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Orazio da Venosa


di Marino Faggella

 

- Premessa - Si suole generalmente dividere gli scrittori in due categorie: quelli che sono così reticenti intorno alle vicende della propria esistenza da tenerle segrete al lettore, altri che amano a tal punto parlare di se stessi nelle loro opere che niente, o quasi, delle cose che li riguardano ci sembrerebbe celato. Orazio appartiene a questa seconda specie di scrittori, giacché nelle sue opere, in particolare nelle Satire e nelle Epistole, egli ci fornisce fin troppe notizie su alcuni casi della sua vita. Per questa circostanza già a partire dal ‘700 tali opere sono state caricate dagli studiosi di un eccessivo valore autobiografico, fino a che in ambito positivista si è giunti a ritenerle, con un po’ di esagerazione, documenti assolutamente fededegni e insostituibili.

Senza nulla togliere alla disposizione autobiografica del poeta, occorre riportare la questione nei termini giusti, sottolineando, come noi facciamo, accanto alla natura realistica dell’arte di Orazio anche il problema della letterarietà che non può essere esclusa in un poeta doctus della sua statura. Sulla vita di Orazio ci rimane, inoltre, una fin troppo particolareggiata biografia che, per quanto anonima, viene unanimemente ricondotta dagli studiosi all’opera dello storico Svetonio, un contemporaneo di Tacito. Se una tale abbondanza di notizie è circostanza certamente fortunata, essa deve anche indurre gli studiosi ad una più cauta considerazione delle stesse, riflettendo sull’uso che se ne vuol fare. Occorre, a questo punto, dire che il problema biografico di Orazio è stato affrontato da Fedeli con particolare approfondimento nel suo studi ( cfr. La “vita di Orazio” di Svetonio nei suoi elementi e nelle sue fonti ), dove egli, sottolineando pregi e difetti della biografia, ha esaminato con particolare attenzione tutti gli elementi storico-cronologici che si riferiscono alle vicende del poeta. Non è certamente questo il luogo più adatto per soffermarsi sulla complessa questione, vista anche la natura informativa di questa nota che vuole fornire ai lettori esclusivamente le notizie essenziali della vita di Orazio.

A questo proposito c’è da dire, innanzitutto, che l’esistenza del poeta si svolse in due tempi ed ebbe un suo particolare ritmo drammatico: un primo momento caratterizzato dalla violenza e dalle vicende turbinose legate alla caduta del vecchio istituto repubblicano che non poterono non influenzare, rendendola inquieta e travagliata la giovinezza di Orazio insieme a quella dei suoi coetanei, un secondo periodo segnato dalla pax augustea che, subentrando alle tempeste delle guerre civili, da tutti aspettata e poi intensamente goduta, si fece sentire con i suoi benefici effetti anche nella serena maturità del poeta. Una tale demarcazione costituisce anche un importante punto di riferimento nella valutazione delle sue opere, le quali, in quanto risentirono certamente dei mutamenti della storia, analogamente alla vita è possibile suddividere, come del resto fa la maggior parte degli studiosi, in due diversi momenti: il primo, più agitato, che va dal 40 al 30 a.C., coincidente con la stesura del libretto degli Epodi e del primo libro delle Satire, l’altro dal 30 in poi, più equilibrato e sereno, quasi interamente versato nella composizione della sua lirica più alta, che corrisponde alla composizione delle Odi e delle Epistole, l’opera che ha segnato il malinconico declino dell’uomo e del poeta. Ma ora veniamo ai fatti.

( 65 a. C. ) - L’infanzia venosina -  Orazio nacque a Venosa, città posta ai confini fra l’Apulia e il territorio dei Lucani. La colonia, dove il poeta venne alla luce nel 65 a.C., fu fondata dai Romani nel 291, come egli stesso ci testimonia, quale caposaldo strategico-militare al termine delle guerre sannitiche, testa di ponte fondamentale per la conquista del sud d’Italia, costituita per arginare gli assalti improvvisi delle popolazioni indigene. La città, situata com’era sulla direttiva della Via Appia, la strada più importante dell’antichità, era destinata ad avere con gli anni un ruolo sempre più importante sia economico che militare, e tanta floridezza da essere ancora definita splendida civitas  in un’epigrafe del IV secolo d.C.

