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Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

Ricordo di Enrico Mattei, un manager di razza “sui generis”

 

di “Raffaella Faggella”

 

           Descrizione: http://foto.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Notizie/Italia/2012/mattei/img_mattei/50mattei_590-490.jpg

             Foto 1: Mattei in partenza dalla Sicilia nel giorno dell’attentato

 

                                 L’attentato di Bascapè

1. Il 26 ottobre del 1962 di cinquant’anni fa, i media diedero particolare risalto alla caduta dell’aereo del presidente dell’Eni Enrico Mattei, proveniente da Catania e precipitato a Bascapè nei pressi di Pavia mentre era in avvicinamento all’aeroporto di Linate la sera di un tempestoso sabato autunnale. Quasi per un tragico gioco del destino proprio in quel tratto di pianura del piacentino, dove 17 anni prima era nato il sogno dei ricercatori della Valle del Po con i primi sondaggi petroliferi di Cortemaggiore e la scoperta di un giacimento di gas naturale,  si concludeva tragicamente quella sera il disegno di un grande manager chi si era battuto con alterna fortuna per creare una via tutta italiana dell’energia.

Nessuno degli occupanti dell’aereo, un Morane-Saulnier MS-760 Paris, che viaggiavano col presidente dell’Eni si salvò nell’impatto, compreso il pilota e William Mc Hale, corrispondente da Roma del “Time”, dal quale da qualche tempo egli si faceva accompagnare, forse per dimostrare ai suoi detrattori attraverso gli scritti di un testimone che nella sua condotta non vi era nulla di inconfessabile. I diminutori di Mattei, che non mancano anche oggi, di fronte ai titoli a nove colonne che annunziavano la scoperta di vasti giacimenti di petrolio in Val Padana, si  preoccuparono subito di minimizzare quella scoperta, che si trattava secondo loro solo di una inconsistente vena petrolifera assolutamente incapace di corrispondere al grande fabbisogno energetico della nostra nazione avviata nel dopoguerra sulla strada di una progressiva industrializzazione.

Senza escludere un personale intervento del presidente dell’Eni nel suscitare di proposito quella eclatante notizia (non si dimentichi che Mattei con la creazione di due agenzie di stampa e la fondazione del quotidiano “Il Giorno” riservava un ruolo fondamentale ai media  nella comunicazione e diffusione dell’immagine del gruppo) che gli fece guadagnare le prime pagine dei giornali, come ebbe a dire successivamente Giorgio Bocca, di tendenza politica non certamente omogenea rispetto alle scelte di Mattei, per quanto si trattasse di una piccola quantità, “era pur sempre petrolio quello che sgorgava da un pozzo nella campagna italiana, quell’oro nero che abbiamo sempre invidiato agli altri, che non abbiamo saputo trovare neppure quando lo avevamo sotto i piedi in Libia”.  In realtà proprio a causa della diffusione di quella scoperta le azioni delle aziende del gruppo, soprattutto quelle dell’Agip, toccarono punte elevatissime, mentre l’Italia che usciva dalle distruzioni della guerra si illudeva  di aver trovato  finalmente una ragione di riscossa.

                                              Le inchieste

2.  Le indagini sull’incidente aereo, condotte su un’ipotesi di attentato dall’Aeronautica italiana in concorso con la Procura di Pavia, erano state ben presto archiviate con la formula frettolosa “di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste”. Una successiva inchiesta, riaperta nella metà degli anni ’90, riesaminando i reperti trovati sull’aereo con più moderne tecnologie (in particolare i periti dimostrarono che i resti dell’anello e dell’orologio d’oro indossati da Mattei risultavano distrutti da una deflagrazione) si chiuse questa volta con l’ammissione del sostituto procuratore Calia che l’aereo era stato “dolosamente abbattuto” senza però indicare la precisa identità degli attentatori.

