NEWS 

  Venerdì 26 Luglio 2013

Francesco, un Papa venuto dai più lontani confini del mondo
di Marino Faggella



La Chiesa tra cadute e rinascite
1. L’abdicazione di un Papa è certamente un fatto eccezionale accompagnato da molti dubbi e paure. Ad un tale annuncio è comprensibile che il popolo dei fedeli, privato della sua fondamentale guida spirituale, rimanga attonito ed atterrito interrogandosi sulle ragioni di una tale recusatio che potrebbe far pensare alla decisione di quel Pier da Morrone che, dopo aver assunto il nome di Celestino V, fece, come sostiene Dante nella sua Commedia, “ per viltade il gran rifiuto” di fronte ai compiti immani cui era chiamato in un momento storico particolarmente grave per la Chiesa di Roma, divenuta luogo di corruzione e tormentata da una crisi insieme morale e spirituale che ha molte analogie con la nostra storia attuale. La rinunzia di Papa Benedetto XVI, sollevando il velo sugli scandali della Chiesa romana ha suscitato il disgusto del mondo verso il centro del potere della cristianità, travolto dalla pedofilia, dallo spionaggio, dalla solita propensione mai smessa alla mondanità e al possesso dei beni materiali. Dinnanzi a questo immane peso da sostenere, contro le tentazioni del potere, della ricchezza e della sensualità che richiamano una celebre espressione del 20 giugno 1972 di Paolo VI (“Ho la sensazione che da qualche fessura il fumo di Satana sia entrato nel tempio di Dio”) non è bastata la statura morale e intellettuale di Papa Ratzinger che alla fine si è rivelata insufficiente ad arginare tanta corruzione, ma ci voleva un uomo diverso, un semplice pastore d’altri tempi per riportare la Chiesa sulla via diritta e giusta. L’aver intuito che in una situazione di così evidente gravità a poco sarebbero servite le alte qualità filosofiche e teologiche è probabilmente il merito più grande di Benedetto XVI.
Non sono mancati nell’ambito stesso della Chiesa quelli che hanno cercato di ridurre le distanze tra l’elezione del nuovo Papa e l’abdicazione di Ratzinger. Il gesuita padre Sorge in un’intervista rilasciata a “La Presse” in occasione della nomina al pontificato di Bergoglio, in maniera abbastanza diplomatica , ritiene che i due momenti siano da considerare non solo in antagonismo ma anche in successione: “La elezione di Papa Francesco – spiega Sorge – va vista, nello stesso tempo, in continuità e in discontinuità con la rinuncia di Benedetto XVI. Quello di Papa Ratzinger è stato un pontificato crocifisso. Ma il vero significato della croce è nella resurrezione. La “passione e la crocifissione” di Benedetto trovano il loro pieno significato nella “resurrezione” portata da Francesco. Da un lato, dunque, c’è continuità tra i due pontificati, dall’altro però c’è una forte discontinuità: quella appunto che intercorre tra la crocifissione e la vita nuova della resurrezione”.
La sede vuota del papato se indubitabilmente costituisce per tutti i cristiani un momento di scoramento e di terrore, tuttavia, come ha sostenuto San Pier Damiani in pieno Medioevo, è anche un momento opportuno (kairòs) perché questo storico e antichissimo istituto, di fronte al grave dilemma di perdere totalmente la sua credibilità o di riguadagnarla, dopo aver toccato il fondo ha avuto sempre il coraggio di rialzarsi per risolvere la gravità dei suoi problemi. Il teologo Pierangelo Sequeri sottolinea così in “Avvenire” la disponibilità della Chiesa di Roma di risorgere anche nei momenti di crisi:”Ci sono dei momenti in cui la Chiesa ci sembra così affaticata e stretta d’assedio da noi stessi – che la amiamo da dentro – patiamo il suo stesso avvilimento, quasi non sentendoci all’altezza, o nella possibilità di fare ciò che sembra necessario. E poi sempre scompigliando le previsioni e le nostre stesse attese, essa ci appare improvvisamente capace di superare se stessa”.
Questa storica e ciclica ricorrenza di cadute e risorgimenti serve anche a segnare le distanze fra Chiesa e le altre istituzioni temporali, regni ed imperi, che pur essendo stati fondati da uomini forti hanno conosciuto prima o poi l’esperienza del tramonto e della fine, mentre la Chiesa stessa, pur avendo avuto momenti di crisi che hanno fatto pensare ad una sua fine, è ancora oggi per miracolo salda e in piedi grazie alla sua capacità di rigenerarsi. Questo perché Cristo ha voluto che essa non fosse fondata da un superuomo, ma ha scelto come pietra fondamentale della sua Chiesa Simon Pietro con un significativo gioco di parole (“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Matteo: 16,19-), un uomo debole dalla volontà vacillante, che come si ricava dalle scritture giunse per paura a rinnegarlo tre volte, un uomo timoroso e privo di coraggio, peccatore come uno qualsiasi di noi, ma pieno di amore filiale e investito dallo Spirito Santo.
