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“Per filo e per segno. L'habitus in fabula” (Convegno tenuto a  Roma il 28 e 29 ottobre 2006 nel Museo Centrale Montemartini sulle capacità comunicative della moda)


di Raffaella Faggella

 

"L'habitus in fabula", il titolo scelto per la seconda edizione del convegno "Per filo e per segno", ha rappresentato il nodo centrale e il filo conduttore degli interventi di un vasto numero di esperti e studiosi che si sono soffermati su tanti aspetti inerenti la moda, ed in particolare, sull'eccezionale potere di un abito di narrare tante storie e di essere raccontato con una molteplicità di linguaggi.

L'incontro si è aperto con la presentazione di Mario Morcellini, Preside della facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università di Roma "La Sapienza", il quale si è soffermato in particolar modo sull'importanza della ricerca del senso profondo della comunicazione che è possibile riscontrare e analizzare soltanto se, "tessendo i fili", riusciamo a vedere le contiguità dei processi comunicativi, in quanto la comunicazione stessa rappresenta un campo molto vasto nel quale convergono numerose discipline, ognuna volta ad esaminarne un aspetto specifico.

Immediatamente successivo all'introduzione del prof. Morcellini è l'intervento di Giulia Dell'Aquila, docente dell'Università di Bari, che ha parlato approfonditamente dello stile del Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani

L'autore, dice Dell'Aquila, si mostra attentissimo agli accessori e soprattutto ai cambi d'abito, minuziosamente descritti, ma pone lo stesso sguardo meticoloso e attento  anche ai personaggi, per ognuno dei quali sembra scegliere un abito che riflette il carattere loro assegnato e che si addice perfettamente alle situazioni in cui li colloca.
Il filo del discorso viene ripreso da Alessandro Piperno, docente dell'Università di Roma Tor Vergata, con un'interessante esposizione sullo stile proustiano e sulla necessità disperata di questo autore di decostruire la realtà. Per comprendere Proust -dice Piperno- bisogna partire dal suo maestro Baudelaire  che alla fine della sua carriera scrive il saggio Il pittore della vita moderna nel quale analizza la moda e i suoi aspetti  legati alla realtà e al moderno. L'arte, secondo Baudelaire, ha due caratteristiche: da una parte il contingente e dall’altra l’universale. Proust riprende queste due categorie mostrandosi sicuramente un modernista (il romanzo deve comprendere tutta la realtà) ma nello stesso tempo un grande tradizionalista(nello stile).Universale è la gelosia, la paura della morte, mentre, secondo Proust, non è universale la moda. Piperno continua poi descrivendo alcuni personaggi delle opere  proustiane( ad esempio Madame Verdène) soffermandosi in particolare sul rapporto tra l’abbigliamento e la loro condizione sociale.

Ma è con la sfilata di  Fausto Sarli che la moda si manifesta in tutto il suo fascino e la sua bellezza: gli abiti della collezione "Estate 2005" rappresentano la perfezione dei tagli e l'originalità dello stile che caratterizzano da sempre il lavoro scrupoloso dello stilista. Sono quattro i modelli della collezione che ci vengono presentati e descritti da CarloTerranova il quale ha messo in risalto soprattutto la bravura sartoriale di Sarli, uno dei nomi più prestigiosi  dell'alta moda dei nostri tempi. Lo scopo principale di questo stilista -dice Terranova- è l’incessante esaltazione della bellezza femminile, risultato di una ricerca stilistica in continua evoluzione.

Dopo l'introduzione di Franca Faccioli, docente dell'Università di Roma “La Sapienza”, il congresso prosegue con l’intervento di Aurelio Magistà, giornalista di Repubblica, intitolato "Avere è essere:la funzione narrativa degli oggetti nella Bella di Lodi di Alberto Arbasino”. Magistà, dopo aver fatto una sintesi della trama del romanzo, ha posto in risalto l’uso narrativo degli oggetti nel romanzo e il ruolo fondamentale che essi rivestono nel definire i personaggi, il loro modo di essere e di relazionarsi. Ma gli oggetti descritti con minuzia da Arbasino sono soprattutto automobili e accessori ( quasi mai abiti) che diventano veri e propri simboli in grado di mettere in risalto e definire il ruolo di ciascuno dei due protagonisti ( un uomo e una donna) all'interno del loro rapporto. Magistà conclude, in sintesi ,affermando che nel caso del romanzo La Bella diLodi, l'avere non si contrappone me è funzionale all’essere.

