Didattica

Fattori linguistici ed extralinguistici nella conoscenza del lessico del latino volgare

di Luigi Beneduci

Martedì 28 Dicembre 2010 "uscita n. 7"

Premessa metodologico-didattica

 

1.L’integrazione dei saperi in percorsi interdisciplinari è un’esigenza didattica che la scuola ha recepito e favorisce da tempo; anche le Nuove indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento per i Licei del 2010 pongono esplicitamente «l’enfasi sulla necessità di costruire, attraverso il dialogo tra le diverse discipline, un profilo coerente ed unitario dei processi culturali», individuando i «punti fondamentali di convergenza, i momenti storici ed i nodi concettuali che richiedono l’intervento congiunto di più discipline per essere compresi nella loro reale portata»:1 tali indicazioni si pongono, quindi, in continuità con un paradigma conoscitivo già noto e praticato.

Una delle maggiori novità delle Nuove indicazioni è, invece, costituita dalla sottolineatura della validità formativa della storia della lingua italiana, per la cui valorizzazione non sarà risultata secondaria la presenza, nella Commissione di studio e nel Gruppo tecnico per la redazione del documento, del linguista Luca Serianni, accademico della Crusca e docente di Storia della lingua italiana all'università “La Sapienza” di Roma.

Nell'ambito delle Linee generali e competenze per l’italiano, si prevede infatti un percorso scolastico che offra all’alunno «una complessiva coscienza della storicità della lingua italiana, maturata attraverso la lettura fin dal biennio di alcuni testi letterari distanti nel tempo, e approfondita poi da elementi di storia della lingua».2

A questa novità di metodo se ne aggiungono altre due, relative alla rimodulazione della scansione dei contenuti disciplinari, necessaria per favorire un più adeguato studio del Novecento letterario al quinto anno.

In relazione all’apprendimento della lingua e letteratura italiana, alla fine del primo biennio (ovvero nel corso del secondo anno), viene richiesto di affrontare «in prospettiva storica, il tema della nascita, dalla matrice latina, dei volgari italiani», da integrare con lo studio delle origini della letteratura volgare fino a giungere alla poesia toscana prestilnovistica,3 anticipando, in sostanza, gli argomenti finora tradizionalmente svolti all'inizio del terzo anno.

Per quanto concerne lo studio della storia, la nuova scansione prevede che nel secondo anno l'alunno affronti il periodo altomedioevale, i cui punti nodali sono: la diffusione del cristianesimo, la crisi economica e socio-politica dell'impero romano nel III secolo, le migrazioni dei popoli nomadi e la nascita dei regni romano-barbarici, l'espansione dell'Islam e l'affermazione del feudalesimo; ovvero i fatti che costituiscono le premesse storico-politiche, socio-economiche e culturali all’origine delle trasformazioni linguistiche che portano dal latino ai volgari italiani ed alle lingue romanze europee.

Tenendo conto di questa cornice normativa e del complessivo quadro culturale in cui il docente è chiamato ad operare, l'organizzazione di percorsi didattici di carattere storico-linguistico risultano particolarmente significativi per stabilire relazioni strutturali tra discipline diverse, come storia, italiano, latino e lingue straniere. Simili percorsi, infatti, potranno favorire l’acquisizione di un importante obiettivo formativo generale di carattere interdisciplinare:

- suscitare nello studente la coscienza di una prospettiva diacronica dei fatti di lingua, collegando l’evoluzione di fattori e fenomeni strettamente linguistici (fonetici, morfologici, sintattici, lessicali) con eventi più generali di ordine storico: mutamenti delle istituzioni politiche, delle dinamiche sociali, dei rapporti economici e delle istituzioni culturali.

La storia della lingua italiana viene, in effetti, ad integrare i fattori materiali con quelli spirituali, collega la vita produttiva con la storia delle mentalità, delineando i rapporti tra parlato e scritto, tra latino e lingue volgari, tra varietà dialettali e lingua letteraria, persino gli influssi da e verso lingue e letterature straniere.