Francesco: un nome impegnativo
2. Questo giustifica l’annuncio della “grande gioia“ il gaudium magnum che, ripetendo le parole dell’angelo ai pastori di Betlemme, ha salutato anche oggi l’elezione di Mario Gheorghe Bergoglio al soglio di Pietro, un Papa latino-americano, venuto a noi dai più lontani confini del mondo, che subito è apparso a tutti come l’uomo mandato dalla Provvidenza divina per raddrizzare la barca di Pietro in pericolo di naufragare. Nella Basilica Superiore di Assisi esiste un ciclo straordinario di affreschi, commissionato nel ‘200 dai responsabili dell’ordine francescano a Giotto e alla sua scuola, che rappresentano quasi come in una sequenza di scene cinematografiche la vita del Santo. La sesta di queste scene che sono disposte in una sintetica successione, ma prima per il suo significato, è quella che rappresenta la visione notturna di Innocenzo III che ha un evidente valore simbolico, come si può desumere dalla biografia di Francesco d’Assisi scritta nella seconda metà del Duecento dal mistico Bonaventura da Bagnoregio che certamente è la fonte scrittoria alla quale il pittore fiorentino si è ispirato:” Egli aveva visto in sogno come se la basilica del Laterano stesse per crollare e un uomo, poverello, modesto e dimesso, poggiata ad essa la sua spalla, la sosteneva perché non cadesse”.
E’ allora spiegabile la scelta assolutamente nuova e coraggiosa del nuovo Papa di chiamarsi Francesco nel ricordo di colui che, pur disponendo di grandi ricchezze in quanto figlio di un facoltoso mercante, spogliandosi dei suoi beni in aperto contrasto con le inclinazioni del suo secolo già precapitalista, aveva irradiato nel mondo i primi segni della sua prossima santità perché, come canta Dante nel XI canto del Paradiso, aveva scelto spontaneamente e con coraggio di unirsi con la Povertà in un mistico matrimonio:” Ché per tal donna, giovinetto,in guerra /del padre corse, a cui, come a la morte,/la porta del piacer nessun disserra”. Mai prima d’ora nella storia della Chiesa un Pontefice aveva assunto questo nome non solo prestigioso ma anche così fortemente impegnativo a causa delle difficoltà di applicazione pratica della Regola del santo di Assisi, che è risultata fin dal suo primo dichiararsi ( essa fu approvata da Onorio II il 29 novembre 1223) in controtendenza se non proprio in antagonismo con le abitudini del mondo e della Curia romana.
Il 16 marzo 2013, in occasione della sua prima conferenza con i giornalisti papa Bergoglio ha così spiegato le ragioni della scelta del nome pontificale maturata durante le fasi conclusive del conclave:” Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione del Clero, il cardinale Claudio Hummes. Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero…Ah, come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.
Nei sette minuti della sua prima omelia papa Bergoglio ha poi condensato il manifesto del suo pontificato che, ispirandosi agli ideali francescani, ha intenzione di seguire due strade: la prima che si propone la conservazione dell’ordine della creazione, vista non semplicemente secondo una visione ambientalista, ma anche col proposito di assegnare alla famiglia tradizionale, costituita dal legame tra un uomo e una donna (“essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita”), un ruolo fondamentale nella società in quanto essa rappresenta “il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini”; la seconda che, intendendo porre al primo posto l’amore per i poveri, i deboli, gli emarginati, i sofferenti, gli handicappati, pensa ad una improcrastinabile riforma della Chiesa umile, votata alla castità e come dice il poeta Petrarca non “nudrita in piume al rezzo, Ma nuda al vento e scalza fra gli stecchi”.

Significato dello stemma papale
3. Nello stemma papale di Jorge Mario Bergoglio, che ricalca quello arcivescovile, è presente il motto Miserando atque eligendo che, richiamandosi da vicino al contenuto di un’omelia del Venerabile Beda (672-735) riferentesi alla scelta di Matteo quale seguace di Cristo, tra le altre cose annota:”Gesù vide un uomo, chiamato Matteo seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Matteo,9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con amore misericordioso in vista della sua elezione, gli disse : Seguimi”, cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato” E’ qui ritrascritto alla lettera e riattualizzato quale disegno del nuovo ministero pontificale il programma della imitatio Christi di San Francesco, riportato all’inizio della già ricordata biografia francescana che, ispirandosi ad una espressione del Nuovo Testamento, cosi allude all’entrata di Cristo nella Storia:” La grazia di Dio, nostro salvatore in questi ultimi tempi è apparsa nel suo servo Francesco. (…) E’ apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini e c’insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà”.
