<<Sez. Didattica>>

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Internet e storia della lingua:inglese, francese ed italiano nell’età dell’Illuminismo

di "Luigi Beneduci"

Introduzione

 

Il presenta intervento propone un percorso nella storia della lingua italiana del Settecento e svolge l'analisi dei suoi diversi livelli sia con documenti tradizionali (repertori, testi, saggi), sia attraverso siti internet e strumenti informatici, dedicati alla lessicografia e all'etimologia.

 

Sul piano ideologico-culturale, si presenteranno gli accesi dibattiti, innescatisi nel corso del secolo, per liberare la lingua da una normativa oppressiva ed autoritaria: il dibattito linguistico si colloca, così, nell'alveo di una cultura razionalista, antidogmatica e civilmente impegnata, quale fu quella dell'Illuminismo.

 

In ambito lessicale, l’analisi dei termini provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra testimonierà, in stretto collegamento con gli eventi storici, quanto l’influenza straniera abbia arricchito la lingua italiana non solo di parole, ma anche di idee e concetti, nelle aree semantiche dove si realizzavano i maggiori progressi (l’ambito economico-industriale, giuridico-istituzionale, ecc.).

 

Infine, sul piano sintattico, si evidenzierà l’esigenza di una lingua razionale, chiara e facilmente comprensibile, sul modello di quella francese. Si esprime così l'esigenza di trasmettere ad un pubblico più ampio possibile le acquisizioni della civiltà dei lumi, contribuendo al benessere e al progresso collettivo.

 

Gli strumenti: dai vocabolari etimologici ai siti internet

 

Gli strumenti a disposizione di chi si interessa all'evoluzione della lingua si sono oggi accresciuti tramite la tecnologia e la rete internet: è infatti possibile ordinare on-line saggi, studi e vocabolari etimologici, attraverso varie librerie virtuali, mentre d'altra parte si sono moltiplicati i supporti digitali, come i CD-Rom che consentono consultazioni rapide e persino meta-ricerche.

 

Per lo studio storico della lingua ancora insostituibili restano i tradizionali vocabolari etimologici: tra i più facilmente reperibili vi sono il Dizionario etimologico della lingua italiana [DELI]1, ed il Dizionario etimologico di T. De Mauro e M. Mancini2. Per chi si occupa di linguistica è anche essenziale il classico Dizionario etimologico italiano [DEI]3, cui si affianca l'ingente lavoro, da poco concluso, del Grande dizionario della lingua italiana [GDLI]4.

É oggi, inoltre, disponibile in CD-Rom la versione elettronica dello storico Dizionario della lingua italiana di N. Tommaseo e B. Bellini5; iniziato nel 1857 e pubblicato tra il 1861 e il 1879, documenta la lingua italiana negli anni del nostro Risorgimento.

 

Grazie all'alta velocità di connessione e ai nuovi strumenti per la digitalizzazione, inoltre, si possono facilmente consultare siti internet dedicati allo studio della lingua ed alla lessicografia.

Il più autorevole tra i siti che trattano del lessico e dell'etimologia italiana è la Lessicografia della Crusca in Rete (http://www.lessicografia.it), che pubblica sul web le cinque edizioni del Vocabolario dell'Accademia della Crusca. Le prime quattro (1612, 1623, 1691, 1729-1738) sono consultabili sia in trascrizione elettronica che in formato immagine; della quinta (1863-1923) per ora sono disponibili solo le immagini digitalizzate. Questo sito consente un agevole confronto dell'evoluzione dei lemmi nel corso dei secoli, su dizionari che oggi è difficile reperire in formato cartaceo.

 

Va anche segnalato il sito amatoriale http://www.dizionario.org, curato da F. Bonomi, che ha riprodotto online gratuitamente, anche se solo per le lettere A-G, una copia web del Dizionario Tommaseo-Bellini. Non va, poi, trascurato l'apporto del Vocabolario Teccani online, che nelle sue definizioni contempla una breve ma rigorosa sezione etimologica (http://www.treccani.it/vocabolario/).

 

Di queste ed altre possibilità informatiche ci si può proficuamente avvalere, come si è fatto in questo breve studio, che vuole offrire un esempio di applicazione alla lingua del Settecento.

 

Il dibattito sulle regole: i puristi…

 

Il Settecento è un secolo di ampie discussioni sulla norma linguistica6: si dibatte sulle forme, sulle regole della lingua e su quali autori possano fungere da modello.