L’approccio storico-linguistico, inoltre, risulta utile per perseguire anche obiettivi formativi specifici di ambito linguistico:

- fornire allo studente strumenti di lettura ed interpretazione di testi letterari delle età passate;

- cogliere con maggiore capacità critica l’origine e l’evoluzione (variabile diacronica) della lingua utilizzata nelle due varietà fondamentali della lingua parlata e di quella scritta (variabile diamèsica), ed essere così in grado di scegliere con competenza i codici e sottocodici più adeguati tra i molteplici livelli e registri (variabili diastràtica, legata a fattori di ordine sociale, e diafàsica, legata alla situazione comunicativa) potenzialmente a disposizione del parlante e dello scrivente;

- cogliere la sostanziale continuità tra il latino e le lingue volgari, poi codificate nell’italiano letterario, evidenziando i concreti rapporti tra ambiti linguistici (italiano-latino) considerati spesso (nella percezione diffusa degli studenti) solo genericamente collegati tra loro in successione cronologica;

- evidenziare quanto la lingua italiana si sia costruita anche grazie all’apporto di altre culture e di quelle lingue entrate in contatto con l’italiano sia per influenze culturali che per diretta dominazione politica (dalle relazioni con il mondo islamico del ’200 a quello spagnolo del ’500 e ’600, alle civiltà francese e l’inglese nel ’700). Comprendere il carattere “aperto” tipico di un codice linguistico ad apporti di culture diverse, può costituire un importante valore nella attuale società multiculturale.

Un significativo percorso storico-letterario è costituito dallo studio della nascita dei volgari italiani, a partire dall'evoluzione del latino volgare della tarda età imperiale, lungo i secoli dell'alto medioevo, anche per stimolare l'attenzione degli allievi su una cruciale fase storica, non sempre adeguatamente approfondita; tale argomento potrebbe dovrebbe essere proficuamente affrontato in una seconda classe, con maggiore efficacia formativa in un indirizzo liceale dove ancora si studi il latino. Tenendo conto dell'età scolare e dei prerequisiti, in ambito didattico, risulterà particolarmente significativo insistere soprattutto sull'evoluzione lessicale e semantica. Questo approccio presenta, prima di tutto, una maggiore comprensibilità, rispetto ai più complessi fenomeni di trasformazione fonetica o grammaticale; in secondo luogo, il lessico ed il significato delle parole sono aspetti della lingua più direttamente esposti alla realtà extralinguistica e si connettono strettamente con le evoluzioni delle condizioni socioeconomiche, culturali, religiose, con gli eventi politici e militari, lo sviluppo, od il regresso, tecnologico, di cui si offrono come immediati simboli.

 

 

Concetti di base: latino classico, latino volgare e lingue romanze.

 

 

2.La fase preliminare di questo percorso storico-linguistico dovrebbe consistere nella definizione di concetti e fenomeni fondamentali, che costituiscono le premesse cognitive su cui poggiare ogni successiva riflessione sull'evoluzione della lingua.

La documentazione scientifica per il docente può essere reperita tra i più diffusi profili di storia della lingua: ancora oggi mantiene valore, per completezza e per ricchezza di concreti esempi lessicali, il classico B. Migliorini, Storia della lingua italiana;4 mentre più compendioso e discorsivo è il recente C. Marazzini, Breve storia della lingua italiana.5 Per inserire l'evoluzione dell'italiano nel più generale contesto dell’evoluzione linguistica della Romània, è utile il volume di W. D. Elcock, Le lingue romanze, che consente di confrontare tra gli esiti del latino volgare nelle varie lingue romanze.6

Risultano essenziali per comprendere le più specifiche trasformazioni fonologiche, morfologiche e sintattiche del latino i succinti ma completi compendi di grammatica storica, tra cui ricordiamo quello prettamente universitario di L. Serianni e quello più divulgativo di P. D'Achille.7 Va ricordato, infine, che le antologie letterarie scolastiche solitamente dedicano pagine introduttive alla spiegazione dell’evoluzione di fenomeni linguistico-grammaticali ed all’analisi dei primi documenti in volgare: dall’Indovinello veronese al Placito capuano, alla Postilla amiatina, all’Iscrizione di San Clemente.