 Il fulcro del discorso si sposta poi dal piano narrativo a quello dell'immaginario collettivo con il contributo, a parer mio tra i più belli, di Lucilla Rami Ceci, antropologa e docente dell'Università "La Sapienza", che ha dimostrato in modo eccellente come l'abito sia, da sempre e presso tutte le culture, un valido e potente mezzo di comunicazione della realtà. Le bambole, i pupazzi- dice la Ceci- sono strettamente legati ai sogni, ed è proprio per questo motivo che noi li ricopriamo sempre di significati.

L'uomo,infatti, vuole rappresentare, attraverso questi oggetti, i suoi desideri. Grazie ad una serie di immagini, l'antropologa ha potuto illustrare velocemente l'evoluzione delle bambole a partire da quella di Crepereia Tryphàena, ritrovata immersa nell'acqua e perciò senza abiti nel sepolcro di una fanciulla romana, alle bambole dell’Ottocento, non diverse da manichini che indossavano abiti che venivano realizzati nelle sartorie dell'epoca, fino alla moderna Barbie del XX secolo. Ciò che rimane costante nel corso del tempo – sostiene la Ceci - è il valore simbolico della bambola che innesca il meccanismo della “memoria”e attraverso il vestito, ripropone eventi e periodi storici. La fantasia rielabora il reale creando  storie nelle quali il "doppio" esalta la realtà attraverso le caratteristiche "superflue" e gli accessori. La bambola raffigura spesso un’area della realtà “ rimossa”, quella “folklorizzata”, nella quale la fantasia ha maggiori possibilità di espressione. Ma – sostiene Rami Ceci- una cosa è certa la bambola della modernità non è più il “doppio” e non racconta più nulla.

Dall'universo in miniatura descritto da Lucilla Rami Ceci si passa al mondo fantastico e magico delle favole ed, in particolare, all'analisi del codice vestimentario delle fiabe. Questa volta è Maria Catricalà, docente dell'Università di Roma "La Sapienza" nonché "anima" del convegno ( come più volte è stata definita dai relatori), che ci fa riflettere sulla questione della povertà delle descrizioni nelle fiabe (soprattutto in quelle italiane)e sulla genericità della loro terminologia. Su questo argomento – sostiene la Cicatricalà – si è soffermato Italo Calvino, individuando alcune cause che hanno determinato la limitatezza del codice vestimentario, tra le quali, ad esempio, la scarsa importanza che già Propp dava nelle sue fiabe agli oggetti e alla descrizione particolareggiata di essi. Egli probabilmente commise l'errore di non chiedersi cosa fosse in realtà la fiaba, ma si interrogò soltanto come dovesse essere costruita. Questi pregiudizi sono stati, però, superati, tanto che si è arrivati a capire che la fiaba è prima di tutto un insieme di identità che si esprimono anche attraverso il codice vestimentario, tutt’altro che misero nelle fiabe italiane, e caratterizzato, invece, da  una grande varietà strutturale, funzionale e simbolica.

