<<Sez. Conoscere>>
Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"

QUEL “MISTERO BUFFO” DI DARIO FO

di Mariano Paturzo
 


                                                                                     
                                         Una significativa immagine dell’attore

 

Alcune settimane l’amico Filippo Pugliese, componente nazionale del Centro Turistico ACLI, mi ha invitato a tenere una conversazione pubblica su Dario Fo, sui rapporti con il suo teatro, sui ricordi a proposito della sua arte e del suo impegno civile.
Inevitabilmente si è anche ragionato sul “luogo” del teatro ancora come luogo di libertà e di non omologazione.
Si Vive troppo velocemente e troppo velocemente tutto diventa passato, un passato senza basi labile, che non può diventare memoria, confronto, riflessione, studio, in una parola identità.
Questo -a mio parere- ci rende deboli come cittadini. Occorre recuperare un senso tra passato presente e futuro. Il teatro può giocare un ruolo importante in questa direzione, perché il teatro vive di libera espressione e muore di format patinati e senz’anima. Il teatro per vocazione presidia le zone del dissenso di qualunque tipo o colore e perde identità se si omologa. Il teatro per sua natura e origine può contribuire a restituire una memoria e a ricostituire una comunità.
Era la narrazione di base sulla quale Dario Fo ha costruito il “suo teatro”. Il suo essere artista e militante. L’uomo che ha concepito la sua vita attraverso la riscoperta di linguaggi e archetipi che si eguagliavano con le “comunità”, quelle che stanno ai margini e quelle delle tradizioni. Delle relazioni artistiche fondate sulla ricerca lessicale e sulla drammaturgia popolare: un giullare di Dio che sbeffeggiava, irrideva e mescolava saperi con la strafottenza per trasmettere in chiave grottesca le rabbie del popolo.
La figura del giullare insomma, come reincarnazione delle voci eretiche del passato, con una funzione fortemente polemica nel presente.
La drammaturgia di Dario Fo (anche se non gli andava molto a genio il termine) sincronizza passato e presente realizzando un effetto straniante.
Usando il grottesco e la logica e, senza confondere i piani temporali, insinua nel presente un frammento di passato che ha una valenza negli avvenimenti politici contemporanei.
Non è un caso che nel 1997  a Fo gli viene assegnato il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione:
"Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
Il suo commento fu: «Con me hanno voluto premiare la Gente di Teatro».
Il fatto provocò un certo scalpore, in Italia come all'estero. La scelta di Fo da parte dell'Accademia Svedese, fra gli altri, prese in contropiede i molti rappresentanti della cultura italiana che, da anni, patrocinavano la candidatura di Mario Luzi.
I teatranti italiani ed europei gioirono parchè videro riconoscere al teatro italiano un ruolorilevante nel panorama della cultura mondiale.
Altro importante riconoscimento Dario Fo lo ebbe a Taormina nel 1986.
Fu in quell’occasione che lo rincontrai e ci fermammo a parlare del Teatro e del Meridione, delle possibilità che il Sud incarnava ma che pagava ancora il prezzo dell’arretratezza, di una borghesia e di una classe dirigente avara e poco avveduta.
Inevitabilmente quella sera all’Hotel San Domenico a Taormina con Franz De Biase e Giò Battista si finì col parlare del suo teatro, del cattivo rapporto con il Ministero e i teatri Stabili. La polemica velata era con il Piccolo di Milano finanziato all’epoca con due miliardi all’anno- e che il rapporto tra lo Stato e la cultura si era completamente perduto:
“Le istituzioni, e tra queste includo molte istituzioni culturali Stabili  sono spesso presbiti, ma gli artisti, i giovani artisti sono spesso miopi. La parola “magica” in questo caso è umiltà: un’identità matura è quella che sa arrotondare i propri spigoli, che sa riconoscere la qualità meriti e competenze e valutare correttamente le opzioni in campo, che sa evitare rigidezze gestionali, ma anche gli sterili atteggiamenti rivendicativi. Insomma, ci vuole un atto di coraggio, occorre mettersi in gioco per far ripartire il dialogo”.
A distanza di un quarto di secolo l’attualità della sua visione del rapporto tra Istituzioni e cultura è sconvolgente.
A Taormina Dario Fo ci è ritornato a luglio del 2014 per debuttare nell’incantevole Teatro Antico, unica data del sud dell’Italia, con lo spettacolo Lu Santo Jullàre Françesco: il memorabile lavoro sulla vita del Santo d’Assisi, realizzato nel ‘99 e riscritto in un’inedita versione che non poteva mancare di riferimenti a Papa Francesco che del santo di Assisi non ha raccolto solo il nome, ma anche la funzione e lo spessore morale. Dopo averlo proposto in prima serata su Raiuno, Fo ritornò nel Sud Italia con una data unica, inserita nel prestigioso cartellone del Bellini Festival.
Eccolo il suo teatro, racchiuso in due ore e passa di lazzi, sfacciataggini, mimiche pazzesche e facce strabuzzate, storie medievali, ove i miti e le leggende s’intrecciano all’attualità e alla storia contemporanea, grazie alla maestria giullaresca.
Ritroviamo un personaggio provocatorio, coerente, coraggioso, ironico.
Si rivede interamente la maestria e la tecnica dell’uomo di teatro che ripercorre il suo capolavoro “Mistero Buffo”.
Il suo capolavoro. Un intreccio di monologhi che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei Vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù Ebbe molto successo e fu replicato migliaia di volte, perfino negli stadi. È recitato in una lingua reinventata, una miscela di molti linguaggi molto onomatopeica il grammelot che assume di volta in volta la cadenza e le parole, in questo caso, delle lingue locali padane.
Dario Fo riversava sul pubblico, sul suo pubblico, tutto se stesso: il diverso uso del corpo e delle potenzialità sceniche dell'attore.
Ogni suono, verso, parola o canto, uniti alla complessa gestualità, che non è solo movimento, forma un insieme semantico inscindibile, di cui il racconto degli eventi è solo un canovaccio. Lo stile, irriverente è portato all'eccesso.
E’ lo strumento per avvicinare in scena tempi e storie, per attraversarli, per entrare e uscire dalla parte, per moltiplicare i personaggi, per giocare, insomma, all’infinito con il teatro.
L’invenzione del grammelot è il punto più alto dell’attore Fo, la cifra artistica preminente e irriproducibile della sua arte comica,
Mentre altrove, sui lidi del cosiddetto teatro di ricerca, il teatro di immagine è in netto contrasto con il teatro di parola, il grammelot inaugurato da Fo dimostra una volta di più quanto la parola in scena fosse superflua al cospetto di un corpo e di una “lingua mimetica”. Come il suo vocabolario gestuale e fisico sia valso a rilanciare l’antico mito della tradizione giullaresca e dei comici dell’arte.
