LEOPARDI- PROUST: lA RICERCA DEL TEMPO E IL PROCEDIMENTO DELLA MEMORIA INVOLONTARIA

MARINO FAGGELLA

 Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

     Il concetto estetico della “rimembranza”, formulato da Leopardi in una riflessione del ’28, ci fa intendere come la sua poesia non sia assolutamente imitativa, nel senso che il poeta non si è limitato a descrivere ciò che ha visto, in particolare i paesaggi della natura colti in una visione diretta dal “verone del paterno ostello”, ma, come è accaduto al Petrarca e a tutti i grandi lirici della letteratura moderna, il suo mondo naturale è filtrato attraverso la memoria: <<un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La Rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’ egli sia, non può essere poetico (1) >>.

   Non si dimentichi che la natura più spesso descritta negli idilli leopardiani è il paesaggio di Recanati, comunque osservato e raffigurato con nostalgia; per cui si può ritenere che la più grande poesia di Leopardi abbia sempre in qualche modo a che fare con quel borgo, nel senso che le sue liriche più notevoli o nacquero a Recanati o furono composte nel ricordo di essa, quando, a distanza di tempo, egli riattingeva, per il tramite della memoria, emozioni, sensazioni, ricordi in qualche modo evocati dal contatto con i luoghi: <<la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma dell’immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso dell’immagine antica. E ciò accade frequentissimamente ( così io, nel vedere quella stampa piaciutami vagamente da fanciullo, quei luoghi, spettacoli, incontri, ecc., nel ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni, ecc., nel risentire quelle cantilene udite nella fanciullezza o nella prima gioventù ec. )(2) >>. Dopo aver letto la Recherche saremmo tentati di pensare ad un procedimento proustiano avant la lettre. Un confronto Leopardi-Proust è troppo interessante perché qui non si debba spendere qualche parola.

    Innanzi tutto bisognerebbe sottolineare la similarità della loro concezione della vita: alla “malattia” leopardiana si potrebbe far corrispondere il congenito pessimismo proustiano, sebbene abbiano, l’una e l’altro, una diversa genesi storica. Infatti, se, con la Recherche si ha l’impressione di assistere al disfacimento di un mondo sociale, quello della borghesia elegante e raffinata cui apparteneva l’autore, non di meno nella rappresentazione apocalittica che Leopardi fa della sua epoca si potrebbe analogicamente intravedere – come suggerisce Biral – la delusione di un rappresentante di quella piccola nobiltà dell’800 condannata ormai dalla storia e negata ad ogni forma di progresso: << l’antinomia sofferta dal Leopardi rappresenta quel momento di profonda trasformazione della società europea che assiste al lento ma definitivo crollo delle forme feudali e della vecchia cultura aristocratica sotto l’urto delle attività produttive che mettono in crisi gli stessi studi umanistici e sviluppano nuove discipline, perché la borghesia impone alla legislazione e allo stato una forma di razionalizzazione. La ragione nello Zibaldone è definita «piccola»: l’innamorato della poesia e civiltà classica nel moto della società borghese vede soltanto il comportamento egoistico e spregiudicato che manda in frantumi la vecchia organizzazione sociale ed annulla ogni sentimento generoso (3)>>.

     È stato, inoltre, giustamente notato da Wilson che la lettura di molte pagine di Proust <<finisce col suscitare in noi la stessa sorta di ribellione che proviamo alla lettura di quei dialoghi leopardiani (Operette morali) in cui, con una simile insistenza, si eseguono infinite variazioni su un unico tema: l’uomo non è mai felice, nel presente non c’è appagamento(4) >>.