Diversa, ma sicuramente coerente con l'argomento centrale del convegno ( la moda) è l'esposizione intitolata "Abiti a fumetti" di Daniele Barbieri,docente dell'Università di Bologna, il quale ci racconta che a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta la rivista “Vanity” affidò per la prima volta ad un gruppo di disegnatori di fumetti il compito di realizzare delle immagini nelle quali narrazione ed abiti potessero intrecciarsi. Questi disegnatori, molto di tendenza in quegli anni stavano rappresentando un campionario visivo che non riguardava soltanto il fumetto e fu questo il motivo principale per cui furono scelti. Essi si erano avvicinati al mondo della moda come ad una realtà aliena e distante da loro ma senza rinnegare mai la loro natura di disegnatori di fumetti. Tra di essi, però, soltanto due collaborarono per molto tempo con “Vanity”: Lorenzo Mattotti, il primo ad essere chiamato per realizzare le copertine, e Francois Berthoud, che diventò il disegnatore preferito di “Vanity” nonostante egli fosse paradossalmente colui che nei suoi disegni rendeva i vestiti, le stoffe e i colori oscuri e incomprensibili. Gli abiti così -dice Barbieri- diventarono, grazie al disegno, oggetti particolari ed estremamente seduttivi.
Il pomeriggio del 28 ottobre è stato caratterizzato da una serie di interventi coordinati da Cristina Giorgetti, docente nell’'Università di Firenze. Il primo di essi, quello di Aroldo Barbieri, professore dell’'Università  "La Sapienza", si è incentrato sull'importanza della comunicazione vestimentaria nell'oratoria antica nella quale erano fondamentali il porgere ("l'actio", considerata da Cicerone il momento principale dell'orazione),la gestualità e i movimenti del corpo. È proprio per questo motivo che gli oratori prendevano lezioni dagli attori nonostante ci tenessero a distinguersi da essi. Si consolidò, infatti, la convinzione che l'oratore, al contrario dell'attore, dovesse avere un abbigliamento e mettere in pratica una gestualità che dichiarasse esplicitamente il maggior prestigio e la supremazia del primo rispetto sul secondo. Non si può non notare come anche a quei tempi l'abito costituisse un simbolo ed un tratto distintivo in grado di dare un'immagine precisa di colui che lo indossava. Alessandro Pontremoli, docente dell'Università di Torino, ha affrontato il tema del rapporto tra l'abito e la danza del Quattrocento servendosi di una descrizione minuziosa delle consuetudini vestimentarie del tempo. È proprio nelle corti italiane del primo Rinascimento che fiorì il repertorio di un preciso sistema coreico caratterizzato da alcune regole ed alcuni principi messi in pratica in occasione delle feste. Alle danze che vi si svolgevano potevano prendere parte soltanto gli appartenenti all'élite di potere indossando degli abiti che limitavano la libertà di movimento, diventando una vera e propria gabbia per il corpo (ad esempio le maniche degli abiti femminili erano ornate con una serie di laccetti, simboli dell'elevato status sociale). Il"ballare lombardo"(così definito per la sua provenienza dalla corte milanese degli Sforza) viene illustrato dal Pontremoli con molta chiarezza grazie anche ad una simpatica ed efficace dimostrazione pratica dei movimenti.

Immediatamente successivo è il contributo di Rita Fabris, collaboratrice del professor Pontremoli, che ci parla di come e perché l'abito fosse un ostacolo per il desiderio di danzare tra il Settecento e l'Ottocento.In questo periodo, infatti, si assiste ad una contrapposizione tra i progressi degli studi anatomici che favoriscono la liberazione del corpo da abiti ingombranti, da un lato, e le censure dell'autorità che impone l'esibizione di un abito decente, dall'altro. La Fabris ci mostra anche alcune immagini che rappresentano gli abiti che indossavano in quell'epoca le fanciulle di buona famiglia e che riflettono perfettamente l'immagine della danza durante il periodo romantico.

Gli ultimi interventi della prima giornata del convegno sono stati introdotti e coordinati da Renato Cavallaro, docente dell'Università di Roma "La Sapienza".

Paola Bignami, dell'Università di Bologna, spiega come il costume teatrale sia diventato, nel Novecento, privo di forza espressiva ed iconografica.
Sicuramente significative alcune immagini mostrate dalla Bignami nelle quali l'unica cosa che si nota, e dalla quale non è possibile distogliere lo sguardo, è l'eccessiva magrezza e l'anoressia degli attori teatrali. 
Analogamente significativa l'immagine molto recente di un palco teatrale completamente ricoperto da un abito rosso, unico elemento visibile sulla scena, indossato da una donna, Madre Natura, che accoglie in grembo i suoi figli (tutti nascosti dal suo lunghissimo vestito)È con questa fotografia che termina il discorso della professoressa Bignami, che lascia la parola a Guillermo Mariotto, famoso stilista della Maison Gattinoni. Mariotto, uomo di straordinaria intelligenza, descrive ed illustra la sua collezione di Alta Moda Autunno/Inverno 2005/2006, mettendo in risalto che i suoi abiti si ispirano e richiamano la bellezza, lo stile e la personalità di donne che hanno contribuito alla storia d'Europa e che hanno lasciato un segno incancellabile nell'epoca nella quale sono vissute. Il tema di questa collezione è "Potere e Libertà" della quale fa parte il bellissimo abito che lo stilista decide di farci ammirare addosso ad una splendida modella di colore, che rappresenta la Povertà ed appare incinta (metafora con la quale lo stilista probabilmente vuole sottolineare l'impossibilità che la povertà possa un giorno scomparire).Molto interessante è il dibattito che si è aperto tra Mariotto e la giornalista Stefania Giacomini. Il primo, favorevole alla totale libertà di espressione attraverso gli abiti ("è giusto che anche la ragazza tracagnotta possa scegliere di mettere in mostra il suo ombelico"), la seconda fermamente convinta di dover porre un limite all'ostentazione del "cattivo gusto" di cui sono piene le strade delle nostre città. La giornalista continua soffermandosi su un'approfondita analisi di quanto la televisione sia la causa del costante aumento del brutto e proponga modelli totalmente sbagliati di buon gusto. La Giacomini, inoltre, ci ricorda anche  quanto la moda possa essere utile e possa coinvolgere un elevato numero di persone in opere di beneficenza: "Fashion for Good", seminario organizzato nell'ambito di  Roma alta, è stata un'esperienza di moda e di solidarietà alla quale hanno partecipato stilisti, imprenditori e giornalisti di moda.

