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Nietzsche e l’origine della tragedia

di Antonella Mancinelli

 Martedì 28 Dicembre 2010 "uscita n. 7"

1.La figura di Nietzsche appare come una novità assoluta nell’ambito della storia del pensiero occidentale. Con lui l’uomo è posto ad un bivio e compare per la prima volta il sospetto che la via da lui percorsa fino ad allora, quella della scienza e del pensiero occidentale, che parte dall’antichità classica e procede attraverso duemila anni di Cristianesimo, sia una via sbagliata. La convinzione che l’uomo si sia perso nel corso della storia induce il filosofo a credere che tutto ciò che un tempo era inteso da lui come vero, buono e sacro, sia una mistificazione.

Pertanto, la critica nietzschiana si traduce in una spietata negazione del passato che è rivolta non soltanto alla filosofia, ma anche alla morale e alla religione tradizionali, per cui l’uomo, trovandosi di fronte ad una svolta, è chiamato ad una scelta radicale: quella di abbattere un’’intera impalcatura di concetti morali, filosofici e culturali ereditati dal passato per riedificare un nuovo mondo di valori. Tale “attacco” alla cultura, che si rivolge sia al passato che al presente, non deve tuttavia farci dimenticare che la contrapposizione nietzschiana alla metafisica occidentale è meramente filosofica, e si nasconde dietro variegate maschere.

 Eugen Fink, da una prospettiva husserliana, afferma che nel pensiero di Nietzsche “le Maschere nascondono l’Essere”, proponendo l’idea secondo cui il tentativo del Nostro non sia solo quello di creare una metafisica alla rovescia quanto di annunciare una esperienza originaria dell’essere. La vera natura di quest’’essere intendiamo scorgere prima di tutto nell’opera prima e giovanile, di Nietzsche, La nascita della tragedia dalla spirito della musica, data alle stampe quando Nietzsche aveva 27 anni, che, ponendo al centro delle sue considerazioni il concetto cosmico dell’arte, appartiene al cosiddetto periodo romantico del filosofo. In effetti, nell’operetta, come sotiene Fink:” Il tema estetico raggiunge per lui il rango di un principio ontologico fondamentale; l’arte, la poesia tragica in particolare diventa per lui la chiave che spiega l’essenza del mondo. L’arte diventa l’Organon della filosofia, viene considerata  la più importante via effettiva di accesso all’essere, la comprensione originaria, alla quale segue il concetto”.

2.La metafisica nietzschiana in effetti non deve più essere vista esclusivamente da un punto di vista ontologico, quant’anche da un punto di vista morale, in quanto essa è un movimento della vita, indebolita e guastata tuttavia da “valori” che su di essa prendono il potere. La metafisica è vista pertanto nell’ottica della vita. Nietzsche non si pone più il problema dell’essere, quanto meno non se lo pone più nel modo tradizionale, ma il problema dell’essere viene dissimulato dal problema del valore. Per questo egli viene indicato come il più coerente ed integrale distruttore della teologia e della morale tradizionali, in quanto, opponendo all’ipocrisia mondana ed inerte dei filosofi dei valori, da Socrate ad Hegel, si fa sostenitore esclusivo della sua filosofia, ad un tempo morale e naturale, della tensione della volontà di potere che fa della creazione artistica, che raggiunge il sommo vertice nella musica, il più alto valore. L’analisi dell’opera giovanile, La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Ovvero: grecità e pessimismo, ci chiarirà quanto detto.

3.Riguardo al titolo varie sono le diciture dell’opera che viene pubblicata nel 1872 come omaggio prima di tutto a Wagner, al suo dramma inteso come opera d’arte completa alla pari della tragedia greca che a sua volta viene interpretata a partire da una nuova visione fondamentale della grecità.

Che il tentativo contemporaneo di critica o di autocritica, successivo di molto all’opera, giudichi poi assai negativamente la stessa, ritenendola come asservita al wagnerismo, nulla toglie all’importanza del problema filosofico che a noi interessa analizzare: nell’opera, per la prima volta, compare la definizione nietzschiana dell’essenza del tragico, cioè, del concetto che appare tra i fondamentali della sua filosofia, formulato nella categoria estetica.

Nel fenomeno del tragico egli scorge la vera natura della realtà. Per questo Nietzsche formula i propri giudizi sull’essere utilizzando le categorie dell’estetica, da qui la metafisica dell’artista geniale che è propria dell’opera. Nell’opera l’arte tragica viene posta al centro, in quanto l’unica capace di penetrare l’essenza del mondo, essenza che è per Nietzsche evidentemente tragica.

