Postmoderno e globalizzazione

di Marino Faggella

Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

Se puntiamo con particolare attenzione il nostro sguardo sul mondo globalizzato, al di là del risultato innegabile di un allargamento degli spazi economici e della cultura tecnologico-scientifica, all’interno del dibattito che da qualche tempo dura sul Postmoderno, è il caso di sottolineare anche l’indubitabile condizione di crisi che caratterizza la nostra società occidentale che, nelle affermazioni catastrofistiche di alcuni studiosi e commentatori, sarebbe senza soluzione o addirittura senza ritorno.

Per quanto mi riguarda, muovendomi all’interno del dibattito critico corrente, cercherò di delineare in generale non solo le cause essenziali di una tale complessa caduta, che è di tipo economico, sociale, storico-politico e culturale, ma, indicando altresì nella sociologia, nel pensiero filosofico-scientifico e nella religione tre possibili strade da percorre le proporrò quali rimedi per giungere alla difficile e complessa soluzione del problema.  

Partiamo col chiarire innanzitutto che con la voce Postmoderno, in generale, si vuole intendere già da qualche decennio la fase ultima della nostra cultura e società contemporanea, caratterizzata non solo da una vorticosa crescita economica e scientifico-tecnologica e dallo sviluppo massiccio della cosiddetta società dei consumi, ma anche dalla crisi di quelle circostanze, fattori ed istituti che hanno consentito la nascita di questa stesa società industrializzata, che si troverebbe per i teorici del Postmoderno nella fase iniziale del suo tramonto. In effetti la veloce crescita economica delle società industrializzate, l’accumulo dei grandi profitti ottenuti con la concentrazione di grandi masse di lavoratori in singole aziende vengono oggi progressivamente meno. L’aumento vorticoso del prezzo del greggio, che negli ultimi tempi ha superato i cento euro, ha fatto vacillare quei meccanismi internazionali di accordo e di controllo economico-finanziari che hanno retto negli ultimi tempi l’economia mondiale. Il crollo del muro di Berlino del 1989 invece di por fine alle contese fra i due blocchi, sostituendo al contrasto oppositivo Comunismo-Capitalismo l’altro blocco Capitalismo-Fondamentalismo, ha scatenato una serie di crisi regionali più pericolose della vecchia contrapposizione. Se a questo si aggiunge il complesso del progressivo e ormai generale sviluppo della globalizzazione economica che ha finito col ridurre l’autonomia gestionale e politica  degli stati, avremo coscienza di trovarci in una situazione che si potrebbe ritenere senza sbocchi o addirittura bloccata. Nella nostra società occidentale assistiamo, inoltre, ad una crisi degli istituti politici, in particolare dei partiti e dei sindacati, che non essendo più capaci, come nel passato, di proporre soluzioni adatte a risolvere i problemi economici e sociali, hanno finito per perdere il seguito di cui hanno ampiamente goduto nel passato.

Quanto al sapere, in particolare quello scientifico delle società tecnologicamente avanzate, esso sta perdendo progressivamente il suo valore assoluto e conta solo se può essere mercificato (Lyotard), nel senso che tra i messaggi culturali avranno valore e sopravvivranno solo quelli più facilmente decodificabili ed utilizzabili. La commercializzazione del sapere scientifico è inoltre aggravata dalla crisi di quei valori di riferimento e dalla perdita delle speranze di cambiamento che hanno caratterizzato le vicende umane del ventesimo secolo. E’ finita ormai l’epoca dei “grandi racconti”, cioè delle storie universali o delle filosofie tipiche della modernità, come l’ideologia positivistica, hegeliana o marxista che, suggerendo un’interpretazione complessiva della realtà, pretendevano di risolvere tutti i problemi dell’umanità. Al moderno, inteso come età di un “pensiero forte”, i teorici del Postmoderno, in linea con la critica della razionalità operata da Nietzsche e Heidegger, oppongono “una ragione debole” che, insistendo sul carattere enigmatico della storia o addirittura sulla “fine della storia”(Vattimo) dovuta all’eccessivo sviluppo della scienza e della tecnica con tutte le implicazioni distruttive che minacciano la vita dell’uomo, ha finito col destrutturare le filosofie assolute dei fondamenti (decostruzionismo), accusate di eccessiva sicurezza e non disposte a sottoporre il loro pensiero assoluto a criteri di “falsificazione” o verificabilità (Popper).   

Nell’età postmoderna ogni sapere ha valore non in quanto si affida a verità affermate a priori, ma, al contrario, trova la sua legittimazione soltanto se risponde a domande e bisogni precisi che vengono dalla società. Per questo la soluzione sociologica è la prima indicazione che vogliamo suggerire per dare una risposta convincente al profetico “tramonto dell’Occidente” teorizzato dai postmoderni. Di recente è uscito per i tipi della Laterza un volume intitolato La vita liquida di Zygmund Bauman, un ultraottantenne sociologo polacco sfuggito alle persecuzioni antiebraiche, che  compie un’analisi impietosa dei mutamenti che avvengono nella società globalizzata del mondo occidentale, da lui definita “società dell’incertezza”, nella quale il successo è garantito solo agli uomini che sanno sradicarsi dal loro contesto, come ad esempio turisti e giocatori, bulimici consumatori di sensazioni sempre nuove.

