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Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

Budapest 1956, Praga 1968: brevi considerazioni  su due rivoluzioni non troppo lontane

di Antonella Mancinelli

 

Gentile prof. Faggella,

come sta? Spero tutto bene. Io sono in procinto di ritornare a Roma per riprendere l'attività di reparto.

Ci eravamo sentiti a giugno e Le avevo detto che non avevo avuto tempo per impegnarmi a scrivere qualcosa per la rivista. Durante le vacanze per farmi perdonare ho passato parecchio tempo a leggere e tra le altre cose mi è capitato tra le mani “L'insostenibile leggerezza dell'essere” di Kundera, un bel libro che io l’ho letto tutto d’un fiato per informarmi meglio sulla  cosiddetta “Primavera” di Praga e per conoscere più a fondo un avvenimento sicuramente interessante ma che non conoscevo poi così bene da un punto di vista storico. Ho pensato per questo durante la lettura di annotare delle brevi considerazioni sia sui fatti della rivolta praghese sia su quelli ben più gravi della precedente rivoluzione di Budapest. Le cose da me registrate sono solo personali impressioni su due accadimenti storici che si richiamano e non pretendono minimamente di essere un compiuto giudizio su fatti abbastanza noti e sui quali del resto si è sufficientemente esercitata la critica degli specialisti. Gli dia un'occhiata, forse possono andar bene... o comunque, se reputa l'argomento interessante, queste mie annotazioni che Le invio potrebbero fornire lo spunto per ulteriori modificazioni linguistiche o approfondimenti da parte Sua.  Sono certa che essi non mancheranno, visto che l'esercizio della penna sta diventando per me sempre un po' più difficile dalla fine del Liceo, quindi mi attendo sicuramente correzioni e "rimaneggiamenti" che comunque accetterò con piacere, data la Sua nota competenza e conoscenza storica dei fatti.

 

Cordiali saluti dalla Sua Antonella Mancinelli

 

1.Un avvenimento storico dalla portata inimmaginabile anche per chi di quell’evento fu protagonista fu certamente la “rivoluzione d’ottobre”. È questo l’avvenimento che, secondo talune interpretazioni,  rappresenta la chiave di volta per comprendere la sopravvivenza, eccezionale nel suo caso, dell’unico “impero” rimasto relativamente illeso sotto i colpi delle guerre mondiali: la Russia sovietica. Le nazioni progressivamente inglobate nell’orbita stalinista, i cosiddetti paesi del “socialismo reale”, quelli nella maggior parte dei casi aderenti al “patto di Varsavia”, sono stati la controparte della grande Russia rappresentando una fetta dell’Europa e del Mondo davvero ragguardevole per essere trascurata. E se i paesi “satelliti” – come avverte l’epiteto stesso –  “gravitavano”  attorno all’orbita della Russia di Stalin, questa a sua volta estendeva il proprio braccio e trovava le sue ragioni di forza nelle numerose terre che in un modo o nell’altro erano ad essa soggette. È in questi paesi che per la prima volta e in maniera “plateale” si sono evidenziate le contraddizioni di fondo del sistema sovietico. Limitiamo per l’appunto la nostra analisi a due casi specifici: Budapest (1956) e Praga (1968), due esempi temporalmente e diversamente dislocati in cui il tentativo di riforme e di rinnovamento fu originato dal bisogno di libertà delle popolazioni continuamente frustrato e dalla presa di coscienza di nuove élite politiche e dalla spinta originata dai movimenti giovanili che hanno contribuito a minare la saldezza militare ed egemonica dell’impero sovietico, anche se in entrambi i casi la ribellione di Budapest del ’56 e le agitate mobilitazioni ed i processi di riforma della “primavera”di Praga del ‘68,  dopo le iniziali illusioni finirono allo stesso modo con la riaffermazione del potere sovietico. Pur trattandosi di avvenimenti diversi e lontani nel tempo questi due avvenimenti hanno comunque in comune ragioni che ne spiegano da una parte sia il verificarsi sia anche in parte il mancato compimento del disegno rivoluzionario nel primo caso e l’estinzione del processo democratico e riformista cecoslovacco  del periodo di Dubček.

I tratti salienti e comuni delle due esperienze furono i seguenti:

- un’antica tradizione popolare radicata e un livello sociale e culturale elevato prima dell’instaurazione del socialismo;

- la presenza di frange di intellettuali sviluppatesi nell’ambito del comunismo più “democratico” divenute poi portatrici delle istanze di rinnovamento sentite a livello europeo e mondiale;

- la necessità di rinnovamento e le proposte di riforma sviluppatesi in seno all’”intellighentia” e al partito comunista stesso;

- una non trascurabile tradizione cristiana diffusa a livello popolare e il progressivo interessamento ai “casi dell’Est” da parte della Chiesa di Roma;

- una forte identità nazionale cui faranno appello i partiti nel tentativo di portare avanti un’idea di “concezione nazionale della via al socialismo”;

- la portata non locale degli che non solo metteranno in crisi il sistema centrale (da qui la stroncatura repentina dei tentativi ungherese e cecoslovacco da parte dell’esercito centrale) ma porterà soprattutto alla presa di coscienza e alla progressiva distanza dal modello sovietico dei partiti comunisti europei;

- la “controrivoluzione” come conseguenza necessaria della rivoluzione;

- l’intervento armato, sproporzionato in un certo senso alle circostanze, come risposta sovietica all’iniziativa dei due paesi;

- la volontà caparbia dei rispettivi leaders politici (Imre Nagy e Alexander Dubček).

