Lo Zibaldone di Leopardi

<<sez. Conoscere>>

Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

 

di M. Donata Di Stefano


1. Lo Zibaldone di pensieri pubblicato postumo nel 1898, a Firenze, per volontà di Giosuè Carducci, presso la casa editrice Le Monnier è il testo leopardiano che maggiormente si presta a molteplici riletture e interpretazioni. Qualsiasi testo letterario, per sua natura,  richiederebbe  diverse  chiavi di lettura e potrebbe essere analizzato secondo i vari  livelli  nei quali  la parola scritta si manifesta, proprio per la  straordinaria peculiarità della stessa  di essere polisemica.

 A causa della sua frammentarietà, quello dello Zibaldone, pur non essendo un testo compiuto, a buon diritto può essere considerato testo letterario. Non rientra, tuttavia, nella categoria del saggio perché le informazioni in esso contenute riguardano i più disparati argomenti e sono disposte secondo un ordine casuale che rispetta unicamente il decorso del tempo. Non rientra neanche nella categoria del diario, perché le notazioni biografiche non costituiscono l’intero corpus dell’opera, né nella categoria di “documento segreto”, perché i frequenti rinvii e la varietà dei contenuti inducono a pensare ad una destinazione esterna. L’opera inaugura un nuovo genere letterario, quello dello Zibaldone, appunto, cui Leopardi affidò, dal 1817 al 1832, e quasi giornalmente dal 1817 al 1827, note, appunti, riflessioni intorno ai più disparati argomenti: osservazioni linguistiche, filologiche, letterarie, definizioni della propria poetica e della propria filosofia. Pertanto, non a caso il testo porta il titolo di Zibaldone,  comparso per la prima volta in data 14 ottobre 1827, nella stesura del proprio indice. Il termine sostituisce la formula di Pensieri di filosofia e bella letteratura  con cui l’opera verrà per la prima volta data alle stampe, per sottolineare il carattere privato, e perciò provvisorio e caotico, delle sue meditazioni intorno ai più svariati argomenti. La frammentarietà si spiega con l’intento di Leopardi di una scrittura almeno non immediatamente destinata alle stampe e, nonostante essa, l’opera presenta un interesse non indifferente. Lo Zibaldone, infatti, è il luogo di nascita sia dei Canti sia delle Operette Morali; ma  se nei Canti la poetica è espressa in atto, nello Zibaldone Leopardi mostra la sua teoria estetica attraverso riflessioni di filologia e teoria letteraria, se le Operette Morali esprimono in modo compiuto, sia pure in forma fantastica, il pensiero filosofico, lo Zibaldone mostra il formarsi quotidiano delle sue meditazioni, in un ordine provvisorio e caotico dei più svariati argomenti. La sua scrittura, tuttavia, pur avendo il carattere dell’immediatezza, non presenta un effetto stilistico inferiore a quello delle opere destinate alle stampe, che sono il risultato di un labor limae, infatti il suo valore letterario, filosofico e poetico non è per nulla inficiato dal carattere spontaneo della scrittura. Non sarà certo una forma non ben definita a depauperare l’opera della profondità delle riflessioni, delle numerose immagini poetiche che nello Zibaldone hanno visto per la prima volta la luce.

 