     È proprio questa comune consapevolezza di infelicità che ha spinto, forse, l’uno e l’altro ad abbandonare il presente per costituire un’arte che preferibilmente si volge al passato. Per meglio comprendere alcune analogie che sono presenti nei due scrittori è opportuno rifarsi ad una pagina molto nota del romanziere francese che comunque merita di essere annotata, non senza aver fatto prima una breve premessa. Nei suoi primi romanzi Proust narra la vicenda biografica del giovane, Swann, protagonista ed alter ego dell’autore, che disperde la sua esistenza, in particolare l’adolescenza e la giovinezza, nella mondanità dei salotti. Ad un certo punto, nota Debenedetti: << quell’uomo (che precedentemente si era affidato all’intelligenza e alla memoria volontaria per evocare i giorni delle sue vacanze di ragazzo a Combray, ma inutilmente perché di quei luoghi «l’adulto di ora non trovava che un ritaglio, un frammento di immagine secca, senza densità» ) per certi segni che gli danno finalmente la garanzia di potervi riuscire, rovescia la sua sorte: si fa scrittore, rivive il tempo dispersivo della prima parte della sua vita, trasfigurandolo, grazie ai filtri immunizzanti della poesia, in un tempo che, pur serbando la sua fluidità, è salvato, riscattato per sempre dalla sua deperibilità(5) >>.

     Ma veniamo ai fatti. Lo scrittore, che ormai adulto vive a Parigi, un giorno d’inverno ritorna a casa intirizzito dal freddo, la madre gli propone pertanto di riscaldarsi bevendo un tè: << Rifiutai dapprima e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focaccine pienotte e corte chiamate «maddalenine» [….] ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di té in cui avevo inzuppato un pezzetto di maddalena. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi di un’essenza preziosa; o meglio quest’essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e della focaccia, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? […]Ad un tratto il ricordo mi è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di “maddalena” che la domenica mattina a Combray […] la zia Léonie, quando andavo a salutarla nella sua camera, m’offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista della focaccia, prima di assaggiarla, non m'aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso in seguito, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto si era disgregato; le forme [….] erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma quando niente sussiste di un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui, ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare sopra la rovina di tutto il resto […] E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di “maddalena” inzuppato nel tiglio che mi dava la zia […] subito ripensai alla vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori […] e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi […].  E come in quel gioco in cui i giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fino allora indistinti che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini dalla mia tazza di tè (6) >>. Che cosa gli è mai accaduto? Egli ha provato per la prima volta qualche cosa di straordinario, “un’intermittenza del cuore”, il cuore gli si è fermato a causa di una sensazione che collegandosi ad un’altra del passato ha fatto scattare una folla di ricordi, quelli dei giorni d’infanzia trascorsi a Combray. Un’intermittenza del cuore, pertanto, non è altro – come chiarisce lo stesso Debenedetti – che << un risorgere del tempo perduto, di un tratto del tempo perduto, grazie all’opera – meglio la si chiamerebbe l’intercessione – della memoria involontaria stimolata da una sensazione, da un oggetto, che talvolta con quelle immagini, con la viva e folta anima di quelle immagini, ha poca somiglianza, poche analogie, spesso puramente casuali(7) >>.

     Nelle pagine del Tempo Ritrovato, che rappresentano un punto di arrivo della ricerca umana e artistica di Proust, vi è un’interessante dichiarazione di poetica, tanto più importante in quanto ci chiarisce, approfondendolo ulteriormente, il procedimento del ritorno del tempo. Egli dice che solo con la memoria l’uomo può cogliere con uno sguardo d’insieme le trasformazioni alle quali il tempo sottopone fatti, persone e sentimenti, distinguendo fra una “memoria volontaria”, insufficiente (la capacità di ricostruire il passato nei suoi aspetti esteriori e meccanici, che tuttavia sono destinati a svanire nel ricordo cosciente) e una “memoria involontaria”, adeguata, la sola in grado di recuperare il passato facendolo rivivere insieme al vero senso della vita.

