FORUM Giovanile 

  

Potenza, fra culto museale e brutte architetture del presente

Lettera aperta alla città di un giovane laureato in architettura

di Michele Martino

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

Cari amici, vorrei chiamarvi ad una riflessione sulla nostra città, che non tanto per la sua conformazione fisica quanto piuttosto per le recenti scelte di politica urbanistica,     obbedendo alla solita logica del profitto e non a quella della promozione civile, ha abbandonato l’idea di creare spazi a dimensione umana, condannando i suoi abitanti a riversarsi in agglomerati urbani anonimi, senz’anima e relazione fra loro. Qualcuno potrebbe dire a sua difesa che alla fine degli anni novanta l’amministrazione pubblica ha consegnato alla fruizione della cittadinanza il primo troncone delle scale mobili, cui di recente si è aggiunto sul versante opposto della città il tanto atteso ponte attrezzato. Peccato, però, che tali strutture tanto osannate abbiano una limitata capacità di utenza o non osservano alcune delle fondamentali norme di sicurezza.    

La nostra città che in passato fu definita sul settimanale l’Europeo dal compianto Leonardo Sciascia “la più brutta d’Italia” offre ancora oggi ad un visitatore che sa guardare e riconosce l’arte, come Sgarbi, un volto non propriamente accogliente. Tanto per rimanere sul tema delle grandi personalità che hanno avuto qualche relazione con la nostra città: Giulio Einaudi, giunto alcuni anni fa a Potenza per ritirare il premio Universum, disse di essere stato colpito dalle abitazioni del nostro centro storico di un recente antico, rimesse a nuovo dopo l’ultimo terremoto, in stridente contrasto con gli alti palazzi che si trovano nella parte più bassa della città, per lo più sedi di banche, che ancora oggi offrono al visitatore l’impressione di un piccolo centro dedito ad un grosso giro di affari. Ma l’aver consentito con regolari concessioni (a confronto le maldestre sopraelevazioni di piccole abitazioni impunemente realizzate nel centro storico dai notabili locali nel secolo scorso sembrano peccati veniali) l’accostamento a quelle antiche abitazioni di grattacieli svettanti in vicoli molto ristretti, giustifica certamente gli appellativi degli illustri personaggi di cui sopra. Ma all’incontestabile fatto che la nostra sia la più brutta città  in una nazione famosa per i suoi numerosi e nobili centri abitati c’è da aggiungere anche che Potenza è probabilmente anche la città più dissestata per le sue impercorribili strade  e, in competizione con la Campania, si avvia forse a diventare anche quella più sporca sia per l’approssimativa ed incerta raccolta dei rifiuti sia per l’abbandono e l’assenza di manutenzione delle poche zone verdi esistenti, spesso a ridosso di aree urbane molto ristrette e difficili da raggiungere.

La situazione del traffico cittadino,  un problema difficile e irrisolto da sempre, si è venuta ulteriormente a complicare ora che il mastodontico nodo complesso del Gallitello, che doveva essere il biglietto di benvenuto per il resto della regione, si è annodato su se stesso non solo a causa della colpevole inadempienza dell’impresa appaltatrice. Qualcuno potrebbe eccepire che nella nostra città esiste un numero consistente di musei che raccolgono reperti in grado di testimoniare trascorse grandezze. A questi si risponderà che il culto dell’antico è inutile da noi se a null’altro serve se non a nascondere i limiti culturali e il cattivo operato dei protagonisti della politica locale. E’ noto a tutto l’annoso connubio che da anni unisce strettamente nella nostra città politica ed imprese, eppure gli impresari continuano ancora oggi a fare gli impresari come sempre a loro vantaggio ( si consideri ad esempio il grosso affare del quartiere di Poggio Tre Galli, sul quale ha indagato la magistratura, i cui abitanti hanno dovuto rinunziare ad una piazza e a diverse strutture sociali già progettate per assistere allo scandalo recente di una lucrosa lottizzazione) ed i politici continuano impunemente nella loro azione politica molto ben remunerata da ogni lato. Quando e chi scioglierà una tale congrega non si sa, se nemmeno la stampa locale, generalmente asservita al potere, ne parla mai o, peggio ancora, autocensurandosi tace più gravemente di fronte ai fatti della corruzione e della mala-politica.

Tutti sanno che la nostra è una città fatta di scale, ma chi ha mai pensato di risolvere il problema di quelli che pur inchiodati su una sedia a rotelle sono costretti a rispettare le stesse regole dei mezzi su gomma, col rischio di essere travolti nel flusso del traffico cittadino. Eppure non ho mai visto tante macchine munite di contrassegno per invalidi  quante se ne contano qui da noi. Probabilmente è un lusso preoccuparsi dei disabili in una città che non conosce neppure i semafori, dove  anche i più sani pedoni rischiano continuamente la vita nell’attraversamento delle strade e degli incroci. Tuttavia qui il tempo e i soldi si spendono per edificare nuove architetture che purtroppo spesso non servono, come quell’orripilante ponte in metallo che nell’intenzione dei ben pagati progettisti, collegando Parco Aurora col sottostante Parco Baden Powell, avrebbe dovuto consentire ai pedoni di bypassare senza pericolo il frenetico traffico automobilistico della zona. Ma a che serve ricordare la probabile utilità di un’opera  tanto decantata dai nostri amministratori locali, se essi, ignorando la norma dell’eliminazione delle barriere architettoniche, hanno consentito che quella struttura scriteriata e incompleta rimanesse comunque lì inutilizzata per diversi anni. Purtroppo quest’ultimo orripilante cavalcavia in metallo non è l’unico capolavoro architettonico della nostra città: l’elenco è lungo. Che dire di quella “gabbia di polli” che strozza la già ristretta piazza antistante l’ingresso del Vecchio Ospedale, o di quel “galeone spagnolo” che, precedendo il naufragio della Costa Concordia e angustiando la vita agli abitanti del luogo, si è andato ad incagliare non tra le scogliere dell’isola del Giglio ma in uno stretto spazio di Via Tirreno. Qualcuno certamente potrebbe dire che quel costoso progetto di un’opera inutile è stato pagato non da noi direttamente ma utilizzando i fondi europei previsti per la riqualificazione delle città. Questa, secondo noi, è una giustificazione gratuita che non giustifica gli sprechi della cattiva politica.