A quelli che pensano che sarebbe senza senso parlare oggi di abbandono delle ricchezze e di povertà in un mondo esclusivamente segnato dall’egoismo economico del guadagno e dell’arricchimento, gli ideali vagheggiati dal nuovo Papa son al contrario di grande attualità e costituiscono un monito per quelli che, dimentichi di essere comunque destinati alla morte - così predicava San Francesco - inutilmente si affannano ad accumulare. Contro gli errori di quanti nel nostro secolo, sia laici che religiosi, non si fanno scrupolo di ambire le cose terrene, di ricercare guadagni effimeri (il monito è rivolto soprattutto a quegli uomini di Chiesa che, specializzatisi nelle attività speculative e finanziarie, invece di ricercare la gloria del Creatore pensano esclusivamente al proprio vantaggio personale: è di questi giorni lo scandalo dello IOR, e l’incriminazione di Mons. Scarano, uno dei suoi maggiori rappresentanti dell’istituto di credito del Vaticano, per operazioni finanziarie contrarie alla legge) Papa Francesco ha così esordito nel suo memorabile discorso del 12 giugno:”San Pietro non aveva un conto in banca e quando ha dovuto pagare le tasse il Signore lo ha mandato al mare a pescare un pesce e a trovare la moneta dentro al pesce, per pagare (…)Il Vangelo va annunciato con semplicità e gratuità (…) La testimonianza della povertà ci salva dal diventare organizzatori, imprenditori (…) Si devono portare avanti le opere della Chiesa, e alcune sono un po’ complesse, ma con cuore di povertà, non con cuore di investimento o di imprenditore”.
Il primo papa gesuita
4. L’elezione di Bergoglio, primo papa gesuita della storia, ha sorpreso un po’ tutti gli osservatori (non è sembrata innanzitutto operazione facile conciliare fra loro i dettami religiosi dei gesuiti e dei francescani, due ordini che proprio nel continente americano non di rado per gelosia si sono avversati) non fosse altro perché, secondo una prescrizione contenuta nella regola della Compagnia di Gesù, non è consentito ai seguaci di Sant’Ignazio di Layola accettare cariche ed onori, definiti vani desideri mondani (Curet primo Deum, innanzitutto curati di Dio, è la prescrizione fondamentale enunciata dal fondatore dell’ordine), meno che mai quella di pontefice, nei riguardi del quale i gesuiti ad maiorem Dei gloriam giuravano di osservare con assoluta dedizione fedeltà e obbedienza perinde ac cadaver contemporaneamente al voto di castità. Probabilmente nella sua elezione hanno pesato anche ragioni di scelta politica, più precisamente motivi di geopolitica che hanno indotto eccezionalmente un gesuita a farsi Papa chiudendo una lunga parentesi storica che aveva tenuto l’ordine fondato da Sant’Ignazio lontano dal soglio pontificale.
Certo è assolutamente nuovo che dopo tanti secoli il papato abbandoni l’Europa per trasferirsi nel continente americano, anzi nella parte più meridionale di esso. Giustamente ha sostenuto Messori che l’uscita del papato dall’Europa ha lo stesso valore storico-simbolico che nel 1978 ebbe l’elezione di papa Wojthyla, che dopo tanti papi di nazionalità italiana spostava per la prima volta il baricentro del papato dall’Italia verso l’Europa dell’est dove erano in corso rivoluzionari cambiamenti che avrebbero cambiato l’assetto del mondo. Condizioni nuove che egli si augurava e forse in parte già intravedeva mentre con voce tonante e suadente esortava gli uomini nella prima liturgia domenicale del 22 ottobre del 1978 ad aprirsi alla luce della carità :” Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà, aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà e di sviluppo, non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo, solo lui lo sa (…) Vi prego, vi prego, vi imploro con umiltà e fiducia, permettete a Cristo di parlare all’uomo”.
Le ragioni geopolitiche
5. La scelta di un papa polacco, pur accompagnata da dubbi ed incertezze si è rilevata alla fine una scelta fortunata in quanto ha contribuito ad accelerare la crisi del blocco sovietico, la caduta del muro di Berlino che ha consentito sia la riunificazione tedesca sia la progressiva integrazione dei paesi dell’est verso l’Europa. Analogamente a quella di Wojthyla anche la scelta di un Papa latino-americano è stata dettata da ragioni geopolitiche che potrebbero aprire una fase completamente nuova della storia del mondo, segnata dall’ingresso dei paesi del Sud del nostro pianeta che, bussando alle loro porte si affacciano prepotentemente alle soglie dei paesi egemoni del mondo globalizzato. E’ nell’America Latina che attualmente sono in discussione le sorti del mondo, qui si sta giocando una nuova partita, che secondo gli osservatori non riguarda solo lo sviluppo, pensiamo all’accelerazione economica del Brasile, ma si tratta anche di dare una soluzione ad una grande quantità di problemi economici, sociali, morali e religiosi che assillano i poveri dell’America del Sud come quelli dei poveri diseredati dell’intero pianeta. E’ questa la sfida dei tempi nuovi cui debbono guardare non solo i governanti locali, che hanno il dovere di considerare attentamente e con gli occhi sgombri la gravità di questi problemi per poterli affrontare e risolvere, ma anche gli uomini di chiesa che hanno deciso di farsene carico. Il fatto che Papa Bargoglio sia in prima linea da molto tempo per la lotta risolutiva di questi problemi giustifica innanzitutto la novità della sua elezione.