Questo è il mio teatro sosteneva a gran voce. Qui nel suo teatro Dario Fo mette insieme tutte le forme della comunicazione -arte visiva, teatro, politica militante, musica, pittura, scrittura creativa- costruendo un prodotto nel quale la sua fortissima personalità è l’elemento affabulatorio, ciò che trasforma una semplice rappresentazione teatrale in un vero e proprio evento.
Col suo teatro un lucano generoso e poliedrico, un grande musicista alla fine degli anni sessanta siede alla corte del Maestro.
Fo chiama Antonio Infantino -lucano doc perché l’ha emozionato e incuriosito: la sua musica muove l’anima diceva. Infatti, era la musica della taranta, dei ritmi e della follia quelli che hanno commentato le immagini del lungometraggio sulla ricerca etnografica di Ernesto De Martino e Annabella Rossi, girato interamente nella terra del Rimorso.
La creatività di Antonio Infantino s’intrecciava all’improvvisare sulla scena di Dario Fo: per me un connubio micidiale.
Alle filastrocche infantili stravolte ed esasperate (La gatta mammona), Fo chiedeva di utilizzare in alcune sue pièce, musiche e nenie rievocative, di straniamento quasi. Dove l’essenza del Popolo era imprescindibilmente scenica ed esteticamente perfetta.
D'altronde sono gli ingredienti che hanno caratterizzato Antonio Infantino e il suo gruppo facendone una compagine davvero unica e trascinante.
In una recente intervista, proprio Antonio Infantino sostiene che Fo ha avuto la grande fortuna di incontrare Franca Rame. E non l’ha mai negato. Franca era una discendente di una famiglia di girovaghi che si assunse da ragazzina la responsabilità imprenditoriale di tutta la baracca.
La compagna di una vita. Una donna che portava sulla propria pelle le nefandezze di una Milano rancorosa e fascista che scelse Franca Rame quale simbolo di una rivalsa stupida contro le donne. Soprattutto contro quella donna che mise la propria faccia a difesa dei più deboli e di quanti in quegli anni erano sbattuti nelle patrie galere come sovversivi rossi.
La madre di Dario, invece, per farlo studiare, lavorava fino alle due di notte, come sarta.
A Dario mancavano tre esami per terminare la facoltà di Architettura, e veniva dal liceo classico.
Venendo al genio di Dario Fo, afferma Infantino, “lui era una curiosa mescolanza d’improvvisazione e canovaccio. Aveva una straordinaria capacità di sintesi e una conoscenza profonda della letteratura. In casa loro c’erano addirittura dei testi del 1200. Lui trascorreva il suo tempo a leggere, disegnare e recitare”. 
Forse queste ultimo tre parole racchiudono l’esistenza di Dario Fo che ha lasciato alle polemiche tutte italiote un’eredità senza pari, un insegnamento che testimonia la militanza di un intellettuale vero a difesa dei meno fortunati.
Forse l’essere stato comunista ha contribuito a disinnescare, negli ultimi anni, le ideologie, a rimuovere mausolei per mostrare “il marciume, gli errori, le segrete connivenze fra le classi dominanti e i favoreggiamenti che si celano sotto il perbenismo politico”.
Dopo l’avvento mediatico di Grillo e Casaleggio nel comizio milanese dei 5stelle Fo appoggia apertamente il movimento paragonando la piazza del Duomo di Milano gremita per la chiusura della campagna elettorale del 2013 a quella della post liberazione “L'ultima guerra mondiale: ci fu una festa come questa e c'era tanta gente come siete voi, felici, pieni di gioia. Non dico speranza: la speranza lasciamola a parte. Di certezza, che si sarebbe rovesciato tutto, e non ci siamo riusciti. Fatelo voi per favore, fatelo voi.
Ribaltate tutto per favore. Non mollate per favore. Non mollate. Si ricomincia da capo.
7 gennaio 2017.