 

La disputa settecentesca si svolge principalmente tra sostenitori ed avversari delle scelte codificate nel Vocabolario della Crusca, spesso interpretato come strumento di astratto pedantismo e di intollerabile oppressione nei confronti della libertà intellettuale, ma che pure nel 1729-38 aveva raggiunto la quarta edizione, in ben sei volumi.

 

La Crusca, nel suo Vocabolario, proponeva ancora come modello lo “scriver toscano” degli autori del Duecento e del Trecento. Il Vocabolario raccoglieva, sul piano lessicale, voci e locuzioni arcaiche a scapito della lingua parlata, mentre, per la sintassi, vi si proponeva un periodare ampio e complesso, di gusto latineggiante.

 

A queste posizioni già così intransigenti si aggiungeva anche l’avversione per la lingua francese che, invece, era penetrata diffusamente nell’uso comune del secolo, sia scritto che parlato.

 

Tra i cosiddetti “puristi” bisogna almeno citare la scuola napoletana di Lionardo di Capua e Niccolò Amenta, orientati ad un'erudizione grammaticale fine a sé stessa che, secondo il critico giudizio del Galiani7, si riduceva a voler riproporre il «pretto stringato idiotismo toscano».

 

Sebbene influenzata da questi stessi autori, a parte va ricordata la ben più originale posizione arcaicista di Giambattista Vico. Egli ricorreva, certo, ai latinismi ed ai termini del Trecento ma poiché le considerava «parole dell’età “eroica” della lingua», con l’intento di preservarne così quello spirito sublime nelle sue pagine8.

 

…e gli innovatori

 

Tra gli oppositori del purismo linguistico vanno invece ricordati Francesco Algarotti, secondo il quale «chi dice […] delle cose utili e buone alla civile società, può fare senza le belle parole»9, e Giuseppe Baretti, con la distruttiva e feroce critica all’accademismo condotta sul suo periodico, la “Frusta letteraria”, dove si chiedeva una «lingua vivace, spedita, atta a esprimere i bisogni di tutta la nazione»10.

 

A fine secolo, infine, Melchiorre Cesarotti, facendo perno sul nuovo concetto di «nazione», proponeva il concorso di tutti gli intellettuali d’Italia, organizzati in una sorta di «repubblica», per liberarsi della «gabella» della Crusca, proprio come avevano fatto «gl’insurgenti d’America», secondo il principio che «l’uso fa legge» nella lingua, quando essa sia «universale e comune agli scrittori e al popolo»11.

 

L’opposizione più radicale al passatismo della Crusca fu comunque realizzata dal gruppo illuministico milanese. Una componente essenziale della battaglia illuministica in Italia, infatti, era data dalla prospettiva linguistica.

 

La «Rinunzia» al vocabolario della Crusca degli illuministi milanesi

 

L’opposizione più radicale al passatismo della Crusca fu, però, realizzata dal gruppo illuministico milanese: il più significativo articolo sull’argomento, pubblicato sul “Caffè”, è la “Rinunzia avanti Notajo del presente Foglio periodico al vocabolario della Crusca” (1764), redatto da Alessandro Verri.

 

In nome di un'esigenza di chiarezza comunicativa, rivolta ad un pubblico borghese anche solo mediamente colto, vi si afferma la necessità di un linguaggio concreto, fatto di «cose», non «parole», che spazzasse via la vuotaggine delle regole accademiche e passatiste dei cruscanti.

 

Secondo i principi del razionalismo illuminista, vi si promuove una lingua moderna ed aperta verso le innovazioni (neologismi, francesismi e forestierismi) che permettano una divulgazione più immediata delle idee. L'autore propone, infatti, un rapporto critico, ma non ostile, con la tradizione; essa, anzi, viene utilizzata per sostenere il diritto al cambiamento e il rifiuto di ogni autoritarismo.

 

Il tono razionale ed antidogmatico dell'articolo risulta ancora più efficace per il fatto di non essere scevro da un acuto sarcasmo:

 

Cum sit che gli Autori del Caffè siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri, e della ragion loro, perciò sono venuti in parere di fare nelle forme solenne rinunzia alla pretesa purezza della Toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni. 