Cambiare senza retorica
6. Ma le ragioni, per così dire politiche, che probabilmente hanno avuto anche il loro peso nella scelta del nuovo papa, cioè l’appartenenza a un Paese o Continente, non bastano da sole a giustificare la sua designazione.Occorre a questo punto sottolineare anche altri motivi, innanzitutto quelli di natura personale che potrebbero aver orientato verso Bergolio la scelta dei cardinali riuniti nell’ultimo conclave. In un sintetico trafiletto intitolato La speranza di cambiare senza retorica, composto appositamente per la nomina del nuovo Papa, Claudio Magris sottolinea tra gli altri aspetti positivi che giustificano la sua elezione pontificale anche il suo aspetto fisico: “ Anche per un Papa vale la famosa frase di Camus, secondo la quale ogni uomo, dopo i 40 anni, è responsabile della propria faccia. Vi sono anche untuose e melliflue facce curiali che lo confermano, Quella di Francesco è invece una bella faccia nitida e semplice che non si è allenata a mascherare e a dissimulare ciò che la testa pensa e il cuore sente. La sua elezione conferma l’universalità della Chiesa”. Ma probabilmente non basta solo un volto semplice e sincero per giustificare l’elezione del cardinale Bergoglio, occorre sottolineare a tal proposito anche la natura e l’importanza delle sue parole a cominciare da quelle pronunciate in occasione del discorso inaugurale.
E’ bastato solo un nome, che egli si nomasse Francesco (nome simbolicamente così evocativo da ricorrere frequentemente negli auspici e nelle speranze della gente) nella sua storica omelia, sono bastate queste poche ed improvvisate semplici parole rivolte alla folla dei fedeli dalla Loggia della Benedizione della Basilica Vaticana nel suo primo messaggio pubblico del 13 marzo 2013 per mostrare a Roma e al mondo il carattere speciale e la vera natura del nuovo successore di Pietro: “ Fratelli e sorelle, buonasera! Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca. E adesso incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia fra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza (…) E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi prego che voi preghiate il Signore perché mi benedica (…)Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me (…) Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
Una Chiesa come prossimità
7. Un Papa, anzi un uomo che tra l’incredulità dei cerimonieri si affaccia dalla loggia senza la mazzetta rossa, simbolo del potere dei papi, indossando in luogo della croce d’oro una croce di ferro, che non si definisce mai Papa ma semplicemente “vescovo di Roma”, che interpretando alla lettera le formule centrali del Vaticano II “Chiesa-comunione” e “Chiesa-popolo” prima di benedire i fedeli chiede ad essi di pregare il Signore affinché lo benedica, ha sorpreso ed incantato tutti con parole e gesti mai visti prima. Un Pontefice che in seguito procede a piedi sotto la pioggia, che dopo aver rinunciato alle rosse pantofole cucite apposta per lui ma decide di mantenere ancora le sue scarpe di assiduo camminatore, che parla a braccio e non si fa scrupolo di rompere gli schemi di un cerimoniale precostituito è apparso subito a tutti diverso dal troppo compassato e controllato Papa teologo tedesco, fin troppo ligio al protocollo pontificale.
Nell’omelia della messa d’inizio pontificato del 19 marzo 2013, dopo essere approdato in Piazza San Pietro a bordo della geep scoperta, che ad un certo punto ha fatto fermare per scendere, baciare un disabile sulla fronte e accarezzare teneramente alcuni bambini, alla presenza di duecentomila persone Bergoglio ha sottolineato quello che secondo lui dovrebbe essere il vero potere di un Papa: il servizio di accogliere con affetto e tenerezza tutta l’umanità, specialmente i più poveri, i più deboli, i più piccoli, secondo un’espressione cara a Matteo:” Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di San Giuseppe (la cui figura tanto ridotta nei secoli andrebbe, secondo Bergoglio, rivalutata proprio per la continua devozione verso la Vergine e il servizio umile ed affettuoso verso il piccolo Gesù) e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo (cfr. Matteo, 25,31 – 46) descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire ! (…) L’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore (…) Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi anche della tenerezza”. Bergoglio ha sempre dimostrato grande attenzione alle persone che vivono ai margini della società, auspicando una Chiesa vicina all’umanità e alle sue sofferenze, una Chiesa, come lui dice di “prossimità” che si prende cura di ogni persona “con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e spesso nella periferia del cuore”.
Francesco fra due modelli di Papa
8. Per queste semplici, ma significative parole, Papa Francesco si è fatto amare subito fin dalla prima sera come è già accaduto a Giovanni Paolo II. Come si evince dal confronto del primo discorso pronunciato subito dopo la loro elezione ai fedeli raccolti in una piazza San Pietro ugualmente gremita, il papa polacco e quello argentino hanno dimostrato il pregio comune di non farsi scrupolo di infrangere la abitudini tradizionali del pontificato, a cominciare dai paludati e precostituiti discorsi. Chi non ricorda le semplici, quasi impacciate parole rivolte con umiltà da Wojthyla ai fedeli raccolti il 16 0ttobre 1978 nella stessa piazza subito dopo la sua imprevista elezione, soprattutto la famosa espressione “se mi sbaglio mi corriggerete” con cui Giovanni Paolo II per non far trapelare la sua incompleta conoscenza della lingua italiana si appoggiava al più saldo possesso del latino.
