Aboliamo il “passato remoto”

<<sez. Didattica>>

Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

 di Pier Angelo Perotti

 

Quella qui suggerita dall’autore è una “riforma” che potrebbe semplificare la terminologia delle grammatiche italiane, specialmente scolastiche, nonché la didattica della nostra lingua. Se è vero che la proposta può sembrare velleitaria, è altrettanto indubbio che essa risponderebbe a una maggiore scientificità, della quale non si è sentita l’esigenza da parte di innumerevoli generazioni di grammatici e di docenti. Stupisce, infatti, che, segnatamente negli ultimi due secoli – quando lo studio della grammatica italiana era connessa, certo più strettamente di oggi, con il latino – non sia stata attuata, o almeno prospettata, la modifica indicata.

 

1.  Non si allarmino i lettori di questa noterella: non è affatto mia intenzione proporre l’eliminazione del “passato remoto” dalla lingua italiana. Purtroppo qualcosa di simile sta veramente accadendo, in forma strisciante, per il congiuntivo, che rischia, nel volgere di pochi anni – secondo l’allarme lanciato da non pochi uomini di cultura –, di scomparire dall’uso o di essere considerato un arcaismo o un residuo del passato: si sente sempre più spesso dire, anche da persone complessivamente colte, da personaggi che godono di notorietà pur rilevante, perfino da uomini politici di alto livello, «credo che ha...», «mi sembra che è...» o sim.; per non parlare del fastidioso vezzo, ormai troppo diffuso, financo tra i giornalisti – che dovrebbero, almeno in teoria, conoscere piuttosto bene la lingua italiana –, di usare il pronome «gli» (= “a lui”) indifferentemente per il maschile e il femminile, e dunque anche al posto di «le» (= “a lei”)[1]; etc.

 

2.  La mia proposta è molto meno inquietante e più semplice, nonché pratica: mi limito a suggerire di abolire (non certo per legge, come si farebbe in Francia) la definizione di “passato remoto”, e di conseguenza anche quella di “passato prossimo”, comunemente usate nella grammatica italiana.

È noto che questi due tempi dell’indicativo hanno un uso – spesso improprio – differenziato più geograficamente che concettualmente: nell’Italia settentrionale è usato quasi esclusivamente il “passato prossimo”[2], mentre il “passato remoto” ha una diffusione assai limitata, di uso quasi esclusivamente dotto o letterario; viceversa, nell’Italia meridionale l’utilizzazione del “passato prossimo” è molto ridotta, a vantaggio del “passato remoto”, usato anche a sproposito, e comunque di impiego eccessivo.

Il cosiddetto “passato remoto”, come tutti sanno, serve (o dovrebbe servire) a indicare un’azione completamente, definitivamente passata, ossia che non ha più alcun riferimento o connessione con il presente[3]; viceversa, il cosiddetto “passato prossimo” indica un’azione passata ma con addentellati ed effetti nel presente, o riferita a un periodo non ancora concluso[4]. Non si tratta, dunque, di una maggiore o minore distanza nel tempo, come suggerisce la terminologia che io contesto[5], bensì di “aspetto” dell’azione: è corretto dire, per es., «Cristoforo Colombo ha scoperto l’America», oppure «Gesù Cristo ha predicato l’amore tra gli uomini», perché, come ognun vede, gli effetti di queste azioni si fanno (per la seconda sarebbe più esatto dire: dovrebbero farsi) tuttora sentire. Sarebbe invece poco regolare dire, per es., «Nerone è morto nel 68», oppure «ieri ho mangiato un panino imbottito», dato che i due fatti non hanno più alcuna attinenza con il presente (a meno che, per il secondo esempio, si voglia sottintendere che non l’ho ancora digerito, o che il panino fosse così squisito da avermene lasciato un ricordo tuttora vivo). Da tutto ciò si inferisce che l’uso di uno dei due tempi piuttosto che dell’altro dipende da una scelta di carattere piuttosto psicologico che temporale: lo stesso verbo, scambiando questi due tempi, può avere risvolti di pensiero ben differenti. Se dico «ieri caddi», voglio intendere che di quella caduta non mi è rimasto alcun postumo, né fisico né mentale; se invece dico «ieri sono caduto», intendo sottolineare che soffro tuttora delle conseguenze fisiche o interiori della caduta, vale a dire che il ricordo di essa è in me particolarmente vivo, tanto che mi ha reso più attento e prudente, se non addirittura timoroso del ripetersi di incidenti simili: per certi aspetti analoga è la differenza, in greco, tra l’aor. e[peson ‘caddi’ (e mi sono rialzato, senza ripercussioni) e il perf. pevptwka ‘sono caduto’ (e sono tuttora a terra, oppure la caduta ha lasciato in me degli strascichi).

