News

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Considerazioni sulla governance europea

di "Gianni Pittella"

 

L’addetto stampa dell’on. Gianni Pittella, Vicepresidente Vicario del Parlamento Europeo, ha inviato alla nostra Redazione il discorso di ringraziamento da lui pronunciato recentemente a Tirana presso la Mediterranean University of Albania in occasione del conferimento di laurea honoris causa per l’eccezionale suo contributo nell’incoraggiare e sostenere il processo d’ integrazione degli stati nella compagine europea. Pubblichiamo senza tagli l’intera allocuzione in quanto affronta due temi di grande attualità nella governance europea: la grave crisi economica e il futuro delle giovani generazioni

Signor Rettore dell'Università, gentili professori e professoresse, membri del Senato accademico, Autorità, gentile Presidente Mifsud, cari studenti e amici, sono onorato, felice, emozionato e commosso, per questo prestigioso riconoscimento che oggi ricevo da voi.

Posso, e voglio, dirvi semplicemente GRAZIE! Con tutto il mio cuore.

Credo che vi sia un amore speciale fra Italia ed Albania, e in me c'è certamente! Voi sapete che ognuno di noi ha due cuori, un cuore che palpita e un cuore che pensa. Con il primo provo gioia e passione. Con il secondo cercherò di proporvi la mia analisi sulla crisi europea.

È ormai evidente a tutti che l’Europa rischia di avvitarsi in una spirale deflazionistica di austerità e insostenibilità dei debiti che oggi è diventata la ragione principale del permanere dei dubbi sulla capacità di sopravvivenza dell’euro nel medio termine e sulla generale possibilità delle economie europee di rialzare la testa.

Le nuove generazioni di ragazzi europei, i nostri giovani, in questo particolare periodo storico sono preoccupati e scossi dalle difficoltà  economiche e finanziarie di molti paesi e dall'assenza di chiare prospettive di crescita e di sviluppo. Al tempo stesso ascoltano messaggi provenienti dall'Europa che appaiono solo come richiami al rigore, all'ordine nei bilanci pubblici, ai sacrifici. In un momento simile è essenziale ricostruire una trama più ordinata di relazioni in cui tutti, Governi e Consiglio europeo, Commissione, Parlamento europeo e Parlamenti nazionali diano prova di partecipare alla stessa sana competizione nell'interesse dei nostri cittadini e del futuro dell'Europa.

E sia pure con enorme difficoltà, si é fatta strada negli ultimi mesi a Bruxelles la consapevolezza della necessità di dotare anche di una "gamba politica" un'Europa finora zoppa. Un'Europa della moneta priva di un governo economico. Una reazione arrivata con troppo ritardo e che risulta ancora parziale. E proprio tale ritardo ha rappresentato, a mio avviso, la più grave colpa dei governi europei. I Governi hanno reagito in maniera scoordinata alla crisi decidendo di intervenire solamente quando non è stato assolutamente necessario.

Gli attacchi di cui è stata oggetto la Grecia, l'Italia ed altri Paesi e le  difficoltà a finanziare i propri debiti sui mercati, hanno tradito un cattivo funzionamento della zona euro. L'inesistenza di strumenti di prevenzione e di gestione delle crisi, le risposte politiche inadeguate, modeste e tardive, le maggiori difficoltà che l'Unione europea sta incontrando, rispetto alle altre aree del mondo per uscire dalla crisi, sono il segno della mancanza di una reale struttura di governance economica a livello europeo. La gestione di questo complicato momento, anche grazie alla confusa regia tedesco-francese di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, è stata costellata di ripetute incertezze e ritardi, dichiarazioni avventate, errori tattici e strategici. Il tutto in una logica di piccoli passi che ha finito per ingigantire gli effetti della crisi e incentivare la speculazione con seri rischi – come stiamo vedendo – per il futuro non solo della moneta unica ma dell’UE intera. Il ritardo nella reazione ha provocato danni enormi. Gravi fenomeni di esclusione sociale, di aumento delle povertà soprattutto in paesi che erano già in difficoltà e che ora con i conti in rosso non hanno le risorse per programmare una risposta alla crisi.