     È sorprendente come tali affermazioni proustiane corrispondano in modo straordinario con quanto è scritto in una pagina dello Zibaldone del 4 Agosto del ’21, ove Leopardi, parlando della memoria e del suo funzionamento, la definisce una “facoltà assuefattiva” e precisamente:<< la facoltà di assuefazione, in che consiste la memoria, è indipendente in molte parti dalla volontà, come altre assuefazioni materiali è fuor della mente, ec. il che si vede sì per molte altre cose, sì perchè spessissimo una sensazione provata presentemente, ce ne richiama alla memoria un’altra provata per l’addietro, senza che la volontà contribuisca o abbia pure il tempo di contribuire a richiamarla. così un canto ci richiama, p.e. quello che noi facevamo altra volta, udendo quello stesso canto… ec.(8) >>. se consideriamo le cose col senno di poi concludiamo che qui ci troviamo di fronte ad una pagina acutissima nella quale l’autore dei Canti precorre con grande sensibilità e intelligenza alcuni motivi e temi della psicologia moderna (pensiamo a Freud e alla sua teoria della memoria come ripetizione) che noi ritroviamo espressamente proprio nella teoria della “memoria involontaria” applicata da Proust in tante pagine dei suoi romanzi. Che non vi siano fra i due autori, pur diversi e lontani nel tempo, solo analogie o semplici consonanze teoriche è stato dimostrato da un lettore molto sensibile di Leopardi come Blasucci, il quale, penetrando nell’officina letteraria dell’autore dei Canti, leggendo la lirica A Silvia (9) (1828), ha cercato di dimostrare che essa sarebbe nata seguendo il procedimento proustiano. Riportiamo, qui di seguito, le parole di Blasucci: << Io credo di capire cosa si sia prodotto nella mente di Leopardi e come egli sia passato da questo frammento del Canto della fanciulla al più noto idillio: era a Pisa, avrà ascoltato dietro una persiana il canto di una fanciulla, e questo canto ha probabilmente risvegliato in lui il ricordo di un altro canto (quello di Teresa, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, ricordata dallo stesso poeta in questo modo nei suoi Ricordi d’infanzia e d’adolescenza: “Canto mattutino a lo svegliarmi, canto delle figlie del cocchiere e specialmente di Teresa, mentr’io leggeva…. ec.”); […]ed ecco allora che dietro la fanciulla pisana si profila la fanciulla recanatese, e il canto della fanciulla di cui si parla qui al presente ( “canto di verginella, assiduo canto che da chiuso ricetto, errando vieni per le quiete vie”) diviene una rimembranza, diventa un canto al passato ( “Sonavan le quiete /stanze, e le vie d’intorno, / al tuo perpetuo canto, …” ), cioè il poeta ha collocato questo evento nella dimensione del tempo e questo evento è divenuto rimembranza >>. Anche da una ricostruzione sommaria della  lettura del Canto risulta chiaro che il meccanismo del recupero del tempo attraverso la memoria è abbastanza conforme nell’uno e nell’altro: sia Leopardi che Proust, da una semplice sensazione presente, fanno scaturire per analogia un ricordo del passato.

     A questo punto, però, mi pare opportuno andare più a fondo nel problema analizzando anche quelle fonti del pensiero senza le quali molte volte è impossibile la realizzazione letteraria di una tale idea del tempo. Occorre innanzitutto premettere che l’idea del tempo e la sua entità, hanno sempre affascinato artisti, scrittori e filosofi, sicché si potrebbe dire che esistono tante concezioni di esso quanti sono quelli che se ne sono occupati. Per semplificare diremo che due sono le fondamentali nozioni del tempo: quello oggettivo, che riguarda la materia e il mondo che in qualche modo possono essere misurati (questa è la concezione del tempo che partendo dai Greci – i primi ad intendere che il tempo non è altro che movimento – è arrivata al XVIII secolo); quello soggettivo, che non può essere concepito, né tanto meno misurato, se non facendo riferimento alla coscienza del soggetto, è questa l’idea del tempo che, intuita da S.Agostino è stata poi ripresa e laicizzata da Bergson.