L’ampio bacino di Venosa, dominato dall’imponente mole del Vulture, che fa da cornice ancora oggi agli ameni luoghi della storica città, sconfina oltre il corso dell’Ofanto sulle distese della pianura pugliese. Entro questi luoghi, proprio dove la terra lucana sconfina in quella daunica, sono segnati i termini della prima geografia umana e artistica di Orazio, prima che egli, come attesta l’ultima ode del terzo libro, diventasse al pari di Virgilio ex humili potens cantore di Ottaviano e dell’Impero. Non è senza significato, inoltre, che, proprio nella più solenne delle “ Odi Civili” ( III, 4 )egli, pur al culmine della sua fortuna, non si dimenticasse della sua terra natale, che anzi, recuperando con la memoria i luoghi della sua infanzia, collocasse proprio sul monte Vulture, dove probabilmente arrivavano le terre del padre, la sua investitura poetica. Non mancano, infatti, in tutte le raccolte oraziane richiami al suo paese di origine anche negli anni romani della sua prima giovinezza, allorché il poeta venosino, a contatto con una realtà sofferta giorno dopo giorno, per confortarsi, si rifugiava talvolta nella memoria evocando il favoloso tempo della sua infanzia, che riaffiora nei suoi versi con gli incantevoli scorci del paesaggio daunico, percorso dal fragoroso Aufido, e le corse spensierate sulle balze del Vulture, mentre in lontananza si stagliava Acerenza, alta come un nido di aquila, i pascoli bantini e, più lontana, la fertile campagna di Forento[1].

- Il “pater optimus” - Svetonio, che pure riferisce molti dati sulla vita del poeta, non ci fornisce alcuna notizia sulla madre e sul resto della famiglia, in compenso si sofferma in modo fin troppo particolareggiato sulla figura del padre, al quale vengono attribuite due professioni, quella del pizzicagnolo ( salsamentarius) e l’altra un po’ più nobile di riscossore delle imposte con qualifica di banchiere ( coactor argentarius). Al di là delle incertezze del biografo, è comunque certo che il padre di Orazio, pur essendo di origini servili, era uno abituato a maneggiare danaro e come si sa, chi lo fa di solito è ben remunerato. Pertanto, egli dovette essere altro che un povero esattore delle tasse, o povero possessore di un misero campicello, come dice il poeta ( Sat. I,6, vv.45 sgg.), se è vero che poté trasferirsi a Roma, probabilmente con tutta la famiglia, perché il figlio, ben vestito e con un bel seguito di schiavi, abbandonando la città di origine e la provincia, potesse frequentare le scuole di città.

Quel padre irreprensibile e convinto sostenitore dei più autentici valori dell’antica virtus italica, infatti, non si contentò per il figlio della scuola di un certo Flavio, un maestro di Venosa, al quale pure gli ufficiali romani consegnavano i loro figli per istruirli, ma preferì inserirlo in un ambiente di elevata condizione per sollevarlo dalla sua iniziale estrazione, senza fargli mancare, inoltre, la sua attenta custodia e i suoi saggi consigli morali. E di quel pater incorruptissimus, che, per quanto scevro di argomentazioni filosofiche, sapeva con l’esempio insegnare al figlio i buoni costumi, il poeta ci ha lasciato un ritratto indelebile, sostenendo che mai avrebbe voluto cambiare un tale genitore con altri di condizione più elevata.

- Roma e i primi studi letterari - Non ci rimarrebbe molto degli studi romani di Orazio, nulla o quasi è possibile riscontrare in Svetonio, se non fosse il poeta stesso a parlarne, descrivendo in maniera poco edificante la figura del suo maestro dell’epoca, presso il quale egli imparò ancora fanciullo i primi rudimenti della grammatica e della retorica. Il primo soggiorno romano fu infatti caratterizzato dalla frequentazione della scuola di Orbilio Pupillo di Benevento, il quale certamente non ha lasciato in Orazio un buon ricordo sia per le cose che dava da apprendere ai suoi allievi ( la ormai stantia versione dell’Odissea di Livio Andronico ) sia per i metodi coercitivi, non esclusa la ferula, con cui imponeva ai giovani l’apprendimento mnemonico di quei versi. Comprendiamo come per lui dovette essere certamente una liberazione allorché, insieme a Vario, Tucca e Virgilio, cui si aggiunse più tardi anche il giovane Ottaviano, non ancora imperatore, fece vela verso la Campania per iscriversi con entusiasmo alla locale scuola epicurea.