Mi soffermo particolarmente sulla questione della crisi perché sono convinto che non ci sia ulteriore tempo da perdere se si vuole davvero salvare l'euro ed evitare un rischioso effetto domino che vedrebbe le "piccole" economie implodere e portarsi dietro anche quelle di paesi più importanti. Per questo bisogna agire con coraggio non solo sulle finanze pubbliche dei Paesi con i conti in rosso ma anche e soprattutto sulla crescita. Il solo riordino dei conti non basterà a far ripartire le economie in difficoltà. Finché i documenti ufficiali continueranno a parlare solo di austerità – come fa il documento dell'ultimo Consiglio europeo – allora vuol dire che siamo in alto mare. Questo approccio da solo non sarà sufficiente a tirare fuori l’Europa dal buco in cui collettivamente si è cacciata.

Ma cosa significa allora guardare alla crescita?

Un contributo importante alla domanda interna dell’intera Eurozona può venire dall’accelerazione delle spese per investimento coperte con fondi comunitari, dall'emissione di project bond e dall'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie. Con risorse fresche provenienti da questi nuovi strumenti si può lanciare un grande piano di investimenti europei nei settori strategici - green economy, reti infrastrutturali ecc - capace di rilanciare l'Europa.

Manca una visione politica chiara in Europa per uscire da questa intricata situazione. Essa vede in primo piano due nodi essenziali da sciogliere: l’eccesso di debito dei paesi “periferici” e il dissesto di molte banche e sistemi bancari europei. Due problemi strettamente collegati tra loro e alla radice dell’attuale crisi dell’euro, ma che i governi europei si sono dimostrati assai riluttanti, almeno finora, a gestire come tali. La conseguenza è un intreccio crescente tra crisi bancaria e dei debiti sovrani con un'interazione perversa e gravida di rischi, che andrebbe arrestata quanto prima.

Il Parlamento europeo sta chiedendo da tempo ai Governi ed alla Commissione europea un salto di qualità nella strategia politica e la presa di coscienza che se si vuole davvero mirare ad obiettivi ambiziosi é necessario introdurre strumenti altrettanto ambiziosi. Penso ad esempio alle euroobbligazioni ed agli stability bond. le prime se introdotte, permetterebbero di finanziare progetti strategici europei in settori come le energie alternative, le reti transeuropee e le nuove tecnologie. Una maniera per aumentare la spesa pubblica offrendo ossigeno all'economia. parallelamente con gli stability bond potremmo puntare a migliorare la situazione del mercato del debito sovrano e consentire una riduzione del costo del finanziamento agli stati membri!

Vedete, non si può non tenere conto del forte disagio sociale che si registra in Europa. L'uscita dalla crisi, insomma, non può produrre un ulteriore approfondimento delle diseguaglianze sociali. In Europa non potremo rilanciare i consumi finché non proporremo misure adatte a riportare i soldi nelle tasche dei cittadini e non potremo programmare un piano d'investimenti degno di questo nome e funzionale alla crescita economica, se rimaniamo in attesa di interventi dei singoli governi che hanno i conti in rosso. Questa crisi ha, e sta ancora, evidenziando carenze importanti nell'impianto istituzionale europeo. È chiaro che un'Europa che voglia affrontare il futuro nella maniera migliore deve riuscire ad esprimersi, a crescere, e ad affermare il suo ruolo come entità unitaria. Per farlo vanno sciolti i nodi che rallentano il nostro processo di crescita politica.

Il nuovo impianto dei rapporti e dei poteri tra le istituzioni europee ridisegnato dal Trattato di Lisbona può essere un'occasione storica per rilanciare il processo di allargamento e di integrazione verso l'Unione politica. A patto però che i singoli governi accettino pienamente e non solo a parole la parziale cessione di sovranità che il patto prevede a favore dell'autonomia europea, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Il ripiegamento su logiche strettamente nazionali rappresenta un comportamento che non paga. E' una pura illusione pensare che qualsiasi Stato membro dell'Unione Europea, a partire dai più grandi, possa far valere i propri interessi nazionali al di fuori di uno sforzo congiunto europeo.