Il primo assunto è che le lingue romanze (tra cui i volgari italiani ed in particolare il fiorentino, che sarà alla base dell’italiano letterario e quindi dell’italiano tout court) si sviluppano direttamente dal latino, attraverso un complesso processo evolutivo che si realizza mediante la ininterrotta catena dei parlanti, che opera sempre, anche nei momenti di più grave crisi delle istituzioni culturali (come avvenne nell'età longobarda), attraverso il naturale rapporto genitori-figli.

Ma qual è il latino da cui nasce l’italiano? Il latino generalmente noto agli studenti attraverso le tradizionali grammatiche e definito latino classico consiste in una stilizzazione scritta, rappresentata dalle opere letterarie degli autori di età cesariana ed augustea, della lingua parlata coeva, ed era abbastanza lontana dall’uso, soprattutto delle classi popolari. Ricordando la lingua delle Epistole di Cicerone, in cui l’autore stesso dichiara di scrivere in sermo cotidianus, si deve, però, sottolineare come tale distinzione tra latino scritto e parlato, in questa età, vada interpretata più come un caso di variazione diamèsica (scritto/parlato) e diafàsica (registro formale/informale) che come testimonianza della presenza di due codici linguistici separati.

L’innovazione sostanziale si realizzerà con il cosiddetto latino volgare, cioè il latino parlato dalle classi popolari in età tardo-imperiale: è questo a produrre un sistema originale per via delle sostanziali novità sul piano della fonetica, morfologia, sintassi e lessico.8 In esso, ad esempio, riprende forza l’influenza del cosiddetto sostràto, (cioè delle parlate locali che erano in uso presso le varie popolazioni dell’impero prima della conquista e della colonizzazione romana) ed, inoltre, entra in gioco la variante geolinguistica (diatòpica), la quale, con il passare del tempo, rende naturalmente differenti le pronunce e gli altri aspetti linguistici, in modo direttamente proporzionale alle distanze tra le comunità umane.

Nel latino volgare, proprio in quanto lingua parlata, dobbiamo, infatti, immaginare molto attive le forze innovatici, che tendono a portare spontaneamente verso la disgregazione; finché il potere centrale di Roma rimase forte, si imposero le caratteristiche linguistiche create ed accolte dall’Urbe e l’azione livellatrice del centro; ma con la crisi dell’Impero, le differenze locali si accrebbero, producendo un’estrema frantumazione dei linguaggi, conseguente al coevo sgretolamento dei centri del potere politico e dell’accentramento amministrativo, alle difficoltà di comunicazione e alla riduzione dei rapporti sociali.

Alle differenze spaziali si deve sommare, infine, la variabile temporale (diacronica): con il passare del tempo le differenze si accrebbero progressivamente, portando quindi alla creazione delle diverse lingue romanze o neolatine, diffuse nelle regioni della antica Romània, secondo la localizzazione rappresentata graficamente nelle carte geo-linguistiche d’Europa.

 

 

L’influenza del cristianesimo

 

 

3.L’aumento delle forze innovatrici, ai danni della conservazione della lingua latina, codificata dai grammatici, si realizzò già a partire dalla crisi sociale del III secolo e si accrebbe poi nel IV secolo con la diffusione del cristianesimo: quest’ultimo si rivolse, infatti, anche linguisticamente ai ceti inferiori della società (“Melius est reprehendant nos gramatici quam non intelligat populus” dice Sant’Agostino) producendo importanti trasformazioni sul piano morfo-sintattico (ad es. l’articolo determinativo entra in Occidente con la traduzione in latino dei Vangeli dal greco) ma soprattutto lessicale. 9

