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Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

 

I centocinquanta anni dell’Italia e la controversa questione dell’Unità

di Marino Faggella

 

1. Non mi meraviglia affatto che la celebrazione dei centocinquanta anni dell’unità dell’Italia abbia indotto molti a parlarne sulla carta stampata e nei convegni o anche a trarne spunto per rappresentazioni televisive e lavori cinematografici che hanno contribuito ad aprire un dibattito sul nostro Risorgimento che non ancora sembra essersi sopito, se pensiamo, ai diversi interventi di storici, o in generale di uomini di cultura che non mancano di esprimere le loro vedute anche in prossimità dalla scadenza del suddetto anniversario. Certamente non avrei mai pensato, né del resto era mai accaduto per altri eventi, che al di là del fatto celebrativo, l’avvenimento potesse sollevare tante polemiche e questioni, su alcune delle quali in qualche modo anche noi siamo chiamati a dar conto, esprimendo contemporaneamente un nostro parere sulle vere ragioni di questa nostra Italia, se non proprio disunita, certamente male assortita nelle sue parti per motivi storici, geografici, socio-economici e culturali. Malgrado il disinteressato affetto per l’Italia dimostrato a più riprese da Ciampi prima ed in ultimo da Napolitano, dobbiamo amaramente constatare che ampi settori della nostra società, non solo al Nord, sentendosi estranei ad ogni sentimento di appartenenza nazionale non vogliono o addirittura non  sanno perché festeggiare.   

 

2. Non è agevole per chiunque, pertanto neanche per noi, muoversi all’interno della grande mole di lavori composti per l’occasione, alcuni ben documentati e degni di nota, e altri semplicemente commessi per esteriore intento celebrativo. Vedremo comunque di dar conto solo di quelli che secondo noi meritano maggiore attenzione, e scusandoci nel frattempo con i loro autori per eventuali altre dimenticanze. Cominceremo innanzitutto con la citazione di un ampio saggio, comparso sul prestigioso settimanale americano New Yorker, a firma dello scrittore inglese Tim Parks che, per quanto abbia dimostrato in altre occasioni di essere buon conoscitore della situazione italica, assume una posizione del tutto negativa sulla nostra unità nazionale, avvenuta a suo modo di intendere più per il gioco delle grandi potenze del diciannovesimo secolo che per precisa volontà della gran massa degli italiani. Ma di questo si dirà più innanzi. Per ora, relativamente alla citata opera di Parks, a parte l’atteggiamento manifestamente denigratorio che non attribuisce nessun merito a noi italiani a proposito della nostra unificazione nazionale, avvenuta solo per caso, si dirà innanzitutto che non è certamente sopportabile ciò che si può leggere nelle discutibili conclusioni finali del saggista inglese, concentrate interamente sul maldestro tentativo di connettere le scandalose stravaganze politiche dell’Italia attuale, governata da Berlusconi, alla sua fortunosa ed immeritata unificazione, come se il fenomeno del berlusconismo sia da addebitare alla discutibile unità della nostra nazione, capace di produrre solo prodotti politici degenerati. Ma la posizione negativista di Parks, se vogliamo, non è del tutto nuova se pensiamo a certe argomentazioni di alcuni nostri storici di sinistra, particolarmente negli anni ’80, come Giuliano Procacci o Rosario Romeo, per citarne solo alcuni, i quali sembrano d’accordo nel concepire il fenomeno storico del Risorgimento non quale avvenimento locale, ma realizzato altrove e dovuto prevalentemente a casi fortuiti, ad esempio allo stellone di un uomo come Garibaldi molto fortunato per quanto eroe. Nel suo Profilo della storia d’Italia ( Rubettino 1981) Romeo sottolineava la necessità di revisionare il giudizio sul nostro Risorgimento, fenomeno storico dovuto alla funzione decisiva di esigue minoranze intellettuali e politiche, responsabili di aver imposto ad esclusivo vantaggio del Piemonte l’idea e la realizzazione dell’unità nazionale a danno delle masse del resto della nazione, generando inevitabilmente il gravissimo problema dell’estraneità di gran parte del mondo contadino nei riguardi della vita politica e la sua soggezione all’influsso clericale soprattutto nelle regioni del Sud, che avrebbe generato al giro di boa dell’unità il grave problema della “questione meridionale”.