     Prendendo in considerazione prima di tutto l’autore della Recherche occorre dire che il suo procedimento del recupero del tempo probabilmente non sarebbe mai nato senza la fondamentale lezione filosofica che Bergson ha comunicato a tanta parte della letteratura del Novecento. come testimonia il seguente giudizio di Ungaretti: <<è uno dei più grandi filosofi del nostro tempo. Ho imparato molto dalle sue lezioni che avevano in sé qualche cosa che avviluppava, che era estremamente seducente, difficile da penetrare fino in fondo. Io credo che la mia poesia abbia un grande debito verso di lui. Fu attraverso quelle lezioni che si precisò in me il sentimento del tempo>>.  Anche Proust, quale allievo del filosofo alla Sorbona, ebbe modo di assorbirne direttamente il pensiero, utilizzandolo poi come base teorica della sua arte e fondamento essenziale della sua poetica, che, ponendosi sulla linea dell’avanguardia simbolista, si trova agli antipodi rispetto all’estetica naturalista fondata sul metodo dello scientismo. La filosofia bergsoniana, nata proprio nel clima dell’antipositivismo, ha avuto, all’inizio del nostro secolo, un’influenza enorme su tutto il pensiero del ventesimo secolo, rivoluzionandone totalmente il metodo della conoscenza. Il procedimento gnoseologico del positivismo, un revenir dell’illuminismo, che aveva la sua base nel criterio razionalistico, si può così riassumere: vi è un soggetto pensante, inteso prevalentemente come ragione, che ponendosi di fronte al mondo e ai suoi fenomeni si distacca da esso, ma, rinunziando contemporaneamente a una conoscenza ontologica e metafisica ed esaltando la propria superiorità, presume di conoscerlo e di appropriarsene. Con Bergson tale metodo di conoscenza non viene più accettato, anzi esso è totalmente rivoluzionato, in quanto i principi della conoscenza non sono più affidati alla ragione, ma dipendono da un nuovo concetto che egli definisce come “durata”. In pratica Bergson, sostituisce al concetto di fissità delle nostre percezioni e delle nostre sensazioni il concetto di fluidità, per cui tutte le cose apparentemente sembrano stabili, fisse ed immobili, mentre in realtà sono mobili e mutevoli proprio in virtù della durata. Ma che cosa è la durata per Bergson? Essa è qualcosa di intuitivo, di alogico che si trova all’interno del soggetto fornito di particolari capacità sensitive. Se è vero che appartiene ad Aristotele la distinzione fra un tempo oggettivo, il movimento del quale non dipende dall’anima, e un tempo soggettivo che non può esistere senza l’anima, spetta però ad Agostino la riduzione del tempo assoluto alla coscienza, cui spetta unicamente la facoltà di misurarlo:<<come si assottiglia – dice nelle Confessioni – e si consuma il futuro che ancora non esiste? Come cresce il passato che non c’è più, se non perché nell’anima ci sono tutte e tre le cose, presente, passato e futuro? Essa, infatti, attende, porge attenzione, ricorda; di modo che ciò che aspetta diventa prima oggetto dell’attenzione, poi della memoria(10)>>. dopo questa così profonda intuizione filosofica del tempo interiore, si può dire che i filosofi successivi, pur partendo da Agostino, non sono stati in grado di costruire teorie così rivoluzionarie, giungendo, alcuni, quasi ad astrattizzare il tempo, altri a strumentalizzarlo ai fini di una conoscenza assoluta del mondo naturale. Dobbiamo arrivare fino al Novecento, ed in particolare ad Henri Bergson perché il concetto agostiniano del tempo quale misura della coscienza venga ripreso. Nella sua opera fondamentale, L’evoluzione creatrice (1907), Bergson sostituisce al tempo astratto e assoluto il tempo relativo del soggetto il quale però non privilegia più la ragione (come sostenevano i positivisti, fautori di una conoscenza empirica, fondata esclusivamente sulle categorie costanti di tempo, spazio e causalità), ma l’intuizione che si fonda sulla relatività delle percezioni intime. Al tempo scientifico, che secondo Bergson è un tempo spazializzato, rappresentabile come una linea ferma, egli viene sostituendo il tempo della coscienza che, essendo mobile può essere colto solo con l’intuizione pura che è alogica e istintuale. Anche per Bergson, analogamente a quanto aveva già affermato Agostino (“non ci sono, propriamente parlando tre tempi, il passato, il presente e il futuro ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro”(11)) proprio perché i tempi appartengono all’anima, il passato è presente nel presente proprio in virtù dell’intuizione che, consentendo al soggetto di cogliere il tempo come durata, gli dà la possibilità di riattingere il passato attraverso il recupero dei momenti istintuali sepolti e dimenticati nella coscienza. Ciò sgombrava il campo per una straordinaria ricchezza spirituale e inventiva.