- La dimora campana - Pur non essendo sicura la cronologia, risulta quasi certa, anche per le notizie indirette che ci vengono dall’Appendix vergiliana, la permanenza di Orazio nei dintorni di Napoli, dove due fra i migliori allievi di Epicureo, Filodemo di Gadara e Sirone tenevano con successo una scuola. La pedagogia di Orbilio un po’ troppo coercitiva, basata su un invadente uso della retorica, ma anche il successo che incontrava in Italia la filosofia di Epicuro, per quanto anche a Roma non mancassero seri oppositori di questa dottrina, dovettero essere ragioni sufficienti perché il giovane Orazio, analogamente ad una scelta pattuglia di coetanei, scegliesse di frequentare il chepos di Sirone.

 

( 44 a. C) -Il soggiorno ad Atene -  Dopo un primo corso di studi inferiori Orazio si imbarcò per la Grecia per allargare le sue conoscenze, scegliendo Atene come sua fondamentale dimora, in quanto la città, centro in quel tempo di una rinomata università, offriva ai giovani romani di belle speranze e desiderosi di fare carriera la possibilità di perfezionarsi  negli studi filosofici ( “ filosofia morale” ed “epistemologia”). In effetti il soggiorno ateniese rappresentò per Orazio un incontro eccezionale, in quanto tale incontro segnava per lui una più ampia ed esaltante apertura sul piano intellettuale, che, offrendogli maggiore coscienza di sé, contribuì certamente all’incremento della sua personalità. Ma oltre alle ragioni culturali dovettero valere per il giovane Quinto anche altre motivazioni che, inducendolo improvvisamente ad interrompere gli studi filosofici svolti nella serenità ateniese, impressero alla sua vita un corso nuovo e più drammatico.

- Il coinvolgimento politico- Dopo l’eccidio di Cesare anche Bruto era venuto ad Atene, ancora fresco del sangue versato del dittatore, sia per ascoltare le lezioni dei filosofi, sia per accendere nell’animo dei giovani romani lì presenti la fiaccola della libertà repubblicana, alimentandola con la sua eloquenza. Nelle file dell’esercito dei cesaricidi il giovane, che già condivideva probabilmente le idee repubblicane ( sostiene Ristagni che le istanze repubblicane erano condivise sia a Venosa sia nei circoli epicurei campani frequentati dal poeta ) si arruolava non solo perché convinto fautore delle gloriose tradizioni romane, ma, forse anche, e più probabilmente, spinto dal miraggio di una più rapida e fortunata carriera. Nelle sue Satire Orazio, per accrescere i suoi meriti di self made man ha sottolineato l’eccezionalità di due fatti che lo videro protagonista: 1) essere accolto quale amico e confidente di Mecenate, malgrado fosse di lontane origini servili, 2) comandare una legione romana nell’esercito di Bruto, senza essere un giovane nobile dell’ordine equestre o senatorio.

( 42 a.C.) - La rotta di Filippi - Ottenuto il grado di tribuno nell’esercito di Bruto, Orazio seguì il suo comandante prima a Clazomene o a Smirne, finché a Filippi nel 42 fu dolorosamente partecipe della battaglia che segnava con la sconfitta dei repubblicani anche la sua personale rovina, aggravata dalla vergogna della fuga, come si legge nell’ode a Varo: Philippos et celerem fugam sensi, relicta non bene parmula.

( 39 a.C.) - Il ritorno a Roma – Tre anni dopo la disastrosa giornata di Filippi, dove lo stesso Bruto si dette risolutamente la morte, il poeta per effetto dell’amnistia dichiarata dal vincitore ritornava a Roma, non senza essersi fermato poco tempo nella città natale, forse, solo per raccogliere i suoi effetti personali ed accogliere la dolorosa notizia della perdita dei suoi beni, prima di tentare l’avventura nella grande città. Questa volta egli ritornava a Roma solo e senza protezioni ( il padre gli era probabilmente morto durante la sua permanenza in Oriente), con quel poco che gli era avanzato del patrimonio paterno. Dopo l’assegnazione delle terre ai veterani egli aveva conosciuto, infatti, la clemenza di Ottaviano, che novello Mercurio l’aveva graziato consentendogli di tornare in patria con le ali tagliate per assistere con disappunto alla confisca delle sue proprietà. Per fortuna l’ufficio di scriba quaestorius, successivamente acquistato a Roma impegnando gli ultimi capitali residui, lo aveva salvato dalla miseria:  Paupertas impulit, audax ut versus facerem ( Ep.II, 2, 51)

 

                                “La povertà che rende audaci mi spinse a far versi”.