2.Utilizzando una metafora tratta dalla multimedialità contemporanea, lo Zibaldone potrebbe definirsi l’antesignano dell’ipertesto: è il primo testo, nella storia della letteratura, a proporre una lettura non lineare, ma reticolare, sia pure mantenendo la bidimensionalità della scrittura. Attraversando l’apparente caos esteriore, il lettore costruisce un suo cosmos per mezzo di rimandi, notazioni che ricordano i links dell’ipertesto. E’ un testo "tridimensionale", più esattamente è un insieme di blocchi o frammenti testuali collegati fra loro secondo una rete di interconnessioni semantiche non sequenziali. Come l’ipertesto anche lo Zibaldone  potrebbe essere letto con un sistema reticolare, fatto di associazioni, che ricorda il funzionamento della mente umana. Un primo criterio di lettura e di interpretazione potrebbe consistere nel leggere l’opera secondo il suo svolgersi cronologico e confrontare i singoli pensieri con le opere maggiori e con gli eventi storico-letterari ad essi contemporanei. Questo criterio ci è suggerito dallo stesso Leopardi che appone una data ad ogni singolo pensiero, accanto ad un numero in neretto tra parentesi quadre, che indica la numerazione delle singole pagine dell’autografo leopardiano. Molteplici sono le chiavi di lettura di qualsiasi opera letteraria, a maggior ragione molteplici possono essere gli aspetti da analizzare all’interno dello Zibaldone. Il lavoro del critico letterario non è quello di esaminarli tutti, ma di soffermarsi su quelli inerenti la teoria linguistico-estetica cercando dei raffronti tra ciò che Leopardi afferma nello Zibaldone e ciò che pubblica neiCanti, dopo aver indagato se l’autografo leopardiano sia un’opera filosofica o poetica, se ne deduce che l’opera letteraria o filosofica non giunge quasi mai ad una conclusione, ma dà degli spunti di riflessione che altrimenti rimarrebbero ignorati. Lo Zibaldone  potrebbe, in ogni caso infatti definirsi  opera filosofica  per il rigore delle argomentazioni, ma anche poetica, per le numerose immagini trasferite, in seguito, nei Canti. Si potrebbe affermare che lo Zibaldone di pensieri è, nel contempo, un testo filosofico e letterario, intendendo con ciò non una contrapposizione, ma una complementarietà. Il rapporto tra poesia e filosofia è stato un tema dominante all’interno della riflessione leopardiana, anche se non unitario: in un primo momento Leopardi non concepisce nessuna possibile conciliazione tra le due attività, appartenendo la prima al campo dell’immaginazione creativa e la seconda a quello della  ragione scientifica, in un  secondo momento, in seguito all’evolversi del suo pensiero afferma: Malgrado quanto ho detto dell’insociabilità dell’odierna filosofia con la poesia, gli spiriti veramente straordinari e sommi, i quali si ridono dei precetti, e delle osservazioni (…) potranno vincere qualunque ostacolo,ed essere sommi filosofi moderni poetando perfettamente. Ma questa cosa come vicina all’impossibile, non sarà che rarissima e singolare.[1] Questo pensiero non deve vedersi come contraddittorio rispetto ai precedenti, infatti in esso si percepisce una diversa sfumatura tra le due attività somme dell’uomo: superando la teoria della inconciliabilità Leopardi innalza la poesia ad un livello più elevato considerandola un’attività ai confini dell’ineffabile, come un’arte che non ha bisogno di regole precise, propria di spiriti straordinari e sommi. Il brevissimo pensiero citato può essere la chiave di volta per comprendere tutta l’opera leopardiana.

3.Accanto ad un’analisi testuale dettata da una lettura oggettiva e letterale, leggendo l’opera ad un livello più alto di astrazione, si percepisce che la scrittura dello Zibaldone è essa stessa una scrittura poetica, nella scelta delle parole, nella ricchezza di immagini, nelle emozioni che suscitano alcuni pensieri. E’ contemporaneamente un’opera che parla di poesia ed è essa stessa poesia, soprattutto perché il compilatore di questi appunti fu essenzialmente un poeta, per cui può accadere, come sostiene Prete[2] che preso dal punto di vista filosofico ti risponda da poeta, preso dal punto di vista poetico ti risponda da filosofo. Disseminati nello Zibaldone, indicizzati dallo stesso Leopardi, si possono leggere numerosi pensieri poetici, alcuni dei quali sono espressi in versi, altri in prosa, altri ancora rimandano a concetti filosofici, a conferma non solo della conciliabilità tra filosofia e poesia, ma anche di come sia possibile essere poeti pur scrivendo in prosa. E’ lo stesso Leopardi che ci induce in questa direzione quando afferma: (…) Ma in sostanza e per se stessa la poesia non è legata al verso.(…)L’uomo potrebbe essere poeta caldissimo in prosa, senza veruna sconvenienza assoluta: e quella prosa, che sarebbe poesia, potrebbe senza nessuna sconvenienza assumere interissimamente il linguaggio, il modo e tutti i possibili caratteri del poeta.[1696-1697] (14 settembre 1821). Per comprendere pienamente il pensiero del Leopardi per ciò che riguarda i rapporti tra poesia e filosofia, bisogna superare il giudizio riduttivo del Croce[3] che essenzialmente consiste nel negare validità del pensiero filosofico di Leopardi  ai fini dell’arte. La posizione crociana, riconoscendo valore poetico solo alla cosiddetta fase idillica, condizionò a lungo il giudizio della critica fino ai principi degli anni cinquanta del novecento, quando si aprì una nuova fase della critica leopardiana. Fondamentale è stato l’intervento di Binni nel riconoscere in Leopardi un autore che non accetta né  la via del primato della filosofia, né quella del primato della poesia, ma le vede sullo stesso piano, come la sommità delle attività umane, come le facoltà più affini tra loro.[4] Dopo il sostanziale intervento di Binni, sembra decaduta l’interpretazione di un Leopardi lirico distinto da un Leopardi filosofo e non si riconosce validità artistica solo al momento idillico. Circa i rapporti tra filosofia e poesia nello Zibaldone siamo sostanzialmente d’accordo con la più recente critica leopardiana che vede nelle pagine zibaldoniane prendere forma un sapere che si colloca alla frontiera tra poesia e filosofia, in cui esse dialogano e quasi si ibridano in un legame misterioso.

