<<Sez. Didattica>>

Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"

Il “caso Moro” nella letteratura e pubblicistica del tempo
di “Luigi Beneduci”

 

Un libro che si è occupato del Caso Moro

[Relazione composta per gli studenti del Liceo classico “N. Carlomagno” di Lauria il 21 febbraio 2015 nell’ambito del Seminario di studi "Il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro nella storia repubblicana: la tragedia politica, il dramma umano, le testimonianze"].

 

Leonardo Sciascia: struttura e tesi dell’Affaire Moro
1. Scritto a Racalmuto nell’estate del 1978, a soli due mesi dall’epilogo dei tragici fatti del rapimento del Presidente della DC Aldo Moro, Sciascia racconta di aver stilato L’affaire Moro non sull’onda dell’emozione ma come in trance, mentre tutti i ritagli di giornale accumulati nei convulsi giorni della primavera precedente ondeggiavano sulla sua scrivania come un mare intorno al frangiflutti del vocabolario Tommaseo. Lo possiamo quasi vedere: Sciascia termina di scrivere il 24 agosto di una focosa estate. E focose saranno anche quelle pagine; non sono molte, ma densissime.
La scrittura è quella tipica di Sciascia: frasi nette che argomentano, subordinate che seguono lo svilupparsi del pensiero, espressioni precise e rigorose. Nulla di inessenziale. È la prosa lucida della ragione che cerca di fare luce nel buio di quei giorni: tanto nel mistero della prigione di Moro, quanto nelle stanze del potere.
La struttura è aperta: sono 21 brevi capitoli (meno di 10 pagine ciascuno) senza numerazione. Dopo una parte iniziale introduttiva, il saggio-pamphlet prosegue analizzando tutto ciò che si era venuto a conoscere dalla mattina del 16 marzo, giorno del prelevamento di via Fani (le lettere allora diffuse di Moro inviate alla famiglia o ai politici e pubblicate su testate nazionali, articoli giornalistici, interviste, dichiarazioni), concludendosi con un potente commento della telefonata a Tritto, in cui furono fornite le terribili indicazioni che consentiranno di ritrovare in via Caetani, il 9 maggio, il corpo dello statista giustiziato.
È un concentratissimo tentativo di esegesi, di analisi e interpretazione del testo, ossia della realtà e dei fatti come testo, in senso semiologico. Per comprendere cosa poteva essere davvero avvenuto nella prigione del popolo al presidente Moro, cosa egli chiedeva ai suoi alleati di governo e come poteva muoversi nei rapporti con i rapitori; per capire gli errori e le approssimazioni della polizia; le strategie e le scelte politiche, che avevano condotto alla linea della fermezza, e quindi alla morte. Infine per dare un giudizio civile, etico più che politico, dei 55 giorni.
E sarà un giudizio, appunto, rovente come quell’estate. L’affaire Moro è infatti un libro di intervento militante. Non a caso il titolo riprende l’affaire Dreyfus, e presuppone una linea di continuità con l’impegno civile dell’intellettuale mostrato da Zola attraverso il suo Je accuse. L’affaire Moro fu un atto di accusa e di denuncia. Contro tutti.
Contro la disumanità delle BR. Anche se a Sciascia pare che, alla fine, il gruppo dei rapitori si sarebbe accontentato di un gesto simbolico qualunque da parte dello Stato. Mentre dovette essere il gruppo dirigente delle BR ad alzare la posta, chiedendo la liberazione di ben 13 ostaggi, per rendere vana ogni trattativa.
Contro l’ottusità e la meschinità della classe politica DC che si era trincerata dietro la scelta della fermezza, per mille motivi: per un mal inteso senso dello Stato, per non cadere in contraddizione, cedendo per la salvezza di un uomo d’apparato mentre semplici cittadini erano stati in precedenza sacrificati. In sostanza per timore delle conseguenze della trattativa.
E persino contro Moro stesso. Di lui lo scrittore coglie la tragedia di uomo, ma non gli può perdonare di aver fatto parte di (o, nella migliore delle ipotesi, di aver fatto poco contro) un sistema di potere malavitoso che aveva governato l’Italia nel dopoguerra.
È vero che Sciascia riconosce a Moro di essere «il meno implicato di tutti» , come aveva già affermato Pasolini ; tuttavia era e restava implicato. Sciascia come intellettuale ne denuncia gli errori politici; sebbene non per questo, ovviamente, lo considera meritevole della pena di morte. La tesi di Sciascia è stata efficacemente sintetizzata dal critico Marco Belpoliti:
«Moro poteva essere salvato, era quello che lui stesso chiedeva con le lettere; si è disconosciuta questa volontà di Moro, lo si è isolato, in nome della ragion di Stato, lo si è lasciato uccidere. Responsabili della morte di Moro sono le Brigate Rosse. Sono loro che l’hanno ucciso materialmente e per questo vanno punite, ma non meno colpevoli sono quelli che hanno lasciato cadere il tenue filo della trattativa, per mille ragioni: calcolo politico, odio verso Moro, falso senso dello Stato, inettitudine ecc. la tesi “politica” del libro è tutta qui» .
E nel libello si vede la forza dell’intellettuale Sciascia: un uomo ruvido, dall’intelligenza tagliente e sferzante. Che non fa sconti a nessuno, ma resta sempre urticante e provocatorio. Un polemista. Nel senso tecnico del termine: alle sue spalle infatti c’è la produzione di libelli militanti su eventi scottanti di attualità, ci sono i pamphlet della tradizione illuministica. C’è il senso dell’uso critico della ragione: il motto kantiano del sapere aude. Di chi sottopone al vaglio della ragione ogni aspetto della realtà, per mostrarne quanto resta in ombra, la parte più oscura e inconfessabile. Il groviglio degli interessi personali e corporativi. Le scelte di comodo o quelle semplicemente ottuse.