 

E i primi versi furono quelli degli Epodi nei quali egli versava, anche per la natura del genere intrapreso, tutta la sua rabbia di sconfitto, la delusione, l’amarezza e la preoccupazione per lo stato sconvolto da una nuova tempesta di guerre civili, vedendo nella rovina delle guerre fratricide il segno di una giusta punizione per lo scelus antico della storia: l’uccisione di Remo da parte di Romolo: Quo quo scelesti ruitis? aut cur dexteris aptantur enses conditi? ( Ep. 9 )

“ Dove, dove fate irruzione, o sciagurati, o perché le spade prima riposte sono impugnate dalle mani?

( 38 a.C.) – L’incontro con Mecenate – Dopo la composizione degli Epodi, ai quali egli aveva affidato la sua condizione di patimento, non propriamente di diseredato, (l’iscrizione nella corporazione degli scribi dei questori, anche se non garantiva una fortunata carriera, assicurava però agli interessati di entrare nella classe degli equites ) si verificò nella sua vita una svolta:

Nell’anno 38 Virgilio e Varo presentarono Orazio a Mecenate, il più importante consigliere di Ottaviano, l’esecutore del programma politico-culturale de Princeps. Questo significò un nuovo ciclo della vita del poeta. Mecenate per salvare il poeta dalle sue ristrettezze economiche nell’anno 31 regalò ad Orazio un podere con abitazione presso il torrente Digentia nella Sabina a 52 km. da Roma. Da questo momento in poi il poeta qui ritornerà frequentemente a recuperare la sua umanità, a scrivere, talvolta anche a zappare, anche se ciò faceva sorridere i suoi vicini che erano abituati a vederlo solo nelle vesti del poeta e del filosofo. Nel luogo, cinto di verde, solitario rifugio dalle noie della vita svolta per necessità nella capitale, sopra le balze del monte Lucratile sono state in tempi recenti individuate con sicurezza le tracce archeologiche.

 E’ a tutti noto che Orazio non ebbe con Mecenate solo rapporti di ufficialità, ma tra i due si istituì subito anche per simpatia e per consenso naturale un sentimento fortissimo e privato che, però, non spinse mai Orazio a valicare la soglia della misura e a mettere in discussione l’autorità politica del suo protettore, e l’altro a violare il bisogno di libertà del poeta – cosa che pure avrebbe potuto fare dall’alto della sua autorità-. Dimostrarono sempre d’intendersi, a parte qualche screzio. La loro unanimità è testimoniata dalla morte comune. Entrambi lasciarono la vita nel 27, Orazio a novembre pochi mesi dopo Mecenate, il quale prima di morire aveva nel suo testamento raccomandato l’amico ad Ottaviano: Horati Flacci, ut mei, esto memor. “ Ricordati di Orazio Flacco come di me”. Questo ci aiuta a comprendere, insieme ad altri dati, la natura del legame che unì il poeta al suo protettore. Chi non ricorda la famosa satira dello “scocciatore”, e in particolare i versi: Non isto vivimus illic, quo tu rere modo; domus hac nec purior ulla est nec magis his aliena malis. Basterebbero questi versi a non vedere il rapporto di Orazio nei riguardi del suo protettore solo in termini di utilità. Egli non fu certamente un poeta cortigiano, come alcuni ritengono.