Dalla lettura delle 208 pagine del fascicolo dell’inchiesta, dove per la prima volta viene formulata l’ipotesi dell’attentato, risultano con evidenza due cose: a) che l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’Eni era stato sabotato, probabilmente con l’inserimento di una bomba dietro il cruscotto dell’apparecchio che sarebbe stata attivata nella fase iniziale dell’atterraggio dall’accensione delle luci di atterraggio o dall’apertura del carrello; b) che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale Salvi, e conclusa con la dichiarazione dell’impossibilità di accertare le cause del disastro, fu in realtà  un mostruoso insabbiamento. Dalle conclusioni del Procuratore Calia, inoltre, si evincono con sicurezza tre fatti: 1) Enrico Mattei venne sicuramente assassinato; 2) il caso fu volutamente insabbiato; 3) le prove soppresse e i testimoni messi a tacere, come era toccato a Mario Rochi che dopo aver dichiarato inizialmente di aver assistito alla deflagrazione in volo dell’aereo era stato costretto a ritrattare. Ma, se è vero che i fatti si svolsero in questo modo, chi odiava a tal punto Mattei da sabotarne l’aereo? Chi furono i mandanti dell’attentato?

                                              I nemici interni

3. Vincenzo Calia, prestando fede alle dichiarazioni dell’onorevole Reale che accusavano dell’attentato Eugenio Cefis, ex braccio destro di Mattei nell’Eni, giunse ad affermare che “l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di stato”. Se proprio non sono da escludere responsabilità di alcuni uomini inseriti nell’Eni, chi poteva desiderare e perché la morte di Mattei? Risponderemo a queste domande ricordando che il presidente del massimo ente di stato era sicuramente un uomo scomodo che dava fastidio, per cui molto ampio era il numero dei suoi nemici intimi ed esteri.

A questo proposito sono state formulate a più riprese  ipotesi di eventuali moventi interni da parte di quanti per ragioni diverse mal digerivano che Mattei quale responsabile di un’azienda come l’Eni fosse diventato l’ago della bilancia del potere nazionale, anzi fosse egli stesso il potere, unico titolare di uno stato nello stato che, approfittando delle ampie deleghe ricevute nel settore chiave delle energie, molte volte  si arrogava poteri di controllo che surrogavano quelli dello Stato reale e legittimo.

In Italia, inoltre, non facevano mistero di avversarlo alcuni titolari di imprese private che, rischiando il fallimento, lo accusavano di illecita concorrenza per aver rastrellato la fetta più consistente dei contributi statali. Diversi uomini politici del suo tempo, di qualsiasi estrazione, non erano d’accordo con i suoi metodi e risultati. Don Sturzo, per ricordare un personaggio ragguardevole del partito cattolico popolare, non vedeva di buon occhio il connubio imprese-stato simboleggiato dall’Eni, responsabile secondo lui di innescare il fenomeno distruttivo della corruzione.   

                             “Un incorruttibile corruttore”    

4. Indro Montanelli, nel volume della sua Storia d’Italia”  che tratta dell’Italia del miracolo, riservando un capitolo a parte ad Enrico Mattei per delinearne un ritratto fatto più di ombre che di luci  sostiene che i suoi primi risultati egli li ottenne” bluffando….e  pronunciando il più delle volte a sproposito l’evocatrice e incantatrice parola “petrolio”, mentre avrebbe dovuto limitarsi a parlare di metano. Fu il metano, non il petrolio, a fare di Mattei uno degli uomini più potenti d’Italia e del mondo, l’antagonista delle Sette Sorelle”. Pur nei limiti del suo giudizio con cui si sottolinea la malafede del personaggio (che è così riassunto in prima pagina:”Era un moralista spregiudicato, un incorruttibile corruttore, un integerrimo distributore di tangenti, un manager che non voleva essere al servizio del Palazzo, ma porre il Palazzo al suo servizio. Un imprenditore di Stato con un tocco di peronismo all’europea, o di gollismo alla sudamericana”.) egli non può non ammettere i suoi meriti nell’aver compreso che l’esclusiva utilizzazione del metano avrebbe potuto alimentare l’industria settentrionale del dopoguerra a prescindere dal petrolio in quanto - così riconosce in seguito-“Già nel 1950 cinquecento chilometri di condutture portavano mezzo miliardo di metri cubi di gas alle industrie centro-settentrionali, che grazie ad esso ripresero l’aire. Mattei travolse opposizioni e resistenze in una meravigliosa “corsa alla frontiera” degna del miglior pioniere americano”.

