Lecce, 15 febbraio 1997

Caro Faggella,

solo oggi corrispondo al Suo gentile invio del volume sinisgalliano, dopo essermi immerso per un’intera giornata nel lago dei ricordi che esso mi ha generato sia attraverso la scrittura, sia attraverso le immagini inedite che lo arricchiscono. Il libro colma una lacuna rilevante nella bibliografia sinisgalliana, cioè l’assenza di uno studio organico e completo sulla vita e sull’opera, come si diceva un tempo, del poeta; e lo fa in un tempo ingrato, tra il disinteresse e la distrazione della cultura ufficiale. Per questo io La ringrazio dal più profondo del cuore.

Dal punto di vista storico e strutturale il libro ha un carattere di definitività, per quanto possa essere definitiva un’opera critica e intellettuale: condivisibili e documentate le proposte critiche, aderente allo spirito dei tempi la metodologia, con quel di più di amore, di solidarietà regionale che rende più umano e affettuoso il discorso. Questa atmosfera mi ha generato un rimpianto, una nostalgia non occasionali; e il desiderio di rivisitare l’opera dell’amico. Penso a un corso per il prossimo anno, ma la mancanza dei testi, l’introvabilità delle sue opere rendono problematica l’attuazione del desiderio. Forse voi amici e la regione lucana dovranno adoperarsi per colmare anche questo incredibile vuoto.

Un grazie ancora e tanti cordiali auguri dal Suo

Donato Valli

 

 

Genova 24/4/ 1997

Gentile Prof.Faggella,

la ringrazio vivamente dell’invio del Suo libro su Sinisgalli, che rappresenta un preziosissimo contributo alla comprensione di questo “difficile” intellettuale. Tra le diverse impostazioni del pensiero critico sull’autore del Furor, Lei ha colto poi un nodo di estremo interesse quello della congiunzione tra le “due culture, un nodo che pochissimi intellettuali hanno toccato in questo secolo. Vivi complimenti per il felice esito del lavoro e molti cordiali saluti

Elio Gioanola

 

 

 Roma, 20/1/ 1997

Chiar.mo Prof. Faggella,

ho ricevuto il suo Sinisgalli e la ringrazio moltissimo dell’invio del libro, che, già ad una prima considerazione, mi è parsa opera ricca e completa e certamente utilissima per comprendere un autore dalla doppia Musa ( che è cosa assai rara nel panorama delle nostre lettere). La ringrazio anche delle citazioni che ha inteso riservarmi nella molteplice ed appropriata utilizzazione del pensiero critico contemporaneo, oltre il quale, in verità, sa anche andare approdando a conclusioni fondamentali.

Passando in rassegna la ricchissima bibliografia ho visto che Lei cita alcune considerazioni dall’edizione del ’65, nel caso possano tornarle utili, le dico che successivamente sono uscite dell’opera in questione altre edizioni. Ancora un grazie con molti auguri di buon lavoro e cordiali saluti

Giuliano Manacorda

 

 

 Roma 15/5/2002

Caro Prof. Faggella,

sono particolarmente contento, e La ringrazio di cuore per avermi invitato a parlare sul Suo volume leopardiano, un testo che, devo dire, mi ha fornito molti stimoli alla lettura facendomi ripensare e riflettere su molti passi del poeta, riflessioni alle quali probabilmente non sarei arrivato senza l’attenta lettura del libro. E questo, secondo me è il maggiore dei complimenti che possa farsi all’autore di un libro.

Voglio dirLe, però, come prima cosa che, ricevuto il libro, il sentimento provato ad una prima lettura è stato di insoddisfazione. Ma voglio subito rassicurarLa, dicendole che l’insoddisfazione derivava dal fatto che il libro, soprattutto il suo titolo, o meglio il sottotitolo, si presentasse eccessivamente pudico, nel senso che il suo autore è troppo ingiustamente modesto. In effetti, a lettura finta, se ne trae la conclusione che sotto l’apparenza degli studi vari si nasconde in realtà una vera e propria completa monografia su Leopardi, che affronta i più importanti aspetti del pensiero e della produzione poetica del recanatese.