Insomma, il “passato prossimo” italiano corrisponde, in buona sostanza, al perfetto greco, che appunto ha valore risultativo, ossia indica lo stato attuale o gli effetti presenti di un’azione passata: per es. oi\da ‘ho visto’ > ‘so’; o[lwla ‘sono andato in rovina’ > ‘sono rovinato, perduto’; ei[qismai ‘mi sono abituato, ho preso l’abitudine’ > ‘sono solito’; kevkthmai ‘ho acquisito, acquistato’ > ‘posseggo’; etc.[6] Per il “passato remoto” si può riconoscere un parallelo – ma soltanto parziale[7] – con l’aoristo greco, che indica l’“aspetto o qualità” dell’azione – momentanea –, e solo approssimativamente e genericamente il “grado temporale” – passato –, peraltro non sempre valido, così come non lo è per l’aoristo “gnomico”[8].

A sua volta il perfetto latino – in cui sono compresi e l’aoristo e il perfetto greco – può includere entrambi i valori, sia di azione passata, compiuta e senza effetti nel presente (per es. veni, vidi, vici), corrispondente al “passato remoto” italiano; sia di azione passata con senso risultativo, corrispondente grosso modo al “passato prossimo” (o addirittura a un presente) italiano (per es. i perfetti logici memini ‘ho richiamato alla memoria’ > ‘ricordo’; didici ‘ho imparato’ > ‘so’; etc.), oltre al perfetto “gnomico”, per cui si veda l’aoristo gnomico greco: cfr. supra e n. 8.

 

3.  La mia proposta è dunque di chiamare, nella grammatica italiana, “perfetto” (nel suo senso etimologico di ‘compiuto’) il “passato remoto”[9], e semplicemente “passato” il “passato prossimo”, per indicare con maggiore esattezza ciò che questi due tempi servono a indicare, come risulta chiaro da quanto sin qui esposto.

Anche per quanto riguarda gli altri tempi dell’indicativo, mi sento di proporre, per completezza di organizzazione dei tempi del verbo italiano, di chiamare “piuccheperfetto”, come in latino (e anche – pur con le debite distinzioni – in greco), il cosiddetto “trapassato prossimo” (per es. «io avevo avuto»), e semplicemente “trapassato” il cosiddetto “trapassato remoto” (per es. «io ebbi avuto»). Analogamente, al congiuntivo chiamerei “perfetto” il cosiddetto “passato” (per es. «che io abbia avuto»), e “piuccheperfetto” –entrambi come in latino – il cosiddetto “trapassato” (per es. «che io avessi avuto»); infine, anziché “participio passato”, suggerisco la denominazione di “participio perfetto” (per es. «avuto»), anch’esso come in latino.

L’accoglimento di questa mia proposta da parte degli autori di grammatiche italiane e dei colleghi insegnanti procurerebbe almeno tre vantaggi: (a) permetterebbe definizioni scientificamente più precise di questi tempi del verbo italiano; (b) semplificherebbe la terminologia (“perfetto” anziché “passato remoto”, “passato” anziché “passato prossimo”, etc.); (c) abituerebbe gli studenti, fin dalle prime classi, alla terminologia che più tardi incontreranno nello studio del latino (e – per i “panda” del liceo classico – parzialmente del greco). Credo che i vantaggi che ho illustrato non siano del tutto indifferenti, e pertanto aboliamo il “passato remoto” e le altre denominazioni conseguenti.

 

 


 

[1]   L’ultimo esempio che ho rilevato è nella prima pagina del giornale “il Fatto Quotidiano” del 27 febbraio 2011, dove si legge, sotto l’occhiello del titolo principale: «Ma non gli [anziché le] aveva chiesto lui di fare la matta?».

[2]   Tant’è vero che nei dialetti di queste regioni non esistono forme corrispondenti al “passato remoto” italiano, e in francese – cui i vernacoli settentrionali sono strettamente connessi – il “passé simple”, che pure esiste, è di uso piuttosto circoscritto.