Ma veniamo ai fatti.

3. Immediatamente dopo la morte di Stalin (1953), allentatasi con la fine della dittatura la ferrea morsa del controllo sovietico, i paesi satelliti cominciarono a dare i primi segni di instabilità. In Ungheria il governo Nagy proprio in quegli anni aveva cercato di instaurare un comunismo di tipo riformista. Ma il fallimento della precedente politica economica, i salari inadeguati al costo della vita, l’estesa povertà, gli abusi dell’apparato repressivo del partito sostennero il malcontento profondo delle masse. Il 23 ottobre 1956 la mobilitazione a Budapest di un corteo di solidarietà con la rivolta degli studenti di Pozna in Polonia degenerò in uno scontro armato tra la polizia politica e i dimostranti. Nei giorni successivi gli avvenimenti precipitarono in aperta ribellione a tal punto che il governo di Nagy tentò un’azione di mediazione tra il popolo insorto e gli alleati sovietici. I Consigli popolari degli insorti per sciogliersi formularono tra le loro proposte il ritiro dei Russi e libere elezioni. Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre sembrò che l’esercito sovietico si ritirasse come era stato pattuito nella tregua. Ma il contemporaneo ritiro dal Patto di Varsavia e la proclamazione della neutralità muoveranno all’interno del paese le frange filosovietiche più estremiste guidate dal segretario del partito Kàdàr che, invocando l’aiuto del Cremlino, forniranno un pretesto per giustificare l’azione interventista russa che in tre settimane di scontri non tarderà a stroncare l’esperienza sentita come “controrivoluzionaria” con la cattura e l’impiccagione dello stesso leader. Numerose condanne a morte e dure pene detentive segneranno il termine della lotta.

Tra l’esperienza ungherese e quella praghese vi è uno scarto di poco più di una decina di anni in cui si fa sentire forte il peso di due fattori: lo sviluppo della guerra fredda e dei due blocchi, l’ondata di sommovimento generale del ’68.

La primavera di Praga, nata nello stesso anno anche per impulso della contestazione globale, fortemente sentita dalla gente comune e dagli intellettuali fu il risveglio culturale e sociale di un popolo che non rimase più quiescente di fronte all’oppressione, ma trovò la forza di pensare ad un nuovo sistema politico di tipo democratico sul modello occidentale che trovò in Dubček la propria guida ed incarnazione. Alle riforme per la creazione di un socialismo dal volto più “umano” la Russia di Brežnev rispose ancora una volta, come aveva fatto in occasione della rivolta ungherese, con l’invio dei carri armati nello sbigottimento più totale della popolazione locale e nella costernazione di tutte le più avanzate nazioni mondiali.

Per avere un’idea quali fossero i sentimenti dominanti all’interno e all’esterno dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia diamo voce al commento di Milan Kundera sui fatti di Praga: “[…] l’euforia generale era durata soltanto i primi sette giorni dell’occupazione. I rappresentanti della nazione ceca erano stati portati via dall’esercito russo come criminali, nessuno sapeva dove fossero, tutti tremavano per la loro vita, e l’odio verso i russi stordiva la gente come alcool. Era l’ebbra festa dell’odio. Le città ceche erano coperte da migliaia di manifesti dipinti a mano con scritte di scherno, epigrammi, poesie, caricature di Brežnev e del suo esercito del quale tutti ridevano come di un circo di analfabeti. Nessuna festa, però, può durare in eterno. Nel frattempo, i russi avevano costretto i rappresentanti cechi sequestrati a firmare a Mosca un compromesso. Dubček ritornò con esso a Praga e lesse alla radio il suo discorso. Dopo sei giorni di prigionia era così distrutto che non riusciva a parlare, balbettava, boccheggiava, a metà delle frasi faceva pause interminabili che duravano quasi mezzo minuto.

Il compromesso salvò il paese dal peggio: dalle esecuzioni e dalle deportazioni in massa in Siberia che terrorizzavano tutti. Una cosa, però, fu subito chiara: la Boemia si sarebbe dovuta piegare davanti al conquistatore. Ormai avrebbe per sempre balbettato, tartagliato, boccheggiato come Alexandr Dubček. La festa era finita. Era giunto il giorno finale dell’umiliazione….” (Cfr. L’incontenibile leggerezza dell’essere,  Parte prima, capitolo 12).