Anche la linea compositiva con cui questi saggi sono riuniti nel libro è straordinariamente rigorosa. Nel capitolo iniziale, infatti, con mano sicura è indicato il percorso critico prediletto all’interno della ormai sterminata bibliografia leopardiana, facendo il nome di quelli che sono i Suoi punti di riferimento principali, da Luperini a Timpanaro da Biral a Binni e al più recente Severino, altro partecipante accanito al dibattito critico che ha visto al centro Leopardi quale intellettuale e poeta. E’ spiegabile, infatti, perché proprio nel seguito dello stesso capitolo Lei definisca in maniera chiara e precisa l’assunto principale che guiderà le successive analisi e che si pone, se ho ben visto come parte fondante del Suo lavoro: l’assoluta coerenza fra la filosofia e la poesia leopardiana, la consapevolezza cioè che Leopardi è un grande filosofo perché è un grande poeta e viceversa. E’ quest’ultima un’importante affermazione, spero condivisa, alla quale non tutti i critici leopardiani del passato sono giunti, che si inserisce prepotentemente nel più attuale dibattito critico su questo autore. Ancora molto importante è, sempre alla base del Suo volume, e sulla linea, ancora attuale, di studiosi importanti quali Leporini e Binni, il riconoscimento del genere e della qualità della filosofia che Leopardi abbracciò e dalla quale non si allontanerà mai, cioè il pensiero settecentesco di stampo prima sensistico e poi materialistico.

Sulla base di questi capisaldi, come già detto, i successivi capitoli del Suo libro, a partire da questo centro fondamentale, via via dipanandosi, svolgono un’analisi completa di molti aspetti del pensiero e dell’arte leopardiani: nel 2° si discute dei rapporti di Leopardi col Romanticismo; nel 3° si analizzano le antitesi che nel pensiero dell’autore derivano dal rapporto natura e ragione e si esamina il difficilissimo rapporto che Leopardi ebbe con la religione ( E devo dire che questo viene fatto in maniera particolarmente equilibratasi, trattandosi di un argomento difficile e scivoloso che potrebbe offendere la suscettibilità di molti studiosi e lettori del poeta); nel 4° capitolo, che mi pare molto importante nella struttura del volume, viene esposta in sintesi, ma perfettamente, la famosa teoria leopardiana del piacere e viene effettuata un’assai convincente lettura della Storia del genere umano, la prima delle Operette Morali; nel 5°, dopo un’attentissima lettura dello Zibaldone, l’analisi si sposta su un concetto fondamentale per l’interpretazione di Leopardi, cioè il concetto di infinito-indefinito; analisi che viene portata a compimento nel bellissimo capitolo 6°, che contiene una finissima lettura di quello che possiamo considerare il capolavoro leopardiano, cioè l’Infinito.

Qui mi fermo un attimo per sottolineare ancora una volta la sapienza della costruzione visibile nella stessa divisione delle parti: mentre i primi quattro capitoli affrontano in particolare argomenti filosofici ( al centro dell’analisi è soprattutto lo Zibaldone, e devo dire che non dispiacciono, anzi sono particolarmente utili, le lunghe citazioni che di quest’opera vengono proposte) i successivi quattro saggi, (aperti da un bel capitolo che funge, per così dire da cerniera, e nel quale sono analizzate le teorie linguistiche di Leopardi )sono maggiormente puntati su alcune opere creative del poeta di Recanati: dopo l’Infinito, A Silvia, e tra gli altri canti di cui si discute con assoluta conoscenza e competenza, Bruto Minore e tra le Operette Morali ( viste giustamente come culmine della prosa, ma anche quale momento fondamentale del pensiero di Leopardi) mi piace di segnalare la bella analisi del Dialogo della la natura e d’un islandese.