[3]   Complessivamente soddisfacenti le definizioni che ne offrono le grammatiche: per es. F. PALAZZI, Nuovissima Grammatica italiana, Milano-Messina, G. Principato, 1954, p. 170: «il passato remoto, che indica un’azione avvenuta in un periodo di tempo compiutamente trascorso: es. ieri vidi Carlo; nel Cinquecento la pittura raggiunse in Italia un alto grado di perfezione»; L. SATTA, La prima scienza. Grammatica italiana, Messina-Firenze, D’Anna, 1974, p. 312: «Il passato remoto (Io parlai) indica invece un’azione che si è svolta in un tempo completamente trascorso, senza più relazioni con il presente: “Vidi quel film durante la guerra»; etc.

[4]   Queste le definizioni che ne forniscono alcune grammatiche: per es. PALAZZI, op. cit. alla n. 3, p. 169: «il passato prossimo, che indica un’azione avvenuta in passato, ma i cui effetti durano ancora: es. Dante ha scritto la Divina Commedia (la quale dura ancora); oppure un’azione avvenuta in un periodo di tempo passato, ma non ancora interamente trascorso: es. oggi ho visto Carlo; in questo mese hai fatto molti progressi; nel nostro secolo abbiamo veduto gli uomini volare (dove oggi, questo mese, il nostro secolo sono periodi di tempo non ancora trascorsi interamente»; SATTA, loc. cit. alla n. 3: «Il passato prossimo (Io ho parlato) indica principalmente un’azione compiuta da poco tempo (“Ti ho comprato qualche giornale”); o compiuta in un periodo di tempo – giorno, settimana, mese, anno eccetera – non ancora finito (“Quest’anno ho preso pochi giorni di vacanza”); o, compiuta da molto tempo ma che ha rapporti con il presente, effetti che continuano nel presente (“Mio padre ha voluto che vivessimo insieme anche dopo la sua morte”)»; etc.

[5]   A meno che non si voglia attribuire all’aggettivo “remoto” uno dei valori del verbo lat. removeo, ossia ‘messo da parte, rimosso’; ma il parallelismo con il “passato prossimo” – dove “prossimo” vale indubbiamente ‘vicino’ – esclude tale ipotesi.

[6]   Cfr. J. HUMBERT, Syntaxe grecque, Paris, Klincksieck, 19603 (19451) § 249, p. 147: «Tel qu’il apparaît sous sa forme la plus ancienne, le parfait se définit, au point de vue de l’aspect, comme exprimant un état et, au point de vue du temps, comme se situant sinon dans le présent, du moins dans l’actuel»; N. MARINONE, Grammatica greca (ed. minore), Milano-Messina, Principato, 1956, § 262, p. 131, n. 1: «Il perfetto esprime propriamente il risultato attuale dell’azione (analogamente al perfetto logico lat.)»; anche C. GRASSI, Alia exemplaria Graeca (Sintassi greca), Firenze, La Nuova Italia, 1970, § 45, p. LXXXV ss.; etc. Per la sua evoluzione, P. CHANTRAINE, Histoire du parfait grec, Paris, H. Champion, 1927.

[7]   Cfr. MARINONE, op. cit. alla n. 6, § 262, p. 131: «Nell’azione momentanea invece non vi è definizione precisa di grado temporale: il tempo aoristo (ajovristoı crovnoı) significa infatti tempo indefinito, e corrisponde in italiano al passato remoto solo nell’indicativo, ma negli altri modi perde ogni valore di grado temporale e si traduce con il presente o il passato secondo il senso della frase e le norme della sintassi».

[8]   Cfr. HUMBERT, op. cit. alla n. 6, § 246, p. 144: «Les différentes valeurs de l’aoriste qui ont été considérées jusqu’à présent comportent à la fois l’aspect et le temps : elles se situent toutes dans le passé – ce passé qu’indiquent à la fois les désinences secondaires et l’augment. Cependant l’aspect peut prendre une importance telle que, malgré la présence des caractéristiques secondaires, l’aoriste s’applique, non plus au passé, mais au présent: c’est ce que prouvent, selon nous, certains emplois peu remarqués de l’aoriste, qui sont en rapport étroit avec la solution proposée pour l’aoriste “gnomique”».

[9]   Quello che in francese si chiama passé simple (cfr. n. 2), in inglese simple past o preterite (tense), in tedesco Präteritum: nelle ultime due lingue vi è compreso anche il nostro “imperfetto”.