Ma, a parte la immediata e comune capacità comunicativa papa Begoglio per certi aspetti si distingue anche da Papa Wojthyla, la cui eccezionale statura, confluita poi nella santità, sembra sovrastare l’elementare umanità del nuovo Papa che - come ha sottolineato di recente il cardinale Angelo Bagnasco, che è stato il primo a suggerire un tale accostamento – ci ricorda piuttosto da vicino Giovanni XXIII, il Papa buono, appellativo che è rimasto a Roncalli in seguito a queste parole che sono parte integrante di un suo indimenticabile discorso poetico e dolce : “ Devo essere fedele al mio proposito ad ogni costo: voglio essere buono, sempre buono, buono con tutti”. Dovevano trascorrere cinquant’anni perché un altro papa, Francesco, recuperandolo si appellasse come abbiamo visto ad un sentimento analogo: “Non dobbiamo avere paura della bontà e della tenerezza”.
E’ ’stato giustamente sostenuto che “ogni parola di Francesco è una sorpresa e una rivelazione, lieve eppur toccante, accarezza e scuote, c’è la semplicità dell’emozione e la profondità del significato. Francesco apre la mente dopo aver toccato il cuore, ed è questo un dono speciale lo stesso che aveva Giovanni XXIII (Lombardi)”. In effetti, dopo aver ascoltato l’omelia inaugurale di Papa Bergoglio, il nostro pensiero corre subito alle toccanti parole finali del “discorso della luna” di Papa Roncalli che ha lasciato una traccia indelebile nel cuore di quanti ebbero la fortuna di ascoltarlo quella sera:” Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare questo spettacolo (…) Tornando a casa troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza”.
Se confrontiamo i discorsi più noti di Papa Roncalli, compreso quello pronunciato senza leggere la sera dell’11 ottobre 1962 in occasione dell’apertura del Concilio, con quelli ufficiali di Papa Bergoglio, spesso ugualmente improvvisati, vi riscontriamo effettivamente sorprendenti analogie in quanto sia Francesco che Giovanni XXIII, esprimendosi in modo semplice ed efficace, con uno stile pastorale immediato privo di orpelli retorici dimostrano innanzitutto di voler ricercare un rapporto diretto con i fedeli.
Ma al di là delle parole sono importanti i programmi e le intenzioni che accomunano questi due grandi papi: entrambi, per quanto legati ai valori tradizionali della Chiesa, si dimostrano anche aperti alla innovazione e favorevoli ad un suo avanzamento. Per concludere diremo a questo proposito che l’idea progressista di Roncalli, secondo il quale “La Chiesa non è un museo di oggetti del passato, ma un popolo che vive è cammina” non è diversa da quella che il papa argentino ha enunciata tracciando le linee teologiche del suo pontificato che risulta non più legato al modello un po’ troppo statico voluto da Papa Ratzinger, ma più aperto, dinamico e in costante progresso. Ciò risulta già nell’omelia della messa pronunciata nella Cappella Sistina del 14 marzo 20, dove il Papa ha sottolineato ai Cardinali che il compito universale della Chiesa di Roma non consiste solo in un immobile pregare ma, di “Camminare, edificare, confessare”, stando sempre al passo con i tempi. Con queste tre parole Papa Francesco ha aperto la sua omelia, indicando contemporaneamente ai suoi ministri con chiarezza e semplicità le linee guida da seguire:” La nostra vita è un cammino, quando ci fermiamo le cose non vanno (…) Dobbiamo camminare alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo nella sua promessa”. Ma non c’è cammino o progresso che non sia sostenuto dalla purezza ed illuminato dalla luce della Grazia.
La vita
9. Tra le biografie allestite dagli esperti per la sala stampa del Vaticano quella del cardinale Bergoglio ci colpisce per la sua brevità: essa è non più lunga di mezza pagina nella sua totalità, e addirittura di poche righe quella della parte iniziale fino alla sua nomina di arcivescovo. Le ragioni di una tale sommarietà, poco corrispondente alle regole del genere biografico, sono da ricercare, secondo alcuni, nel fatto che il cardinale incaricato di stendere quelle scarne notizie verosimilmente non si aspettava che il Conclave del 2013 avrebbe eletto papa uno che più di una volta aveva rifiutato incarichi ufficiali nella curia romana, per quanto fosse stato il cardinale più votato dopo Ratzinger nel precedente consesso del 2005. Ma l’eccessiva brevità della biografia del nuovo pontefice potrebbe, secondo noi, avere anche un’altra più probabile spiegazione che in parte verrebbe ad assolvere l’estensore di quella nota un po’ troppo striminzita: essa in effetti ricalca a pennello tanto la personalità quanto le concezioni reali ed ideali del personaggio raffigurato che ha sempre fatto della semplicità e dell’austerità la cifra della sua esistenza.