La realtà internazionale é talmente mutata che non si vede come nessuno dei nostri paesi possa recuperare un suo ruolo autonomo e distinto, reagire solo con le sue forze alle sfide della globalizzazione, senza invece mettere al servizio di un accresciuto ruolo dell'Unione Europea in quanto tale le proprie energie. C'è dunque una questione di volontà politica, una questione di forza e di direzione politica dell'Unione che richiede anche adeguate soluzioni istituzionali. Per troppo tempo a molti é apparso come un lusso ed una perdita di tempo prezioso dibattere e trattare sulle  questioni del Trattato e più in generale sulle questioni degli assetti istituzionali invece di concentrarsi sulle politiche e sulle decisioni da prendere rispetto a nodi come la crisi economica o le problematiche ambientali.

Questo perché a molti sfuggiva che le insufficienze delle nostre istituzioni hanno da sempre limitato gravemente la capacità dell'Europa di agire unita e di far sentire tutto il suo peso sulla scena mondiale. Non possiamo negare il contributo offerto dall'UE alla comunità internazionale per far fronte alla recente crisi. Ma é altrettanto innegabile osservare come il luogo delle decisioni fondamentali si sia spostato dal G8, nel quale il peso dell'Europa era indubbiamente rilevante, al G20, Il baricentro si è spostato insomma lontano dell'Europa. Un elemento da non sottovalutare e da affrontare rapidamente se vogliamo che l'Europa abbia un peso e riesca ad esprimere una posizione univoca su questioni rilevanti. 

Una nuova governance globale, capace di guidare la ripresa economica mondiale su basi sostenibili, deve poggiare su istituzioni internazionali più rappresentative e più efficaci. Non sarà il ritorno al protagonismo degli Stati nazionali che darà una risposta di sistema alla crisi. Anche per quest'ordine di ragionamento resta di centrale importanza il processo di adesione all'UE dei paesi dell'area balcanica.

Il Parlamento europeo resta "fortemente impegnato" a favore del futuro europeo dei Balcani occidentali. Resto convinto che la riunificazione dell'Europa non sarà completa finché i Balcani occidentali non saranno parte dell'UE. Una prospettiva questa che é nelle mani di Bruxelles così come nelle mani di ognuno di questi
paesi.  Il processo verso l'adesione dipende dai progressi che sapranno fare in riforme ritenuti chiave. E non solo. Il successo di tale percorso dipenderà anche dalla capacità della classe dirigente politica albanese di stemperare un clima di forte divisione che certamente non favorisce alcun progresso ma anzi rende il cammino verso l'adesione più complesso e faticoso. Il vostro impegno deve essere quindi concentrato a favorire un clima politico sereno dove le forze di maggioranza ed opposizione, nella consapevolezza che in democrazia gli equilibri sono destinati a mutare di volta in volta, siano capaci di guardare con senso di condivisione agli obiettivi da raggiungere per garantire un futuro dell'Albania in Europa.

I germi dell’odio e della dispersione nazionale sono il principale nemico della vostra grandezza e del vostro orgoglio.

A questo proposito vorrei ricordare la lezione di un grande Europeo, un padre della Nuova Europa  che da poco ci ha  lasciati, Vaclav Havel.

Una volta Vaclav Havel disse che  l’Europa tutta era una periferia, un fantastico Finis Terrae, la « penisola del tramonto ». Il termine Europa deriva infatti dall’accadico Erebu che vuol dire « calar del sole ». « Questo e’ il luogo » secondo Havel « in cui le identita’ si addensano e non hanno alternativa fra la guerra e la coabitazione, fra l’auotodistruggersi e l’essere spazio unitario di spirito e di civilta’. L’Europa e’ un arcipelago, con le diversita’ interrelate al punto che l’assenza di una sola di esse provocherebbe un crollo globale. Una terra capace di digerire popoli e culture, senza mai farne un meticciato informe ».

Ecco io sono convinto che l’Europa, questo straordinario arcipelago millenario,  sapra’ accogliervi senza mai domandarvi di rinunciare alla vostra identita’, alle vostre radici. Non credo ad un’Europa sradicata e disincarnata. Al contrario per me l’Europa e’ una Storia che viene da lontano, un Mito. Quando penso all’Europa penso a dei paesaggi, a dei luoghi. Per restare  fedele alla propria missione nella Storia, l’Europa ha bisogno di radici e le radici dell’Europa sono qui,  nella terra delle aquile.