1. Perché se Petrarca, se Dante, se Boccaccio, se Casa, e gli altri testi di lingua hanno avuto la facoltà d’inventar parole nuove e buone, così pretendiamo che tale libertà convenga ancora a noi: conciossiaché [= poiché, n.d.r.] abbiamo due braccia, due gambe, un corpo, ed una testa, fra due spalle com’eglino [= come essi, n.d.r.] l’ebbero.

 

Il rovesciamento sarcastico si evidenzia, già in apertura dell’articolo: vi è un uso ironico di espressioni giuridiche, accolte nella stessa Crusca (il latinismo notarile «cum sit»; il tecnicismo giuridico «essere venuti in parere» e il calco della formula latina «in formis» nell’espressione «nelle forme») e si leggono spropositate espressioni arcaizzanti («toscana favella» e il famigerato «conciossiaché») di tipico gusto cruscante. Su tutto però predomina la sarcastica conclusione di stampo “egualitario” nella “disputa tra antichi e moderni”.

 

La lingua, infatti, avendo come fine il vantaggio morale e materiale dei lettori, deve accogliere i termini, anche stranieri, che le permettano di essere chiara ed efficace: gli Accademici dei Pugni, quindi, considerando «ch’ella è cosa ragionevole, che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole», ritengono giusto voler «prendere il buono quand’anche fosse ai confini dell’Universo, e se dall’inda, o dall’americana lingua ci si fornisse qualche vocabolo ch’esprimesse un’idea nostra, meglio che colla lingua Italiana, noi lo adopereremo». Infatti aggiungono: «se italianizzando le parole Francesi, Tedesche, Inglesi, Turche, Greche, Arabe, Sclavone [= slave, n.d.r.] noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo per timore o del Casa, o del Crescimbeni, o del Villani», in quanto gli scrittori del passato «non hanno mai pensato di erigersi in tiranni delle menti del decimo ottavo secolo».

 

In questi colti scrittori, milanesi, una concezione così cosmopolita si unisce, poi, ad una visione tanto aperta all’intero panorama nazionale, da risultare più avanzata delle miopi posizioni oggi in voga:

 

Useremo ne’ fogli nostri di quella lingua che s’intende dagli uomini colti da Reggio di Calabria sino alle Alpi; tali sono i confini che vi fissiamo.

 

L’influenza della lingua francese sul lessico: francesismi e cambiamenti semantici

 

L’ampia circolazione delle idee, tipica del cosmopolitismo settecentesco, unita all'arretratezza dell’Italia ed allo sviluppo socio-economico e civile di altre nazioni europee, comporta sulla lingua un marcato aumento dell’influenza straniera, in grado di produrre sull’italiano esiti duraturi sia di ordine lessicale che sintattico.

 

Molto rilevante risulta l'influsso della lingua francese; questa, per l’espandersi della filosofia razionalista ma anche per la diffusione della moda e del buon gusto, si impone come modello egemone in Europa, tanto da far parlare, per l’Italia del Settecento, di un «nuovo bilinguismo»13.

 

Alcuni termini settecenteschi giunti dal Francese sono usati ancora oggi: appartengono ai campi semantici della moda (cravatta, ciniglia, flanella, bleu, lillà), della musica (rondò, minuetto) e del cibo (bignè, cotoletta, ragù, gattò, dessert). Simili termini furono, talvolta, anche espressione di un atteggiamento tutto sommato provinciale, che portò ad un “infranciosamento” dell’italiano, già in quel tempo oggetto di critiche ed ironie.

 

Più significative risultano invece le alterazioni semantiche, ovvero i cambiamenti di significato di parole già esistenti, dovute all’influenza del francese: sono questi che testimoniano quanto abbiano agito profondamente i mutamenti in campo culturale, politico ed economico dell’epoca.

 

Dalla “concorrenza” in amore alla “rivalità” commerciale

 

Per lo studio delle alterazioni semantiche, si potranno efficacemente applicare le risorse in rete: un esempio può essere costituito dai diversi significati assunti dal termine concorrenza. Osserviamone l'evoluzione attraverso le accezioni registrate nei dizionari, in rapporto ai differenti momenti storici e contesti nazionali.

 

La quarta edizione del Vocabolario della Crusca (cfr. Crusca in Rete http://www.lessicografia.it) indica i significati impiegati nel corso della storia letteraria ed ammessi dalla comunità colta all'inizio del Settecento.

Qui concorenza presenta due accezioni: indica «il concorrere», ovvero l'atto di «andare insieme», e la «competenza», che lo stesso vocabolario definisce come il «competere», ossia il gareggiare o contendere, nel senso della aemulatio latina.