Non tutti sanno che papa Francesco è stato una figura di rilievo dell’intero continente americano e contemporaneamente un pastore molto amato è stimato nella sua diocesi per la sua carità e proverbiale semplicità. Nel decennio del suo ministero episcopale egli amava spostarsi in autobus o in metropolitana, o addirittura a piedi, per raggiungere gli angoli più lontani della sua diocesi dove lo spingevano l’amore verso il prossimo e il dovere di carità. A chi più di una volta gli chiedeva di giustificare il suo austero stile di vita che si traduceva nella scelta di abitare non nella spaziosa sede episcopale ma in un piccolo appartamento non disdegnando di prepararsi la cena da sé era solito rispondere: “ La mia gente è povera e io sono uno di loro”. Ma, dopo questa breve e necessaria introduzione veniamo ai dati concreti della sua esistenza.
Jorge Mario Bergoglio nasce il 17 dicembre 1936 a Buenos Aires da emigranti di origini italiane: il padre ferroviere, che aveva lo stesso nome del Pontefice, originario della frazione Portocomaro di Asti, nel 1928 era salpato dal porto di Genova con tutta la sua famiglia, composta dalla moglie Regina Maria Sivori e dai suoi quattro figli, per cercare fortuna nella capitale argentina. Nel 1956, all’età di vent’anni il giovane Jorge, colpito da una grave malattia polmonare, è costretto a subire l’asportazione chirurgica della parte superiore del polmone destro. Malgrado la dolorosa menomazione egli, facendo una vita del tutto normale ( tanto da avere anche una fidanzata, come si legge nel libro-intervista El Jesuita: “Si era del gruppo di amici con i quali andavamo a ballare…”) riesce a mantenersi agli studi con lavori saltuari ( pulizie in una fabbrica e il mestiere di buttafuori nei locali notturni della capitale) riuscendo a conseguire contemporaneamente il diploma di perito chimico. Scoperta successivamente la vocazione religiosa, a 21 anni sceglie la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano di Villa Devoto.
L’11 marzo 1958 inizia il suo noviziato nella Copagnia di Gesù, percorrendo il difficile itinerario della ratio studiorum imposto dall’ordine fatto di studi umanistici (svolti prima in patria e poi in Cile), filosofici ( dopo il suo ritorno in Argentina nel 1963 si laurea in filosofia) e teologici, cominciati nel 1967 nel collegio di San Giuseppe a San Miguel e culminati con la laurea disciplinare, conseguita nel 1970 nello stesso istituto. Nel frattempo dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale l 13 dicembre 1969 per imposizioni delle mani dell’arcivescovo di origini italiane Ramon Josè Castellano, svolge anche la sua attività di docenza (iniziata nel 1964 con l’insegnamento di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fè, continuata con l’insegnamento di teologia svolto negli anni Settanta in diversi istituti religiosi e culminata con la qualifica del grado di Rettore della Facoltà di filosofia e teologia, conferitagli nel 1986 dal Collegio di San Giuseppe per la sua ventennale attività).
Tra il 1970 e il 1971 svolge la sua preparazione ad Alcalà de Henares in Spagna per meritare l’appartenenza definitiva all’ordine gesuitico, sancita il 22 aprile 1973 con la emissione della sua professio pepetua e la nomina a superiore provinciale, dell’ordine gesuitico di Argentina, ricevuta nello stesso anno a soli 37 anni. Incarico che gli offre la possibilità di partecipare nel 1979 al vertice del Consiglio Episcopale Latino Americano (CELAM) di Puebla, facendo diretta esperienza del movimento della “teologia della liberazione” che, come si vedrà in seguito, ha esercitato una non piccola influenza sulle sue idee di una missione sociale della Chiesa.
Il 20 maggio 1992, al culmine di una più che ventennale e benemerita attività di studi e di docenza e dopo aver svolto con successo il compito di collaboratore del cardinale Antonio Guarracino, Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires e titolare di Auca. Il 27 giugno dello stesso anno riceve l’ordinazione episcopale per mano dello stesso cardinale nella cattedrale della capitale argentina, adottando come motto l’espressione del Santo Venerabile Beda Miserando atque eligendo, la stessa che compare anche nello stemma pontificale insieme al cristogramma ihs, proprio della Compagnia di Gesù, che lo avrebbe sorretto e guidato nel quindicennio della sua attività episcopale. Cinque anni dopo, il 3 giugno 1997, Bergoglio è promosso al grado superiore di arcivescovo coadiutore di Buenos Aires, qualifica che nemmeno nove mesi dopo, in seguito alla morte del cardinale Guarracino, il 28 febbraio 1998 gli avrebbe aperto la successione ad arcivescovo primate d’Argentina.
Nessuna meraviglia, pertanto, se dopo appena tre anni Giovanni Paolo II nel concistoro ordinario del 2001, attribuendogli il titolo di San Roberto Bellarmino lo ordina cardinale. In quella occasione storica, confermando il suo stile di vita rigoroso e secondo alcuni quasi ascetico, ai fedeli che si erano preoccupati di fare una colletta per andare con lui a Roma per assistere alla cerimonia della sua consacrazione cardinalizia, rifiutando l’offerta della festa, risponde che avrebbero fatto meglio a destinare ai poveri i soldi raccolti per viaggio. Il resto è storia recente. Nel precedente Conclave del 2005, Bergoglio pur risultando il cardinale più votato dopo Ratzinger nel primo scrutinio, per non radicalizzare lo scontro tra il blocco dei cardinali latino-americani con quello europeo, favorevole all’elezione del cardinale tedesco, in occasione del secondo ha dato prova di grande generosità dirottando verso Ratzinger i voti a lui destinati, consentendo in tal modo all’elezione del papa tedesco. Nell’ultimo conclave del 2013 è stato eletto Sommo Pontefice assumendo il nome di Francesco.