4.Se è vero che lo Zibaldone va letto come testo autosufficiente, nella sua particolarità e nella sua specifica unitarietà, diversa dalla compiutezza di un corpus dottrinario di tipo accademico, è anche vero che un suo attraversamento in termini di percorsi ci aiuta a comprendere l’articolazione del pensiero leopardiano. Un  criterio potrebbe essere quello di servirsi di lemmi e cercare di riunire in modo sistematico ciò che è scritto un modo frammentario nella forma dell’appunto. Tra le molteplici possibilità che interessano il critico letterario c’è l’opportunità di soffermarsi sui pensieri inerenti una teoria linguistico-estetica, cercando dei raffronti tra ciò che Leopardi afferma nello Zibaldone e ciò che pubblica nei Canti. Le osservazioni filologiche, glottologiche e di storia della lingua, nello Zibaldone, per quanto complete e degne di essere riunite in un immaginario trattato di semiotica, hanno un senso soprattutto in riferimento alla teoria del linguaggio poetico. Se Leopardi infatti ci parla di linguaggio, di pensiero, di termini scientifici e filosofici, lo fa per dare risalto alle parole proprie del linguaggio poetico. Per queste ragioni, dopo aver innalzato la lirica ad una dignità superiore, Leopardi dedica numerosi pensieri alle modalità di realizzazione di un’opera poetica, quasi queste annotazioni rappresentino un pro-memoria contenente le regole da applicare, successivamente alla stesura dei Canti. Se si confrontano, infatti, le date dei pensieri con le date di composizione dei Canti, si potrebbe immaginare un Leopardi teorico della poesia nello Zibaldone, contemporaneo ad un Leopardi poeta nei Canti, pur non mancando immagini poetiche espresse in prosa. Leopardi giunge alla conclusione che il vago dell’immaginazione e l’indeterminato della rappresentazione richiedono di necessità un linguaggio speciale, un lessico poetico della stessa natura, che sia appunto vago, indeterminato, peregrino, come si evince da numerosi passi dello Zibaldone. Significativo in tal senso è il pensiero [1900-1901]: (…) Non solo l’eleganza, ma la nobiltà, la grandezza, tutte le qualità del linguaggio poetico, anzi il linguaggio poetico esso stesso, consiste se ben l’osservi, in un modo di parlare indefinito, o non ben finito, o sempre meno definito del parlare prosaico e volgare(…).lo stesso effetto e la stessa natura si osserva in una prosa che senza essere poetica, sia però sublime, elevata, magnifica, grandiloquente. La vera nobiltà dello stile prosaico consiste essa pure costantemente in non so che d’indefinito(…) (12 ott.1821) Ciò comporta una particolare cura nella scelta lessicale, da parte del poeta, proprio di quelle parole che contengono e suggeriscono idee vaste, indefinite, ricche di risonanza. Lo stesso Leopardi, variamente disseminate nei suoi appunti, a partire dal 1821, ci fornisce un catalogo di queste parole poetiche, come ad esempio irrevocabile, irremeabile, lontano, antico, notte, notturno, vago, antico, antichità, posteri, posterità e simili……. Non è difficile cercare nei Canti quante volte Leopardi affidi a tali parole il compito di evocare sentimenti poetici. Per attestare la reciprocità delle due opere, si potrebbero compulsare i Canti e lo Zibaldone cercando parallelismi, e non sarebbe un’eccezione leggere passi dello Zibaldone che forniscono un naturale commento ai Canti.


 

[1] Leopardi Zibaldone di Pensieri, a cura di Giuseppe Pacella, Garzanti 1991,1383 (24 Luglio 1821)

[2] S. Natolo-A.Prete, Dialogo sul Leopardi,Bruno Mondatori, Milano 1998, p.26

[3] Cfr.B.Croce Poesia antica e moderna, Laterza, Bari 1943

[4] W.Binni  La protesta di Leopardi ,Sansoni, Firenze 1977,p.96