Gli esempi letterari che accompagnano il termine, però, testimoniano che tale “competizione” fosse riferita ai soli campi semantici dell'eleganza (dai Ragionamenti del Firenzuola), della guerra (nella traduzione di Livio) e dell'amore (nel rifacimento di Berni dell'Orlando Innamorato).

 

L'evoluzione settecentesca del termine si realizza quando concorrenza, sul modello della lingua francese, viene applicato anche ai rapporti economici.

Realizzatasi nel Settecento, l'accezione si afferma in Italia nella prima metà dell'Ottocento: infatti già il Tommaseo-Bellini (cfr. http://www.dizionario.org), prima della quinta edizione della Crusca, aggiunge ai due significati tradizionali la precisazione: «Nel senso commerciale e, più in generale, nell'economia: libera concorrenza».

 

Che l'accezione economica sia giunta dal francese ce lo assicura un'altra risorsa disponibile in rete: un utile ausilio on-line, infatti, per lo studio della storia della lingua francese è il sito del Centre National de Resources Textuelles et Lexicales (http://www.cnrtl.fr/etymologie/).

Creato nel 2005 dal CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) con la collaborazione dell'ATILF (Analyse et Traitement Informatique de la Langue Française) - Università di Nancy, il sito riunisce numerosi strumenti per l'elaborazione del linguaggio (lessici, sinonimi, antonimi, ecc.) tra cui un puntuale vocabolario etimologico.

 

Le etimologie del CNRTL fanno risalire la prima attestazione di «concurrence» intesa nel senso di «rivalité commerciale» alle doléances della Délibération de la salle de Saint-Louis datate 16 luglio 1648; già nel XVII secolo in Francia ci si lamenta che «La concurrence des drapieres d'Angleterre et de l'Hollande a réduit un nombre infini de petit peuple à la mendicité»14.

 

Così nasce un termine che ancora segna il linguaggio economico della nostra contemporaneità. La Francia, inserita in un contesto economico fortemente sviluppato (non a caso sono citate anche l'Inghilterra e l'Olanda), fu tra le prime nazioni a sperimentare, e quindi ad avvertire l'esigenza di nominare, la concorrenza come uno dei più importanti fenomeni del capitalismo moderno.

 

Migliorini offre numerosi suggerimenti per condurre ricerche analoghe15: il sostantivo genio acquista il nuovo senso di uomo di alto ingegno; con illuminato si indica non più solo ciò che è toccato dalla luce, ma l'individuo colto e privo di pregiudizi (con le conseguenti espressioni: secolo dei lumi e filosofia dei lumi); i termini manifattura e stabilimento ora acquistano il senso moderno di fabbrica; prodotto non riguarda più solo ciò che crea la natura ma definisce anche il frutto del lavoro umano; si inizia ad usare materia prima in campo industriale; progresso è impiegato in senso astratto per indicare l'avanzamento civile dell’umanità; pubblico amplia il valore aggettivale al sostantivo indicante coloro cui si rivolge un’opera; sensibile è detto di chi si commuove, secondo i principi del sensismo.

 

Gli anglo-latinismi: “inoculare” dalla botanica alla medicina

 

La risorsa più rigorosa della rete per quanto concerne l'inglese è la versione on-line del classico dizionario Oxford English Dictionary [OED]16 che presenta una nutrita sezione etimologica. Purtroppo alla consultazione del sito (http://www.oed.com/) si accede mediante una costosa sottoscrizione. Utilizzando dizionari etimologici, cartacei oppure on-line, si possono studiare i notevoli anglo-latinismi settecenteschi in ambito scientifico e politico, che testimoniano campi di eccellenza della civiltà inglese.

 

In campo medico, ad esempio, si può seguire l'evoluzione del termine inoculare, dall'inglese to inoculate, che deriva dal latino inoculatus (da in + oculus, col valore traslato di “fessura”, al posto di quello originale di “occhio”).

 

In Inghilterra nel Cinquecento esso era ancora impiegato per indicare l'atto di innestare una gemma su un albero, ma a partire dal 1714 lo troviamo usato in patologia, per indicare l'inserimento, in un corpo sano, di un agente patogeno al fine di produrre immunizzazione.