La storia dell’arte ci ha insegnato che belle e monumentali fontane servono a completare l’armonia delle più nobili piazze italiane. Ma qui da noi, purtroppo, non si dà molta importanza alle fonti, anzi, si procede spesso al loro smantellamento, come è accaduto a quella bella fontana in pietra lavorata della mia infanzia, che per tanti anni ha ornato il centro di Piazza del Duomo, che è stata sostituita indegnamente da un  misero cilindro con cannello “autorevolmente firmato”. Chissà che fine hanno fatto fare a quella  fontana tanto cara della nostra memoria, non vorrei che giacesse in disarmo abbandonata o, peggio, sia stata riciclata per ornare la villa di un ex assessore. Che dire poi del discutibile accostamento del marmo, anch’esso poco degnamente firmato, con la pietra lavica di cui sono fatti la scala e l’arco sottostante la statua del santo Patrono, o della pedestre imitazione di Gaudì nell’uso del matallo accostato a materiali di costruzione industriale che è possibile ammirare, si fa per dire, nella piazzetta di Sant’Anna. Se passiamo da un piccolo spiazzo alla piazza principale della città il discorso non cambia. Di fronte al restauro operato nello slargo più ampio e importante di Potenza, che nel corso della storia ha spesso mutato il suo nome (Piazza dell’Intendenza, del Mercato, Mario Pagano o della Prefettura), dichiarando con questo la sua longevità, non si può non rimanere sconcertati.  

Se escludiamo la nuova pavimentazione in quadroni e la sostituzione degli antichi pali di bronzo, definiti dozzinali da qualche esterofilo estimatore del nuovo, con  “ventiquattrali” (esattamente il doppio di quelli precedentemente esistenti) alte e poligonali traverse di oscuro metallo squadrato, non molto è stato fatto. Ma questo è bastato a snaturare definitivamente la sua natura e la funzione di piazza. Dopo mesi interminabili, caratterizzati dalla presenza ingombrante e spettrale di un cantiere post-industriale continuamente aperto, sinceramente ci saremmo aspettati qualcosa di  meglio. Ma, osservando il risultato finale, viene facilmente da dire “Cosa ne è stato del concetto di piazza che a partire dai fori romani arriva alle splendide e artistiche piazze rinascimentali che in alcuni casi hanno ispirato la pittura metafisica di De Chirico”. A cose fatte,  dobbiamo concludere che nella nostra piazza non c’è nulla che possa essere avvicinato a questi modelli, che spesso percorsi da colonnati servono ad accogliere i visitatori col calore del loro abbraccio e l’eroica saldezza delle loro architetture. In effetti, una volta giunti in prossimità della piazza, sia che si venga dalla Porta Salsa, sia che si proceda dal versante opposto di Porta San Luca, si para innanzi agli occhi dell’osservatore lo spettacolo deprimente della mole seriale, estranea ed ingombrante, dei pali che attraggono per intero la sua attenzione, celando quasi completamente dietro una cortina di colore acido-funereo il frontale dei palazzi. Anche altri dettagli aggiunti, come le fredde panchine di marmo messe in un angolo della piazza, non invitano certo al raccoglimento, ma inducono ad una rapida sosta. Infine le rade magnolie, che alternano i sedili, sembrano poco adatte ad abbellire un luogo spesso spazzato da venti gelidi particolarmente sensibili nella stagione invernale. A difesa dell’opera i politici nostrani ricordano che il progetto reca, se non la firma, almeno la mano della nota Gae Aulenti che da poco ci ha lasciato. Più che criticarla dovremmo, pertanto, essere fieri di poter vantare nella nostra città la presenza di un’opera architettonica composta in articulo mortis da un grande architetto! Peccato che, per quanto mi risulta, l’Aulenti ha avuto l’accortezza di non firmare quel progetto, ma semplicemente di interessarsi solo ab esterno del corso dei lavori, diretti da un’equipe di architetti nostrani molto ben sponsorizzati dai loro amici di partito. Con quest’ultima considerazione pongo termine alla mia lettera, che, come ho detto all’inizio, vuole essere un invito a considerare le brutture architettoniche della nostra città, spesso favorite sia da evidenti limiti di provincialismo culturale sia da scelte  strumentali di politica urbanistica.    

m.martino@hotmail.it