L’UE e L’America Latina: nuovi rapporti politici ed economici nel passaggio dal vecchio mondo bipolare a quello globalizzato. (lectio magistralis tenuta nell’Università di La Plata )

<<sez. News>>

Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

di Gianni Pittella

                                                                  Buenas tardes,

saludo el Consejo Superior de la UCALP, el Claustro Docente, y todos los invitados especiales y alumnos presentes hoy aqui.

Paso ahora al italiano

 

È per me un´occasione speciale poter trattare un tema importante come quello delle relazioni tra l'UE e l'America latina in un consesso di così alto livello. Ringrazio per questo motivo l'Università cattolica de La Plata per avermi rivolto questo graditissimo invito che ho accettato con un sincero senso d'interesse ed entusiasmo.

 

Se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo che il paesaggio mondiale é rapidamente cambiato. Cosa ne é del vecchio mondo bipolare? della cortina di ferro?  Della marginalità di grandi aree del pianeta? Nulla! Un grande cambiamento democratico è avvenuto, il mondo plurale di oggi é certo migliore del mondo bipolare di ieri. Avanza il nuovo positivo ed esaltante ma si accompagna ad un grumo di grandi criticità, nuovi e pesanti allarmi, vicende drammatiche che mietono vittime  con le pallottole delle guerre e della povertà, dell'indifferenza, del massacro ecologico del pianeta.

Sfide che ci chiamano ad un confronto comune e serrato. Sfide ed impegni che ne l'Europa ne l'America latina possono eludere.

 

Le relazioni politiche ed economiche fra l’Unione europea e l’America Latina sono iniziate ormai da oltre quattro decenni. Molti principi e valori delle nostre culture rendono, per certi versi, UE e America latina partner naturali e sono tantissimi gli ambiti di collaborazione tra le due regioni rispetto ai quali condividiamo un interesse. Si pensi, ad esempio, alle questioni relative allo sviluppo sostenibile e al cambiamento climatico: entrambe queste tematiche occupano una posizione di rilievo tanto nell’agenda politica europea quanto in quella latinoamericana cosi come le questioni commerciali se consideriamo che l’Europa é il secondo partner dell’America Latina. Eppure, nonostante queste favorevoli premesse, molto rimane ancora da fare per rafforzare le relazioni tra queste due macroregioni. La mancanza di costanza e di continuità nel trattare con i paesi latino americani da parte delle istituzioni europee ha contribuito a rallentare la formulazione di una coerente e robusta partnership strategica, in un momento in cui altri attori globali hanno rinnovato – come nel caso degli Stati Uniti – o hanno rivolto – come nel caso della Cina – il proprio interesse a questo continente in crescita.

Ragioni in più, queste ultime, perché le nostre relazioni reciproche vengano rafforzate attraverso l'elaborazione di una politica estera più decisa nei confronti dell’America Latina. Per far ciò bisogna avere una perfetta conoscenza e coscienza del momento storico che vivono le nostre rispettive regioni: Come é stata affrontata la crisi finanziaria mondiale e come questa ha modificato gli equilibri internazionali? Che ruolo ha adesso l'America latina nella governance globale? In che maniera si può concretamente migliorare il dialogo regionale fra questi due attori globali? Ecco tenterò di concentrare l'attenzione su questi punti nel corso del mio breve intervento.

Dalle minacce alla sicurezza alla crisi economica, dal cambiamento climatico allo spettro delle pandemie, dalla proliferazione nucleare alla difesa dei diritti umani, nel Ventunesimo secolo il mondo si confronta in modo crescente con sfide globali che non possono essere affrontate senza un’azione altrettanto globale. Ne consegue che il concetto di global governance è entrato ormai a far parte del vocabolario comune, nonostante esso non possa ancora far riferimento a un vero e proprio governo globale, quanto piuttosto a una serie di istituzioni formali e talvolta informali, all’interno delle quali, con più o meno successo, si cerca di trovare soluzioni condivise a problemi transnazionali. L’esigenza di trovare sedi di discussione appropriate per risolvere le sempre più frequenti crisi ha riportato in auge la questione della riforma delle organizzazioni internazionali. Dalle Nazioni Unite al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, si discute di quali nazioni coinvolgere e di quali regole dare alla cooperazione fra Stati affinché essa risulti efficiente, sia in grado di imporre con incisività le proprie decisioni e operi al contempo in maniera responsabile e trasparente.