In effetti più di una volta in quegli anni il governo in carica della Repubblica si trovò nella scomoda condizione di dover giustificare sia con le autorità territoriali locali (non pochi sindaci e prefetti denunciarono la violazione di leggi e ordinanze da parte dei responsabili dell’Agip che in modo spregiudicato e in violazione delle leggi e dei regolamenti non si fecero scrupolo di far passare abusivamente chilometri di tubi di gasdotti in terreni privati o demaniali, dopo averli interrati  nottetempo senza le necessarie autorizzazioni) sia con diverse potenze mondiali la condotta a dir poco spregiudicata dello stesso presidente dell’Eni. Ma tutto, o quasi, gli veniva perdonato in nome dei vantaggi che la sua azione apportava allo Stato, anche il perverso sistema della corruzione che lui esercitava senza distinzione nei riguardi dei partiti politici del tempo, compresi quelli dell’estrema destra.

Sostengono i suoi biografi che, intervistato un giorno sul sospetto di aver corrisposto dei finanziamenti occulti dell’Eni al Movimento Sociale Italiano, onde evitare che presso l’opinione pubblica si diffondesse il dubbio che quell’azienda stato fosse gestita da un filofascista, per stornare ogni dubbio o compromissione, Mattei rispose candidamente all’intervistatore che egli si serviva dei partiti come faceva con i taxi, “salgo, pago la corsa e scendo”. Quanto alle simpatie verso l’estrema destra che venivano rifacciate dalla stampa di sinistra al Presidente dell’Eni, il noto politologo Giorgio Galli, negando una totale compromissione di Mattei col regime fascista, ha giustamente sostenuto che l’attività politica nell’ambito del fascismo non gli avrebbe consentito un’ascesa sociale più rapida di quella ottenuta con la sua straordinaria attività imprenditoriale.

Non dimentichiamo che fare impresa in quella difficilissima contingenza della storia d’Italia non sarebbe stato possibile senza il possesso di particolari qualità e disposizioni. Pertanto, non ci scandalizziamo se in quella fase eroica del capitalismo italiano Mattei per vincere ogni concorrenza ed avere successo, come il principe di Machiavelli, dovette usare alternativamente e a secondo delle occasioni l’arte della volpe e del leone. Data le circostanze, egli non dimostrò certamente di essere un santo e forse nemmeno un santino, ma un uomo ambizioso e spregiudicato, capace se le necessità lo richiedevano di colpire al di sotto della cintura o di ungere le ruote della politica perché le sue aziende girassero meglio. Proprio per questo non è certo facile definire la sua personalità con un giudizio netto a tutto tondo.

Lo stesso Montanelli, aprendo il capitolo già citato su Mattei, dove si introduce l’ascesa del personaggio, sottolinea in tal modo la difficoltà di inquadrarlo secondo i parametri storici  dell’epoca:” Nell’Italia del 1950 s’era affacciato prepotentemente un personaggio che riusciva difficile inquadrare negli schemi del momento (….) difficile da inquadrare perché era” bianco” (cioè democristiano), con venature populiste e progressiste che si riallacciavano al filone dossettiano, ma senza slanci mistici e senza un’autentica aspirazione alla politica in senso tradizionale. Era, per scelta di campo, atlantista, ma con forti connotazioni di orgoglio nazionale e di insofferenza per la filosofia economica americana”.

Facendo la tara delle malevoli detrazioni pronunziate su questo self-made man, la cui ambizione lo portò talvolta a qualche compromissione con il regime al potere, una cosa comunque è certa: negli anni ‘50 e ‘60, dopo le sconfitte della guerra e in mancanza di eroi il presidente dell’Eni, partigiano e antifascista, protagonista della ricostruzione, condottiero della ricerca energetica e modello dell’orgoglio nazionale recuperato, nell’età del “miracolo economico” fu visto da molti  come una specie di eroe nazionale.

 

                        Dall’Agip all’Eni: il mito del cane a sei zampe

 

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                               Foto 2: Mattei  nell’età aurea dell’Eni

 

5. Per vedere come Enrico Mattei sia giunto a guadagnarsi tali titoli occorre ripercorrere rapidamente la sua carriera manageriale a partire dal suo arrivo all’Agip, nell’immediato dopoguerra, alla fondazione (1953) e sviluppo dell’ Ente Nazionale Idrocarburi  che, invece di liquidare quello che da più parti veniva indicato come un relitto del fascismo, non solo assorbì l’Agip ma ne fece la struttura portante del nuovo organismo. Il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la liberazione, Mattei, reduce dalla guerra di resistenza, ricevette da Cesare Merzagora l’incarico di commissario liquidatore dell’AGIP, ente che era stato creato dal vecchio regime con il proposito di ”cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio” per rispondere all’economia di guerra del fascismo piuttosto che rispondere ai bisogni del consumo interno. Ma la  forte componente nazionalistica ed autarchica del regime era stato un freno per l’attività di quell’ente di stato, che, anche per gli impegni dell’Italia  in guerra su diversi fronti, si era limitato a vivacchiare. Col passare del tempo, anche a causa degli scarsi risultati, l’Agip era stato considerato un ente inutile, tanto da essere da alcuni ironicamente soprannominato “Associazione dei Gerarchi In Pensione” e condannato alla morte da altri:”Quando un edificio crolla da ogni lato è più economico in molti casi completarne la demolizione. S’imporrebbe pertanto un provvedimento che mettesse fine all’attuale stato di cose e liberasse l’erario da un onere che nulla giustifica”.