Numerosi sono infatti i termini introdotti dalla nuova religione: tra i grecismi cristiani ricordiamo chierico, monaco, vescovo, basilica, battesimo, cresima, ermo ed i derivati eremo, eremita; angelo (originar.= messaggero) e martire (propriam.= testimone); essi testimoniano lo scambio che intercorre dall’Oriente verso l’Occidente, conseguenza del flusso di diffusione della fede in Cristo.10

Molte parole passano dal lessico specifico del culto alla lingua comune, come accade in domenica< (DIES) DOMINICA,11 letteralmente “giorno del signore”, cioè del dominus, con la sostantivizzazione dell’aggettivo. Lo stesso fenomeno è presente, sebbene in diverso contesto, anche in strada< (VIA) STRATA, ovvero la “via lastricata” che indica i residui dell'avanzata tecnica stradale romana, rispetto ai pericolosi sentieri dell'età altomedioevale.

Tra i termini ecclesiastici si può inoltre citare messa< MISSA, dal participio del verbo MITTO, per errata interpretazione popolare: la formula liturgica di chiusura delle funzioni religiose, la celebre “Ite, missa est”, che letteralmente può tradursi ”Andate, (l'offerta) è stata mandata ” o “Andate, (l'assemblea) è stata congedata”, è stata fraintesa come il nome stesso del rito: “è la messa”. Allo stesso modo l’espressione del Credo “visibilium et invisibilium” produrrà la parola visibilio = intenso piacere, forse dal suono dolce e misterioso, ormai incomprensibile ai fedeli rozzi ed incolti.

Tra i più significativi termini prodotti dal linguaggio settoriale della religione ricordiamo che il classico VERBUM, caratterizzato da un uso colto, sarà scalzato presso il popolo da PARABULAM >parola12 (infatti per l'uomo dell'ultima età imperiale le “parabole” di Gesù dovevano rappresentare la parola per eccellenza); così PARABULARE (=raccontare parabole) >parlare (soppiantando il più ostico e irregolare LOQUI). L’aggettivo cattivo deriva da CAPTIVUM (DIABOLI); essendosi perduti i riferimenti filosofici dell'etica laica greco-romana, l'individuo malvagio è inteso, in una società teocentrica, come eterodiretto dalle forze del male: un “prigioniero del demonio”; il verbo TRADERE, infine, assume il significato di tradire, in riferimento al passo evangelico in cui Giuda consegnò (“tradidit”) Gesù.

Si tratta di trasformazioni semantiche che testimoniano la profondità con cui il cristianesimo ha inciso nella vita sociale, nella mentalità, nell’antropologia stessa, prima ancora che nella lingua, dell’età tardo imperiale ed alto medioevale; Migliorini invita a riflettere sulla differenza nel significato di parole come FIDES, VIRTUS, PIUS, SACER passando dall’età di Augusto al tempo di Teodosio.13

 

 

La centralità della lingua parlata

 

 

4.Tra le caratteristiche peculiari del latino volgare vi è una spontanea riduzione del lessico, motivata in primo luogo da una naturale tendenza, propria delle lingue parlate, ad eliminare i sinonimi secondo il principio della “economizzazione” dei mezzi e delle risorse espressive; a ciò si aggiunge la tendenza, della lingua usata per i discorsi quotidiani in casa, per dare ordini al lavoro, per gli alterchi in osteria, per la compravendita al mercato, a non fare uso di termini astratti, privilegiando i termini concreti, ed anzi favorendo il ricorso ai termini più espressivi e carichi di valori connotativi.

Il carattere di lingua parlata porta il latino volgare a privilegiare le parole dotate di maggiore consistenza fonica: è una tendenza istintiva di chi parla, soprattutto se deve indicare oggetti o esprimere concetti particolarmente significativi, evitare di usare parole monosillabiche, le quali potrebbero essere fraintese dall’ascoltatore: su URBS prevale CIVITATEM >cittade >città; su REM prevale CAUSA >cosa.