Questa accezione nasce dall'interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, la quale, dopo aver osservato tale pratica  impiegata in Turchia per provocare una rozza immunizzazione dal vaiolo, e dopo averla fatta applicare a suo figlio, la introdusse per la prima volta in Inghilterra, dando origine così alla sperimentazione medica in Europa.

 

In Italia inoculazione si affiancherà, attraverso l'inglese, al termine innesto, il quale originariamente indicava l'innesto botanico, ma poi passerà anch'esso ad assumere un'accezione medica.

Il più famoso impiego con questo valore è testimoniato dall'ode di Parini L'Innesto del vaiuolo (1765); ma già Algarotti, prima del 1764, aveva usato in ambito medico-fisiologico inoculare ed innestare come sinonimi.

 

L’antica Roma rivive a Filadelfia: “costituzione”, “presidente” e “insurrezione”

 

In ambito politico, invece, è interessante la storia del termine costituzionale, che deriva dall'inglese constitutional, a sua volta derivante dal latino constitutionem.

 

Il termine italiano costituzione, secondo l'edizione settecentesca della Crusca, indica la «constituzione» intesa come l'«ordine», il modo in cui qualcosa è costituito; può indicare anche il «temperamento» ossia lo «stato del corpo», definito anche «complessione»; e solo per via indiretta, come sinonimo, infine, equivale a «statuto», cioè «legge» valida in un luogo (come il latino statutum, constitutio, lex municipalis).

 

In Inghilterra, invece, a partire dal Seicento constitution indica specificamente l'organizzazione di uno Stato e dal Settecento l'insieme dei principi che governano una società.

Il termine, infine, passerà a definire il documento che raccoglie le leggi fondamentali di uno Stato,  quando le dodici colonie inglesi ribelli diedero vita alla prima Costituzione, appunto, quella degli Stati Uniti d'America (1787).

 

Attraverso un percorso simile, il latino praesidentem (dal verbo praesidere) dà luogo al termine inglese president, che diviene in italiano presidente. Il primo impiego del termine,  per indicare chi detiene il potere esecutivo in una Repubblica, si riscontra nella stessa Costituzione degli Stati Uniti, dopo che aveva indicato prima il responsabile del Congresso Continentale (1774), e precedentemente i governatori delle singole colonie (dal 1608) a partire dalla Virginia.

 

Allo stesso modo, dal latino insurrectio deriva l'italiano insurrezione attraverso la mediazione dell'inglese insurrection, usata per indicare, ancora una volta, proprio l'insurrezione americana. Questo avvenimento dimostra così, anche per verba, la sua centralità nella storia del mondo occidentale contemporaneo.

 

Di questi termini è interessante confrontare le accezioni ammesse dalla nostra tradizione letteraria con i significati che maturano nel nuovo contesto storico-sociale della Francia: la storia delle parole diviene così lo strumento per conoscere il percorso della nostra modernità. 

 

Una lingua “razionale” per farsi capire da tutti 

 

Sul piano sintattico l’apertura alle influenze straniere e l’esigenza socio-culturale di farsi intendere dai lettori, porta alla grande influenza nell’italiano della sintassi francese, che nel Settecento si presentava come lingua “razionale” per eccellenza.

 

Marazzini ricorda come nel 1784 l'accademia di Berlino premiò un saggio di Rivarol dal titolo De l'universalité de la langue française. Nel saggio l'autore «pretendeva di attribuire il successo internazionale del francese […] a una virtù strutturale connaturata a questa lingua, lingua della chiarezza, della logica, della comunicazione razionale, contrapposta ad esempio all'italiano, lingua caratterizzata dalle inversioni sintattiche», sulla base del preteso «ordine naturale degli elementi della frase», identificato da molti studiosi «nella sequenza “soggetto – verbo – complemento”, caratteristica appunto della lineare sintassi francese, reputata specchio del pensiero»17.

 

Da questa sorta di “luogo comune”, la nostra lingua deriverà la tendenza, che ancora oggi la caratterizza, a preferire una sintassi lineare (ordine diretto piuttosto che inverso) e con meno subordinanti (stile paratattico invece che ipotattico di matrice boccaccesca, a sua volta di origine latina).

Per favorire la comprensibilità, si realizzerà anche la riduzione degli artifici topici (si avranno meno anastrofi, iperbati e tmesi) e l’inclinazione a formare frasi più brevi e giustapposte, secondo un’esplicita concatenazione logica.