Mattei, ignorando le resistenze di alcune componenti politiche di sinistra, che, vedevano in quel carrozzone di stato alla deriva una pesante eredità della politica economica del fascismo e sollecitavano per questo la sua soppressione,  ma evitando anche le manovre ostruzionistiche di esponente della DC filo-americani, riuscì faticosamente a risollevare il destino di quella società sull’orlo del fallimento fino a farla diventare un emblema della capacità italiana di rialzare la testa malgrado le distruzioni economiche operate dalla guerra.  Per quanto le direttive politiche fossero inequivocabili (che gli chiedevano una dettagliata relazione sullo status economico dell’Agip che comunque andava liquidato), il commissario liquidatore, come sostiene Montanelli, non rispose immediatamente agli ordini, ma “ avuto in mano il giocattolo, voleva guardarci dentro molto bene prima di distruggerlo”.

Mentre temporeggiava con abilità prima di “riconsegnare i libri” (dai quali probabilmente risultavano degli incolmabili buchi di bilancio) fece di tutto per ritardare la liquidazione dell’ente ricercando presso le bancche dei finanziamenti, li ottenne per farlo sopravvivere. Finché la fortuna gli venne in aiuto nel 1949, allorché, come si è detto a Cortemaggiore fu trovato il petrolio. La notizia diffusa ampiamente dalla stampa fu un colpo di scena memorabile. Mentre Mattei continuava a fare la sue ricerche e trivellazioni che garantivano il ritrovamento di importanti giacimenti non tanto di petrolio quanto piuttosto di gas metano, che comunque anche per il suo basso costo rispondeva benissimo al bisogno di energia del Paese in quel particolare momento del nostro sviluppo industriale.

Gli anni del primo dopoguerra  furono, sotto il profilo economico, anni molto difficili, ma a partire dalla metà degli anni ’50 la ripresa si delineò con decisione, fino a diventare travolgente dopo l’ingresso dell’Italia nel MEC (1956). Durante questa fase crebbero notevolmente gli indici della produzione industriale e del reddito nazionale pro capite, i consumi ricominciarono a salire, mentre nessun settore della produzione economica rimase escluso in questa fase alta del nostro sviluppo. Era inevitabile che in questa congiuntura di forte espansione economica si sia verificata anche una crescente domanda di energia nel nostro paese, particolarmente consistente se viene confrontata con i dati della fase precedente, che va dal 1938 al 1950, comprendente il periodo bellico e quello della ricostruzione, allorché il tasso medio di incremento annuale dei consumi di energia, pari allo 0,50%, era stato inferiore al basso reddito nazionale attestato intorno all’1%.

Finalmente dopo anni di stenti e di privazioni gli italiani, a partire dai primi anni ’50, conoscevano un certo benessere in questa seconda fase (tra il 1950 e il 1956), allorché l’incremento annuo dei consumi di energia toccò il 9,5%, giungendo finanche a superare il corrispondente aumento del reddito, che pure era salito al 7%. Enrico Mattei, che in quegli anni era guida e responsabile unico della politica energetica del nostro Paese, è indicato sicuramente come uno dei principali artefici di questo impetuoso e rivoluzionario sviluppo industriale pubblico e privato dell’Italia.

Mentre le azioni dell’Agip salivano collocandosi ai livelli più alti della borsa, l’Italia prostrata dalla guerra aveva trovato un’importante ragione di rivalsa a causa della  rivoluzione operata da Mattei che fece giungere il gas anche nei casali e costellò le autostrade di motel col logo del cane a sei zampe. Nessuno più parlò di liquidare l’Agip, anzi il suo commissario unico fu compensato dallo Stato con l’istituzione dell’Eni, un superente che, inglobando l’Agip, avrebbe offerto ai suo presidente i mezzi per governare l’intera politica energetica in Italia e di concorrere con le più importanti società petrolifere del mondo.