Lo stesso motivo favorisce la scelta dei composti: si continuano i diminuitivi già presenti e diffusi nel latino (basti ricordare la testimonianza dei Carmi di Catullo), che però perdono il valore alterato originario: ad AUREM si sostituisce AURICOLAM> orecchia; ad AGNUM, AGNELLUM >agnello; a FRATREM, *FRATELLUM, a FILIUM, *FILIOLUM, e così si continuano MASCULUM, PORCELLUM, NOVELLUM, e le nuove formazioni *GENUCULUM, *AVICELLUS ecc.

Nei verbi aumentano le forme derivate da nomi (denominali), quindi con un referente più concreto: MENSURARE, PECTINARE, MORSICARE, *NEVICARE; si preferiscono forme derivate con valori iterativi e frequentativi dal significato più intenso e dal tono più popolare, oltre che più regolari, ad es. CANTARE prevale su CANĔRE; ai verbi semplici sono preferiti i composti: COGNOSCERE, CONDUCERE, REMANERE, SUFFLARE si preferiscono a NOSCERE, DUCERE, MANERE, FLARE ed INITIARE si continua in *CUM-INITIARE.14

Ancora la tendenza a privilegiare «parole più solide nella struttura e più energiche nel significato», a svantaggio delle forme tradizionali «con le loro debolezze strutturali e il loro scolorimento semantico»,15 produce altre scelte lessicali: al delicato EDERE si sostituisce il corposo MANDUCARE =dimenare le mascelle; al termine “immotivato” HIRUDO si predilige l’espressivo e ben più comprensibile SANGUISUGAM; a CAPUT si affianca TESTA, propriam. = vaso di terracotta, con lo stesso slittamento metaforico popolare e scherzoso che produce coccia da coccio; ad EQUUS si sostituisce il CABALLUS =cavallo da tiro; ma soprattutto si realizzano significativi slittamenti semantici: EXEMPLUM >scempio = strage tale da fungere da “esempio”; per esprimere il dolore non basta più PLORARE ma LANIARE SE = graffiarsi il petto dallo strazio ecc.

 

 

La ruralizzazione dell’economia

 

 

5.Nelle trasformazioni semantiche inoltre si può avvertire l’influenza del processo di ruralizzazione dell’economia tipico nell’alto medioevo: è un fenomeno complesso in cui convergono lo spopolamento delle città, la crisi della società mercantile, le difficoltà logistiche e la pericolosità dei trasporti, la minaccia sempre incombente di assalti e razzie, l’aumento di importanza delle attività agricole come unico strumento di sussistenza. Dalle parole si possono trarre «indizi interessanti sulle condizioni sociali e sulla psicologia collettiva dell’ambiente in cui quei fenomeni hanno avuto origine».16

Tra i vari esempi che si possono presentare: la MACCHINA per eccellenza è adesso la >macina del mulino; l’importanza della pollicoltura è testimoniata dalla specializzazione della forma CUBARE >covare; di HORTUS rimane il solo valore utilitario di >orto, non più di “giardino”, come nell’età classica; l’abitazione non è più la DOMUS, termine che rimane nell’esito duomo (la casa del vescovo nella città)< DOMUM (EPISCOPI), ma deriva dalla parola latina CASAM che indica la capanna rustica in legno, non in muratura; da PLEBEM >pieve, cioè la chiesa di campagna e la comunità sociale-religiosa che si riunisce intorno ad essa, mentre viene meno il proletariato urbano; la crisi della scuola è testimoniata indirettamente dai verbi APPRENDERE =“procacciarsi” una nozione (come composto di PRENDO), ed INSIGNARE =incidere, quasi un “ficcare in testa”, un insegnare a viva forza.