 Per concludere, mi soffermerei sull’ottima riuscita dei due capitoli finali, che sono stati per me particolarmente attraenti: il 9° perché tratta di un argomento che mi è particolarmente familiare, sul quale anch’io ho lavorato, per cui mi sento particolarmente autorizzato a rivelare la completezza e la competenza profonde del Suo ragionamento su un argomento assai delicato come quello delle relazioni fra Leopardi e gli intellettuali suoi contemporanei. Infine v’è da sottolineare, a giusto suggello del libro, le conclusioni, perfettamente condivise, del 10° incentrato sull’ultimo Leopardi, che analizza un periodo dell’ attività leopardiana che è stato per la prima volta valutato per la sua straordinaria importanza da colui che considero il mio maestro, cioè Walter Binni. Non posso che sottolineare con piacere, a questo proposito, come la Sua lettura dell’ultimo periodo leopardiano si iscriva nel solco della lezione binniana, in particolare dove si considera la Ginestra quale momento culminante del pensiero e della vita poetica del recanatese a causa del suo messaggio di fredda razionalità e di coraggio dimostrati nell’affrontare le miserie dell’uomo, senza nascondersi dietro false maschere, ma affrontando con dignità la pochezza e la fragilità dell’essere umano. E’ questo l’ultimo e definitivo messaggio che Leopardi ci ha lasciato. E’ giusto, pertanto che esso sia messo particolarmente in evidenza nel Suo volume.

Spero di aver dato, pur nella necessaria brevità, almeno una piccola idea della ricchezza di stimoli che il Suo libro può offrire al lettore. Pur trascurando altre singole notazioni, quali l’interessante rapporto che viene individuato tra Leopardi e Sinisgalli, o l’influenza non estranea alle ragioni dell’arte del Pensiero di Newton, vorrei concludere questa nota col sottolineare, accanto agli altri pregi del libro, la piacevolezza dello stile e la chiarezza di un registro linguistico, che mi sembra anch’essa un valore aggiunto fondamentale in un tempo in cui i tecnicismi e le cineserie, che generalmente a null’altro servono se non a rivelare la debolezza del pensiero, sono la nota dominante. 

Salute e sinceri complimenti dal Suo                          

Marco Dondero

 

 

 Milano 2 luglio 2002

Gentile professor Faggella,

la ringrazio per l’omaggio del Suo volume leopardiano, che tratta con competenza e intelligenza critica temi centrali e assai complessi che hanno a che fare con le problematiche dell’autore dei Canti. Le confesso sinceramente di condividere le considerazioni fondamentali del libro, che confido di poter recensire a breve in qualche rivista specialistica. Spero ci sia occasione di incontrarci ancora di persona. Intanto le invio i migliori auguri e i più cordiali saluti

Lucio Felici

 

 

 Roma   11 luglio 2003

Gent.mo Prof. Faggella,

la ringrazio di cuore per aver pensato a me dopo la pubblicazione del suo volume leopardiano, l’ultimo documentatissimo frutto dei suoi studi. Dieci capitoli densi e un’ampia bibliografia stanno a testimoniare che ha dedicato al poeta di Recanati molto del suo tempo, se non proprio l’intera vita.

Il saggio che, sotto la qualifica degli studi vari, cela in verità una monografia completa, riveste un tale interesse che si è obbligati quasi a riportare il contenuto dei capitoli (solo così potrebbe essere recensito il libro), ognuno dei quali illumina poliedrici aspetti dell’eccelsa arte leopardiana. Sottolineerò in un prossimo numero di Silarus l’indiscutibile valore del libro. Tra le cose che mi sembrano più notevoli, qui è il caso di ricordare semplicemente la sicura ed equilibrata trattazione critica nel capitolo di esordio dell’annosa questione del rapporto in Leopardi fra poesia e filosofia, e più innanzi dove si insiste giustamente sulle cause dell’abbandono della fede cristiana da parte del poeta quale ragione prima rivelatrice del nulla. Finissima è poi  l’analisi dell’Infinito, condotta sotto diverse angolazioni ( di lessico, di metrica, di lingua) e posto a confronto con il pensiero di Kant, di Copernico, di Pascal. Più che mai attuali e condivisibili le conclusioni relative  alla posizione intellettuale dell’ultimo Leopardi e sulla vera natura del messaggio contenuto nella Ginestra. La linea critica che ha individuato nel messaggio leopardiano un’anticipazione del pensiero socialista è nel suo libro giustamente avversata per lasciare maggior respiro alla disposizione poetica dell’autore dei Canti che, come lei ben sostiene, anche quando canta il nulla, non induce mai ad una disperazione assoluta, ma contribuisce ad esaltare con le illusioni i più alti valori della vita. Miglior finale non poteva trovare al suo pregevole libro.

