FORUM Giovanile 

 

Mercato del lavoro, disoccupazione, precariato e missing men. Lettera aperta di due ventenni alla nostra Governance.

 

Mentre ancora dura la diatriba tra il governo dei professori e le parti sociali sulla difficile questione della riforma del mercato del lavoro, aggravata dal distacco della CGL che ha dichiarato il proprio dissenso sulla modifica dell’articolo 18, fino ad annunciare la mobilitazione generale degli operai delle imprese per il prossimo mese, mi pare doveroso in questa circostanza che anche noi giovani facciamo sentire la nostra voce con una lettera aperta ai nostri governanti nazionali e locali., esprimendo criticamente le nostre opinioni in merito a questioni che ci coinvolgono drammaticamente.

Riconosciamo al governo Monti, che è un governo di salute pubblica, il grande merito di voler trarre il nostro Paese dalle sacche di una crisi economica rovinosa, ma vorremmo ricordare a tutti, governanti, parti sociali ed imprese che la questione del mercato del lavoro in Italia non può non tener conto del problema spinoso del gran numero di giovani precari che sono un segno evidente del pericoloso regresso sociale cui stiamo assistendo. Il dilemma della difficoltà del lavoro dei ragazzi richiede che si risolva con urgenza nel suo complesso la “questione giovanile”,  se non si vuole che l’Italia diventi in breve tempo un paese di vecchi.

 A dire il vero i governi che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni nel nostro Paese non hanno fatto molto per dare una soluzione alla crisi drammatica della condizione giovanile, generando quella che Livio Bacci ha definito “sindrome del ritardo”. In effetti il fenomeno dell’ingresso ritardato delle nuove generazioni nel mondo del lavoro, che è saldamente occupato dagli adulti, ha fatto si che i giovani siano poco presenti nel nostro paese in ruoli e funzioni importanti. Tutto ciò si ripercuote negativamente in termini di creatività e di depressione demografica. Tutti sanno che gli adolescenti sono un fondamentale e necessario fattore di progresso in qualsiasi società democraticamente avanzata. Questo purtroppo non accade propriamente in Italia, dove il fatto che i giovani sono sempre meno presenti nella vita economica, politica e culturale della nazione denuncia un preoccupante fattore di regresso della nostra società, dove l’aumento della depressione e dell’obesità, l’assenza di una reale politica in grado di favorire l’inserimento delle nuove generazioni, il pesante prelievo fiscale, non solo aggravano la sindrome del ritardo di cui si è detto, ma molte volte deprimono di fatto il loro desiderio di farsi una famiglia.

Il perdurare di una situazione del genere è da attribuire in gran parte alla classe politica che ha governato negli ultimi decenni l’Italia, cui vanno attribuite non poche responsabilità. I governi politici che da Tangentopoli in poi si sono succeduti al potere hanno tra l’altro il grande demerito di avere acuito nel nostro Paese quel contrasto fra le generazioni che già il 68 aveva drammaticamente denunziato. Tuttavia intercorrono anche profonde differenze fra la generazione sessantottina e la nostra, in quanto, con tutti i limiti che ha comportato quella rivoluzione, il 68, mettendo sugli altari i giovani ha vinto la sua battaglia, mentre noi anche per stanchezza dell’esasperato panpoliticismo di quegli anni, senza poter disporre di un diverso e sostitutivo universo di valori cui appellarci, ci siamo limitati ad accogliere altri e meno importanti modelli, in primis quello edonistico della società del benessere in cui viviamo. Ma l’accettazione per comodità o per gentile concessione  degli adulti di quel sistema più che altro materialista di valori non giustifica il generale accanimento che vediamo oggi esercitato contro di noi dalle più mature generazioni.

A causa dei colpevoli ritardi dell’establishement politico e del mancato interesse delle parti sociali per la questione giovanile assistiamo oggi ad un’assurda guerra fra chi è detentore del privilegio di un posto fisso e la condizione di chi, come noi, vive nel limbo di una costante attesa di vedere prima o poi dare un corso alla propria esistenza per godere almeno di minime garanzie rispetto agli estesi diritti che ancora vengono concessi alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è certamente colpa nostra se siamo costretti per necessità ad una guerra tra poveri, a guardare alla condizione  lavorativa dei nostri padri come ad un insieme di privilegi da invidiare e in alcuni casi addirittura da contrastare, per cui ci trova d’accordo l’affermazione di chi intende” tutelare un po’ meno chi è oggi tutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci”.    

