L'IMPEGNO CIVILE E POLITICO DELL'ILLUMINISMO

<<sez. Didattica>>

Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8"

 di Luigi Beneduci

Premessa metodologico-didattica

L'Illuminismo è la corrente di pensiero, sviluppatasi in Europa nella seconda metà del Settecento, che si propone di combattere il retaggio d'irrazionalità, pregiudizio e superstizione ancora perduranti nel secolo XVIII.

Lo strumento privilegiato per questa lotta è la ragione: attraverso i principi razionali, paragonati a "lumi" che rischiarano le “tenebre” dell'ignoranza, per i filosofi illuministi, risulta possibile rinnovare il vecchio mondo materiale e spirituale che opprime e rende gli uomini infelici. Proprio a partire dall'immagine della "luce", il termine che definisce questa generosa utopia sarà Illuminismo in Italia, Age des lumières in Francia, Enlightenment in Inghilterra, Aufklarung in Germania.

La conoscenza e lo studio dell'Illuminismo nelle scuole risulta oggi particolarmente importante e formativo, in quanto con esso nascono e si radicano nella coscienza europea alcune acquisizioni culturali, in particolare politiche e di etica pubblica, che ancora oggi sono alla base della civiltà occidentale. In particolare, come sostiene anche il filosofo Jurgen Habermas, la civiltà illuministica ha avuto il pregio di dare origine alla “sfera pubblica” per la discussione, la formazione e la trasformazione delle opinioni che poi trovano la loro realizzazione concreta nell'ambito politico.

Quella che noi oggi chiamiamo “opinione pubblica” e vede la partecipazione libera dei cittadini, aperta e priva di censure per la trasmissione e il confronto delle idee, nasce tra Sei e Settecento ad opera del ceto colto europeo, la “repubblica delle lettere”, non più come aride e sterili discussioni nel chiuso delle Accademie, ma come confronto vivace in grado di influire nelle scelte politiche e nella vita quotidiana.

E' pertanto utile far conoscere agli allievi del penultimo anno degli Istituti superiori, che in buona parte raggiungono la maggiore età in questo anno scolastico, un periodo della cultura che ha insegnato al mondo occidentale l'importanza della critica serrata ma rispettosa (secondo la nota massima di Voltaire: “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”), il rifiuto di ogni autoritarismo e di ogni intolleranza, il diritto-dovere della partecipazione ai problemi sociali, politici e civili.

 

La definizione kantiana di Illuminismo: l'uso «pubblico» della ragione

Secondo i filosofi illuministi è necessario sottoporre al libero esame critico tutti gli aspetti della realtà e, in base a questo esame, stabilirne la validità: tale principio è espresso da Immanuel Kant (1724-1804) nella prefazione alla prima edizione della Critica della ragion pura (1781):

 

La nostra epoca è la vera e propria epoca della critica, cui tutto deve sottomettersi. La religione mediante la sua santità e la legislazione mediante la sua maestà vogliono di solito sottrarsi alla critica. Ma in tal caso esse suscitano contro di sé un giusto sospetto e non possono pretendere un rispetto senza finzione, che la ragione concede soltanto a ciò che ha saputo superare il suo esame libero e pubblico.

 

Dall'analisi di un altro saggio dello stesso Kant, in risposta alla domanda cruciale, posta dall'autorevole rivista berlinese «Berlinische Monatsshrift», Che cos’è l’Illuminismo?,[1] si può trarre una definizione ancora più esplicita.

Secondo il filosofo prussiano, l'Illuminismo consiste essenzialmente nell'uso della ragione critica che, contrapponendosi al principio di autorità, fa sorgere una cultura che invita gli uomini al coraggio di servirsi della “propria intelligenza”.