L’impegno etico-politico di Leonardo Sciascia
2. Per comprendere, però, fino in fondo le riflessioni di Sciascia (Racalmuto 1921 – Palermo 1989) è necessario tratteggiare seppur brevemente la figura dell’autore siciliano. Sciascia si può sintetizzare in tre parole chiave, suggerite dal critico Giulio Ferroni.
La prima è realtà: simile al reale gaddiano, questa va intesa come un insieme di fatti tra loro intrecciati, spesso in modo «intricato ed oscuro», poiché dominati da «forme di potere che fanno leva su intrecci perversi» e misteriosi. La seconda è ragione: una razionalità laica, ottimistica, illuministica «che cerca di approfondire l’analisi degli avvenimenti», di comprenderne la verità, al fine di «suggerire l’ipotesi di una vita civile libera e razionale». La terza, infine, è letteratura: la scrittura come insieme «di possibilità e di combinazioni narrative», intrecci, trame, finzioni letterarie che costituiscono lo strumento per comprendere questa verità e giungere ad una società più giusta e libera .
Per questo sforzo di scandagliare con la forza della ragione una realtà incomprensibile, per poterne esprimere il disvelamento attraverso l’opera letteraria, Sciascia rappresenta uno dei modelli per eccellenza dell’intellettuale impegnato, engagé si diceva un tempo. Dal punto di vista politico e ideologico vicino alla sinistra, eppure sempre geloso della sua autonomia. Sempre fuori dal coro.
Eletto nel PCI, ma come indipendente, al comune di Palermo, si dimetterà di fronte alla impossibilità di fare politica in modo autonomo e davanti all’ipotesi del compromesso storico, in contrasto col partito che lo caldeggiava. Sarà quindi eletto con i Radicali di Pannella ma solo con lo specifico obiettivo di entrare nella Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro Moro. Per “vedere le carte”, insomma. Per capire ciò che non poteva sapere da privato cittadino. E sarà sua la Relazione di minoranza della Commissione, poi allegata in appendice all’affaire stesso.
Anche in parlamento però continuerà, come Dante, a fare parte per sé stesso. Lo si ricorda sugli scranni discosto, isolato, che interviene sempre brevemente. In un’intervista del 1987 dirà: «Io sono impegnato, ma impegnato per me stesso. La nozione di letteratura impegnata mi è estranea», intesa come uso parziale (di parte) della scrittura, «tanto più che oggi – spiega - chi dice letteratura impegnata dice letteratura politica o letteratura di un partito» .
Sciascia si sforza di cercare la verità e di definirla attraverso la letteratura, per cambiare il mondo. Questo è il suo impegno: lo stesso dei suoi maestri:
«Il fatto di cercare e dire la verità rinvia […] a una tradizione del secolo dei lumi. Voltaire è stato davvero il padre di questo atteggiamento, ripreso più tardi da Zola, consistente nel seguire con attenzione tutto quanto accadesse nel mondo» .
Eppure con il proseguire della sua attività, lo scrittore ha dovuto sempre più ammettere le difficoltà nell’esercizio della ragione, poiché la verità si cela dietro una cortina sempre più fitta di interessi, di poteri, di violenza. L’immagine simbolica di questo mondo dove la ragione risulta del tutto inutile e fallimentare è la Sicilia dominata dalla mafia, una Sicilia che però diventa metafora dell’Italia e del mondo, perché - è questa la conclusione - tutta la realtà è gestita in modo occulto da poteri altrettanto occulti, da ragioni che si mascherano e si celano inconfessabili.
In una Sicilia che diventa così una categoria interpretativa universale (la sicilitudine) il potere è sempre altrove. Non nelle istituzioni, governate dal diritto, dalle leggi, dalla razionalità, dalla responsabilità, dalla ricerca del bene collettivo, ma altrove: in un groviglio di interessi che sono sconosciuti integralmente persino a chi li persegue e non possono essere ricostruiti da nessuno. È la radice del cosiddetto pessimismo di Sciascia.
Eppure, non si può disconoscere che Sciascia non è pessimista del tutto, almeno per il fatto che continua a scrivere, credendo nella missione storica della razionalità umana.
«La ragione, negata e conculcata da poteri e complicità di tutti i tipi, è costretta a cercare se stessa, a difendere ostinatamente la sua funzione di giustizia e verità» .
Per quanto disilluso e disincantato, persino in modo amaramente e cinicamente comico, Sciascia non smetterà di sforzarsi di capire.
Già nella sua prima produzione degli anni Sessanta, Sciascia si rivolgeva a smascherare il mondo della Sicilia e della mafia. Era una realtà talmente poco conosciuta che Sciascia fu uno dei primi a parlarne, nell’Italia del dopoguerra, e per questo fu attaccato, accusato di denigrare gratuitamente la sua terra; il tutto mentre si facevano sempre più stretti quei rapporti tra mafia e politica che tanto avrebbero influenzato la storia d’Italia.
Sia Il giorno della civetta (1961) che A ciascuno il suo (1966) seguono la struttura del giallo: il capitano dei carabinieri (la razionalità del nord) nel primo e il professor Laurana (simbolo dell’impotenza dell’intellettuale di provincia) nel secondo cercano di risolvere un delitto. Scoprono intrecci talmente complessi tra poteri mafiosi e omertà, interessi e paura che o non vengono a capo di niente o sono eliminati. I protagonisti sono eroi sconfitti. Il giallo come ricerca della verità naufraga.
Negli anni Settanta la ricerca si sposta in una sfera più alta: la narrativa segue le trame segrete del potere politico, imprenditoriale, economico dell’Italia. Anche a questi livelli, però, la verità continua a rimanere nascosta.
Su un romanzo non di argomento siciliano ma orientato chiaramente in senso politico come Il contesto (1971) Sciascia scrive che si tratta di:
un apologo sul potere nel mondo, sul potere che sempre più digrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa .
L’espressione «impenetrabile concatenazione» esprime indubitabilmente un pessimismo gnoseologico radicale. Eppure Sciascia, in un’intervista rilasciata nel 1987, ed ora edita come introduzione al suo Il cavaliere e la morte, afferma:
«Il mio ruolo è di dire le cose che noto o che scopro nella realtà: due e due fanno quattro e, identificate certe premesse, il risultato sarà inevitabile. Basta conoscere bene la storia italiana per capire cosa capita oggi o accadrà domani. Non ho nessun dono profetico: basta, ripeto, conoscere e osservare, e avere il coraggio di opporsi al conformismo e alla verità ufficiale» .
Si ottiene così una forma di possibilismo cognitivo che, messa tra parentesi la complessità impenetrabile delle cause-concause, delle spinte-controspinte e del coacervo di volontà-casualità, realizza un’opportuna semplificazione, per ottenere il solo risultato concesso all’individuo: di conoscere per agire, di giudicare per opporsi.
Il romanzo più interessante, tra quelli di Sciascia che si legano in qualche modo alla morte del presidente Moro, resta comunque Il contesto: in un paese immaginario, l’ispettore Rogas indaga sulla morte di una serie di magistrati attuati da una sconosciuto gruppo rivoluzionario. Sebbene non si sappia chi ci sia dietro di loro né quali scopi avessero, sta di fatto, che con le loro azioni sembrano rafforzare il potere autoritario dello Stato.
In tutta evidenza, è la riproposizione letteraria della strategia della tensione in atto negli anni Settanta. Ma la conclusione è fulminante: il presidente del maggior partito di opposizione del Paese viene ucciso dagli inafferrabili terroristi; Rogas che avrebbe voluto proteggerlo viene ucciso con lui, ma sia la maggioranza che l’opposizione si accordano per far cadere la colpa dell’omicidio sull’ispettore Rogas stesso.
Il potere statale, quello della maggioranza da una parte e quello dell’opposizione dall’altra, preferisce mantenere i suoi privilegi, piuttosto che esporre lo Stato al rischio di una rivoluzione, dall’esito incerto per entrambi gli schieramenti . Si tratta, ancora una volta, di un giallo senza soluzione. La ragione vi è sconfitta. Il calcolo degli interessi è vincente. La verità dissimulata.
Questo giallo senza soluzione è stato anche definito giallo barocco perché «il gioco letterario» si sviluppa «tra razionalità combinatoria e gusto per la complicazione barocca» e poi sembra di trovarsi immersi in una «realtà ancora barocca, in cui la lotta di potere si svolge attraverso trame che si incastrano l’una nell’altra e che non è mai possibile ricostruire fino in fondo» .
Le trame occulte di Sciascia ricordano gli intrecci segreti del Conte Zio nei Promessi Sposi, passo che è forse tra i momenti di maggiore modernità dell’opera di un Manzoni che cerca di penetrare nel groviglio, nello «gliommero» direbbe Gadda, della realtà. Un giallo per il quale oggi si può impiegare la più recente categoria del giallo metafisico .
Appare lampante come questa trama anticipi straordinariamente gli eventi del caso Moro: tanto che Sciascia potrà dire che questo è uno dei casi in cui la letteratura è più vera della realtà. Sembra addirittura che la realtà sia prodotta dalla letteratura. Sciascia non ha dubbi in proposito per lui L’affaire Moro è un’opera letteraria che ha il valore di opera di verità. Tra le due cose non c’è contraddizione. Anzi, è un’opera di verità in quanto opera letteraria.