Se consideriamo infatti l’attuale situazione dei giovani rispetto al mondo del lavoro non c’è sicuramente da stare allegri: l’elemento dominante è rappresentato da una diffusa e dilagante disoccupazione che non ha altro correttivo se non nel ben più deprimente precariato, come dimostrano i miseri contratti a termine  (COCOCO o COCOPRO, secondo che siano proposti dagli enti pubblici o dalle imprese private) che anche nella loro dizione dimostrano di non essere cosa seria. A nulla serve che i ragazzi, dopo aver effettuato buoni studi, abbiano conseguito lauree, dottorati e master, dal momento che tutti hanno lo stesso destino di rimanere per anni e anni senza lavoro e forse senza futuro. Qualcuno di noi più coraggioso, che talvolta ha l’ardire di uscire dal guscio, dopo aver provato di vivere al di fuori dei nostri confini non manifesta più l’intenzione di tornare nel paese che gli ha dato i natali.

Caro Prof. Monti, altro che “monotonia del posto fisso” e bisogno di comodità da bamboccioni, come ha sostenuto il ministro Elsa Fornero, di rimanere cioè ben protetti nel caldo ambiente familiare, al contrario si tratta nel nostro caso di pensare per la prima volta, con un’inversione di rotta, a cure più drastiche per cercare di poter risolvere la gravità del problema giovanile all’interno di quello più generale delle nuove regole del mercato del lavoro. Occorre, pertanto, accelerare in modo prioritario sulle riforme prestando particolare  attenzione ai  problemi del nostro mondo. Se è vero che la gravità dell’attuale crisi ecinomico-finanziaria richiede di mettere in campo, come è stato fatto, più specifiche e rispondenti misure tecniche, non è da escludere che anche la risoluzione  dell’attuale regime di apartheid occupazionale dei giovani potrebbe trarre come conseguenza anche un vantaggio non lieve per la vicenda economica nazionale. Il governo in carica ha tutte la qualità ed i mezzi per fare bene e meglio di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni, che meritano tutto il nostro disprezzo in quanto, escludendo dalla loro agenda il tema del lavoro e dell’occupazione giovanile, più che badare agli interessi generali del Paese hanno pensato innanzitutto alla conservazione dei privilegi personali e della propria base elettorale.

Siamo consapevoli delle insormontabili difficoltà che il governo del prof. Monti si trova ad affrontare, innanzitutto la necessità di scardinare l’impalcatura dei privilegi che impacciano il cammino civile della nostra nazione. Non si può non insorgere ad esempio contro il fenomeno perverso delle esagerate retribuzioni degli alti funzionari dello stato e dei politici che fanno certamente gridare allo scandalo soprattutto se confrontate con gli esigui stipendi percepiti dai giovani a contratto o con le striminzite pensioni già decurtate da un ingiusto prelievo fiscale. Ci rendiamo conto che non è facile risolvere questi ed altri problemi che ci assillano. Passare dal privilegio al merito è la sfida che l’attuale governo ha deciso di affrontare. Speriamo che ci riesca sia per il nostro futuro sia per quello del Paese.

Stefano.carulli@tiscali.com

 

Se dal problema nazionale si passa alla considerazione dei fatti locali non si può non condividere le affermazioni di Iole Palumbo, che in un suo recente articolo pubblicato nelle pagine della vostra rivista, guardando al pil quale termometro della salute economica, ha definito giustamente la Basilicata “la regione più malata d’Italia”, in quanto a partire dal 2008 essa ha fatto registrare il più basso prodotto lordo della nazione. Se la gravità dell’attuale crisi economica e finanziaria impone cinghie tirate per tutti, ciò vale maggiormente per gli abitanti della nostra regione, che sono costretti ad una circonferenza sempre più stretta. I segni più evidenti ci vengono dal mercato delle esportazioni in forte recessione. In un contesto nazionale che ha fatto registrare un’inarrestabile caduta della produzione e dei guadagni delle imprese nazionali, la Basilicata è il fanalino di coda nell’economia del paese proprio in quei settori industriali, come quello del mobile e dell’auto, che nell’intenzione dei politici locali avrebbero dovuto avere una forza trainante.