Attraverso la prassi della critica, l'Illuminismo si pone come obiettivo l’utilità sociale, l’impegno civile e il rinnovamento politico per lo smantellamento delle antiche e irrazionali strutture d’ancien regime, e per il perseguimento della “massima felicità divisa nel maggior numero”, secondo la celebre definizione di Beccaria.[2]

 

L'illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! - è dunque il motto dell'illuminismo. La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo affrancati dall'eterodirezione (naturaliter maiorennes), tuttavia rimangono volentieri minorenni per l'intera vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. […] È dunque difficile per ogni singolo uomo districarsi dalla minorità che per lui è diventata pressoché una seconda natura. E' giunto perfino ad amarla, e attualmente è davvero incapace di servirsi del suo proprio intelletto, non essendogli mai stato consentito di metterlo alla prova.[3]

 

Questo breve articolo, però, se è uno dei tentativi più citati per definire l'Illuminismo, è probabilmente anche uno dei «più incompresi», in quanto nei successivi passaggi, spesso poco considerati dai critici, emerge «un quadro molto più complesso»[4] di questo fenomeno.

Kant vi esprime il proprio giudizio circa le implicazioni destabilizzanti prodotte dall'educazione dell'uomo all'uso della ragione: infatti «un uso estremo della “ragione”, tale da non porre limiti a quello che poteva essere messo in dubbio e ridefinito, minacciava di distruggere l'ordine sociale, politico e religioso».[5]

 

A questo rischiaramento non occorre altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma da tutte le parti odo gridare: non ragionate! L'ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L'intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L'ecclesiastico: non ragionate, ma credete! (C'è solo un unico signore al mondo che dice: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete, ma obbedite! [Il riferimento è a Federico II di Prussia n.d.r.]) Qui v'è, dovunque, limitazione della libertà. Ma quale limitazione è d'ostacolo all'illuminismo, e quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo: il pubblico uso della propria ragione dev'essere libero in ogni tempo, ed esso solo può attuare il rischiaramento tra gli uomini; invece l'uso privato della ragione può assai di frequente subire strette limitazioni senza che il progresso del rischiaramento ne venga particolarmente ostacolato.[6]

 

Lo svolgersi dell'argomentazione kantiana permette di evidenziare come l'Illuminismo, nonostante l'apparente compattezza della definizione, non costituisce un fenomeno omogeneo ed unitario. Impiegando come elemento discriminante il rapporto “organico”, in senso gramsciano, tra movimento intellettuale illuminista e classe borghese in ascesa, emerge immediata una differenza.

All'interno degli Stati europei (ed anche extraeuropei, come ad esempio le colonie americane) socialmente ed economicamente più evoluti, come afferma il critico N. Merker, «urgevano […] gli elementi vitali della nuova società borghese, per la quale le discriminazioni religiose ed ideologiche dovute alla mancanza di libertà di pensiero costituivano, in primo luogo, una voce in passivo nel libro mastro degli affari».[7]

In questi Stati, in altre parole, l'Illuminismo può considerarsi come la punta più avanzata della cultura che esprimeva le esigenze della classe borghese in ascesa: questa classe tra Sei e Settecento cercava di appropriarsi dei diversi settori dello Stato moderno, in opposizione alla società di ancien regime ed ai suoi privilegi.

Il testo di Kant testimonia, invece, attraverso la distinzione proposta tra «uso pubblico» ed «uso privato» della ragione, come l’Illuminismo assuma il carattere peculiare di movimento moderato, “riformista” più che rivoluzionario, in quegli Stati, come la Germania ma anche l’Italia, privi di un forte ceto commerciale ed industriale, pronto a spingere verso gli esiti più radicali le conseguenze dello scontro di classe.

 

Intendo per uso pubblico della propria ragione l'uso che uno ne fa, come studioso, davanti all'intero pubblico dei lettori. Chiamo invece uso privato della ragione quello che ad un uomo è lecito farne in un certo ufficio o funzione civile di cui egli è investito. Ora per molte operazioni che attengono all'interesse della comunità è necessario un certo meccanicismo, per cui alcuni membri di essa devono comportarsi in modo puramente passivo onde mediante un'armonia artificiale il governo induca costoro a concorrere ai fini comuni o almeno a non contrastarli. Qui ovviamente non è consentito ragionare ma si deve obbedire. Ma in quanto nello stesso tempo questi membri della macchina governativa considerano se stessi come membri di tutta la comunità e anzi della società cosmopolitica, e si trovano quindi nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono a un pubblico nel senso proprio della parola, essi possono certamente ragionare senza ledere con ciò l'attività cui sono adibiti come membri parzialmente passivi. Così sarebbe assai pernicioso che un ufficiale, cui fu dato un ordine dal suo superiore, volesse in servizio pubblicamente ragionare sull'opportunità e utilità di questo ordine: egli deve obbedire. Ma è iniquo impedirgli in qualità di studioso di fare le sue osservazioni sugli errori commessi nelle operazioni di guerra e di sottoporle al giudizio del suo pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare i tributi che gli sono imposti; e un biasimo inopportuno di tali imposizioni, quando devono essere da lui eseguite, può anzi venir punito come uno scandalo (poiché potrebbe indurre a disubbidienze generali). Tuttavia costui non agisce contro il dovere di cittadino se, come studioso, manifesta apertamente il suo pensiero sulla sconvenienza o anche sull'ingiustizia di queste imposizioni.[8]