Il linguaggio di Moro nell’analisi di Sciascia: il disconoscimento e la morte
3. Il testo dell’Affaire Moro offre moltissimi spunti di riflessione; tra questi particolarmente proficue risultano le riflessioni sul linguaggio di Moro, nel secondo capitolo, che trascendono il dato puramente tecnico-linguistico per divenire il centro esatto della tragedia che si consuma nei giorni della detenzione.
Sciascia ritiene che nelle lettere diffuse dalla “prigione del popolo”, Moro, per orientare, indirizzare, suggerire le azioni e le reazioni dei politici suoi amici, abbia dovuto porre in essere una raffinatissima ma pericolosa strategia retorico-comunicativa:
«tentare di dire col linguaggio del nondire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire. Doveva comunicare usando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura. Da prigioniero» .
Sciascia non ritiene che le lettere fossero dettate dai carcerieri, né sottoposte a censura delle BR, perché anzi questi volevano che da esse apparisse la personalità integrale del loro imputato, che stavano giudicando colpevole:
«il loro interesse era quella di svelare e analizzare quella identità integralmente, non di disgregarla o sostituirla. Moro bisognava continuasse ad essere sé stesso» .
Per Sciascia, Moro nelle lettere era stato sempre presente a se stesso e lucido, almeno per quanto la prigionia consentiva. Sarebbe stato addirittura lui a suggerire ai suoi interlocutori il modo migliore per riuscire a salvarlo. All’inizio, prendendo tempo. Poi suggerendo la via della trattativa. Persino insistendo sull’immagine di sé prigioniero come uomo privato, non pubblico, debole e bisognoso della sua famiglia. Sarebbe stato lui a sottolineare di aver preso la determinazione di ritirarsi dalla politica. D’altra parte rientrerebbe in questa strategia anche il far balenare conseguenze terribili per lo Stato e per il partito nel caso in cui la crisi si fosse conclusa con la sua morte.
In tali e tanto oggettive difficoltà comunicative, le lettere politiche favorirono false interpretazioni e fecero sorgere dubbi. Fino a quello che Sciascia definisce il tradimento finale, realizzato con un «mostruoso documento di misconoscimento» . I più stretti amici di Moro iniziarono a negare che fosse lo stesso Moro, un tempo ispiratore dei principi costituzionali, a scrivere quelle lettere prive di dignità morale, piene di accuse e condanne dell’operato della politica italiana. Certificarono nero su bianco che ora era un prigioniero. Che era un altro uomo. Per Sciascia fu quello il momento in cui la Democrazia Cristiana firmò la condanna a morte di Moro.
E da siciliano e da intellettuale Sciascia non può non fare riferimento a Pirandello. Tragicamente l’autore del pamphlet ironizza sulla distinzione, folle e tutta «pirandelliana», tra un Moro «uno e due». Come se potessero esistere due uomini distinti e separati nel guscio dell’onorevole Moro: uno vecchio, l’illuminato statista democristiano, e uno nuovo, debole e inetto burattino nelle mani delle BR. E, in quanto tale, sacrificabile. Una sorta di Mattia Pascal dalla doppia identità. Il che sarebbe comico, se non fosse pirandellianamente umoristico, cioè tragico.