Crisi finanziaria internazionale a parte, come attestano gli studi di Unioncamere e  Swimez, la verità è che a cominciare dal 2008 si è arrestato il ciclo positivo che aveva caratterizzato l’attività economica della regione Basilicata, innescando una progressiva riduzione del tasso medio di crescita, i cui valori, sono scesi attualmente a livelli estremamente preoccupanti, come dimostra sia la riduzione delle esportazioni sia la caduta della domanda interna e dei consumi. Certo bisogna tener conto anche degli aspetti negativi della globalizzazione che, pur favorendo una più estesa  commercializzazione dei prodotti,  ha finito anche per aggravare con la crisi mondiale, il ritardo e la debolezza congenita del Meridione. Ma tali fattori  giustificano solo in parte l’attuale nostra recessione. In effetti ci sarebbe innanzitutto da mettere in conto l’inefficienza delle Istituzioni locali che, a partire da quella regionale, chiamate a compiti e responsabilità troppo grandi, hanno dimostrato nella fattispecie la loro incapacità, come dimostra la cattiva utilizzazione dei fondi europei (in particolare quelli erogati per la formazione che sono finiti come al solito nelle mani degli stessi) che non ha prodotto i risultati sperati nei termini di avviamento al lavoro e di occupazione Questi dati servono a registrare la cattiva salute e in molti casi il fallimento dell’ industrializzazione lucana, affidata ancora oggi come in passato a soggetti esterni, occasionali predatori delle risorse messe a loro disposizione dalla Stato e dalla Regione che li ospita, mai in senso gratuito. Gli imprenditori locali giustamente attribuiscono alla politica arrogante ed incompetente il fallimento delle piccole imprese, a causa soprattutto delle pastoie della burocrazia regionale e per l’assenza di norme in grado di favorire l’accesso al credito. Essi non riescono  davvero a capire perché un imprenditore che sbaglia sia costretto a fallire mentre la classe politica che da diversi anni ha partecipato al sacco della nostra terra rimanga stabilmente al suo posto.

Secondo gli ultimi dati dell’ISTAT le persone in cerca di lavoro in Basilicata sono passate, dal 2008 ad oggi da 30mila e 50mila. Ciò vuol dire che è aumentato a dismisura il numero della persone a spasso nella nostra regione, mentre si contano sulla punta delle dita quelli che attualmente riescono a trovare collocamento nel mercato del lavoro, non tanto per le loro conoscenze ed abilità quanto per consolidati legami con il mondo della politica locale. Se il fenomeno della disoccupazione risulta grave nel resto d’Italia esso è addirittura dominante in Basilicata, dove un giovane su due è attualmente senza lavoro. E’ questo un dato veramente preoccupante che inoltre non tiene conto dei cosiddetti missing men, cioè di coloro che scompaiono dal mercato del lavoro per demotivazione. In quest’ultima categoria rientrano soprattutto le donne, le quali dopo un periodo di infruttuosa ricerca del lavoro spesso si arrendono e rientrano a casa per vedere scorrere inutilmente il loro tempo. E’ veramente triste costatare che il maggior numero di queste donne “scoraggiate” e senza cittadinanza nel mondo del lavoro è costituito dalle più alfabetizzate, che molte volte sono in possesso di diploma di laurea, per cui un valido titolo di studio non è per noi donne un requisito in più da offrire ad un ipotetico datore di lavoro.  

Dire allora che la nostra regione sta lentamente morendo non è solo un’affermazione pessimista di principio, ma lo specchio evidente di ciò che attualmente sta accadendo in Basilicata, una terra che non solo non riesce a decollare, creando occupazione, ma ciò che è più grave non è capace di soddisfare le più elementari esigenze dei suoi figli, che per evitare la vergogna della disoccupazione piuttosto che andare a  pietire presso i potentati locali, come è accaduto alla scrivente, decidono molte volte di abbandonare la loro terra, alla ricerca di destinazioni capaci di offrire qualche speranza o ulteriore possibilità di sviluppo. Non è certamente rassicurante il fatto che solo una piccolissima percentuale dei giovani che emigrano, portando fuori regione ricchezza e capacità produttive, decida infine di ritornare.   Vorrei ricordare alla nostra Governance locale che l’esodo dei ragazzi non costituisce una soluzione seppure momentanea del problema dell’occupazione dei giovani di Basilicata, ma al contrario, come l’emorragia che emana da un corpo sano, se essa non viene bloccata prima o poi può generare la morte dello stesso corpo sociale. Non ha senso, pertanto, sventolare come una bandiera il cosiddetto “patto con i giovani” laddove le logiche di partito si servono dei loro gruppi politici come uffici di collocamento, cui purtroppo i giovani troppo spesso, in assenza di altre normali possibilità per impiegarsi, sono costretti a rivolgersi. Sento di poter parlare non solo a nome di tutti quei ragazzi che, stanchi delle solite promesse e degli slogan, in assenza di risposte concrete sono costretti a cercarsi con il lavoro la vita a centinaia di chilometri da casa, ma anche di quelli che studiando fuori regione, accarezzano ancora il desiderio di ritornare, illudendosi di farlo non da mendicanti, ma da professionisti affermati.     

Raffaella.ierardi@libero.it