 

3. Se  la conquista di Roma e la successiva proclamazione del regno d’Italia  concludeva il ciclo eroico del Risorgimento, restavano comunque ancora irrisolti molti problemi che riguardavano la politica interna e la vita sociale ed economica del giovane stato: l’analfabetismo prevalente e le condizioni di vita inferiori al minimo di sussistenza nelle campagne. Una parte dell’Italia, il Mezzogiorno, era caratterizzata da condizioni di vita di estrema arretratezza. Tutte queste questioni, a partire dagli anni settanta, imposero all’establishment politico nazionale una serie di indagini, che confluirono successivamente nell’ampio filone della letteratura meridionalista. Uno fra i più impegnati tra questi meridionalisti fu Giustino Fortunato, al quale spetta il merito di aver dissipato il mito georgico e virgiliano dell’Italia meridionale come madre di messi ,ancora corrente in certi settori dell’opinione pubblica, e a svelare la realtà amara di un Mezzogiorno senz’acqua e lontano dalla civiltà: ”L’antica credenza nell’alma parens  deve essere abbandonata: la dolce predizione di Virgilio, secondo cui da per tutto, in Italia, la terra avrebbe prodotto tutto, omnis feret omnia tellus, non si è avverata. Un poeta greco poteva ben dire, sette secoli prima di Cristo, che la Calabria fosse il paese più felice del mondo; oggi queste parole desterebbero il riso”[1]. Questo spiega perché il ventisei dicembre 1902 a salutare ufficialmente il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Zanardelli, in visita in Basilicata, fosse scelto proprio il deputato di Rionero per dargli il saluto. Ma, al di là degli ufficiali convenevoli, nel discorso pronunziato per l’occasione, che compendiava magistralmente una pluridecennale riflessione storico-politica sui rapporti fra Stato e Mezzogiorno, Fortunato  ritornava a parlare delle questioni del Sud che risultavano ancora irrisolte alle soglie del ‘900, prima fra tutte il grave problema del carico tributario del Regno, che andava risolto, secondo Fortunato, solo con l’istituzione di un’imposta progressiva sul reddito in grado di alleggerire l’insostenibile pressione fiscale sulla proprietà terriera e sui consumi delle masse (Non si dimentichi che la destra storica aveva inaugurato la sua azione di governo con le inique tassazioni delle imposte sul macinato e sul pelo che avevano chiamato soprattutto i contadini del Sud ad un ingiusto prelievo fiscale). Ma come ebbe e dire nel suo, a dire il vero, molto realistico discorso porre le questioni non significava certamente averle risolte. Che avesse ragione lo avremmo appreso successivamente a nostre spese.

 