Complimenti e a presto

Elisabetta Di Iaconi

 

 

Recanati, 13 agosto 2002

Gentile Professor Faggella,

sul tavolo dell’amico Prof. Carini, Direttore del Centro Mondiale della Poesia e della Cultura leopardiani, ho sfogliato con attenzione il suo libro su Leopardi: Il Nulla Nominato e mi interesserebbe leggerlo. Me ne può mandare una copia ( con dedica) al mio indirizzo di Roma?

La ringrazio e la saluto cordialmente.

Shalòm!  Elio Fiore

 

 

Roma, 13  settembre 2002

 Caro Marino,

a conclusione dell’opera  mi va di confortarti, ricordando che il lavoro della critica letteraria ha questa specificità: nessuno può essere costretto a farlo. Si tratta di un’attività che deriva da ciò che i latini chiamavano otium per contrapporlo al negotium e dell’otium ha il carattere dell’inutilità indispensabile, proprio del prodotto intellettuale. Non esistono alternative: la critica letteraria appartiene agli studia humantatis che sono, per la loro natura intrinseca, un’attività propria dell’uomo libero, in quanto non hanno un fine al di fuori della loro stessa coltivazione. Pensa ora quanto è ricco di significato (sia proprio che metaforico) il termine coltivare che significa, etimologicamente, aver cura ma anche abbellire e persino ingentilire ( da colo,colui,cultum, colere).

Sono certo che tale è stato lo spirito che ti ha condotto a sottoporti, con gioia e sacrificio, all’impresa di comprendere sempre di più l’opera di uno dei massimi poeti e pensatori di tutti i tempi. Coltivare Leopardi non è facile, significa girargli intorno continuamente: come il contadino fa con le sue piante così il critico legge e rilegge tante volte la stessa pagina, scopre i collegamenti e i tanti rapporti fra le diverse pagine, le tante letture diverse che si sono date della stessa pagina. Si compiace delle sue scoperte: d’aver visto ciò che agli altri può essere sfuggito o che non è mai stato colto sotto quella luce. Il pensiero di un grande filosofo come Leopardi è capace, continuamente, di produrre, in chi si disponga a leggerlo con l’attenzione umile del vero ascoltatore, profonde emozioni conoscitive, in cui pure senti i rintocchi di un’anima.

Non è un caso che tu apra questo tuo libro con uno studio sul rapporto di Leopardi con la filosofia. Leopardi è un grandissimo poeta perché è un grandissimo filosofo. Da questa conclusione credo che non si possa più recedere. Dunque si deve attraversare la sua visione del mondo, disperata ma vera, se si vuole avere la possibilità di attingere alla sua poesia. Tu lo fai mirabilmente, e in questo attraversamento giustamente ti appoggi ai grandi maestri del Novecento ( da Binni a Luperini, da Timpanaro a Blasucci, a Severino) che ci hanno aperto la strada in fondo alla quale ci è concessa la possibilità di cogliere qualche barlume della grande luce che l’opera di Leopardi emette. Chiarito questo necessario connubio con la filosofia, significa porsi nelle migliori condizioni per l’ascolto della voce del grande poeta.

Voglio sottolineare in conclusione il coraggio con cui hai saputo affrontare i nodi fondamentali della critica leopardiana, senza timori reverenziali e senza presunzione, ma con la consapevolezza delle difficoltà della sua ricerca. Inoltre, grande merito ti va riconosciuto nell’aver scelto di far prevalere i testi dell’autore e di esprimere il tuo punto di vista a partire da questi. Il che mi sembra, assolutamente, una buona lezione di metodo.

 Cordialmente  

Nicola Longo

 

 

 Roma 12/ 10/ 2005

Caro Marino,

sono più che mai convinto che, quando abbia deciso di scrivere di un poeta classico, latino o greco, l’interprete (o il traduttore) tende inconsapevolmente a modernizzare il testo. Questo è un errore frequente e deprecabile. E’ ora di dire basta ai luoghi comuni, come nel caso: quant’è moderno di un antico. Anche Monti e il Caro più che tradurre l’Iliade e l’Eneide, le riscrissero.