 I rapporti di amicizia fra il figlio del liberto e il ministro di Augusto erano divenuti col tempo sempre più stretti e profondi. Lo dimostra il fatto che il nome di Mecenate ritorna in tutte le successive opere del poeta: a lui sono dedicate l’ode proemiale e l’ultima dei Carmina, col nome di Mecenate si apre la raccolta delle Epistole. Se non v’è dubbio che il loro legame fosse molto forte e sicuramente condiviso, non bisogna dimenticare che si trattò in definitiva di un’ amicizia molto rispettosa, non diversa da quella che ad un certo punto unì Orazio ad Ottaviano, del quale il poeta, a partire dalla vittoria aziaca, aveva cantato le imprese, riconoscendogli inoltre il merito di aver chiuso definitivamente il tempio di Giano. Ma, al di là della ufficialità, dopo che Augusto ebbe la possibilità di conoscere meglio Orazio, ( e questo accadde dopo la pubblicazione del primo libro delle Odi ) la conoscenza si mutò in amicizia cordiale, testimoniata da alcune lettere che l’imperatore inviò al poeta nelle quali, scherzando piacevolmente con lui, si rammaricava che l’opera di Orazio diretta a lui (le Epistole ), malgrado l’impegno, non fosse più estesa della sua persona: “ Potrai scrivere nel formato di un piccolo sestario, così che la circonferenza del volume da te composto sia alquanto imponente com’è quella della tua pancetta”.[2]

 

- Il poeta augusteo - Dalla familiarità con Mecenate Orazio era infatti passato ad avere poi rapporti diretti col Princeps, scegliendo di essere il poeta dell’impero proprio negli anni della formulazione del suo programma politico. Nacque così il progetto delle “Odi nazionali” nelle quali l’ammirazione per le altissime doti politiche di Augusto si consertano con la fede orgogliosa per Roma, rinnovata nei suoi ordinamenti, restaurata nella sua grandezza e chiamata ad una missione universale nel mondo. In quei giorni Augusto appariva al mondo romano e non romano come un essere sovrumano e divino. Racconta Svetonio che egli si compiaceva che una potenza divina trasparisse dalla sua persona, bellissima in ogni momento della vita. Ora, cantando le imprese dell’imperatore, anche Orazio gli riconosceva il merito di aver fatto di Roma una città di marmi dopo averla ricevuta di mattoni. Nel 19 a.C. dopo la morte del cantore dell’Eneide Orazio rimaneva il maggiore poeta vivente e il più degno di cantare la gloria del principe e dell’impero. Questo spiega perché dall’imperatore in persona gli venisse commesso il Carmen Saeculare, l’inno ufficiale che un coro di ventisette fanciulli e di altrettante purissime vergini avrebbe intonato sul Palatino il 3 giugno del 17, l’ultimo giorno dei ludi secolari.

- Gli ultimi anni - Nel frattempo fra il 23 e il 20 Orazio, dopo la dichiarata volontà di  abbandonare del tutto la poesia per dedicarsi definitivamente agli studi filosofici, in quanto, ne era certo, essi soli avrebbero potuto garantirgli il possesso del sommo bene, recuperando il metro e la precedente maniera dei sermoni, aveva comunque messo mano alle Epistole, l’opera della sua intimità e più profonda umanità. Il poeta di Venosa, che aveva in quel tempo trascorso da poco i quarant’anni, giunto quasi al termine del corso della sua vita si faceva prendere dalla malinconia, ma sapeva anche trovare parole di benevola ironia verso se stesso. Nell’età più matura, allorché l’esperienza si fa più piena, per quanto la salute, minacciata da una precoce vecchiaia, accrescesse i  fastidi dell’età, il poeta, alternando la lirica e il racconto, sapeva ancora comporre in una sintesi armonica malumore ed ironia.

( 8 a.C: ) - La morte - Malgrado questi ultimi risultati poetici, la morte era tuttavia in agguato. Venuto il suo tempo, a 57 anni Orazio, dopo la composizione delle ultime Epistole, stroncato da un morbo rapido e violento, venne a morte il 27 novembre dell’8 a.C., qualche mese dopo la perdita del caro Mecenate, al quale aveva promesso con un giuramento di non voler sopravvivere. Anche per questo, dopo aver nominato suo erede universale Augusto, l’unica persona cara che gli rimaneva, fu seppellito per decreto imperiale sul colle dell’Esquilino, non lontano dal tumulo di Mecenate, suo grande amico e protettore.

 


 

[1]  Il paese è da identificarsi con l’attuale Lavello, piuttosto che con Forenza, che, pur richiamando nel nome l’antico centro risulta geograficamente un po’ discosto e poco visibile da Venosa.

[2] Traduzione di A. Rostagni.