Nella seconda giornata del convegno sono stati esaminati alcuni problemi riguardanti l'immagine dell'abito e la sua esposizione attraverso una molteplicità di dispositivi (vetrine, cornici, etc.).
A questo punto si innnesta il contributo di Sofia Gnoli, docente all'Università della Tuscia, che, a parer mio, è uno dei più avvincenti, in quanto ha affrontato l'interessante tema della moda nel cinema hollywoodiano degli anni Trenta. Uno dei più grandi costumisti di quegli anni, afferma la Gnoli, fu Adrian, uomo di grande talento ed enormemente paziente. Capo costumista alla Metro Goldwyn Mayer fino al 1942, creò l'immagine ed il look di due dive del cinema degli anni d'oro: Greta Garbo e Joan Crawford. Adrian cercò sempre, attraverso i suoi abiti, di porre rimedio ai difetti delle due attrici, sopportando spesso anche i loro capricci. Per la Garbo ideò tantissimi copricapo e pose estrema attenzione nel realizzare una serie di abiti che le coprissero il collo (la Garbo era convinta, infatti, di avere un collo tozzo), mentre per la Crawford realizzò delle enormi spalline per nascondere le sue spalle imponenti (la Crawford aveva tutt'altro che un fisico perfetto), lanciando, inoltre, la moda delle spalline che ebbe un grandissimo successo nel corso degli anni Ottanta.
Ha concluso questa sezione di interventi Giorgio Simonelli, docente nell'Università Cattolica di Milano, con un'esposizione dal titolo "Geometrie in bianco e nero. L'abito nel varietà televisivo degli anni '70". La televisione spesso mette in evidenza elementi del passato, a volte guardandoli con nostalgia. Nei varietà degli anni '70, infatti, era evidente un atteggiamento elegante e mai volgare (al contrario di ciò che avviene oggi) ed i motivi -dice Simonelli- vanno ricercati nelle tecniche dell'inquadratura. Ad esempio nelle sigle di varietà come "Doppia Coppia" o "Canzonissima" è ben visibile il recupero delle forme geometriche e dei contrasti (bianco/nero) e l'abbigliamento delle primedonne e dei corpi di ballo diventa un elemento della coreografia e della composizione cromatica dell'inquadratura che mette in risalto alcuni particolari seduttivi delle soubrettes.

La tavola rotonda coordinata da Giovanni Puglisi, Rettore dello IULM, è stata dedicata al tema "Approcci, metodologie e nuove prospettive di ricerca a confronto". Intervengono studiosi tra i quali Tullio Gregory, Cristina Giorcelli e Maria Pia Bobbioni, esperti della comunicazione come Aurelio Magistà e Raffaele Festa Campanile ed un rappresentante del mondo dell'impresa, Federico Pagliai. Le conclusioni emerse sono, secondo me, molto significative: oggi, purtroppo, c'è la necessità di piacere a tutti i costi e tutti noi, spesso, indossiamo un abito solo perché è funzionale a ciò che vogliamo comunicare. La moda, allora, dovrebbe recuperare quello che inizialmente era il suo obiettivo: precorrere ed anticipare i tempi, ritornare al buongusto che non necessariamente deve piacere a tutti.