Kant ammette, quindi, ed anzi auspica l’uso «pubblico» della ragione da parte degli intellettuali nella qualità di studiosi che con gli scritti si rivolgono ad un pubblico. A loro è ammesso intervenire nella vita dello Stato attraverso la formazione di una pubblica opinione favorevole alle necessarie riforme.

Questo è, però, il solo spazio d'azione concesso ai philosohpes illuministi per concorrere ad influenzare le scelte del potere monarchico, la cui autorità non viene mai messa esplicitamente in discussione da Kant. Al contrario, all’uomo investito di una funzione civile e di un ruolo istituzionale, si richiede fedeltà alle istituzioni. Al funzionario statale è, cioè, vietato l’uso «privato» della ragione: «Qui ovviamente non è consentito ragionare, ma si deve obbedire».

 

L'Illuminismo moderato in Germania ed Italia: la collaborazione con l'assolutismo

Per questo carattere moderato, nella fase dell'Illuminismo che precede la Rivoluzione dell'Ottantanove, gli intellettuali poterono contare, per una breve ma intensa stagione, sulla coincidenza delle loro richieste con le esigenze di svecchiamento voluto dai “sovrani illuminati” europei, sebbene dovettero porsi necessariamente in una condizione di subordinazione rispetto al potere regio, per quanto proficua.

Non si trascuri, come ricorda lo stesso Merker, che i «sovrani “illuminati” distinguevano accuratamente le proprie simpatie (o velleità) filosofiche dalla prassi politica, nella quale utilizzavano solo quelle idee della cultura del XVIII secolo che potessero servire ad accrescere e consolidare il loro potere».[9]

Va aggiunto, comunque, che l'atteggiamento dei philosophes illuministi è stato anche interpretato, ad esempio da G. Armani, in senso positivo, “realistico”, come un merito dell’Illuminismo, segnatamente italiano: gli intellettuali, sapendo infatti «di doversi misurare con limitazioni insuperabili, contro le quali non vuole inutilmente scontrarsi», piuttosto che dibattere astrattamente su questioni generali e, in quel contesto socio-politico, ampiamente utopiche, come «cambiare governo, ridefinire il ruolo del sovrano, rifondare i poteri pubblici», si concentra sulla realizzazione possibile di «singole, concrete riforme economiche, giuridiche, istituzionali».[10]

Si tratta di una tesi contigua a quella espressa da F. Venturi su Beccaria in un libro che analizza proprio la dialettica tra “utopia” e “riforma” nell’Età dei Lumi: «Beccaria è così proprio sulla soglia dell’utopia settecentesca […] eppure su quella soglia si ferma […]. Chiedersi dove poggiasse il diritto di punire non doveva portare alla dissoluzione della società, alla negazione del diritto […]. Non l’utopia ma una società di liberi e di eguali sarebbe stata la risposta».[11]

 

L'Illuminsmo radicale in Francia: spirito di tolleranza, sapere utile, critica all'autoritarismo politico

Contro il moderatismo italiano, l'Illuminismo francese evidenzia il proprio carattere radicale, ad esempio, in ambito metafisico-religioso: qui si affermano in contrasto con le religioni rivelate, sia l'ateismo, promosso da un materialismo e meccanicismo assoluti, che il deismo, ovvero l'elaborazione di una “religione naturale” in cui la divinità si manifesta naturalmente alla ragione dell'uomo, non alla sua fede, e dove il Dio è inteso semplicemente come l'Essere supremo regolatore del mondo.