NOTE SUL  C.V. DI MARIANO PATURZO

Mariano Paturzo nasce a Potenza, studia presso l’Università di Siena Scienze Economiche e bancarie.
Negli anni ’70 inizia la sua esperienza teatrale amatoriale con il Piccolo di Potenza che in seguito diverrà la prima cooperativa teatrale della Basilicata unica a essere sostenuta dall’allora Ministero dello Spettacolo.
In quegli anni specializza la sua attività come regista e drammaturgo. Socio Siae (dal 1972) ha scritto oltre trenta pièce teatrali. Ha alle sue attive 47 regie e direzione di produzioni teatrali di cui 21 televisive. (dipartimento Scuola Educazione RAITRE)
Tra queste otto edizioni di Marateateatro in onda su RAI2 “una festa per il Teatro”
la Giornata Mondiale del teatro dall’Incompiuta di Venosa  (RAI DUE) 1996.
Vincitore di concorso pubblico presso la Provincia di Potenza nel 1977 è assunto e gli sono affidate mansioni presso l’ufficio Cultura.
Nel 1980 con la Cooperativa del piccolo di potenza promuove e costituisce l’ATB (associazione teatrale fra i comuni della Basilicata) vi aderiscono 25 Comuni.
L’iniziativa è finalizzata alla promozione e al decentramento culturale con particolare riguardo al teatro. Il progetto è riconosciuto e finanziato dall’allora Ministero turismo e Spettacolo e DALLA REGIONE BASILICATA (tra mille polemiche)
Dal 1982 al 1988 è componente del consiglio dell’ETI (ente teatrale italiano) e Presidente UNAT AGIS Italia meridionale ed insulare.
Nel 1986 rifonda con prestigiosi rappresentanti del teatro italiano l’Istituto internazionale del teatro diretta istituzione dell’Unesco. (CENTRO ITALIANO DELL’ITI).
Nel 1989 promuove unitamente all’Istituto Internazionale del Teatro e l’ETI  (Ente teatrale Italiano) il Centro Europeo di Drammaturgia con il sostegno del Piccolo di Milano e di Giorgio Strehler, istituito dalla Provincia di Potenza e dal Comune di Maratea. Lo dirige ininterrottamente fino al 2013.
Ha pubblicato alcuni saggi sul teatro contemporaneo ed il teatro per ragazzi e sugli aspetti legislativi dello spettacolo dal vivo in Italia. Tra questi :
“Forse un drago nascerà”.
 Il Teatro nella nuova didattica delle scuole elementari (1977) –
Lo Spettacolo in Italia (1885) –
“Pirandello in un solo atto” (1997) –
 Autori italiani e nuova Drammaturgia (1999) – 
Il teatro in Russia di Roman Viktjuck  tra libertà e illusioni (2003);
 “Teatro per Ragazzi o Teatro dei ragazzi “;
 “Saperi e Poteri” (2010); (saggio pubblicato sul Quotidiano e su INTERTEATRO).
“Una riforma per il teatro di Prosa in Italia” (intervento introduttivo al Convegno promosso dalla Presidenza della Camera dei Deputati).
Le Regioni e la riforma del Teatro in Italia – tra amatorialità e professioni-
Ha diretto la prima produzione associata teatrale in Italia con sostegno del Piccolo di Milano, con La Cooperativa del Piccolo di Potenza ed il Teatro di Valencia. (Il Sonno della Ragione di  Buero Valleco).
Ha collaborato dal 1987 con alcuni tra i maggiori Teatri pubblici europei tra cui il Teatro di Tostonogov di Mosca e il Teatro dei Giovani attori di Pietroburgo, il Teatro Nazionale di Mosca diretto da R. Viktjuck, il Teatro di Anversa, la Lanterna Magica di Praga, il Piccolo di Milano, il Teatro Eliseo di Roma diretto da G. Battista, il Teatro Nazionale di Valencia, Il Teatro Bellini di Napoli, MDA Produzioni Danza e il Circuito Interregionale Teatri di Pietra diretto da Aurelio Gatti, il Teatro Nazional de Siviglia.
 Ha diretto alcune produzioni teatrali con il teatro di Mosca tra cui “Fool for Love” di Sam Schepard in lingua russa e la prima edizione –nel 1999- di “Pinocchio il burattino” con il Teatro dei Giovani a San Pietroburgo che ha raggiunto mille repliche nel 2015.
Dal 1995 ha progettato e diretto 11 corsi di formazione e perfezionamento per attori teatrali e tecnici di palcoscenico in collaborazione con Istituzioni culturali nazionali ed europee.
Ultimo quello denominato Job evaluation Backstage terminato nel 2013. (partner la Spagna, San Carlo di Napoli, Cinecittà e Teatro di Praga)
E’ stato Consigliere del Presidente dell’ETI Franz De Biase, Consigliere di amministrazione dell’ANAT (associazione nazionale attori e Tecnici) e nell’esecutivo del Premio Fondi La Pastora.
Ha ricevuto alcuni riconoscimenti tra cui Il Premio Maratea per il Teatro, il Premio Fondi La Pastora, Torre d’Argento e  Premio Federultura per le attività intraprese con Teatri di Pietra 2010.
Medaglia d’argento del Presidente della Repubblica Ciampi per la direzione del Festival Teatrale Europeo dell’infanzia e della Gioventù (con 9 nazioni partecipanti).
Attualmente è Presidente di Scenamediterraneo -organizzazione no- profit impegnata nel campo della produzione e promozione teatrale e culturale.