Proprio per questo l’ultima tua fatica oraziana è un libro serio, scritto con tutti i crismi e le accortezze del critico e del traduttore, un libro che convince, puntuale e di facile accesso che, con memoria tenace, ci riporta con la mente e col cuore al mondo della Venosa del poeta, in cui nacque nel 65 a.C. Tu sostieni, con testi alla mano, la probabile nascita di Orazio a Venosa; la ricerca è certosina e tutto lascia arguire – gli scritti di Svetonio sono fonte primaria – che il genitore del poeta svolgesse l’attività del salsamentarius nella zona ad oriente di Venosa, per poi raggranellare al punto ( e qui intuiamo come i commerci fossero anche in quel tempo fiorenti) di fare un salto di qualità e diventare banchiere.

Che senso ha privilegiare la cosiddetta “lucanità” di Orazio se le fonti portano a insistere solo su quei primi anni (in tutto dieci) e il poeta venosino preferisce parlare piuttosto “del suo carattere ( è questa la tesi di Fraenkel ), della sua evoluzione e del suo modo di vivere assai più diffusamente di qualsiasi altro poeta dell’antichità”. Come tutti i poeti, Orazio amava i silenzi della campagna non la ridondanza delle città, si rifugiava spesso nei siti più eremitici per poter pensare e stendere il suo migliore canto, ma negli ultimi tempi rivolge lo sguardo più alla campagna romana e sabina che ai luoghi nativi, al punto che la lucanità, ben in vista nei rari ritorni delle Satire, non prevale poi con disperata generosità nelle odi e nelle opere più tarde. Fu l’irrequieto poeta, l’instabile e fugace detentore di una strenua inerzia sempre, fine alla fine dei suoi giorni, e anche per questo insisti giustamente nel tuo libro sulle idee, il fine, la morte in una composita e stretta finale con la Weltanschauung oraziana. 

Eppure non si può disconoscere il fervore e la passione che ci metti nel non farci mancare il legame del poeta con la sua città natale, il segno delle sue origini che meglio di ogni cosa traducono e inquadrano il personaggio nelle sue volute, in quella giovinezza crepuscolare, poi tormentata dalla vita delle città.

 

Ti saluto affettuosamente  

Antonio Coppola

 

 

Caro professore Faggella,

 

le scrivo in preda all’entusiasmo per aver avuto l’opportunità di parlare con lei ieri sera e di essere  stata, nuovamente, illuminata dalla Luce del suo scibile. Provo molto imbarazzo a raccontarle la mia storia perché in lei ho sempre riconosciuto la fonte della mia “fortuna”. Sono onorata per la sua disponibilità a recensire il libro sul prestigioso mensile che dirige.

Ho sempre nutrito una profonda stima nei suoi confronti e il mio difficile percorso universitario è stato scandito dalla speranza di rincontrarla sui miei passi. Il mio cammino accademico rappresenta una delusione che avrei voluto risparmiare, volentieri, anche a lei. Ma la vita non sempre ci è vicina in maniera lineare. E se il mio iter accademico ha incontrato ostacoli di diversa natura, posso aggiungere al mio bagaglio esistenziale piccole grandi soddisfazioni che, tuttavia, riempiono la mia esistenza.

La meravigliosa sequenza degli avvenimenti più importanti della mia vita è regolata da un sofisticato ingranaggio di continuità, nel rispetto di ciò che ero, sono e sarò. Vorrà perdonarmi se gioisco per averla ritrovata nei “Passi celesti” che custodisco in suo ricordo e se mi sono permessa di inserire la mia piccola nota biografica, in ossequio a quanto da lei richiesto, nello stile da me scelto. L’ho fatto perché vorrei lei la considerasse come una nota del cuore, uno spazio intimo in cui mi sono raccontata per rinnovare il sentimento di stima che nutro per lei.

Non me ne voglia se abbracciandola mi congedo, sperando di incontrarla ancora, tra le pagine della vita.

 

                                                  Infinitamente grazie…

                                                                                      Nadia Lisanti

 

Passi celesti

 

Lasciai che il mare

coprisse i suoi raggi

e di luce inondasse l’aurora.

Avvolta nel cuore di un freddo meriggio

volai in Cielo a cercar la sua gemma,

nel respiro del candido petto 

trovai fiamma di glauco coraggio.

 

Nel silenzio che sfugge al destino dei matti

rintuzzai la mia voce come vela di barca

e nel coro,

la pace,

del mio essere brama

le scintille di un sogno di modesta fanciulla.