Queste concezioni sorgono dall'applicazione sistematica dei principi razionalistici e da un deciso rifiuto di ogni principio d’autorità e di ogni atteggiamento di intolleranza, se non contro l'intolleranza medesima: si legga ad esempio la voce “Teista [Théiste]” nel caustico Dizionario filosofico (1764) di Voltaire:

 

Il teista è un uomo fermamente convinto dell'esistenza di un Essere supremo buono e potente, che ha formato tutte le creature estese, vegetanti, sensibili e pensanti; che perpetua la loro specie, che punisce senza crudeltà i crimini, e ricompensa con bontà le azioni virtuose. Il teista non sa come Dio punisca, come favorisca, come perdoni, poiché non è così temerario da vantarsi di conoscere le azioni di Dio; ma sa che Dio agisce, e che è giusto. […] Unanime in questo principio col resto dell'universo, non aderisce a sètte, che si contraddicono tutte. La sua religione è la più antica e la più diffusa; infatti la semplice adorazione di un Dio ha preceduto ogni altro sistema del mondo. Parla una lingua che tutti i popoli comprendono, mentre essi non si comprendono tra loro. Ha fratelli da Pechino fino alla Caienna, e fra questi annovera tutti i saggi. Crede che la religione non consista né in opinioni d'una metafisica incomprensibile, né in vani apparati, ma nell'adorazione e nella giustizia. Fare il bene, ecco il suo culto; essere sottomesso a Dio, ecco la sua dottrina. Il maomettano gli grida: «Guai a te se non fai il pellegrinaggio alla Mecca!». «Mal te ne incolga», gli dice un recolletto, «se non fai un viaggio alla Madonna di Loreto!» Egli ride di Loreto e della Mecca; ma soccorre l'indigente e difende l'oppresso.[12]

 

A tale atteggiamento spiccatamente critico, tollerante, “laico” ed aperto, si aggiunge poi una volontà di organizzazione sistematica e di divulgazione del sapere: sorge l'esigenza di una cultura utile, che giovi alla pubblica felicità, e si proponga quindi la rottura dello iato tra sapere teorico e conoscenza tecnico-pratica. Tali esigenze raggiungono la massima espressione ed applicazione nel progetto dell'Encyclopédie, diretta da Diderot e d'Alembert, i quali coordinarono una nutrita serie di collaboratori e redattori per giungere a pubblicare, tra 1751 e 1772, la summa del sapere razionale, scientifico e pratico del tempo.[13]

In relazione alla riflessione politico-istituzionale, inoltre, proprio dall’analisi della voce “Autorità politica”,[14] redatta da Diderot per l’Enciclopedia, si può estrapolare il nuovo fondamento dell’autorità politica che gli illuministi concorrono a diffondere e che costituirà la giustificazione teorica dello scoppio della Grande Rivoluzione.

Diderot apre la sua trattazione affermando: «Nessun uomo ha avuto dalla natura il diritto di comandare agli altri. La libertà è un dono del cielo, ed ogni individuo della stessa specie ha il diritto di fruirne non appena è dotato di ragione», ed aggiunge che, a ben guardare, si potrà sempre far risalire ogni autorità politica ad una delle seguenti fonti: «o alla forza e alla violenza di chi se ne è impadronito, o al consenso di coloro che vi si sono assoggettati con un contratto stipulato o presunto tra essi e colui al quale hanno deferito l’autorità». Tralasciando, quindi il potere di fatto, che è da ritenere illegittimo in ogni caso, l'autore conclude:

 

Il potere che deriva dal consenso dei popoli presuppone necessariamente condizioni che ne rendano l’uso legittimo, utile alla società, vantaggioso per lo Stato, e che lo fissino e gli pongano dei limiti; infatti l’uomo non deve e non può darsi interamente e senza riserve ad un altro uomo.