Le idee
10. Al termine di queste note riteniamo sia opportuno sottolineare nei termini essenziali quali siano i principi morali, sociali, politici e anche teologici che hanno sorretto nel passato e in generale ancora oggi sorreggono la condotta e l’azione pastorale del nuovo Pontefice. Bisogna premettere che papa Bergoglio, al di là della sua apparente e voluta semplicità, è un uomo di solida dottrina e di approfonditi studi che comunque non ha mai concepito la vocazione religiosa quale esperienza solitaria, seppure caratterizzata da un’appartata ed intima meditazione, in quanto come si legge nella lettera enciclica sulla fede scritta a quattro mani con Ratzinger:” E’ impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è un rapporto isolato tra l’io del fedele e il Tu divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Essa si apre per sua natura al noi”. In un’intervista rilasciata dal cardinale Bergoglio a Stefania Falasca nel 2007 ulteriormente vengono approfondite le ragioni di una tale scelta: “Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza”. Proprio per evitare di chiudersi al mondo con un atteggiamento di pura autoreferenzialità egli si è sempre preoccupato di commisurare la sua profonda statura morale e spirituale con i gravi problemi economici, sociali e politici di volta incontrati nella realtà storica.
Se concentriamo la nostra attenzione sul quindicennio del suo magistero episcopale riscontriamo una forte attenzione alla “questione sociale”, come risulta da alcuni suoi interventi nei quali egli in tal modo condannava la povertà e il basso tenore di vita ai limiti della sussistenza degli operai di Buonos Aires: “In questa città la schiavitù non è abolita, è all’ordine del giorno sotto diverse forme”, denunciando contemporaneamente lo sfruttamento di essi da parte dei loro spregiudicati datori di lavoro:” Per coloro che hanno abbastanza i più poveri non contano, c’è un’immorale, ingiusta, illecita violazione al diritto di sviluppare una vita piena”. Egli era convinto che la persistente e ingiusta distribuzione dei beni nel suo paese aveva fatto crescere a dismisura la miseria, creando “una situazione di peccato sociale” di cui si erano resi responsabili i detentori della ricchezza e del potere contro i quali egli reclamava il pagamento del “debito sociale” da loro contratto nei riguardi di coloro che avevano subito con il loro ingiusto sfruttamento la riduzione dei diritti umani e civili. Siccome, come egli sostiene “calpestare la dignità di una persona è peccato grave”, diventava un imperativo anche per i religiosi argentini l’impegno sociale e la lotta per operare un cambiamento strutturale delle condizioni personali e corporative responsabili di qualsiasi intollerabile ingiustizia sociale nei paesi dell’America Latina.
Per sanare la piaga delle diseguaglianze economiche egli raccomandava ai suoi preti di combattere per la giustizia sociale, di sostenere in particolare i soggetti più bisognosi e sofferenti seguendo l’esempio di Cristo che scelse di salire sulla croce per sanare le colpe più gravi e i mali storici del mondo. Una tale scelta di vita comportava, tuttavia, l’uscita dal proprio isolamento, di tenere aperte le porte a tutti (“Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li conoscete, prendetevi le vostre responsabilità e poi lasciate aperta la porta”) evitando in tal modo il rischio che corre la coscienza isolata di chiudersi egoisticamente nel recinto dei propri convincimenti. “La cosa peggiore che può accadere nella Chiesa? – ha chiarito nell’intervista alla Falasca già ricordata – E’ quella che Henri De Lubac chiama “Mondanità spirituale”(…) più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini”. La mondanità spirituale significa mettere al centro se stessi. E’ quello che Gesù vide in atto tra i Farisei”. In un dialogo sostenuto a Buenos Aires nel 2008 in occasione della festa di San Cayetano ha così specificato alla folla dei fedeli gli effetti disastrosi che dipendono da un tale isolamento:”A una Chiesa auto-referenziale succede quel che succede a una persona rinchiusa in sé: si atrofizza fisicamente e mentalmente. Diventa autistica e paranoica”.
Proprio per questo Bergoglio non ha mancato di deplorare il fariseismo di alcuni preti della sua diocesi per essersi rifiutati di battezzare i bambini nati da coppie non sposate o figli di ragazze madri: ”Lo dico con dolore (…) nella nostra regione ecclesiastica ci sono presbiteri che non battezzano i bambini delle madri non sposate perché non sono stati concepiti nella santità del matrimonio”. Egli non solo vituperava un tale “sequestro dei sacramenti”, criticando aspramente quegli ipocriti farisei responsabili di distrarre il popolo di Dio dalla salvezza, ma suppliva in tal modo alle loro deficienze, offrendo inoltre un esempio concreto dell’applicazione del dovere sacramentale,:” Qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. L’avevo incontrata l’anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perché non aveva soldi (…) Le ho proposto di vederci per parlare di questa cosa (…) Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado”.