 

Or nel livido Giove di maggio

cerco ancora di àncora, 

il viaggio.

Come quei che voltandosi addietro

hanno sete di mirare la scia

io nel mondo,

cosi poco solerte,

cerco e spero di non esser miraggio.

 

Tu Cometa,

regalasti i Natali,

or schiarisci ai miei passi,

le orme,

tu che lumine d’altre correnti

lasci andar rosee onde alle sponde.

 

Nadia Lisanti,(scheda), conseguito il diploma di maturità presso il Liceo Classico Statale Q. Orazio Flacco, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza  dell’Università di Napoli “Federico II”:una scelta fatta senza vocazione e dettata più che altro dalla delusione per l’esito dell’esame di maturità. Non mancherà, a contatto della grande città, di provare l’enorme delusione di aver fatto una scelta sbagliata, che la porterà a riconoscere l’estraneità di un mondo completamente distante da quelle che sono le sue inclinazioni personali. Comincia il suo percorso universitario intrecciando, parallelamente, una relazione segreta con la materia del poetare. Sogna, ripetutamente, il suo professore di italiano che la invita a cambiare strada, a seguire la sua stella per approdare a più gloriosi porti. Sull’onda di questo inconscio parlare, s’introduce negli ambienti letterari della cultura partenopea, frequentando i circoli della circoscrizione di Chiaia legati alla tradizione di Salvatore Di Giacomo. A questo punto la letteratura prende il sopravvento rispetto agli studi giurisprudenziali, traducendosi in un sincretismo di voci e suoni che non riesce più a disattendere. La vita fa i suoi giri e Nadia è sempre più vicina al suo sogno adolescenziale: quello di scrivere. Presa da un interesse spasmodico per la letteratura s’imbatte nell’agenzia letteraria “Il Segnalibro” di Roma, diplomandosi come redattrice per Case Editrici ed Agenzie Letterarie. Il corso le fornisce gli strumenti per conoscere il panorama editoriale campano ma anche realizzare quanto sia difficile inserirsi all’interno del settore editoriale, come scrittrice. Scopre, infatti, che dietro ogni scrittore di successo c’è un team di rappresentanza che si avvale di figure professionali quali: talent scout, director editing, project manager editoriali, un vero e proprio establissement letterario che risponde al suono di una sola parola: mercato.

Il dato ineludibile del talento e  della conoscenza, che dovrebbero consistere fondamentalmente in una condivisa dialettica, non bastano, giacché le leggi del mercato si affidano prevalentemente al criterio dei numeri. E così un buon prodotto editoriale risulterà di nicchia e un titolo interessante potrà pregiarsi di innumerevoli ristampe, a condizione che sia inserito nel circuito dei best seller! Temprata da tale rigorosa scoperta Nadia prosegue comunque il suo cammino affidandosi alla scuola, concepita alla Salinger ne “Il giovane Holden”, mentre trova in Alessandro Baricco e nella sua magistrale opera, Novecento, il seme in grado di alimentare la sua passione per la lirica contemporanea. Parallelamente scrive la tesi di laurea in diritto amministrativo per il suo promesso sposo, rinunciando all’impegno di portare a termini gli studi di Giurisprudenza per una sorta di traslitterazione sentimentale. Ma Il lieto fine del romanzo non riguarda evidentemente l’esperienza della Lisanti, che, amareggiata e delusa dalla sua storia sentimentale consacra la sua vita alla scrittura, rivolgendo le sue attenzioni esclusivamente alle Muse del Parnaso. Finalmente raggiunge Torino e la mitica sede della Scuola Holden dopo aver seguito on-line il corso tenuto dai docenti della stessa in collaborazione con la De Agostini. Acquisiti i primi  strumenti tecnici di scrittura, partecipa a vari concorsi per la pubblicazione di opere letterarie. In particolare, intensifica l’esperienza con la casa editrice Aletti attraverso la rivista letteraria “Orizzonti”, distribuita da Feltrinelli. Esordisce in poesia in antologie tematiche quali Tra un fiore colto e l’altro donato vol. 4”, e Verrà il mattino e avrà un tuo verso vol.6 e, per la stessa casa editrice, si proverà anche in lavori di prosa. Dopo la partecipazione al concorso per la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, partorisce Un attimo di più ed. Libroitaliano World, recensito dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” (16 giugno 2008) e da “il Quotidiano” (21 Agosto 2008). Grazie a questa prima visibilità ottenuta, lancia su galloitalica.wordpress.it la rubrica interattiva Spazio al Tempo…Tempo allo Spazio e, intanto insegna scrittura creativa in un progetto sperimentale che coinvolge la scuola elementare di S.Angelo. Attualmente segue un progetto legato alla Holden e corregge le bozze prossime alla pubblicazione, sacrificandosi e compiacendosi per il piccolo lavoro presso la cooperativa, grazie al quale può mantenersi con il contributo della scuola, per poter alimentare senza interruzioni la  sua passione letteraria.