Franco Fortini e il Non è lui
4. Contro questa idea si pronunciò un altro intellettuale, Franco Fortini, vicino alle posizioni comuniste, altro ruvido scrittore di elevata statura morale, un marxista di stampo manzoniano. Anche Fortini considerava prioritaria l’etica umana, non disgiunta da un forte senso di giustizia. Capace anche egli di posizioni indipendenti e autonome dalle direttive di partito.
Espresse sul «Manifesto» una dura requisitoria contro chi voleva distinguere tra un Moro prima, ed un Moro dopo il sequestro, divenuto incapace di intendere e di volere.
«Ci sembra non esistano, fino a questo momento, prove serie che le affermazioni di Moro non si confacciano ad un intelletto, turbato certo, come quello di chi vive a pochi passi dalla morte, sequestrato ed isolato, ma tuttavia integro. Non c'è traccia di quelle mutazioni di cambio, di quelle ritrattazioni o adulazioni servili che conosciamo dai verbali staliniani» .
Il filo della logica di Fortini non si svolge dall’analisi dei manuali di «psicologia e sociologia americana, spesso gestita dalla Cia, beatamente certa che la “normalità” di un uomo coincida con la sua funzione», ma dalla conoscenza dell’animo umano che consente la riflessione manzoniana: «Più che delle interpretazioni sui “lavaggi del cervello” sono un lettore del Manzoni».
Chi assicurava, infatti, che il Moro, come dire, autentico fosse stato quello fuori dalla “prigione del popolo”? Forse fuori lo statista si trovava rinchiuso in un'altra prigione, quella del potere. Prigione non meno costrittiva: fatta di alleanze da rispettare, status quo da mantenere, nemici da blandire e combattere. Forse Moro, come Adelchi, finora era stato forzato a «fare il male» suo malgrado.
Adesso, nella cella delle BR, la sua “provvida sventura” lo aveva posto dalla parte di «subirlo», quel male. Ed era così divenuto finalmente libero. Pienamente padrone di sé. In grado di giudicare con altri parametri. E pertanto andava salvato, dice Fortini, prima di tutto in quanto uomo. Poi anche perché, afferma il fiero ma leale avversario, è giusto che l’operato politico sia giudicato dalla storia e dalla politica, non dalle armi. Solo questo fa crescere la coscienza dei cittadini. E, dialetticamente, fa muovere più sicuri sulla strada del progresso.
«Un sequestrato, tolto dall'apparato di falsità, di potere, di servilismo circostante, di alienazione in una parola, nella quale vivono, più o meno, tutti i potenti di questo mondo, e necessariamente gli uomini che da trent'anni governano cinquanta milioni di italiani, che uno di quegli uomini, se ricondotto, come un qualsiasi detenuto, come un qualsiasi povero cristo davanti a dottori e tribunali, se collocato dalla “provvida sventura” tra gli oppressi, possa riconoscere o riscoprire un diverso modo di interpretare l'esistenza» .
Ancora una volta un avversario era sembrato più equanime, pur nella sua intransigenza, degli amici di partito. Infatti, conclude Fortini, «quando in termini politici, si nega valore ad un testo dichiarandolo estorto o irresponsabile si compie un atto politico, ossia un gesto simbolico che tradotto in volgare significa un rifiuto di rilevanza e di interlocuzione». Equivaleva a condannare a morte Aldo Moro.

Il senso dello Stato in uno Stato senza senso
5. Torniamo all’Affaire Moro. Nel suo nono capitolo vi sono altre pagine degne di nota: per Sciascia, una volta che Moro si rende conto che il covo in cui è nascosto non sarebbe stato trovato dalla polizia, spinge affinché il governo si convinca a trattare.
Pertanto «offre al partito un argomento che può servire a giustificarlo – ammesso che la Democrazia Cristiana abbia bisogno di giustificazioni –[…] l’argomento dell’aver [da giurista e docente di diritto, come da politico] pensato sempre cosi, in coerenza all’esser cristiano […]: che tra salvare una vita umana e il tener fede ad astratti principi si dovesse forzare il concetto giuridico di stato di necessità […]»; in sintesi Moro oppone «il non astratto principio della salvezza dell’individuo contro gli astratti principi» .
Ma a questo punto, la sorpresa: l’Italia scopre di aver acquistato il senso dello Stato. E Sciascia non può più trattenersi. Vediamo in azione la vena più satirica e invelenita della prosa di Sciascia, che dipinge il ritratto di un’Italia ipocrita che mente a sé stessa. E ne smaschera le vergogne. La vergogna di un senso dello Stato in uno Stato totalmente senza senso.
«Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. […] Ma ora,di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne.[…] Dell’improvviso levarsi dello Stato “come torre ferma che non crolla” Moro è sorpreso. Come è venuto fuori, da quella larva, questo mostro corazzato e armato?» .

L’ultima telefonata e l’umana pietà
6. Un tono diverso si trova nel capitolo venti dell’Affaire Moro: un misto di durezza e di commozione emerge nel commento di Sciascia al celebre episodio della telefonata, che fu resa presto pubblica «nell’inconsulta speranza» che qualcuno riconoscesse la voce. Si fecero vivi solo mitomani. Morì, d’altra parte, ogni senso del rispetto per il dolore privato. Il tono usato da Sciascia qui si fa più analitico e freddo. La prima parte consiste tutta in un’affilata denuncia dell’incompetenza della polizia italiana. Ci vollero anni per superare (e solo in parte) quelle inefficienze mostrate dall’autore di Racalmuto. Esattamente come ci volle il terremoto dell’Irpinia per avere un efficace sistema di protezione civile in Italia.
«Si è voluto riportare integralmente questo dialogo [la telefonata che annuncia il luogo dove sarà parcheggiata la R4 con il cadavere] perché dà luogo a delle non inutili riflessioni. La prima riguarda la durata: tra lo smarrimento di Tritto, il suo pianto, il passaggio del telefono al padre, l’esitazioni e le ripetizioni del brigatista, non meno di tre minuti. Certo involontariamente, nella confusione e commozione in cui lo gettava la notizia, Tritto si è comportato come chi vuol prendere tempo e darne alla polizia. Poiché il brigatista telefona dalla stazione Termini, dove c’è un posto di polizia e nelle cui vicinanze è da presumere si trovino sempre delle autopattuglie collegate per radio alla questura, prenderlo sul finire della telefonata non sarebbe stato impossibile. Questa stessa considerazione va ribaltata sul brigatista: sa che il telefono di casa Tritto è sotto controllo, sa che l’attardarsi nella telefonata può essergli fatale;eppure è paziente,meticoloso, riguardoso persino. Ripete, si lascia andare a un «mi dispiace»; e insomma diluisce in più di tre minuti una comunicazione che avrebbe potuto dare in trenta secondi. Si può spiegare questo suo comportamento con la sicurezza - che gli viene da una ormai lunga sperimentazione - di un muoversi della polizia mai a misura di minuti (e infatti:«la prima pantera biancoblù polizia arriva ululando in via Caetani alle 13,20»); ma non si poteva sottovalutare il rischio che questa volta, per l’enormità della notizia e dopo quasi due mesi di affinamento alla caccia, scattasse un’operazione di eccezionale celerità» .
Nella seconda parte del testo, pur nella secchezza del fraseggio, si avverte l’emergere, riflesso nei toni impiegati dai terroristi stessi, il rispetto nei confronti di un modello umano che rappresentò, in quei drammatici momenti, il solo più autentico e credibile senso dello Stato. Il tutto unito ad un profondo sentimento di umana pietà. A cui Sciascia aggiunge il proprio risentito sdegno civile. 
«Che cosa dunque trattiene il brigatista a quella telefonata, se non l’adempimento di un dovere che nasce dalla militanza ma sconfina ormai nell’umana pietà? La voce è fredda; ma le parole, le pause, le esitazioni tradiscono la pietà. E il rispetto. Per quattro volte chiama Moro «l’onorevole» e per due volte «il presidente». Quel linguaggio tra goliardico e da sezione rionale del Partito Comunista con cui nei comunicati le Brigate parlavano di Moro, è scomparso. «L’onorevole», «il presidente». Nel loro manifesto o latente antiparlamentarismo - non del tutto gratuito,non del tutto ingiustificato - mai credo gli italiani avevano pensato che il titolo di «onorevole» venisse da «onore» come nel momento in cui l’hanno sentito dalla voce del brigatista accompagnarsi al nome di Moro. Forse ancora oggi il giovane brigatista crede di credere si possa vivere di odio e contro la pietà: ma quel giorno, in quell’adempimento, la pietà è penetrata in lui come il tradimento in una fortezza. E spero che lo devasti» .