 

 

La nozione di allotropo

 

 

E’ necessario evidenziare come il lessico di tradizione diretta o ininterrotta, derivato dal latino volgare attraverso le trasformazioni fonetiche e semantiche dei parlanti (parole popolari), sia stato anche arricchito da forme dotte, o latinismi, cioè recuperi di forme e significati attinti direttamente dal latino classico che ha continuato comunque, per secoli, ad essere utilizzato da una parte minoritaria della popolazione come lingua di cultura.

Questo processo si esemplifica mediante la nozione di allotropo: la variante di un'altra parola, che ha la stessa etimologia con forma e significato diversi. Dalla stessa base latina, infatti, possono essere derivati due termini di cui uno è più vicino al latino sia nella forma grafica che nel significato; ad esempio da VITIUM possono derivare due esiti: >vezzo (esito popolare = difettuccio, e quindi, moìna) e >vizio (esito colto, vicino al significato latino di =difetto morale); da DĬSCUM >desco (=la tavola dove si mangia, probabilmente rotonda) e >disco (per recupero colto = figura geometrica circolare), questo esempio ci riporta alla caratteristica del latino volgare di preferire declinazioni concrete delle espressioni astratte della lingua classica; allo stesso modo, l’esito popolare di AREAM >aia (lo spazio di lavoro davanti all’abitazione rustica) e non il colto termine geometrico >area.

 

 

L’importanza dei “barbari”: Goti, Longobardi e Franchi

 

 

6.E' infine possibile, anche per quanto riguarda questa prime fasi della storia linguistica, accennare all’importanza dell’apporto di altre civiltà con l’ingresso di elementi lessicali germanici, durante l’ultima età imperiale: ai contatti tra romani e barbari avvenuto già prima delle invasioni, si susseguono lo strato gotico, quello longobardo ed infine quello franco.

Al di là delle difficoltà di attribuzione di una parola all’uno o all’altro momento, è possibile evidenziare come l’apporto dei germanismi sia concentrato in significative aree semantiche; una è sicuramente quella della guerra: la stessa parola guerra è di origine germanica e la sostituzione di BELLUM rimanda al prevalere del disordinato modo di combattere dei barbari (werra, etimologicam. =mischia) con l’ordine e la disciplina militare dei romani; la banda era invece l’insegna intorno a cui si radunava una “banda” di soldati (da cui poi si avrà bandiera); il fondamentale verbo guardare< wardon, termine germanico con una originaria accezione militare, ed infatti da esso si hanno i derivati guardia e guardiano; da haribergo >albergo, originariam. =rifugio dell’esercito; su molti aggettivi relativi a colori (blank >bianco; brun >bruno; grisi >grigio; falwa >fulvo) si discute se indicassero il manto dei cavalli o i colori distintivi sugli scudi dei soldati germanici;17 di età longobarda sono strale, spalto; mentre con i Franchi entrano dardo, gonfalone, galoppare e tutta la terminologia feudale: feudo, barone, vassallo, ecc.

Si possono, infine, citare anche molte parole comuni, d’uso quotidiano, indicanti azioni, rapporti sociali, parti del corpo, caratteristiche personali (alcune dalla forte connotazione espressiva) che permettono ali studenti di comprendere quanto anche l’elemento di superstràto, cioè l’apporto di popoli stranieri insediati su un territorio in cui si parla un dato linguaggio, possa incidere profondamente sulla lingua: guancia, schiena, anca (e sciancato), stinco, zazzera, zanna, strozza, grinfia; i verbi: spaccare, graffiare, arraffare, scherzare, russare; gli aggettivi: gramo, ricco e stracco,18 sono il lascito che i popoli “barbari” ci hanno affidato, insieme con la loro mentalità, le loro abitudini, la loro civiltà.

 

 

Conclusione

 

Il percorso sinteticamente affrontato, lungo gli otto secoli che conducono ai volgari italiani, da cui deriverà la lingua che oggi parliamo, nel volgere dei successivi dodici secoli, permette di riflettere sul valore didattico della storia della lingua.