 

 

 

Comunicazione a Gianni Pittella

 

Caro Gianni, mi è giunta notizia dal tuo addetto stampa della felice  ricostituzione dopo duecento anni del Gruppo degli Amici di Coppet che trae ispirazione dalla passione civile e culturale di Madame de Staël, la quale accolse nel suo salotto il fior fiore della intellighentia europea tra la fine del Settecento e i primi decenni del secolo successivo. A dire il vero la baronessa de Stael, riunendo nel suo salotto giovani intellettuali di tutta l’Europa, era animata positivamente da intenti politici antinapoleonici e dal bisogno di creare una nuova cultura ed una nuova morale contraria allo spirito di controllo un po’ calvinista che ispirava la condotta della Francia napoleonica del tempo. Per questo Il ritiro di Coppet fu il serbatoio di raccolta di alcuni fondamentali principi che rivivranno nel disegno europeo,  ma non si dimentichi che esso fu anche  una delle più libere alcove d’Europa, dove la Staël riceveva i suoi numerosi amanti. Ho letto con attenzione il Manifesto della Nuova Europa, che mi pare certamente una buona base ideale e propositiva per l’impegno futuro di quanti come te sono coraggiosamente impegnati a dare corpo e consistenza all’dea di una moderna Europa. Tuttavia, avrei da farti delle riserve circa il quinto punto dello stesso documento, in particolare dove si insiste sulla necessità di coinvolgere i nostri giovani per esaltarne” l’entusiasmo e la freschezza operativa”. Belle parole quest’ultime, che insistono sul ruolo fondamentale che le nuove generazioni debbono giocare integrandosi nella moderna società europea, peccato che esse non tengono conto dei limiti e delle difficoltà delle aree più disagiate della nostra Europa, compresa la nostra regione. Penso con rammarico e molta delusione al nostro “ patto con i giovani”, che,  pur essendo stato firmato dalle autorità regionali, continua a rimanere lettera morta, e ritorna in auge solo in occasione delle tornate elettorali. Vorrei che tu ricordassi ai nostri politici che il primo dei problemi regionali è quello giovanile, la cui gravità e soluzione non può essere più procrastinata. In Basilicata il destino dei giovani risulta particolarmente così segnato: i migliori emigrano dopo aver inutilmente cercato lavoro tra le mura domestiche (questa è anche la sorte di mia figlia, una giovane di belle speranze che, dopo la laurea, la specializzazione, master e stages di varia natura, ha deciso di farla finita con la nostra regione in attesa di sistemarsi in qualche modo a Roma) i mediocri, per non dire altro, che in genere sono anche quelli più difesi, si collocano occupando posti di responsabilità. Per questo, Caro Gianni, io ritengo che non vi sono prospettive future per una regione dove un comitato trasversale di affari, gravando come una cappa di piombo sulle teste di tutti, non si fa scrupolo di aduggiare i sogni e le speranze delle nuove generazioni. Soprattutto per questo, a cominciare dal prossimo numero, nella mia rivista darò inizio ad un forum, che avvierà un’inchiesta su quella che io chiamo “la questione giovanile”, dove per questione è da intendersi alla latina sia indagine che contesa, cioè contrasto dei giovani contro le più mature generazioni, comprese le nostre insufficienti guide politiche da cui hanno ereditato un destino fatto di disagio, incertezza e sofferenza. Per fortuna qualcuno, come te, ancora si salva, ma ti esorto a considerare le necessità delle nostre radici che vengono prima delle  superiori questioni europee.

Affettuosamente ti saluto

Marino Faggella