 

                                          Davide e Golia

6. Ma nella comunità internazionale, malgrado la rinomanza in patria dovuta ai successi del suo gruppo, l’immagine del dominus dell’Eni era colta in modo diverso sia dalle compagnie petrolifere anglosassoni, quelle che spregiativamente lui definiva “le sette sorelle”,  sia dagli organismi di protezione nazionale del governo americano. I vertici della CIA in particolare, anche se riconoscevano in lui un uomo di valore, lo additavano come un pericoloso sovversivo anti-americano, che pur di ridare all’Italia il suo posto al sole, era disposto a cambiare le regole del gioco per far saltare il banco dei mercati internazionali del petrolio nel Medio Oriente. Non dobbiamo dimenticare che nei giorni precedenti la sua scomparsa Mattei, in piena guerra fredda, quando la crisi cubana minacciava di estendersi al mondo, rompendo l’embargo politico aveva osato intraprendere contatti commerciali con l’URSS malgrado il veto dei paesi della Nato.  Soprattutto le sette sorelle vedevano in lui un concorrente terribile, in quanto lo accusavano di voler scardinare il loro sistema che, imponendo irrisori tributi, finiva col depredare i paesi produttori con sistemi neocoloniali.

 In effetti il metodo Mattei, era fortemente avversato dalla potentissima holding delle grandi major petrolifere in quanto egli, coniugando le necessità energetiche dell’Italia con uno spirito fortemente anticolonialista inseriva in quel consolidato sistema una mina pericolosa che minacciava di scardinarlo. Disponiamo di un documento molto importante, il suo discorso Sulla decolonizzazione degli stati e dell’economia, pronunciato a Tunisi nel 1960, che, ponendo l’accento sulla sostanziale identità tra il capitalismo strategico-militare degli stati, apparentemente cessato, col nuovo capitalismo economico, forse più pesante ed oppressivo in quanto gelava, arrestandolo, lo sviluppo dei paesi ex coloniali, ci consente di avere un’idea del sua concezione basata sul nuovo ideale di “capitalismo etico”, appreso a Milano nei salotti della Cattolica che, proponendo ai paesi produttori una partnership di pari dignità, risultava agli antipodi rispetto ai principi di mero sfruttamento adottati dai suoi concorrenti.

Sarebbe certamente interessante commentare l’intero svolgimento del coraggioso discorso, ma anche per la natura del presente scritto, ci limiteremo a citare solo quelle parti che ci sembrano particolarmente significative per l’economia del nostro ragionamento, come ad es. : “Non ho paura della guerra in Algeria. Non ho paura della decolonizzazione. Io credo alla decolonizzazione non solo per ragioni morali di dignità umana, ma per ragioni economiche di produttività. Senza la decolonizzazione non è possibile suscitare nei popoli afroasiatici le energie, l’entusiasmo necessario alla messa in valore dell’Africa e dell’Asia (…)Ho lottato anch’io contro l’idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l’Italia fosse condannata ad essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche io le ho individuate e le ho messe in valore (…) ma prima di far tutto questo, ho dovuto fare anch’io della decolonizzazione perché molti settori dell’economia italiana erano colonizzati anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d’Italia. Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico (…) Nel settore del petrolio questa potenza egemonico-oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è maltusiano ai danni dei Paesi produttori come ai danni dei Paesi consumatori”.     

Proprio negli anni dell’attentato Mattei si accingeva a rompere la morsa costruita intorno a lui dal cartello petrolifero mondiale che gli faceva una guerra spietata  negandogli di ottenere concessioni alla pari da parte dei paesi produttori. Per questo egli aveva deciso di scardinare il sistema coloniale delle royalty offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario: il 75% degli utili contro il 50% allora concesso dalle compagnie anglo-americane. Il cartello che con l’aiuto della Cia non si era fatto scrupolo di rovesciare governi per ragioni di prestigio commerciale (come era già accaduto nella Libia e in Persia) come avrebbe potuto tollerare un tale atteggiamento di lesa maestà da parte di un solo uomo! In realtà i metodi rivoluzionari adottati da Mattei,  per ottenere alla pari concessioni dai paesi del terzo mondo produttori di petrolio con cui minacciava di far saltare gli equilibri nel contesto geopolitico di quegli anni, non potevano non urtare il cartello petrolifero delle sette sorelle che probabilmente avrebbero fatto di tutto per liberarsi di un personaggio tanto scomodo.

