente possono aver modificato in senso originale e aver forse anche snaturato le caratteristiche tradizionali dei generi prescelti.

Certo, rispetto a questo tipo di produzione il romanzo si atteggia a forma più “elevata”, con pretese letterarie più nobili della matrice dichiaratamente (talora esasperatamente) popolare della menippea, della milesia o della diatriba, ma conoscere meglio anche questi generi significherebbe avere un'idea più precisa degli sviluppi e degli esiti della prosa antica e riuscire forse a ricostruire con più chiarezza l'humus culturale da cui essi nascevano, paralleli alla grande letteratura e talvolta destinati essi stessi, come il romanzo, ad incontrare l'interesse degli autori più illustri, capaci di trasformarli in capolavori.

 

                                                   NOTA BIBLIOGRAFICA

 

E. ROHDE, Der griechische  Roman und seine Vorlaüfer, 1876, rist. Hildesheim 1964.

F. ALTHEIM, Roman un Dekadenz, Tubingen 1951.

B. LAVAGNINI, Studi sul romanzo greco, Messina - Firenze 1950.

P. GRIMAL, Romans grecs et latins, Paris 1958.

K. KERÉNYI, Die griechisch-orientalische Romanliteratur in religionsgeschichtlichter        Beleuchtung. Ein Versuch, Darmstadt 19622.

O. WEINREICH, Der griechische Liebsroman, Zürich 1962.

R. MERKELBACH, Roman und Mysterium in der Antike, München-Berlin 1962.

B. E. PERRY, The Ancient Romances: a Literary-historical Account of their Origins, Berkeley-Los Angeles 1967.

T. HAEGG, Narrative Technique in Ancient Greek Romances, Stockholm 1971.

A. BARCHIESI, Il romanzo, in F. MONTANARI (a cura di), Da Omero agli Alessandrini. Problemi e figure della letteratura greca, Firenze 1988, pp. 341-362.

A. M. SCARCELLA, Romanzi e romanzieri: note di narratologia greca, Napoli 1993.