4. La teoria, a dire il vero molto ben argomentata, che nel nostro Risorgimento riconosce prevalentemente l’azione incisiva di ridotti gruppi della borghesia intellettuale, (che in qualche modo si ispira al filone laico-democratico della nostra storiografia che a partire da Machiavelli fino a De Sactis riconosce negativamente nella storia d’Italia, con eccezionali interruzioni, dei cicli viziosi caratterizzati da opportunismo, conformismo, inefficienza e corruzione) è stata approfondita dallo stesso Romeo nella ricostruzione storica della industrializzazione in Italia. l’dea  di un Risorgimento, fallito a causa della debolezza e della mancata spinta dal basso dei gruppi sociali ed economici più deboli della nostra nazione, sembra ora aver trovato sostenitori interessati sia a Nord che a Sud. Ma, finché si tratta di studiosi stranieri, nel caso particolare inglesi, generalmente non molto favorevoli a riconoscere a noi qualche merito, possiamo anche capirlo, ma non è perdonabile che a sostenere una tesi analoga, forse anche più oltranzista, sia addirittura uno scrittore italiano, non tra i peggiori, come Fabrizio Rondolino che ha pubblicato per Mondadori un libro, ben ragionato e stilisticamente apprezzabile, che porta molta acqua al mulino leghista, il cui titolo è L’Italia non esiste.  Il saggio, tra quanti[2]  hanno assunto una posizione contraria al Risorgimento in occasione di questo centocinquantesimo compleanno della nostra nazione, ci sembra degno di nota più per ragioni costruttive che per le conclusioni, da noi assolutamente non condivisibili, non tanto perché definisce l’unità d’Italia “la più grande catastrofe abbattutasi sulla nostra penisola”, affermazione di per sé molto grave, quanto per la negazione stessa dell’esistenza dell’unità dell’Italia:”chiunque sia stato una volta nella vita a Cosenza e a Varese - o in qualsiasi altra coppia di città distanti almeno trecento chilometri tra loro - sa benissimo che l’Italia non esiste”. Ma se proprio dovessimo ammettere per forza che esiste, essa, conclude l’autore, si riconosce unita più a causa dei i suoi vizi che per le sue virtù. Per confermare la sua tesi Rondolino chiama a conforto, non sempre propriamente, diversi scrittori da Dante a Leopardi, che in ogni epoca avrebbero vituperato i mali del loro Paese. Se non è possibile negare le frequenti invettive di Dante, contro i fiorentini, i signori e i prelati del suo tempo, compresi i Papi inadatti a sedere sul soglio di Pietro, che servono a rimarcare il giudizio non propriamente lusinghiero sulla corruttela ampiamente diffusa nel suo tempo, vorrei ricordare a Rondolino che spetta proprio a Dante l’aver concepito non tanto in senso politico (la visione politica dell’autore della Commedia  oscilla fra i due estremi di municipalismo e universalismo) quanto più propriamente in senso linguistico la comune appartenenza alla stessa penisola dei suoi abitanti dalle Alpi alla Sicilia in virtù del comune uso della lingua del “si”. Quanto a Leopardi, autore del quale ho seguito fin in fondo le vicende[3], occorre stare molto attenti nell’assumere senza giudizio le sue argomentazioni, perché si  può correre il rischio di essere smentiti o di non comprendere fino in fondo quanto egli ha collocato ad esempio soprattutto nello Zibaldone, dove la singolare affermazione di Leopardi che attribuisce all’italiano, straordinari requisiti di libertà, varietà e ricchezza della lingua ascritti paradossalmente alla mancanza di unità morale, sociale e politica degli italiani non può essere interpretata come la dichiarazione antipatriottica di uno spirito originale, pronto a sacrificare in nome dell’arte e della lingua poetica il suo sentimento nazionale, sul quale fortunatamente oggi nessuno dubita, ma, al contrario, come un altro segno evidente della delusione storica che egli avrà modo di dimostrare e chiarire meglio nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, l’opera nella quale meglio si tradurrà, allargandosi agli aspetti generali della crisi, la polemica politica e sociale di Leopardi contro il costume e la cultura italiana dell’Ottocento. Con tutto ciò non intendiamo  qui negare le distanze che intercorrono fra Nord e Sud e le diversità dovute alla estesa dislocazione in latitudine dell’Italia, riconoscibili innanzitutto dal punto di vista linguistico. Che non sia facile ancora oggi per gli “italofoni” trovare un’intesa è dimostrato innanzitutto dalla varietà del lessico utilizzato nelle diverse regioni d’Italia. Il compianto Enzo Biagi non si dimostrava scandalizzato di fronte alle prese di distanza della Lega Nord dal resto dell’Italia in quanto la lontananza e la mancanza di omogeneità fra le due italie era scandita, secondo lui, innanzitutto dalle diversità lessicali che servivano a qualificare lo stesso oggetto: Non poteva non essere problematica l’unione del Nord col meridione d’Italia fino a quando l’organo maschile che al Sud continuava a chiamarsi “pesce”  veniva definito nel settentrione col suo opposto “uccello”. Naturalmente egli scherzava per sdrammatizzare la gravità dei problemi che avvilivano la nostra nazione, primo fra tutti la scandalosa proposta secessionista degli abitanti della Padania, che viene talvolta riproposta ancora oggi, malgrado la stabile presenza di Bossi e compagni nell’area di governo.

 