 

Dalla voce enciclopedica si colgono, con chiara sintesi, i fondamenti del cosiddetto “principio contrattualistico”: si suppone l'esistenza di un “contratto sociale” stipulato tra popolo e governante, in base al quale i sudditi si spogliano autonomamente di una parte delle loro libertà, vincolandosi a rispettare i divieti e gli obblighi che permettono una pacifica convivenza sociale; però essi stabiliscono anche che «il vero e legittimo potere ha necessariamente dei limiti». Infatti tale contratto, stipulato per il pubblico interesse, costituisce l'autentico fondamento del potere politico, che non è più assoluto e arbitrario, ma sottoposto alle leggi ed al controllo degli stessi sudditi, divenuti cittadini dotati di diritti inalienabili. Tra questi vi è anche il diritto di ricusare il contratto in caso di inadempienza del beneficiario:

 

Il principe riceve dai sudditi stessi l’autorità che esercita su di loro; e questa autorità è limitata dalle leggi della natura e dello Stato. […] Il principe quindi non può disporre del potere e dei sudditi senza il consenso della nazione, e indipendentemente dalla scelta indicata nel contratto di sottomissione. Se si comportasse diversamente, tutto verrebbe annullato, e le leggi lo scioglierebbero dalle promesse e dai giuramenti che avesse fatti.

 

Diderot riassume nella voce enciclopedica il pensiero, posto alla base del moderno Stato di diritto, esposto da Ruosseau nel Contratto sociale (1762).

A questi concetti, si aggiungono altre acquisizioni culturali nei più vasti campi dell'economia, della politica, del diritto e dell'etica, che qui si possono solo brevemente enumerare.

In ambito politico nasce, ad esempio, il principio della divisione ed indipendenza dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), già elaborato da Locke, ma ripreso e diffuso da Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1748).

In ambito psicologico e gnoseologico si diffonde il sensismo, mentre in campo economico-giuridico si affermano le dottrine fisiocratiche, liberiste e giusnaturaliste.

In campo etico, infine, si affermano il “cosmopolitismo” e la “tolleranza”, che nascono dall’idea di “uguaglianza” e “fratellanza” tra gli uomini, considerati uguali tra loro in quanto tutti naturalmente dotati di ragione. Ne conseguono l'idea di essere “cittadini del mondo” e il rispetto dell’ “altro”, concepito come individuo appartenente a civiltà “diverse” ma non “inferiori”. E' il messaggio sostenuto dal senso di “straniamento” delle Lettere persiane (1721) dello stesso Montesquieu, in cui il cambiamento di prospettiva, dovuto ai giudizi pronunciati da due Persiani in visita a Parigi, evidenzia la relatività delle molteplici verità, rispetto agli atteggiamenti che si ritengono assoluti e universali.

Come si può constatare, si tratta di concetti e principi che, elaborati dall'Illuminismo, possono essere a giusta ragione considerati all'origine della “modernità” stessa della cultura occidentale, e che vanno preservati dai facili abbandoni alla superficialità o all'indifferenza, dalle pericolose cadute nell'intolleranza o nell'irrazionalità.


 

[1]           Il famoso intervento di Kant del 1783, è tratto dal volume di N. Merker (a cura di), Che cos’è l’Illuminismo?, Ed. Riuniti, Roma, 1997 (3a ed.), pp. 48-55.

[2]           C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di G. Armani, Milano, Garzanti, 1987, p. 8.

[3]           N. Merker (a cura di), op.cit, p. 48.

[4]          Dorinda Outram, L’Illuminismo, Il Mulino, Bologna, 1997, p. 8.

[5]           Ibidem, p. 7

[6]           .N. Merker (a cura di), op.cit, p. 50.

[7]           Ibidem, p. 8.

[8]           Ibidem, pp. 50-51.

[9]       ibidem, p. 9.

[10]       Dall’introduzione a C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di G. Armani, Milano, Garzanti, 1987, p. XVI.

[11]          F. Venturi, Utopia e riforma nell’Illuminismo, Einaudi, Torino, 1970, 2001 (2a ed.), p.126.

[12]          Voltaire (Francois-Marie Arouet), Dizionario filosofico Roma, Newton, 1991, p. 287.

[13]          Su questa fondamentale opera si può consultare il volume di F. Venturi, Le origini dell’Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1963, in cui si sottolinea «l’importanza data ad un pensiero che fosse pratico, di una philosophie pratique […], l’esigenza di un pensiero socialmente e immediatamente attivo», p. 87.

[14]          Riprodotta in M. Pazzaglia, Letteratura italiana, Bologna, Zanichelli, 1987, pp. 805-806.