Questo stile si afferma soprattutto nell’ambito della pubblicistica politico-economica, attenta alla chiarezza ed alla comprensibilità da parte di un vasto pubblico di lettori.

 

Per evidenziare queste tendenze della sintassi si può confrontare l’incipit dell’autografo del Dei delitti e delle pene di Beccaria, con l’edizione a stampa18.

 

Nella prima redazione si legge: «Non vi è cosa più ordinaria negli uomini che i più importanti regolamenti per il lor bene siano piuttosto abbandonati o alla indolente e giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli di cui è interesse l'opporsi ai più provvidi regolamenti, la natura de'quali è sempre di rendere universali i vantaggi e opporsi a quel niso che cerca sempre a restringerli in pochi, mettendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall'altra il sommo della imbecillità e della miseria».

 

Nell’edizione del 1766 troviamo: «Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l'interesse de'quali è di opporsi alle più provvide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità e dall'altra tutta la debolezza e la miseria». 

 

L’analisi delle varianti evidenzia la semplificazione sintattica dell’ampio periodo: scompare una comparativa e si riducono due pesanti relative; a ciò si accompagna la ricerca di aggettivi più semplici e la sostituzione di due latinismi ed aulicismi: «niso» diviene «sforzo» e «imbecillità» è sostituito da «debolezza»19.

 

Certamente il lavoro di semplificazione e chiarificazione linguistica non fu ininfluente per decretare il successo e la diffusione delle idee contenute nell'aureo libretto; e persino la lingua, così, diede il suo contributo all’abolizione della pena di morte, partecipando al progresso civile dell’umanità.

 

 

 

NOTE

 

M. Cortelazzo - P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 1a ed. Bologna, Zanichelli, 1979-1988; ora riedito in 2a ed. con CD-ROM, 1999.

2 T. De Mauro - M. Mancini, Dizionario etimologico, Milano, Garzanti, 2000.

3 C. Battisti - G. Alessio, Dizionario etimologico italiano, Firenze, Barbera, 1950-1957, 5 voll.

4 S. Battaglia - G. Barberi Squarotti, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1961-2004 in 21 voll., con Appendice a cura di E. Sanguineti e Indice degli Autori citati a cura di G. Ronco, 2004.

5 N. Tommaseo e B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, ed. origin. Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1861-1879, 4 voll. in 8 tomi, poi riedito nel 1915, 1924 e 1929; le edizioni recentiori sono una ristampa nella BUR, Milano, Rizzoli, 1977 in 20 volumetti e una riproduzione anastatica, Torino, UTET, 2006, 4 voll. in 8 tomi, come l'originale; l'edizione in CD-ROM è Bologna, Zanichelli, 2004.

6 Sull’argomento cfr. B. Migliorini, Storia della Lingua Italiana, Sansoni, Firenze 1960, ora Milano, Bompiani, 20019, in particolare il par. Discussioni sulla norma linguistica, pp. 459-466.

7 Ivi, p. 460.

8 Ibidem.

9 Lettera ad A. Zanon, citata da Migliorini, p. 457.

10 Ivi, p. 463.

11 Così si esprimeva Cesarotti nel suo trattato Saggio sulla filosofia delle lingue, citato da Migliorini, pp. 464-65.

12 Cfr. A. Verri, Saggio di legislazione sul pedantesimo, in Il Caffè (1764-1766), a cura di G. Francioni e S. Romagnoli, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.

13 É un'espressione di Devoto, citato da Migliorini, p. 474.

14 Lo stralcio del documento è riportato in E. Levasseur, Histoire des classes ouvrières et de l'Industrie en France avant 1789, Paris, Rousseau Éditeur, tomo 2, 1901, p. 201, nota 2.

15 Cfr. Migliorini, par. Francesismi, pp. 518 segg.

16 Oxford English Dictionary, Oxford University Press, 2a ed. 1989 in 20 voll.

17        C. Marazzini, Breve storia della lingua italiana, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 155-56.

18 Cfr. G. Francioni, La prima redazione del «Dei delitti e delle pene», Napoli, Bibliopolis, 1981 e C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, ed. critica e commento a c. di G. Francioni, in “Edizione nazionale delle opere di Cesare Beccaria”, vol. I, Milano, Mediobanca, 1984.

19 Cfr. l’analisi svolta in L. Serianni e P. Trifone, Storia della lingua italiana, vol. I, Einaudi, Torino 1997, pp. 525-31.