Sono convinto che la crisi economica internazionale abbia inciso profondamente in tale dinamica di cambiamento perché una delle sue conseguenze, come ben noto, è stata quella di elevare nell’immaginario collettivo il G20 al rango di governo mondiale dell’economia. La promozione del G20 a luogo privilegiato di esercizio della governance globale ha permesso finalmente ai principali paesi dell’America Latina di entrare nella “stanza dei bottoni” dell’economia mondiale. La crisi che nel 2008 ha travolto gli Stati Uniti, l’Europa e gran parte del mondo non ha risparmiato nemmeno l’America Latina. In questa regione l’impatto è giunto con ritardo e la recessione ha assunto il carattere di crisi dell’economia reale, piuttosto che di crisi finanziaria. Ma prima di essere colpiti dalla perturbazione economica, i paesi latinoamericani stavano crescendo a un ritmo piuttosto sostenuto.

Proprio l’andamento complessivamente positivo delle economie dei paesi del subcontinente e il modo in cui, forti dell’esperienza delle crisi precedenti, hanno affrontato questa fase di recessione hanno poi consentito il consolidamento della loro posizione all’interno dell’organizzazione e un'accresciuta responsabilità della regione nei confronti del governo dell’economia mondiale. Nell’ultimo quarto di secolo l’America Latina ha vissuto un processo di profonda apertura e ristrutturazione economica, sperimentando le opportunità e i limiti del Washington consensus e della globalizzazione. E quali sono stati i risultati di quest’apertura e delle riforme strutturali? Dopo la "decada perdida" degli anni Ottanta, periodo durante il quale il PIL pro capite è diminuito dello 0,9% annuo, si è assistito ad un netto recupero nella prima metà degli anni Novanta, prima che la crisi finanziaria mettesse nuovamente in risalto la vulnerabilità dell’America Latina a fattori esterni. Queste considerazioni di ordine generale sono importanti per capire come l’America Latina sia arrivata all’inatteso, forse, appuntamento con la crisi economica e finanziaria globale. Da un lato, la regione era vulnerabile a causa della sua maggiore apertura rispetto al passato, del ruolo della domanda estera nel sostenere la rapida crescita degli ultimi anni e dell’importanza di rimesse e finanziamenti privati. Più in generale, il subcontinente nel suo complesso stentava ad imboccare con decisione un percorso virtuoso verso la democrazia e la ricerca di soluzioni agli atavici problemi che la attanagliano: povertà, diseguaglianza ed esclusione, corruzione (per citare solo i più gravi). D’altro lato, la regione godeva del paradossale vantaggio di avere già vissuto diversi shock nei due decenni precedenti – la crisi messicana nel 1994, quella brasiliana nel 1999, quella argentina nel 2001 – e di aver pertanto adottato almeno alcune delle politiche necessarie per impedire la crisi e fronteggiarne i costi. Alla capacità dei leader latinoamericani di farsi intendere nel G20 giova in qualche misura anche la familiarità che essi hanno acquisito con la diplomazia dei vertici e ritengo che, se all’inizio del secolo i tre paesi latinoamericani del G20 seguivano politiche assai prossime a quelle del Washington consensus, con l’elezione di Lula prima e di Nestor e di Cristina Kirchner dopo, in Brasile e in Argentina sono invece tornati in auge economisti convinti che il mercato non possa sempre dare tutte le risposte, che l’equilibrio delle finanze pubbliche non sia un totem intoccabile e che la politica industriale possa servire in determinate circostanze. Una lettura, questa, che anche in Europa é al centro del dibattito politico. L'UE nell'ultimo anno ha messo in moto un'importante opera di riforma della regolamentazione finanziaria. Una riforma che ha due obiettivi principali, quello di prevedere paletti all'operato dell'industria finanziaria e bancaria e quello di portare a livello europeo la sorveglianza dei mercati che fino ad oggi é stata esclusiva competenza dei governi nazionali e che ha portato di fatto ad una difficoltà nel prevedere un collasso del sistema finanziario ed un contagio tra i diversi sistemi europei.

L'obiettivo comune all'Europa come agli Stati Uniti, all'America latina alla Cina ed alle altre grandi potenze regionali é adesso coordinare le politiche e democratizzare le Istituzioni finanziarie internazionali. Non si tratta soltanto di un fine astratto, ma rappresenta un elemento centrale e irrinunciabile per la crescita economica e la stabilità finanziaria a livello globale. La recessione causata dalla crisi finanziaria sta mettendo in enorme difficoltà le economie europee provocando gravi fenomeni di esclusione sociale e di sott'occupazione. Da un lato vi é la necessità per molti governi di sanare i propri bilanci malandati e dall'altro vi é l'urgenza di poter offrire risposte in termini di espansione della domanda per far ripartire i consumi e la crescita. Ma quando i bilanci nazionali sono in rosso é complicato per i governi reperire le risorse necessarie ad un opera di rilancio.  È per questo evidente, sia per l'Europa che per le altre grandi regioni, che é soltanto a livello sovranazionale che é possibile affrontare problematiche sistemiche, trovando anche le risorse da utilizzare come nuova benzina da mettere nel motore dello sviluppo. E che é impossibile per un singolo stato Nazionale, seppure grande ed importante, poter offrire risposte adeguate.