                                           La questione algerina

7. Ma il presidente dell’Eni a causa della sua azione energica e coraggiosa, oltre al potente sistema oligopolistico anglo-americano, si era fatto anche altri nemici sul fronte della politica internazionale dove allora si combattevano aspre battaglie per quello che nell’era Mattei veniva chiamato l’0ro nero. Nel 1962, nei mesi precedenti l’attentato, allorché la “questione algerina” toccava punte di estrema drammaticità il presidente dell’Eni si era schierato apertamente a favore del Fronte di Liberazione Nazionale con la speranza di ottenere dal futuro governo algerino un trattamento preferenziale verso L’azienda di stato italiana. L’atteggiamento del dominus dell’Eni nei riguardi della questione algerina è senza dubbio un paradigma di come Mattei interpretava il suo ruolo di responsabile della grande azienda di stato italiana: focalizzato l’obbiettivo, nel caso specifico la possibilità di accedere alle risorse petrolifere del Sahara, si faceva guidare sia dal suo eccezionale intuito sia dalla sua straordinaria capacità manageriale per conseguire il suo scopo di fare un ingresso trionfale sul mercato degli idrocarburi vincendo la concorrenza delle più possenti società mondiali del settore energetico.

Si credeva allora che il sottosuolo del paese nordafricano, confinante con la Libia,  nascondesse le più vaste riserve di petrolio del mondo,  di qui le resistenze degli ultranazionalisti francesi, tra cui si contavano molti reduci dell’Algeria, nel riconoscere a quel paese l’indipendenza. Essi, in disaccordo col governo De Gaulle, che aveva annunciato il definitivo ritiro della Francia, erano confluiti nell’organizzazione segreta  armata di estrema destra (OAS) che a forza di attentati conduceva contro pacifisti ed oppositori una lotta senza quartiere. Probabilmente anche Mattei, per il suo orientamento filo algerino, era entrato nel mirino dell’Organisation  armée secrète, che per farlo recedere dalle sue posizioni gli inviò una lettera contenente chiare minacce di morte.

Questo episodio, che dovette preoccuparlo non poco, se è vero che ebbe modo di parlarne anche con la moglie, non fu l’unico. L’8 gennaio 1962 mentre era in attesa di salire sul suo aereo personale per volare in Marocco ad inaugurare una raffineria, il pilota, insospettito da uno strano rumore proveniente da uno dei reattori, ispezionando il motore vi scoprì all’interno un cacciavite fissato ad una delle pareti interne con del nastro isolante. L’episodio, che in quel momento poté far pensare ad una casuale disattenzione dei collaudatori, si rivelò in seguito un inequivocabile annuncio di morte.

                                  Mandanti ed esecutori

8. Da quanto abbiamo detto risulta chiaro che non erano pochi quelli che sia in Italia che all’estero avevano concreti interessi per desiderare la morte di Mattei, sebbene in assenza di prove concrete i sospetti più consistenti siano orientati ad individuare nell’oligopolio anglo-sassone del petrolio i maggiori indiziati. Probabilmente fu il cartello delle “sette sorelle” ad ordinare l’uccisione di Mattei, se merita fede la voce dei pentiti di mafia. Dopo tante inchieste, chiuse e riaperte, dopo i depistaggi, le manipolazioni, le soppressioni di prove e di personaggi venuti in qualche modo in relazione con il ”caso Mattei” (si pensi alla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro o alla esecuzione dell’ex prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa) che per tanti anni hanno impedito l’accertamento della verità sull’incidente di Bascapè, nel mese di luglio del 1993 importanti dichiarazioni sono venute a noi da alcuni pentiti.

Per primo è stato Gaetano Iannì a confessare che l’eliminazione di Mattei fu il risultato di un accordo stretto tra non meglio identificati “americani” con la mafia siciliana. Successivamente, un personaggio più noto, Tommaso Buscetta, aggiungendo dettagli di maggiore precisione su mandanti ed esecutori dell’attentato, ha rivelato che era stata la mafia americana a chiedere ai confratelli siciliani l’esecuzione della sentenza di morte di Mattei “nell’interesse sostanziale  delle maggiori compagnie petrolifere americane”. A parte l’attendibilità  dei pentiti, almeno questo è certo che dopo tanto tempo fatto di silenzi e colpevoli connivenze, dalle loro dichiarazioni se non proprio la certezza, almeno un po’ di luce deriva ed è stata fatta  sulle cause, sui mandanti  e  sugli esecutori di quell’oscuro delitto.