Il dominio della morte sull’uomo meridionale
7. Sciascia era per la vita di Moro, per la sua liberazione. Eppure il pessimismo del siciliano incombe sulla scena. Sciascia legge sul destino di Moro un destino di morte. E lo collega alla sua meridionalità. È quel destino di distruzione e disfacimento che la letteratura ha sempre visto aleggiare sul nostro Sud. La coscienza delle cose che non durano, che anzi si precipitano verso la loro distruzione.
Verga possiede questo senso tragico e sacro della distruzione operata dal tempo: lo troviamo nei Malavoglia e ancora di più in Mastro don Gesualdo, nella sua conclusione senza pietà. Lo custodisce il principe di Salina nel Gattopardo. Lo scorge chiaro Carlo Levi nella Lucania in Cristo si è fermato ad Eboli: è proprio la familiarità con la morte che apre il libro ambientato ad Aliano. Allo stesso modo Sciascia, nel settimo capitolo del suo libello, legge la morte nella vita e in quella morte di Moro.
«Non credo abbia avuto paura della morte. Forse di quella morte: ma era ancora paura della vita. «Secoli di scirocco», era stato detto, «sono nel suo sguardo». Ma anche secoli di morte. Di contemplazione della morte, di amicizia con la morte. Ronchey aveva scritto: «è l’incarnazione del pessimismo meridionale». Che cosa è, in che consiste, il pessimismo meridionale? Nel vedere ogni cosa, ogni idea,ogni illusione - anche le idee e le illusioni che sembrano muovere il mondo - correre verso la morte. Tutto corre verso la morte: tranne il pensiero della morte, l’idea della morte. «Nonché un pensiero, il pensiero della morte è il pensiero stesso». Penetra ogni cosa, come lo scirocco: nei paesi dello scirocco. Nelle case patrizie siciliane c’era, ingegnosamente escogitata credo nel secolo XVIII, una camera dello scirocco: in cui rifugiarsi nei giorni in cui lo scirocco soffiava. Ma una camera in cui rifugiarsi, in cui difendersi dal pensiero della morte? E peraltro dubito che quelle camere fossero vera difesa allo scirocco: prima che lo si avverta nell’aria, lo scirocco si è già come avviato alle tempie, alle ginocchia. Non credo che abbia avuto paura della morte. Ma di quella morte…» .

Italo Calvino: critica all’interpretazione di Sciascia
7. Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 1923 - Siena, 1985) è generalmente noto per essere l’autore di opere fantastiche. La realtà è, però, ben più complessa: Il sentiero dei nidi di ragno (1947), ad esempio, è una durissima ed urtante storia partigiana, appena travestita da favola; Il cavaliere inesistente (1959) e Il visconte dimezzato (1952), pur imitando le movenze dei poemi epici carolingi, del romanzo d’avventura e del fantastico ariostesco, sono prima di tutto raffinate allegorie intellettuali: di come operi l’immaginario dello scrittore o dell’io diviso di stevensoniana memoria; Il barone rampante (1957), infine, è un apologo filosofico, come il Candido di Voltaire, volto a dare una drammatica rappresentazione della condizione dell’intellettuale nella seconda metà nel Novecento.