Mi rendo ben conto di come il processo di adesione sia un processo ancora contraddittorio e complicato. Il riproporsi di tensioni e incomprensioni sia tra i paesi della regione che all'interno degli stessi Paesi non é certamente un elemento che aiuta. Certo il fatto che non siano riesplosi apertamente nuovi conflitti può essere considerato il primo risultato dell’azione europea, ma non possiamo nasconderci quanto complessa sia la realtà. Fa bene l’Unione Europea a mettere l’accento sulla necessità di una cooperazione regionale più sana, basata sulla fiducia e il riconoscimento reciproco. Non si può pensare che la liberalizzazione dei visti, scelta opportuna nella logica di un circuito virtuoso della mobilità, diventi il surrogato dell’assenza di progressi nella riorganizzazione sociale ed economica, in un contesto democratico, dell’area dei Balcani.

 Nel mio ruolo, vorrei contribuire a questo delicato percorso in cui credo. In qualitá di vicepresidente del PE responsabile per l'EMUNI, il network di oltre 150 università di 38 Paesi Euro-Mediterraneanei, di intesa con il suo Presidente, il prof Joseph MIFSUD, vorrei proporre  una Davos dei Balcani! Una conferenza che però non si occupi solo di questioni finanziarie ed economiche ma tratti anche di società, energia, trasporti ovvero di quegli elementi che possono davvero costituire un valore aggiunto al processo di adesione.

Vedete, ci troviamo oggi nella vostra prestigiosa Università ed é per questo che mi fa piacere sottolineare un aspetto legato proprio ai giovani studenti di tutt'Europa.  Un'istruzione e formazione professionale di elevata qualità sono fondamentali per consentire all’Europa di affermarsi come società della conoscenza e competere in maniera efficace nell’economia globalizzata.

In questo momento di grave penuria di risorse economiche, dovuta alla crisi mondiale e di scarsa programmazione nazionale, l'Unione europea è l'unica istituzione alla quale i giovani possono guardare con qualche speranza per studiare, formarsi e trovare un lavoro. Il programma Erasmus, che permette agli studenti di trascorrere esperienze di studio all'estero e che è stato recentemente allargato, in particolare per mia iniziativa, al mondo dell'impresa e della Pubblica amministrazione, è generalmente conosciuto ormai da tutti i ragazzi ed è entrato nel loro orizzonte formativo. Adesso ci stiamo battendo perché divenga veramente universale, estendendolo a tutti i cittadini tra i 16 e i 35 anni e anche ai giovani di altre aree come i Balcani e della sponda sud del Mediterraneo. Formazione, ricerca, istruzione, occupazione, restano gli architrave di una strategia intelligente di uscita dalla crisi. Ed occorre la mobilitazione di tutti perché questi temi siano posti sempre in cima all'agenda politica europea perché don dimenticate che nella società della conoscenza, lavoro e sapere sono due facce della stessa medaglia. Una società solidale di liberi, di uguali, di responsabili si fonda sull’intreccio indissolubile tra sapere e lavoro. Oggi chi sa è libero, chi non sa dipende da altri.

Il mio appello a voi, dunque, da deputato europeo e da primo vicepresidente del Parlamento europeo, é: “Impegnatevi con il cuore e con le vostre intelligenze a favore della crescita del vostro Paese”. Il poeta e premio nobel irlandese William B. Yeats diceva “Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco”,  spero che con questo fuoco possiate contribuire allo sviluppo dell'Albania e quindi dell'Unione europea. L’Albania e’ da sempre terra d’incontro in cui si miscelano le correnti ellenistiche, l’eredita’ romana e la migliore cultura islamica di matrice ottomana. L’Albania e l’Unione Europea sono destinate ad incontrarsi. Insieme condividiamo la stessa vocazione all’apertura, al dialogo e alla tolleranza. Insieme veniamo da lontano e insieme andremo lontano.

 

Grazie