                                                      Conclusioni        

9. Comunque lo si voglia giudicare, a prescindere dai difetti che comunque a torto o a ragione gli vengono riconosciuti, una cosa è certa: Enrico Mattei appartiene ad una razza “sui generis” di imprenditori di cui si è perso il nome.  Egli è stato un manager di prima grandezza, un uomo fatto da solo di straordinarie risorse che ha maturato le sue scelte anche contro il parere di uomini notevoli. Al confronto con i più eminenti personaggi che sono stati alla guida di aziende partecipate dallo Stato, centrale o periferico, le differenze non potrebbero essere più profonde, in quanto, come si evince dalle più note biografie, la sua vita fu temprata dalla guerra partigiana, prima, e dall’esperienza di operaio e di piccolo imprenditore in proprio poi: condizioni privilegiate che lo diversificano totalmente anche dai contemporanei titolari di imprese pubbliche e private in Italia che, pur di assicurarsi i finanziamenti pubblici necessari al mantenimento delle loro aziende, non si fanno scrupolo di subordinarsi totalmente  ai potentati della cosa pubblica o di tentare in qualche caso il diretto impegno politico a fini particolari.

Il presidente dell’Eni si eleva di molto  rispetto agli impresari nostri del suo tempo e di oggi in quanto la sua visione era totalmente diversa: Mattei non era guidato dall’esclusivo vantaggio personale, ma si propose quale unico obiettivo quello di coniugare insieme il bene delle aziende a lui affidate con l’interesse del Paese, a tal punto conseguendolo che le insegne dell’Agip e dell’Eni svettavano allora insieme al tricolore con una reciproca compenetrazione di vantaggi e valori. Una delle sue idee forza fu innanzitutto quella di aiutare gli italiani a rialzare la testa dal baratro del fascismo, dalla guerra e dalla povertà, come risulta da queste parole ( “questa terra attende una lunga pace, che le permetta di ricostituirsi nella sua compagine economica, e nella saldezza spirituale”) estratte  dal discorso da lui pronunziato a Roma il 25 aprile del ’49 per ricordare la vittoria, essenziali, senza l’enfasi della retorica del tempo ma piene di passione e di speranza per un limpido avvenire. Mattei ebbe allora il grande merito di rappresentare agli occhi del mondo l’immagine di un’Italia “povera ma bella”, giovane e piena di speranze, che pur nelle difficoltà dimostrava di possedere ciò che maggiormente manca a noi oggi: l’entusiasmo, la voglia di ripartire e il bisogno di credere nel futuro.

A mezzo secolo di distanza cosa rimane della sua eredità come imprenditore, sia come dirigente innovatore nella gestione di una complessa macchina aziendale? Daniel Yergin, storico americano che si è occupato di recente di tutte le guerre planetarie combattuto per l’oro nero, in un suo consistente saggio, The Prize, ha riservato ad Enrico Mattei un capitolo speciale, raffigurando il presidente dell’Eni  come “un nuovo Napoleone”, un uomo che gli italiani del dopoguerra consideravano una specie di eroe popolare e che le altre nazioni ci invidiavano. Anche le compagnie petrolifere anglosassoni, maggiormente indiziate per aver provocato la sua morte, pur non condividendo i suoi metodi guardavano con rispetto a quella specie di corsaro, pioniere delle esplorazioni petrolifere nelle più diverse zone del mondo.

Il giudizio degli americani sull’imprenditore italiano, dopo le iniziali riserve, risulta oggi totalmente mutato in quanto la sua immagine di scomodo concorrente è stata accantonata a favore di una più positiva considerazione che riconosce in lui, come si dice in inglese, un “upbuilder”, cioè una razza sui generis di imprenditore, specie attualmente  abbastanza rara di uomini, che sono capaci di creare da zero un’industria e di difenderla con tutte le forze. Anche l’Eni, la più importante fra le sue creature, che nelle fasi più accese della contesa per l’oro nero era guardata con sospetto, è oggi ritenuta una fra le più importanti società petrolifere operanti nel mondo globalizzato.