La crisi dei fondamenti, il tramonto delle più importanti filosofie del mondo occidentale si ripercuote inesorabilmente all’interno della dimora dell’uomo contemporaneo che rimpiange la perdita  dei più importanti valori di riferimento che aggravano la vita della nostra epoca, caratterizzata da un nuovo senso di solitudine. Se l’angoscia era il sentimento dominante del ventesimo secolo, oggi si moltiplicano i disagi del singolo che conosce nuove ansie, paure ed inquietudini a causa della consapevolezza della sua provvisoria permanenza nella vita sociale. La velocità di cambiamento che ormai investe l’economia del nostro mondo globalizzato, informando ogni aspetto della realtà, ha prodotto una condizione di continua incertezza nell’uomo che conosce una nuova angoscia: il terrore costante di rimanere indietro, ovvero di essere colto alla sprovvista dalla corsa inarrestabile del progresso. Il modo più eloquente per rappresentare la vita dell’uomo della nostra epoca è quello di pensare al moto accelerato di una macchina da presa impazzita: tutti, senza distinzione di condizione o stato, corrono da soli come folli alla ricerca di qualcosa, ma pur illudendosi di correre in realtà non avanzano, in quanto anche il raggiungimento dell’oggetto dei loro desideri non appaga la loro inarrestabile sete di possesso. Una volta conquistato l’oggetto esso è già obsoleto, giacché non è possibile sfidare nella corsa il progresso tecnologico.

 Pur ammettendo che il senso di competizione esasperato, il liberismo selvaggio, causando una crisi di valori e un ridimensionamento delle strutture sociali, possono far pensare ad un prossimo declino della civiltà dell’Occidente, incapace di porre un freno al mito della velocità del cambiamento, proprio nell’individualismo esasperato dell’uomo di oggi si trova, secondo il sociologo, la risposta alla terribile crisi dei valori che annullano la sua vita. E’ vero che la globalizzazione ci ha alienati, offrendoci l’illusione che la corsa inarrestabile del consumismo, una falsa liberazione, potesse configurasi come una dimora definitiva dell’uomo, ma l’uomo di oggi, pur cacciato in una egoistica solitudine, deve trovare in sé gli anticorpi che lo preservino dal suo male, recuperando il bisogno di conoscere se stesso per passare dal culto della responsabilità individuale alla costruzione di una nuova morale che lo porti ad edificare un nuovo modello di società eticamente sana, retta da un nuovo socialismo, diverso dai modelli totalitari che conosciamo. Questo messaggio di Bauman, che sognando la palingenesi dell’uomo disegna un nuovo modello di riforma sociale, ricorda da vicino l’utopistica società leopardiana della Ginestra, che forse non esiste in nessun luogo, come ci suggerisce lo stesso nome, ma è certamente una bella utopia proprio in quanto dimostra di credere nelle capacità di rigenerazione dell’uomo.

A questo punto, mi pare opportuno sottolineare la risposta del pensiero odierno circa i meriti e demeriti della scienza e della tecnica a proposito della crisi che investe l’uomo globalizzato, affrontando anche la difficile questione del difficile rapporto che tiene il sapere nei riguardi della fede. Se percorriamo a ritroso i secoli della storia del mondo occidentale, dal Medioevo all’età moderna, ci capiterà di registrare un costante antagonismo fra queste due fondamentali esperienze umane, spesso in aperto contrasto fra loro a causa della loro diversità: la scienza in genere lusinga eccessivamente l’ambizione intellettuale dell’uomo che, ove si affidi ad essa, pensa di poter dominare la natura dopo averne conosciute le leggi, mentre la religione, che concerne generalmente la vita dell’anima, non ha mancato di guardare alla scienza con sospetto, accusandola di introdurre semi di critica e di dubbio nel campo religioso. Questo difficile rapporto ha conosciuto talvolta momenti di tregua o di equilibrio, come dimostra la fondamentale sintesi di ragione e fede operata nel pensiero medievale di San Tommaso, e in altre circostanze periodi di aperto conflitto, come quello che ha diviso la chiesa controriformista dalla visione galileiana..