Calvino è, quindi, uno scrittore dalla ferma e assoluta lucidità e razionalità. In un certo senso ha le stesse matrici razionali e illuministiche di Sciascia, ma mentre questi presenta tratti passionali e barocchi, tipicamente siciliani, in Calvino la capacità dissezionatoria della sua mente diventa con gli anni sempre più analitica. Persino spietata. È abituato al dubbio sistematico della scienza. A diffidare di ogni illusione infondata. Che sarebbe a dire, di tutte le illusioni.
Dal 1964, da quando si è trasferito a Parigi, vira sempre più convinto verso la scienza, la fisica o l’astronomia con le Cosmicomiche (1965) e Ti con zero (1967); verso l’antropologia e la teoria combinatoria nel Castello dei destini incrociati (1973), la semiologia e lo strutturalismo di Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979).
Con la medesima, implacabile metodicità, sull’Affaire Moro di Sciascia, svolge una pacata ma sistematica decostruzione del testo. Nell’articolo, scritto all’indomani dell’uscita del libro, Moro ovvero una tragedia del potere, pone l’esperienza del rapimento Moro sotto la categoria del tragico e il genere della tragedia.
«Il valore della riflessione di Sciascia sta nell’aver visto il rapimento Moro come la tragedia di un uomo […] Tutto ciò che riguarda Moro come persona è molto acuto e convincente: dalle prime lettere in cui le proposte di trattative sono verosimilmente avanzate da Moro per prendere tempo, fino al successivo precipitare in una condizione di isolamento sempre più angosciosa. Il modello pirandelliano che Sciascia adotta mi pare faccia bene al caso: da personaggio a uomo solo a creatura» .
Calvino, però, evidenzia la vena critica e lo strumento dell’irrisione feroce di Sciascia come suoi limiti: «Le pagine in cui Sciascia deride l’improvviso risveglio del senso dello Stato nel linguaggio pubblico di quei giorni appartengono alla sua più sincera vena di polemista accanito contro il mondo politico italiano in blocco: resta però non meno vero che non si vede in pratica quale altra via fosse possibile» .
Avanza pertanto la verosimile ipotesi che «se i governanti avessero stabilito il principio che per salvare la vita di un uomo di governo si può fare qualsiasi compromesso, mentre i semplici cittadini sono alla mercé di uccisioni rapimenti e rapine, allora sono sicuro che l’indignazione civile di Sciascia sarebbe stata ancora più categorica» . Ed in particolare contro quei rappresentanti politici che «oltre che incapaci di governare si sarebbero dichiarati perfino incapaci di morire, cioè della cosa più semplice ed inevitabile per ogni individuo» .
Già in un articolo precedente Calvino non si era sottratto alla serrata consequenzialità del ragionamento: «Dal primo momento ho pensato che Moro sarebbe stato ucciso. Pensavo alla coerenza che gli uccisori dei cinque agenti dovevano tenere per non mostrare di colpire solo chi sta in basso e risparmiare chi sta in alto» .
Per questo, tornando alla recensione dell’Affaire, Calvino si potrà dichiarare persino «più fedele al pessimismo proprio di Sciascia di quanto non sia Sciascia stesso»; e conclude con una sentenza rigorosamente desolata:  «La speranza di un lieto fine era un’illusione che sarebbe stato più pietoso non coltivare» .
Molto dovette contare la distanza dai fatti che avvenivano in Italia, oltre che la fredda attitudine propria del ragionamento calviniano, a determinare una tanto implacabile conclusione.

Mario Luzi: la poesia tra impegno e trascendenza
8.  Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) ha una vita poetica lunghissima, e attraversa vari decenni della cultura italiana, maturando posizioni diverse, anche se in una forma di sostanziale continuità. La sua prima fase è attribuibile propriamente all’ermetismo fiorentino: esordisce infatti con La barca (1935), che tende a manifestare la verità essenziale che si mantiene segreta dietro le apparenze fenomeniche, mediante baluginii e segni inafferabili, secondo la nitida poetica simbolista di Mallarmé.
Vi si trova la ricerca di un linguaggio puro, perfetto, assoluto. Anzi l’assoluta fiducia nel linguaggio stesso. Capace di dire ciò che la ragione non può comprendere. Capace di esprimere la verità che la mente può solo intuire. La forma è tersa, nitida, cristallina, ma insieme ermeticamente incomprensibile: è il vero sacro mistero di questa poetica, che nomina l’indicibile.
L’autore è portatore di una profonda religiosità cristiana; essa però non tende solo all’incontro con il trascendente, alla ricerca di un messaggio individuale di portata universale, ma si sforza di proporre anche un messaggio cristiano che si realizzi nella storia, che si incarni in un vissuto collettivo, straziato dal secondo conflitto mondiale e dai duri scontri ideologici del dopoguerra; ne deriva un atteggiamento aperto alla civiltà europea e persino al confronto franco con la sinistra.
In coerenza con ciò, dopo la più impalpabile poesia ermetica, in Primizie nel deserto (1952), in Onore del vero (1957), in Dal fondo delle campagne, plaquette che raccoglie i versi scritti tra 1956 e 1960 Luzi può rivolgere la sua attenzione alle occasioni della vita quotidiana, del mondo campestre e domestico, fatta di gesti semplici, umili, autentici. Qui l’umanità luziana trova il suo modello ideale nella coralità del Purgatorio dantesco e nella condizione degli spiriti purganti: una condizione di fratellanza sotto il peso delle comuni sofferenze, ma anche della condivisa speranza della consolazione finale.
Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, però, Luzi ormai è sempre più consapevole di avventurarsi all’interno di «trapassi violenti di forme civili», sa di essere in «un discrimine dei tempi», di fronte a «un salto di civiltà prodigo di lacerazioni» . Così si immerge Nel magma (1963) dei contrasti politici e sociali  di quegli anni. E ne risente anche la sua scrittura: «il suo verso si riempie […] di segni della realtà cittadina, di oggetti e immagini che percorrono lo schermo della cultura di massa, del giornalismo, del dibattito politico: […] rinnega ogni ricerca melodica, facendo sprizzare dal suo interno schegge laceranti, segni e barlumi di violenza» . Ancora di più accade in Su fondamenti invisibili (1971) e Al fuoco della controversia (1978) dove si tocca la «confusa controversia» dei conflitti politici ed ideologici, economici e sociali «negli anni della contestazione e del terrorismo, delle grandi speranze e delle assurde stragi, della nuova crescita convulsa del sistema sociale italiano», che darà luogo a manifestazioni violente, distruttive ed autodistruttive, come gli attentati brigatisti, i sequestri, le stragi rosse e nere nella danza macabra della strategia della tensione; qui la violenza storica pare assurgere a «dimensione universale» .
Luzi è infatti ancora alla ricerca di significati e immagini eterne, che diano senso all’essere metafisico dell’uomo. Se da un lato è immerso nella vita civile prendendo posizione negli scontri dei propri giorni, dall’altro tende a trascenderli e a cercare un significato assoluto all’esistenza umana.
Le due figure esemplari di questo contrasto saranno il poeta e l’assassino che, tragicamente, escono fuor di metafora per concretizzarsi nelle dolenti sorti di Lorca, Mandel’stam e Pasolini, nella poesia Brani di un mortale duetto, Poscritto di Al fuoco della controversia:
A Granata, nel gulag siberiano, a Ostia –
una riprova superflua, una preordinata testimonianza
oppure sulla lunga controversia
un irrefutabile sigillo? – si chiede
lei depositaria inferma
di misura e di arte
mentre escono il poeta e l’assassino
l’uno e l’altro dalla metafora
e s’avviano al sanguinoso appuntamento
ciascuno certo di sé, ciascuno nella sua parte.