I due tentativi si conclusero dunque allo stesso modo con un nulla di fatto e con un drammatico e deludente ritorno allo stato precedente. Ma il cammino della storia dei popoli non procede mai a ritroso, soprattutto quando si sia fatta esperienza di una libertà per quanto ridotta e frustrata. Anche l’imperialismo Russo con il suo sistema comunista apparentemente incrollabile, anche per effetto di queste rivoluzioni, conoscerà una crisi inarrestabile che ne segnerà l’inevitabile caduta. Sotto i continui colpi dei paesi che avrebbero dovuto garantire la stabilità della Russia sovietica a poco a poco l’interno sistema fu corroso, sicché l’impero sovietico lungi dall’essere quella roccaforte inespugnabile quale appariva subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ben presto, sotto la spinta della “modernità”, non tarderà a sfaldarsi. Bisognerà per questo aspettare la caduta del muro di Berlino del 1989 perché si verificasse la fine del comunismo con la caduta dei regimi comunisti nell’Europa orientale. A questo processo di decadenza prima e successivamente di distruzione avevano decisamente collaborato il “nuovo corso” ungherese e la “primavera” di Praga,   primi segni tangibili di un’eventualità di cambiamento che inesorabilmente sarebbe intervenuta nella storia.

 

BREVE CRONOLOGIA

Budapest:

1867 – nasce il Regno d’ Ungheria, affrancato dalla dominazione asburgica;

1919 – dopo la Prima guerra mondiale sorge la “Repubblica dei consigli”, di matrice comunista, guidata da Béla Kun; dopo 133 giorni le truppe dell’ammiraglio Horthy spodestano la “Repubblica” e istaurano un governo filofascista;

1920 – trattato di Trianon: i confini dell’ Ungheria vengono drasticamente ridotti;

1939 - 1945 – l’Ungheria si schiera con Italia e Germania nella Seconda guerra mondiale; dopo la sconfitta dell’esercito ungherese sul Don il primo ministro Kàllay prova a stipulare una pace separata;

19 marzo 1944 – i tedeschi occupano l’Ungheria; quasi mezzo milione di ebrei ungheresi viene deportata nei campi di sterminio;

1945 – dopo la sconfitta tedesca l’Ungheria è posta sotto l’egida sovietica

novembre 1945 – elezioni e vittoria di un partito democratico di centro-destra; sotto pressione sovietica si forma un governo di coalizione con il Partito comunista che controlla il Ministero degli Interni (e con esso le forze di polizia);

31 agosto 1947 – nuove elezioni con vittoria del Partito comunista e sospetto di brogli elettorali; intanto numerosi cittadini di origine tedesca erano stati costretti a lasciare le proprie abitazioni o erano stati privati del diritto di voto; nazionalizzazione di buona parte dell’economia;

estate 1948 – nazionalizzazione delle scuole gestite dalla Chiesa;

1949 – completo controllo del Paese da parte del Partito cominusta;

1953 – morte di Stalin con ammorbidimento del sistema;

1955 – patto di Varsavia; le truppe sovietiche rimangono stabilmente presenti in Ungheria;

23 ottobre 1956 – 9 novembre 1956 – rivoluzione ungherese;

1956 – 1988 – dopo la repressione della rivoluzione si instaura il regime comunista di  Jànos Kàdàr: questi non si interessa della “sfera privata” e garantisce un tenore di vita agli abitanti superiore al resto dei paesi satelliti; in cambio la gente si rassegnerà e non cercherà di sovvertire o cambiare il sistema. Il regime si conclude con la deposizione di Kàdàr;

1989 – caduta del muro di Berlino; l’Ungheria diventa Repubblica indipendente e si avvia a nuove elezioni e alla democrazia.

Praga:

1918 – cade l’impero austro-ungarico; Praga diventa capitale della Cecoslovacchia indipendente;

1939-1945 – durante la Seconda guerra mondiale Praga e il resto del paese vengono occupate dalla Germania nazista;

1945 – l’insurrezione di Praga e la liberazione da parte dell’ Armata rossa pongono fine alla guerra;

25 febbraio 1948 – colpo di stato con presa del potere del Partito comunista;

1963 – Alexandr Dubček diventa segretario del Partito comunista, cercando di realizzare il “socialismo dal volto umano”;

primavera 1968 – “Primavera di Praga”

21 agosto 1968 – fallimento della “Primavera di Praga”: le truppe di cinque paesi membri del patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia ;

17 novembre 1989 – inizio della “Rivoluzione di velluto” che porterà alla fine del comunismo.

Bibliografia essenziale

A. De Bernardi - S. Guarracino,  La conoscenza storica, v. 3°, Mondadori, Milano, 2006

E. J. Hobsbawm, Il secolo Breve 1914/1991, (in particolare i par. Il socialismo reale  e Fine del socialismo) BUR, Milano, 1997

S.Chierici, Budapest 1956 (antologia di documenti), Praga 1986 (l’impossibile primavera), Itaca, Ravenna 1998.

F.Fejtö, Storia delle democrazie popolari, Milano,1997.

F. Argentieri (a c.di), La fine del blocco sovietico, Ponte delle Grazie, Firenze, 1991.