 La realtà tragica, contrasto di opposti primordiali, non ammette la possibilità della redenzione (che è invece ammessa dal cristianesimo), ma solo un intrecciarsi di vita e morte che va al di là del pessimismo stesso. Il sentimento tragico della vita è per il filosofo un’accettazione della vita, un’esaltante adesione, all’orribile e allo spaventoso, alla morte e al decadimento, è fedeltà alla terra, è movimento che vive di contrasto, forma e non forma, che corrispondono alle opposte divinità di Apollo e Dioniso (sotto il segno di Apollo sono  l’inclinazione plastica della scultura, la chiarezza, la luce, la misura, la forma, la bella disposizione; sotto il segno di Dioniso, dio del caotico-smisurato, dello scrosciante flusso della vita, del furore sessuale e della notte, rientra il dono della musica seducente, eccitante, che genera tutte le passioni).

4.Ho parlato fin qui di scoperta dionisiaca che nella iniziale considerazione nietzschiana contrasta, proprio come accade nell’”agon” della poesia del tragico, con l’opposto apollineo. Ma tale opposizione in verità non si riscontra nella totalità dell’opera del filosofo. In effetti se all’inizio dell’opera apollineo e dionisiaco appaiono come entità reali separate, a poco a poco si procede in seguito ad una graduale integrazione dell’apollineo nel dionisiaco stesso, finché l’apollineo appare come momento stesso del dionisiaco. “Avevo scoperto l’unico paragone e riscontro della mia più intima esperienza che aveva la storia” dice Nietzsche parlando della scoperta dionisiaca, e questa rimase quale punto fondamentale anche dopo l’abiura del wagnerismo.

Ma, ad un certo punto della sua storia, al dionisiaco egli non contrappone più l’apollineo, che, come abbiamo detto, viene perfettamente compreso nel concetto del dionisiaco, quanto il Socratismo, l’origine del dominio della logica,della ragionevolezza discorsiva, che non ha più occhi per la vita che fluttua dietro a tutte le forme e le forgia e le distrugge.

Socrate possiede solo il momento logico-razionale, manca di un Organo mistico, demone della ragione in cui tutto l’ardore e la passione si sono mutati nella volontà di strutturare e dominare razionalmente l’essere. Nasce con lui l’uomo teoretico e la credenza illusoria  che il pensiero possa giungere fino ai più profondi abissi dell’essere seguendo il filo conduttore della causalità. Con Socrate muore la filosofia tragica, uccisa dalla scienza, e con lui, secondo Nietzsche, muore anche la tragedia nella figura di Euripide, che segna il trionfo dell’istinto logico nell’arte.

5.A questo punto, servendosi della scoperta dionisiaca Nietzsche torna indietro, e proponendosi di svelare l’essenza del mondo incontra il divenire di Eraclito, il cui vitalismo incessante, riassunto nel “panta rei”, contraddice l’immobilità dell’essere di Parmenide: la nascita della tragedia dallo spirito della musica rispecchia l’avvenimento ancestrale della nascita del mondo dal caotico elemento originario, dal mondo umanamente disposto e scomposto in una molteplicità di figure.

 Il tragico è dunque il principio cosmico e nei greci antichi che precedono l’esperienza socratica Nietzsche scorge il proprio modo di concepire il mondo. E questo modo sta proprio nella comprensione del dualismo Apollo – Dioniso, prima a livello estetico di forma e musica, poi a livello psicologico di sogno ed ebbrezza. Il sogno crea il mondo delle immagini, lo scenario della forma e delle figure che, per quanto proceda arbitrariamente, è forza plastica, visione creatrice. Apollo non crea solo le forme del sogno umano, bensì anche le immagini che l’uomo intende per reale: Apollo è il principium individuationis, la causa della divisione di tutto ciò che è nella singolarità e che come tale ci appare nello spazio e nel tempo.

Tutto questo è, per conseguenza schopenaueriana, mera apparenza che ci viene incontro appunto nelle forme soggettive di spazio e tempo. La molteplicità è in effetti mera apparenza, il mondo e la realtà sono in realtà un flusso unico e continuo. Così anche l’ebbrezza, prima sensazione estatica in cui si ha l’impressione di uscire da se stessi, di diventare una cosa sola con il tutto, diventa poi principio cosmico, un delirio bacchico che spezza tutte le forme, strappa, risucchia, annulla tutto ciò che è finito e isolato. Per questo i Greci, che conoscevano il mondo sotterraneo degli istinti, per paura del tartaro, per poter sopravvivere al dolore della morte, contrapposero  ad essi quella splendente creazione di sogno che sono gli dei dell’Olimpo. Questo spiega perché Omero sia il poeta del sogno apollineo, mentre di contro a lui Archiloco, il poeta lirico che introduce l’elemento dionisiaco, sia contrapposto alla figuratività epica. 6.L’unione degli opposti, il miracolo, avviene solo nella tragedia antica, che è la rappresentazione apollinea del dionisiaco stesso, la cui esistenza è spiegata da Nietzsche come fenomeno estetico assoluto, forma d’arte somma nella quale viene chiarito e trasfigurato tutto l’essere, nel quale non si rappresentano olimpicamente solo il bello, il chiaro e il composto armonico, ma anche il terribile, il brutto, il terrificante dell’esistenza che vengono esposti nella luce della trasfigurazione.