Lirica che Luzi chiosa con l’eloquente nota: «Federico Garcia Lorca (1898-1936), Osip Mandel’stam (1891-1938), Pier Paolo Pasolini (1922-1975) sono morti assassinati e […] emblema della violenza del secolo che ha più volte reso drammaticamente concreta la “metafora” di Apollinaire della raccolta di racconti Le poète assassiné (1916)» . Insomma, senza alcuna possibilità di conciliazione, il bene ed il male sono destinati perpetuamente a scontrarsi. Il poeta però sa bene da che parte schierarsi.
Sul piano dell’espressione, più Luzi procede più dovrà abbandonare la perfezione e la musicalità delle origini. Con Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), la parola poetica si frantuma definitivamente. Il ritmo si fa dissonante o martellante. Il verso stride o percuote. Sul piano del contenuto il poeta non può fare altro che denunciare, opporsi con tutte le deboli forze della parola allo scempio di ogni valore etico, della convivenza civile, delle basi della vita umana propri della postmodernità, assediata da scandali, violenza, sfruttamento, devastazioni, indifferenza.

In una «sconcia stiva» «muore ignominiosamente la Repubblica»
9. Ed è in questo contesto che Mario Luzi non si sottrae al confronto con il traumatico evento del ritrovamento del cadavere di Moro, in Acciambellato in quella sconcia stiva, in Per il battesimo dei nostri frammenti:
Acciambellato in quella sconcia stiva,
crivellato da quei colpi,
è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri,
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell'abbiosciato
sacco di già oscura carne
fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente –
o ben dentro l'occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza – quale?
non lascia tempo di avvistarla
la superinseguita gibigianna.

Vi si legge l’angoscia nel riconoscere un individuo ridotto a inerte materia, ma  si afferma anche il valore e la dignità della vita, di ciò che della vita continua ad esistere e a resistere, sebbene fragile e intermittente, forse per sempre. Cristianamente, può essere l’anima? Laicamente, una forma di estrema consapevolezza? Tutta la violenza dei tempi è concentrata nell’aggettivo «sconcia», che esprime la degradazione della «stiva», il portabagaglio di un’auto, usata per accogliere impietosamente delle spoglie mortali.
Al di là delle formule d’uso per celebrare la retorica del potere: «è lui, il capo di cinque governi, / punto fisso o stratega di almeno dieci altri», probabilmente  con reminescenza sacrale, di origine dantesca «termine fisso d'etterno consiglio» Pd, XXXIII, v.3. Al di là delle qualità unanimemente riconosciute della sagacia personale: «la mente fina, il maestro / sottile / di metodica pazienza». Tutto questo, nell’ottica cristiana dell’eterno, non può che essere transeunte, perdersi nello scorrere del tempo umano, ridursi alla raccapricciante constatazione che l’uomo è stato ridotto a un afflosciato, «abbiosciato / sacco di già oscura carne».
La poesia registra un contrasto tra il fuori, con la perdita assoluta di sé, del proprio passato e del proprio futuro, e il dentro: «ben dentro l'occhio». Una forma di acquisizione finale, una «silenziosa lungimiranza», la comprensione di una verità, che gli altri non possono compiere: «non lascia tempo di avvistarla». È un debole barlume, che però non va perduto del tutto, che si insegue ma si esplica solo alla fine: «la superinseguita gibigianna».
Il ritmo è rotto dall’enjambement, dai versi irregolari, spezzati e frantumati; eppure è reso solenne dalle anafore e dalle riprese interne (dei participi, di «lui», di «fuori»). Nel verso conclusivo, poi, si palesa attraverso il linguaggio di Luzi il senso ultimo della poesia: un miscuglio di termini alti, mal amalgamati con il lessico della civiltà di massa (super-) e un dialettalismo milanese (gibigianna: balenio di luce riflessa su un vetro o donna tutta fronzoli), provoca uno stridìo, qualcosa di incongruo, di straniante, proprio quando si intravede per un attimo una forma di salvezza, religiosa o laica che sia, acquistata con il sacrificio della vita.
Con Muore ignominiosamente la repubblica, tratta dalla raccolta Al fuoco della controversia, il poeta aveva già denunciato e condannato, la crisi sociale e politica che aveva portato agli anni di piombo.
La protesta è amplificata da un lungo avverbio che si ripete martellante sei volte: “ignominiosamente”, ossia con vergogna e dileggio. L’infamia e il disonore si volge verso il vivere civile. E si potrebbe dire che sembrano versi scritti non nel 1978 ma ieri. Il poeta non potrà ottenere giustizia, ma testimonia il suo sdegno a voce alta e resiste alla sconcezza.
Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.

Un Paese cialtrone ed inconcludente: “in questo Stato”  è l’Italia
10. Instancabile ed attivissimo scrittore, giornalista, critico, Alberto Arbasino (Voghera, 1930), affamato di attualità, di eventi e di curiosità, in due «incredibili mesi» del 1978 scrive un instant book, diremmo oggi, che segue quasi di ora in ora le fasi del rapimento Moro. A cui guarda, però, di sghembo. Puntando la sua attenzione alle reazioni della società. Registrando i discorsi della strada, gli articoli di giornale, le trasmissioni televisive, la musica che si ascoltava, l’aria che si respirava in quegli anni di gambizzazioni quotidiane, attentati, omicidi. Anni di terrore, paura e rabbia.
Una volta tornato dall’estero, col timore di dover affrontare l’imminenza di un colpo di stato, una psicosi collettiva, un clima lugubre o quaresimale, contro ogni previsione e logica, non trova assolutamente nulla di tutto questo. In una cronaca “dal vivo”, vicina al genere del pastiche, in cui si mescolano generi, linguaggi e prospettive, ecco in che stato si trova il Paese che viene incontro al narratore al suo arrivo in aeroporto; già nell’incipit è presente tutto il tono dell’opera che, con amara ambiguità, si intitola proprio In questo Stato:
«Il rapimento di Moro l'ho saputo a Londra da una telefonata […] Si sentivano soprattutto preoccupazioni per le vacanze di Pasqua imminenti. […] Il viaggio in Italia non sarebbe diventato pericolosissimo, tra legge marziale e guerra civile? Invece, rientrando a Roma pochi giorni dopo, già all'aeroporto le guardie stavano facendo le loro lunghe telefonate familiari e assorte, come al solito, o si dondolavano sognanti abbracciate alle loro mitragliette, benché passassero avanti e indietro ceffi preoccupanti e anche custodie musicali e sportive capaci di contenere un bazooka» .
L’Italia che si muove in quei giorni appare quella di sempre. Anzi, poiché si stava consumando quella tragedia, appare ancora più cinica, indifferente, cialtrona.