5. A questo punto dobbiamo prendere atto che accanto alla cosiddetta “questione meridionale”, per molti aspetti ancora irrisolta, esiste anche una “questione settentrionale”[4], che è venuta a sovrapporsi ad essa, acuendo la gravità dei nostri problemi. Massimo Riva, cui spetta la felice coniazione del termine, parlando delle “due società” del Mezzogiorno e del Settentrione d’Italia, prevedendo in termini drammatici le possibili conseguenze, sottolineava in tal modo la nascita del fenomeno leghista a causa dei limiti dello Stato centralistico:”Ma una questione settentrionale oggi esiste. Come possiamo leggere nelle cronache, non solo politiche, ma anche sociali ed economiche degli ultimi tempi, è una questione che si pone in modo drammatico, che può portare anche a creare problemi assai seri sotto il profilo non solo dell’unitarietà dell’esperienza istituzionale del nostro Paese, ma anche della unità del tessuto sociale”. Affrontare la questione settentrionale significa oggi porsi il problema dello sviluppo tumultuoso e  prorompente della Lega di Umberto Bossi, uno dei più accreditati animali politici del nostro tempo. Se consideriamo, tuttavia, il fenomeno leghista solo nei suoi aspetti più clamorosi, folcloristici, talvolta irritanti, rischiamo di non comprendere la vera ragione della sua nascita ed espansione. Dobbiamo convincerci che la Lega non raccoglie solo per questo i suoi consensi. In effetti non sono esclusivamente questi elementi che spiegano la sua fortunata crescita, almeno nel Nord. Bisogna innanzitutto fare i conti con quello che attualmente significa il malessere del settentrione d’Italia, che trova la sua genesi e spiegazione in una profonda insoddisfazione di molta parte della gente del Nord nei riguardi del centro di gravità della nazione, rappresentato dall’amministrazione centrale dello Stato. Soprattutto in questo tempo di  gravissima crisi economica mondiale e locale, allorché più difficile si fa la distribuzione della ricchezza nazionale, veramente intollerabile diviene la sproporzione del trattamento delle risorse fra Nord e Sud. Ma vediamo come lo stesso Riva analizza con ragioni di causa questa difficile situazione: ” Sono venuti, da un lato, al pettine i nodi di una finanza pubblica troppo a lungo male amministrata e che ha accumulato un debito pubblico di dimensioni tali da costituire uno dei principali problemi del Paese; e dall’altro, siamo in una fase congiunturale negativa da diversi mesi e per dirlo in termini di italiano corrente, la torta a disposizione non cresce rapidamente o in taluni casi e settori addirittura si restringe; quindi le conflittualità economico-sociali si fanno più aspre (….) In poche parole, i cittadini di Monza ogni quattro lire che versano allo stato se ne vedono restituire una soltanto per l’utilizzo dei servizi pubblici, comunque offerti dalla amministrazione pubblica nella loro città [5]”. Al centro della contestazione settentrionale, che per fortuna oggi ha ammainato il vessillo della secessione, è proprio il rapporto di ridistribuzione del reddito e dei pesi fra amministrazione centrale ed amministrazioni locali che oggi si intende risolvere col sistema del federalismo che assegna allo Stato la competenza su alcuni settori limitati, come la difesa, la giustizia, l’esercizio della politica estera, mentre assegna agli enti locali la disposizione di utilizzare le risorse locali e di operare ciascuno in base alle sue forze e secondo la propria capacità di contribuzione fiscale. Non v’è chi non veda come i termini attuali della cosiddetta questione settentrionale, pur avendo perduto parte della loro virulenza, continuano comunque ad essere termini effettivamente drammatici e pericolosi per tutto il Paese che risulta ancora sbilanciato tra il vecchio sistema centralizzatore e l’ipotesi non da tutti condivisa del nuovo federalismo.  

       

6. Ha ragione Sergio Romano quando nel suo volume, L’Italia disunita, edito di recente da Longanesi, dialogando con lo studioso francese Marc Lazar, ci fornisce un’ottima chiave di lettura per comprendere meglio le nostre schizofrenie storiche presenti, sia l’incompiuta transizione politica accaduta dopo il fenomeno di tangentopoli, sia le spinte centrifughe che non riguardano esclusivamente le regioni del Nord governate dalla Lega, ma, paradossalmente anche quelle del Sud: le dernièr cri fra le concezioni è quella che rilancia la vittimistica tesi di un Nord colonialista e senza soldi interessato solo a sfruttare le ricchezze e le risorse del Sud. E’ questa la posizione che con poche variazioni compare anche nel film di Mario Martone Noi credevamo, che trae la propria sceneggiatura da un libro edito recentemente da Bompiani. Il valore di questo film, che a nostro modo di vedere è un autentico capolavoro, a prescindere dalla lunghezza della proiezione che supera le tre ore, non sta tanto nella tesi, come si è visto, non del tutto nuova della unità d’Italia la cui realizzazione sarebbe dovuta partire da Napoli invece che da Torino, quanto nel fatto che in quattro atti tragici, che corrispondono a quattro momenti drammatici che precedono la conclusione del processo risorgimentale (quella iniziale dei movimenti settari, la successiva età del fallimento delle rivolte mazziniane a cavallo del ‘48, l’anno delle rivoluzioni, cui succede la convulsa fase che porterà faticosamente il Piemonte ad allearsi con la Francia di Napoleone terzo, l’ultima fase, intitolata “l’alba della nazione”, in cui si celebra l’inizio del regno d’Italia ancora affogato nel sangue di Aspromonte) si celebra qui non tanto la festa che inaugura il nuovo Stato italiano quanto il tragico inizio della delusione postrisorgimentale, caratterizzata dalla bancarotta degli ideali eroici che avevano nutrito gli spiriti più eletti del diciannovesimo secolo, come dimostrarono i primi tragici avvenimenti postunitari, a cominciare dalla liquidazione del brigantaggio meridionale, che fu represso in modo violento dall’esercito del giovane regno. Che non si sia trattato solo di un fenomeno delinquenziale, ma di un’autentica guerra civile rusticana è stato successivamente dimostrato dagli storici, in primis da Molfese che nel suo volume Storia del brigantaggio dopo l’unità ha sottolineato la gravità delle stragi (i morti che si contarono durante le campagne meridionali furono più numerosi di quelli delle tre guerre di indipendenza sommate insieme) perpetrate non solo contro i briganti, ma anche contro contadini e cittadini inermi, colpevoli solo di non collaborare per stroncare la ribellione. La seguente massima di Aleksadr Herzen, estratta dal libro che ha fornito al film il testo della sceneggiatura è stata scelta dal regista per esprimere il clima psicologico e spirituale di quel tragico tempo della nostra storia:” L’Italia ricorda una famiglia nella quale sia stato da poco commesso un oscuro delitto, si sia abbattuta una terribile disgrazia (…) tutti vivono in uno stato di irritazione, gli innocenti provano vergogna e sono pronti a una coraggiosa resistenza. Un impotente desiderio di vendetta tormenta tutti, un odio passivo avvelena e svigorisce gli animi”. Il fallimento dei valori risorgimentali, la fine tragica degli ideali unitari è testimoniata nel film dalla crudele ottusità dei bersaglieri piemontesi che nel compiere le loro esecuzioni sommarie, esprimendosi nel loro dialetto, indicano con ciò le distanze incolmabili che separano il Nord d’Italia dalle regioni del Sud.   