L’evoluzione delle parole, nel loro significante e, ancor di più, nel loro valore semantico, può costituire uno strumento privilegiato per condensare in elementi concreti e simbolici insieme, il susseguirsi delle fasi storiche centrali nell'evoluzione delle civiltà e le trasformazioni psico-sociali che danno luogo alla mentalità ed alla cultura delle comunità umane.

 

 

 

NOTE

 

1 Il decreto contenente il testo completo delle delle Nuove indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento per i Licei, a cui ci rifacciamo per le citazioni, è attualmente scaricabile dal link:

http://nuovilicei.indire.it/content/index.php?action=lettura&id_m=7782&id_cnt=10497, p. 8.

2 Posto che la presente e la successiva citazione si ripetono identiche nel profilo di tutti gli indirizzi liceali, si indicherà solo la pagina della prima occorrenza, idem, p. 16.

3 Ibidem, p. 14.

4 B. Migliorini, Storia della Lingua Italiana, Sansoni, Firenze 1960, recentemente ristampato in ed. economica da Bompiani.

5 C. Marazzini, Breve storia della lingua italiana, Il Mulino, Bologna 2004.

6 W. D. Elcock, Le lingue romanze, Japadre L’Aquila 1975, il cui paragrafo Vocabolario, pp. 143-161, è specificamente rivolto al lessico del latino volgare. Tra gli altri esempi: TABULA >it. tavola, fr. table mentre da MENSA >sp. mesa, ital. (parola dotta) mensa; CASEUS >dial. centro-merid. ital. cacio, caso, sp. queso mentre da (CASEUS) FORMATICUS >it. formaggio; fr. fromage; FERVERE (latino volgare per “bollire”) >sp. hervir; sostituito, tendenza tipicamente popolare, dal più pittoresco BULLIRE (“fare le bolle”) >it. bollire; fr. boullir, ecc.

7 Concentrato sui fenomeni fonetici è il volumetto di L. Serianni, Appunti di grammatica storica italiana, Bulzoni, Roma 1988; mentre P. D’Achille, Breve grammatica storica dell’Italiano, Carocci, Roma 2001, premette una più piana introduzione storica e geolinguistica all’analisi degli elementi fonetici, morfo-sintattici e lessicali del passaggi dal latino volgare al fiorentino trecentesco.

8 Si rimanda, per approfondimenti, a specifici paragrafi del Migliorini, op. cit.: Lingua parlata e lingua scritta, pp. 12-13; Principali fenomeni grammaticali, pp. 25-27 ed ai volumi citati di Serianni e D’Achille.

9 B. Migliorini, op. cit., Condizioni sociali. Il Cristianesimo, pp. 17-19.

10 Ibidem, Grecismi, pp. 32-35.

11 Ricordiamo i segni convenzionali della linguistica storica: in corsivo si indicano i termini volgari o romanzi che sono gli esiti delle trasformazioni fonetiche e semantiche del latino, mentre in maiuscolo si indicano le originarie radici latine; il simbolo > significa “produce, dà origine a”, all'opposto il segno < vale “deriva da”; se, infine, davanti ad un termine vi è un asterisco vuol dire che si tratta di una parola non attestata in alcun documento ma ricostruito per congettura dai linguisti. L'espressione domenica < (DIES) DOMINICA quindi si legge: l'esito romanzo “domenica” deriva dall'aggettivo latino classico “dominica” (sottintendendo il sostantivo “dies”).

12 L'espressione si leggerà, quindi: il latino “parabulam” dà luogo all'esito romanzo “parola”.

13 Ibidem, Semantica cristiana, pp. 45-47.

14 Ibidem, Nuove formazioni, pp. 35-37; Lotta fra parole vecchie e parole nuove, pp. 37-39.

15 Ibidem, p. 38.

16 Ibidem, Mutamenti di significato, pp. 42-45.

17 Per questi ed altri germanismi, si può confrontare W. D. Elcock, op. cit., pp. 195-202.

18 Per una trattazione organica dei germanismi ci si può riferire al Migliorini, op. cit., pp. 74-81.