11. Nel 2002, in piena crisi economica dell’Argentina Bergoglio, divenuto nel frattempo cardinale, convinto più che mai che lo sguardo della fede piuttosto che essere rivolto all’interno di sé deve servire a vedere l’altro, assunse un atteggiamento aspramente critico nei riguardi della classe politica al potere nel Paese, che in alcuni casi si configurò quasi come una personale polemica contro il governo Kirchner, responsabile secondo lui della rovina economica e sociale del Paese, come dimostra il seguente intervento di forte opposizione: “Non dobbiamo tollerare il triste spettacolo di coloro che non sanno più come mentire e si contraddistinguono per il tentativo di mantenere i loro privilegi, la loro avidità, e la loro ricchezza guadagnata con disonestà”.
Queste considerazioni che a qualcuno sono sembrate rivoluzionarie hanno fatto pensare ad una condivisione da parte di Bergoglio dei precetti fondamentali contenuti nella riflessione religiosa e politica degli aderenti alla cosiddetta “Teologia della Liberazione”, che negli anni Settanta suscitò un serrato dibattito nei paesi dell’America Latina al quale l’attuale papa non fu certamente insensibile. Ridotta nei suoi termini essenziali, va giudicata con una certa cautela la dibattuta questione dei rapporti di Bergoglio con le affermazioni dei teologi appartenenti a quel movimento, nei riguardi dei quali, pur condividendo alcune affermazioni, egli si è preoccupato di tenere sempre un atteggiamento molto misurato, particolarmente nei primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, allorché più forte divampò la polemica fra la Santa Sede e i teorici latinoamericani.
A proposito di questa questione si dirà da parte nostra che se proprio non è possibile ammettere, come alcuni sostengono, che vi sia stata in passato una completa e totale adesione da parte del nuovo pontefice alle tesi di quello storico movimento, alcune delle quali del resto abbastanza compromettenti a causa della loro somiglianza con il pensiero marxiano, neppure si può negare che egli abbia subito, particolarmente nella fase giovanile, una non piccola influenza soprattutto relativamente alla formazione di una personale dottrina sociale della Chiesa. Appare, pertanto, più che probabile che alcune di queste tesi (l’idea della povertà come peccato sociale, la salvezza cristiana che non può prescindere da una liberazione economica, sociale ed ideale dell’uomo, la riflessione sugli stretti rapporti fra gli intimi bisogni dell’uomo e i suoi bisogni sociali), non tutte (egli non ha mai condiviso l’idea di un cristianesimo classista e rivoluzionario, fedele sostenitore dell’idea che la vera rivoluzione del Vangelo sta nell’amore non nella violenza e nella lotta), egli si impegnò di applicare sia nel corso del suo ministero episcopale sia durante il successivo periodo cardinalizio, che appare segnato spesso da una serrata polemica con il governo Kirchner, combattuto nei discorsi per la sua condotta nella cosiddetta questione sociale ed avversato intorno ad alcuni temi caldi, quali l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio, l’omosessualità e le unioni di fatto.
Quanto ai rapporti molto contrastati di Bergoglio con l’establishment politico locale, che in alcuni momenti hanno assunto l’aspetto di una guerra aperta, è il caso di sottolineare che molte di queste contese sono state generate da posizioni politiche di impronta decisamente laicista, e come tali difficilmente condivisibili da parte della Chiesa cattolica, in materia di alcuni diritti civili come ad esempio l’eutanasia, l’aborto, i matrimoni gay, considerati degli autentici delitti contro la vita e l’istituto della famiglia tradizionale. Il cardinale Bergoglio, conformemente alla posizione della Chiesa intorno a questa materia, ha tenuto costantemente una posizione contraria non perdendo occasione di invitare i suoi sacerdoti ad opporsi con tutti i mezzi, fino alla negazione del sacramento eucaristico ai sostenitori, legislatori politici e movimenti, di decisioni tese a favorire quella che egli chiama con disprezzo la “cultura della morte”.
Ugualmente serrata è stata la battaglia condotta dal futuro papa contro l’immoralità delle pratiche omosessuali ed i matrimoni gay, come attesta il Comunicato Ufficiale del 26 novembre 2009 emanato contro il governatore di Buenos Aires, reo di non aver fatto ricorso contro la sentenza che approvava i matrimoni gay: ”Non ricorrendo contro la decisione del giudice nel contenzioso amministrativo sul matrimonio di persone dello stesso sesso, ha mancato gravemente il suo dovere di governatore e di custode della legge”. Quanto al problema attuale della pedofilia e ai comportamenti sessuali inappropriati dei religiosi, autentica piaga della Chiesa, Papa Francesco, ha deciso di tenere un comportamento fermo di reazione nei confronti dei colpevoli, non trascurando tuttavia di adottare delle misure di protezione soprattutto a favore dei minori che siano stati vittime di simili violenze.