Anche da questa riflessione deriva la convinzione che l’Europa deve investire molto nella cooperazione regionale, un processo che puó costituire uno degli elementi portanti di un ordine internazionale più giusto, multilaterale, fondato su una rete di relazioni e di cooperazioni tra diverse regioni del mondo.

L'America latina é riuscita a far ricredere molti economisti che guardavano con pessimismo alla regione ipotizzandone nel tempo un'inesorabile emarginazione dalle grandi tendenze della globalizzazione. Una globalizzazione che ha avuto a lungo altri protagonisti. L’America Latina è tornata invece protagonista.

E questo certamente è la conseguenza anche di una congiuntura internazionale che ha visto la crescita del prezzo delle materie prime, migliorando le ragioni di scambio. Tuttavia io credo che questo sia stato anche il frutto dell’impegno delle classi dirigenti democratiche dell’America Latina, che hanno saputo promuovere politiche di sviluppo in modo coraggioso, con apertura, ma nello stesso tempo guardando alle ragioni della coesione sociale, della lotta alla povertà, della valorizzazione di quella straordinaria risorsa umana che è la popolazione giovane del continente, che è la leva per lo sviluppo moderno e la crescita. Oggi parliamo di un continente più solido, che in altri tempi sarebbe stato messo in ginocchio dalla crisi economica la quale invece ha avuto un impatto assai più limitato. Oggi un continente più solido deve necessariamente guardare a due grandissime sfide. Una è la sfida dello sviluppo. Non basta uno sviluppo fondato sui prezzi delle materie prime e trainato dalla grande crescita asiatica, questo certamente è stato un volano importante, ma le riserve che l’America Latina sta accumulando grazie ad un rapporto di scambio favorevole devono essere investite in un grande progetto continentale, non solo in progetti nazionali di sviluppo. Penso ad un grande programma di investimenti sulle infrastrutture materiali a livello regionale e non nazionale. In tutti i Paesi latinoamericani si guarda a questa necessità: alle strade, alle ferrovie, all’energia, ai gasdotti, ma anche al capitale umano, alla formazione, all’innovazione, alla ricerca, per dare una base più solida alla crescita. E nello stesso tempo l’altra grande sfida è tradurre la crescita in una crescita umana e sociale combattendo la povertà e realizzando nuovi traguardi di inclusione sociale. E’ evidente che l’Europa è un partner essenziale dal punto di vista tecnologico e dal punto di vista industriale e che noi possiamo essere davvero partecipi di questa nuova frontiera dell’America Latina nell’interesse reciproco con le imprese, con le nostre tecnologie, con le nostre Università, per le affinità culturali, linguistiche che ci legano e che rendono anche più agevole il sistema europeo.

In merito ricordo anche che vi sono diversi strumenti finanziari europei indirizzati all'America latina, penso al Fondo di investimenti per questa regione pari a circa 100 milioni euro fino al 2013. Risorse che vanno spese nella maniera giusta superando una visione di cooperazione meramente assistenziale e passando invece a concentrare le risorse sui paesi più poveri e sui gruppi più vulnerabili agevolando così un opera di coesione sociale in quest'area.

E’ evidente che l’interesse reciproco coincide con l’interesse delle nostre imprese ad internazionalizzarsi e ad investire finalmente guardando all’America Latina non più – come a lungo in passato – come ad un’area dalla quale proiettarsi sul mercato nordamericano, ma guardando alla crescita di un grande mercato latinoamericano, che si svilupperà anche in ragione di un processo di coesione sociale e di ripartizione più equa della ricchezza. E c’è, io credo, un interesse forte, una grande domanda di Europa in America Latina alla quale, dobbiamo dire la verità, l’Europa non sempre è stata pronta a rispondere adeguatamente.

Mi riferisco soprattutto all’intollerabile lunghezza dei negoziati fra Unione Europea e Mercosur. Anni e anni di negoziato rallentato anche dall’egoismo di alcuni grandi Paesi europei, dalla paura che arrivassero sul nostro mercato prodotti buoni e a basso prezzo. Va salutato quindi positivamente il rilancio dei negoziati UE-Mercosur deciso durante il vertice del 2010 perché arrivare rapidamente ad un accordo é di importanza capitale perché riguarderebbe  700 milioni di persone e costituirebbe l'accordo biregionale più ambizioso al mondo.