 

7. Giuseppe Galasso, analizzando il nesso dualistico di Risorgimento e unità, pur condividendo non totalmente l’impostazione dei negatori di un tale fenomeno storico, sostiene che una cosa è criticare gli sviluppi e l’andamento del Risorgimento e dell’unità altro è negarne il profondo, decisivo valore di innovazione e di promozione civile ed etico-politica. In effetti non si può non condividere l’idea che, nonostante i continui attacchi, al di là delle polemiche, i valori dell’unità nazionale rimangono saldi ed irrinunciabili. Che il Risorgimento, malgrado il suo difficile cammino, non sia fallito lo dimostra effettivamente il grande successo che ha portato il nostro Paese ad essere fra i dieci più avanzati del mondo e la creazione di uno stato che, malgrado i suoi difetti, è certamente più avanzato e progressivo degli istituti statuali del diciannovesimo secolo. Certo non è facile costruire l’unità di un Paese caratterizzato da tante disparità economiche, politiche e sociali, ma ci conforta il fatto che ai difetti e alle numerose differenze che ci limitano o ci dividono possiamo opporre il dato certo della nostra unità culturale, quel cemento del  genio italico, affermatosi in ogni epoca, anche in quelle più negative, che ci assicura che se non è stato certamente agevole costruire fino in fondo la nostra unità nazionale non sarà certamente facile per chiunque pensare alla sua distruzione proprio in virtù del nostro senso dell’arte, di quel non comune sentimento della bellezza che tutti ci invidiano e riconoscono.


 

[1] Cfr.Giustino Fortunato, Che cos’è la questione meridionale, Rionero in Vulture, 1993, p.17.

[2] A parte qualche voce discorde, protesa a celebrare  positivamente i miti risorgimentali, più esteso ed agguerrito ci è parso il numero degli scrittori nostrani che hanno alimentato la vena anti italiana. In alcuni casi si è trattato quasi di un botta e risposta fra nord e sud, come nel caso di Terroni di Aprile che per reazione ha prodotto Polentoni, replica nordista di Lorenzo Del Bono. Lo schieramento degli scrittori antirisorgimentali è in moltii casi politicamente trasversale, come dimostra l’appartenenza di Giovanni Fasanella, giornalista di sinistra, o di Luigi Di Fiore e Sofri,  appartenenti decisamente all’area del centrodestra.    

[3]  Si veda a tal proposito nell’indice della nostra rivista Leopardi e la questione della lingua.

[4][4] L’espressione è un felice ritrovato dell’editorialista di Repubblica Massimo Riva che l’ha utilizzato per la prima volta nel volume Intervista  su La Questione Settentrionale, Calice Editori, 1994.

[5] Cfr. Massimo Riva, cit.,p.7.