«Il traffico, il passeggio, gli intasi, i negozi, le immondizie, i golfini, e le chiacchiere, erano assolutamente i medesimi, per le strade. […] Notevole indifferenza della gente, in giro - fra portieri e barbieri e tassisti e banche e poste e autobus – come per fatti capitati chissà dove, chissà a chi. Nessun cambiamento osservabile nelle attività, nelle abitudini; già qualche insofferenza; e anche le prime battute pesanti» .

Lo stivale nazionale si conferma un paese volgare e insensibile, incongruente e tragicamente inconcludente.

«L’Italia reagisce. Quando appaiono questi titoli sui giornali, allora si può star tranquilli. ”Reagisce” e “reazione” infatti non significano più affatto “alla aggressione il popolo si ribella” […] No. “Reagisce” e “reazione” significano piuttosto “non ha mosso un dito”, “non ha fatto una piega”, “non sono cambiati i programmi per le vacanze”. Allora, tanti auguri. Grazie, presenterò» .

 

Conclusione
Terminare questa carrellata sulle prime reazioni intellettuali al delitto Moro con una nota così amara, potrebbe sembrare ingeneroso verso il tributo di sangue versato per l’edificazione etica dell’istituzione che rappresenta e governa milioni di vite individuali e le loro speranze collettive. Eppure a voler fare un primo bilancio, la rielaborazione culturale a caldo dell’evento (che – va detto - non è avvenuta ancora del tutto) sembra più l’assorbimento di un colpo tremendo che una reazione. Rassegnazione alla corruzione morale, trionfo dell’ingiustizia, senso di sconfitta, constatazione del cinismo diffuso, illusorietà di ogni speranza. Sono alcune delle note dominanti tra gli intellettuali che provarono, coraggiosamente, a confrontarsi con la storia colta nel suo farsi.
Eppure dall’insieme degli scritti, a volerli leggere in controluce, si possono trarre, quasi invisibili ma tenaci, anche i valori della passione civile, la denuncia e lo sdegno umanistico contro l’inumanità delle scelte ideologiche e dell’interesse politico, la fiducia nella ragione come schermo alla disperazione, l’affidarsi alla poesia come forma estrema di risarcimento morale. Sembra poco, ma è quanto di meglio critici, poeti, scrittori, avrebbero potuto offrire in quelle condizioni. Sono infatti quelle le sole fila che forniscono alla trama della condizione umana la resistenza per non sfilacciarsi.

Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, Palermo, 2009 (1a  ed. 1978, 2a ed. accresciuta con la Relazione di minoranza presentata in Commissione e al Parlamanto, 1983); l’Affaire si trova anche in ed. Adelphi e Bompiani, ma qui si citerà dalla più recente ed. Sellerio.

Ivi, p. 18.

Così Pier Paolo Pasolini si era espresso nel famoso articolo, Il vuoto del potere, pubblicato sul «Corriere della Sera» del 1 febbraio 1975; poi col più noto titolo L'articolo delle lucciole, in Id., Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975.

Marco Belpoliti, L’affaire Moro: anatomia di un testo, in L’uomo solo. L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, a c. di U. Vecellio, Quaderni Leonardo Sciascia, Edizioni la Vita Felice, 2002, pp. 19-33, citaz. a p. 26; ma si leggano dello stesso autore anche i capitoli Il caso Moro e La decapitazione dei capi in Id., Settanta, Einaudi, 2000, con bibliografia di approfondimento.

Le citazioni sono tratte da Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, vol IV, Torino Einaudi, 1991, p. 465.

Luciano Curreri, Solo sei parole per Sciascia, Zolfara, popolo, morale, corpo, leggerezza, saggio, Leonforte (EN), Euno Edizioni, cap. Corpo, nota 5, p. 66.

Leonardo Sciascia, Il contesto. Una parodia, Milano, Adelphi, 1994, 201411 (1a ed. Einaudi, Torino 1971), Nota introduttiva, p. 3.

G. Ferroni, op. cit., p. 465.

L. Sciascia, Il contesto, cit.; vi è spiegato anche: «Ho tenuto per più di due anni questa parodia nel casetto. Perché? Non so bene, ma questa può essere una spiegazione: che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più», p. 114.

Nota introduttiva a L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, Milano, Adelphi, 20103 (1a ed. 1988), p. 3.

L’accusa più esplicita al sistema di potere democristiano si realizzerà in Todo modo (1974) nell’intreccio di potere tra politica e cristianesimo rappresentato da don Gaetano e dagli omicidi nel suo eremo di preghiera, forse attuati da un pittore ospite casuale del ricovero per facoltosi e potenti uomini politici della DC.

G. Ferroni, op. cit., p. 469.

A proposito si veda Giovanni Darconza, Il detective, il lettore e lo scrittore. L'evoluzione del giallo metafisico in Poe, Borges, Auster, Aras Edizioni, Fano, 2013.

L. Sciascia, L’Affaire Moro, cit., pp. 21-22.

Ivi, p. 88.

Ivi, pp. 84 e 114.

Franco Fortini, Non è lui, nell’inserto di aprile, n. 1, de «Il manifesto», 1977; poi in Id., Insistenze, Garzanti, Milano, 1985; da questo testo derivano tutte le citazioni seguenti.

Ibidem.

L. Sciascia, L’Affaire Moro, cit., pp. 70-71.

Ivi, pp. 73-74.

Ivi, pp. 141-142.

Ivi, pp. 142-143.

Ivi, p. 61.

Italo Calvino, Moro ovvero una tragedia del potere, «L’Ora», 4 novembre 1978; articolo ora raccolto nel Meridiano Id., Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, 2 tomi, sez. Scritti di politica e costume, Milano, Mondadori, 1995, p. 2349.

Ibidem.

Ivi, p. 2350.

Ibidem.

Italo Calvino, Le cose mai uscite da quella prigione, «Corriere della sera», 18 maggio 1978, in Id, op. cit., p. 2338.

Ivi, p. 2352.

Così si esprime Mario Luzi stesso, introducendo Dal fondo delle campagne; oggi in Id., L’opera poetica, a cura di Stefano Verdino, Milano, Mondadori, 1998, p. 258.

G. Ferroni, op. cit., p. 485.

Ivi, p. 486.

M. Luzi, L’opera poetica, cit., p. 1594.

Alberto Arbasino, In questo Stato, Garzanti, Milano, 2008 (1a ed. 1978), p. 7.

Ivi, pp. 7-8.

Ivi, p. 20.