 Il filosofo Umberto Galimberti in un suo recente articolo, intitolato emblematicamente Fede e Ragione, ha inteso riaprire la questione, ribadendo le distanze che dividono il mondo della scienza da quello della religione, ma sottolineando anche una possibilità di intesa fra queste due entità non necessariamente in antagonismo, e particolarmente attente solo a contrastarsi, ma per molti versi anche cooperanti a risolvere i bisogni dell’uomo. Spetta a Bacone un primo e possibile tentativo di conciliazione tra  mondo della scienza  e campo religioso, quando sulla questione così conclude nel Novum Organum “In seguito al peccato originale, l’uomo decadde dal suo stato di innocenza e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante la scienza e la tecnica”. La profezia  ottimistica del pensatore del ‘600 nasceva, secondo il filosofo, dalla convinzione che per mezzo della scienza e della tecnica l’umanità avrebbe recuperato le primordiali virtù naturali, riscattandosi dalla condanna del lavoro, dalla sofferenza e dal dolore, le pene inflitte da Dio agli uomini dopo la caduta di Adamo. Nella concezione di Bacone la scienza del tempo dimostra di aderire totalmente alla visione religiosa dell’epoca che vedeva il passato come colpa, il presente come redenzione possibile, il futuro come riscatto e progresso.

Questa idea purtroppo non si è tradotta in pratica nei secoli successivi in quanto dopo il ‘600 abbiamo assistito al progressivo sviluppo di un laicismo scientifico, che nel settecento è approdato ad una concezione materialistica completamente ostile all’idea religiosa, che, se pure ha contribuito ad un innegabile progresso dell’umanità, ha contribuito anche ad acuire le distanze tra il sapere scientifico e la fede religiosa. E’ stata la successiva visione positivista a deporre ogni fiducia nei riguardi di ogni religione, predicando esclusivamente il verbo della scienza (Comte). Successivamente, sulla linea del pensiero positivista si è fatta strada nei pensatori e negli scienziati la convinzione razionalistica che la conoscenza del funzionamento delle leggi economiche e scientifiche avrebbe garantito la felicità alla vita futura dell’umanità fino a fare della terra un paradiso. La posizione di molti pensatori “razionalissimi” del nostro tempo si fonda ancora sulla ottimistica convinzione che il progresso tecnologico possa risolvere tutti i mali dell’umanità, dando soluzione definitiva ai problemi ecologici, tenendo sotto controllo con l’incremento della produzione l’aumento esponenziale della popolazione mondiale, estendendo a tutto il pianeta il tenore di vita e di consumo dei Paesi più ricchi e sviluppati.

Ma, pur dichiarando di obbedire al comando di Dio, che nel primo libro della Genesi consente all’uomo il dominio sulla natura, l’odierna scienza percorre di fatto una strada completamente diversa da quella religiosa, anzi, molte volte procedendo come se Dio non fosse, e proponendo molti dubbi, come ad esempio quelli sulla bioetica, che produce più di frequente problemi di coscienza nei ricercatori.

Si è già detto che la crisi del postmoderno, riconoscibile nella caduta delle fondamentali concezioni del pensiero che per circa due secoli avevano alimentato le nostre speranze, è anche e innanzitutto una crisi interiore dell’uomo di oggi che vede franare progressivamente una impalcatura di valori nei quali aveva fortemente creduto fino ad ora. L’uomo del nostro tempo sta perdendo tutte le sue certezze, compresa la fiducia nei riguardi dei metodi della scienza e della tecnologia. In ogni età di crisi se non vi è qualche cosa che viene a sostenere l’uomo vi è la caduta, come dimostrano gli avvenimenti della storia: nell’età della decadenza dell’impero romano vi fu il cristianesimo, che costituì il fatto nuovo, per cui tutto ciò che era romano, e che stava crollando, fu accolto dalla Chiesa, pertanto l’uomo ebbe la possibilità di risollevarsi appoggiandosi al puntello della religione cristiana che venne a riempire il vuoto spirituale nel quale egli era caduto. Ma nel nostro tempo, che oscilla paurosamente fra un razionalismo puro e la perdita di fiducia nei riguardi del sapere scientifico, Dio sembra essere scomparso dal cielo e dalla terra lasciando l’uomo come una spoglia inerte in un vuoto oscuro.

Chi ha vissuto i fatti del ’68, ricorda che in quegli anni tumultuosi, accanto al bisogno di abbattere tutti i valori della tradizione, circolava anche la parola d’ordine della “morte di Dio”. La canzone di Francesco Guccini “ Dio è morto” ha ormai più di quarant’anni, ma non mi pare si sia avverata ancora la profezia di Malraux che voleva religioso tutto il ventunesimo secolo, se è vero che ad esultare per una rivincita di Dio non sono neanche le fondamentali religioni rivelate, come il cristianesimo, l’ebraismo e l’islamismo, che pur si fondano su un messaggio di verità comunicato da Dio agli uomini. Eppure molti commentatori e saggisti di oggi parlano di un  risveglio religioso e di “un ritorno a Dio” nella nostra epoca, per i quali proprio la pstmodernità sarebbe favorevole allo sviluppo delle fedi religiose, in quanto “ si tratta di un’epoca in cui non si crede più che per ogni domanda esista una sola risposta razionale e scientifica”; ma dello stesso parere non sono gli uomini della religione, compresi quelli della nostra Chiesa, pur sapendo che la divinità, la quale ha comunque tempi lunghi, ha sempre accompagnato il cammino dell’uomo nella storia.