Accordo fra Europa e Mercosur, avrebbe un grande significato, di risposta e di contributo alla costruzione di un sistema multilaterale di integrazione economica e di libertà del commercio. C’è un paradosso da questo punto di vista. La libertà del commercio, che è stata a lungo la grande bandiera dei paesi di democrazia liberale occidentale, diventa oggi una bandiera dei paesi emergenti. E noi che abbiamo avuto la pretesa di insegnarla al mondo, qualche volta sembriamo temerla, in ragione della protezione di certi privilegi e di certi interessi costituiti. Ciò detto, credo tuttavia che nei processi di integrazione e di libertà di commercio, occorra la disponibilità di tutte le parti in causa a fare sacrifici: per la parte latinoamericana ciò significa disponibilità ad accogliere imprese europee nel campo industriale, dei servizi, ed a vincere ogni tentazione protezionistica, riconoscendo naturalmente, come è giusto fare, le asimmetrie che esistono. D’altro canto l’abbiamo fatto anche tra noi europei, accompagnando l’integrazione con politiche di sostegno allo sviluppo e di riduzione delle disuguaglianze. Dobbiamo andare decisamente in questa direzione.

L'Europa deve, e questa é anche la posizione ufficiale del PE, ribadire che l'appoggio ai vari processi di integrazione regionale in America latina costituisce un principio fondamentale per il partenariato strategico biregionale e confidare nel fatto che tale partenariato strategico consenta di rafforzare il coordinamento tra le posizioni in merito a situazioni di crisi e a questioni di importanza mondiale sulla base di valori, interessi e preoccupazioni comuni. L'obiettivo ultimo del partenariato strategico biregionale UE-America latina consiste nella creazione di un'area euro-latinoamericana di partenariato globale interregionale entro il 2016 in ambito politico, economico, commerciale, sociale e culturale, che garantisca uno sviluppo sostenibile per ambedue le regioni.

L’America Latina è un continente amico, un continente che ci aspetta. E’ un continente che per molti riguardi considera l’integrazione europea come un esempio, come un modello, e io credo che lo sia. Perché se penso all’America Latina e a come ancora i diversi nazionalismi, o il retaggio dei conflitti fra le nazioni, costituisca una remora ad un grande progetto continentale di sviluppo, allora ricavo che, da questo punto di vista, noi europei siamo un modello positivo. Il processo di integrazione ha portato a superare il retaggio di due guerre mondiali. Ed anche per questo – io credo - questo continente guarda all’Europa con simpatia, vuole l’Europa anche per diversificare le sue relazioni, non in chiave antiamericana, ma rispetto al peso del grande vicino del Nord, e rispetto alla crescente influenza del continente asiatico e del pacifico. Questo bisogno di Europa deve trovare da parte nostra una maggiore capacità di concretezza e più coraggio. So che c’è una visione che va oltre l’ambito nazionale. E’ molto importante che vadano avanti i processi d’integrazione. Anche se non spetta a noi deciderne le modalità, so che in America Latina l’approccio pragmatico che guarda all’integrazione sub-regionale e all’integrazione fisica ed economica come alla chiave del successo, coesiste sempre con una visione ampia, di grande respiro politico, ideale, culturale, con il mito della grande unione di tutti i paesi dell’America Latina. Io credo che questo mito abbia un suo valore, che non possa essere espunto, perché l’America Latina è una realtà, una grande realtà culturale, storica. Ma allo stesso tempo, l’esperienza europea dice che i processi d’integrazione sono graduali e concreti. Noi siamo partiti appunto dalla Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Il processo di integrazione è partito concretamente da un’integrazione economica, fisica, dalla cooperazione economica, da basi materiali forti. Ed è importante che il processo d’integrazione latinoamericano vada avanti in questa duplice dimensione. Ed io credo, badate, che uno degli aspetti più importanti degli Accordi con l’Unione Europea è che essi incoraggiano ed aiutano l’integrazione regionale latinoamericana. Perché nell’implementazione degli Accordi con l’Unione Europea c’è anche un potente stimolo a far vivere l’integrazione tra i paesi latinoamericani. Questa è indubbiamente la via maestra e naturalmente questi processi di integrazione e di cooperazione si accompagnano a quella crescente condivisione di valori democratici, di difesa dei diritti umani, a quell’approccio multilaterale al tema dell’ordine mondiale, che noi profondamente condividiamo e che fa sì che l’Europa e l’America Latina nelle grandi sedi internazionali quasi sempre si trovino dalla stessa parte a condividere un approccio ispirato ai valori della pace, della difesa dei diritti umani, della democrazia, del multilateralismo, del rifiuto della logica di potenza. E questa comunanza di valori, questo approccio comune ai grandi temi internazionali, è certamente una base importante di cooperazione. E lo abbiamo registrato anche dinanzi alle nuove sfide come quelle della sicurezza energetica e della sostenibilità ambientale. E’ importante continuare a lavorare insieme, è importante continuare a lavorare per vincere queste sfide affrontandole con determinazione.