     È comprensibile, pertanto, come un artista come Proust, per il quale la conoscenza razionale delle cose risultava oscura e ottusa, rinunziando al semplice procedimento di catalogare gli oggetti con l’applicazione di etichette, accogliesse con entusiasmo il procedimento analogico della durata bergsoniana in quanto gli consentiva non tanto di attingere la forma esterna delle cose ma la loro essenza più profonda, quella che San Tommaso chiamava  quidditas. tale eccezionale disposizione, se da un lato gli offriva la superiore capacità di realizzare una sintesi dell’io con il mondo (il simbolismo, come nota Gioanola significa proprio, la <<rappresentazione attraverso le figure del mondo dell’intima  sostanza psichica o, all’inverso, una dissoluzione della coscienza all’interno delle cose naturali(12) >> ) gli consentiva, dall’altro, di nutrire la suprema speranza di vincere a suo modo la guerra contro il tempo, di operare con la continua riesumazione del passato la resurrezione dell’uomo eterno in quello contingente.

      Questa disposizione soteriologica dell’artista che, salvando se stesso, diviene contemporaneamente salvezza del mondo, tale presunzione dell’uomo di toccare l’eternità non poteva esserci nella mente di Leopardi in quanto il tempo soggettivo, quello che si misura nella coscienza partendo dal presente per riattingere con la memoria momenti privilegiati di un passato mitico, doveva fare i conti con un’altra dimensione del tempo, quello cosmico, distante, immisurabile dall’uomo e procedente solo verso la totale distruzione di sé, verso quella entropia (13) che nessuno avrebbe mai arrestato, tanto meno la poesia: il poeta non avrebbe mai potuto frenare l’invisibile dissoluzione delle cose. Al poeta, pertanto, granello di sabbia nel gran mare dell’universo, schiantato dall’inesorabile macina del tempo cosmico, non rimaneva altro che rifugiarsi nel procedimento sintropico e memoriale della poesia, lo stesso procedimento che, dopo Leopardi, sarà adottato anche da un poeta come Sinisgalli, per il quale l’andare a ritroso della vita costituirà l’unica speranza, la sola illusione di sopravvivere alla morte.

       Se per Proust la definizione del tempo e la scelta di utilizzare la memoria involontaria significarono, al livello che possiamo definire più basso, l’acquisizione di un’originale e straordinariamente nuova tecnica narrativa e nei suoi più alti risultati, espressero contemporaneamente l’esaltazione del microcosmo dell’arte che cerca di appropriarsi del megacosmo, in Leopardi il recupero memoriale, la ricordanza, pur senza proporsi di raggiungere risultati così alti e superumani è comunque procedimento di fondamentale importanza per intendere la genesi della poesia, in quanto è essa stessa generatrice dell’arte. Per intendere come ciò accada è necessario riferirsi alla più matura e definitiva concezione filosofica leopardiana: quella che riposa sull’idea di una “physis” onnipotente cui spetta l’unico compito di generare le cose e di distruggerle, traendole dal nulla e riportandole al nulla, perché, come sostiene nel Cantico del gallo silvestrepare che l’essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire(14)». «Sempre e inesorabilmente riposerete» dice il Gallo, niente resiste, nulla sopravvive, la sola eternità è il non essere, il nulla; in un mondo destinato alla distruzione la sola cosa reale ed eterna è la morte con la quale dilegua e si estingue la nostra stessa natura. A Leopardi, che aveva l’abitudine di osservare l’universo e gli astri (la contemplazione della volta celeste, nelle notti illuminate dalla luna, e lo stupore di fronte alla maestosità del cielo stellato nell’immenso spazio celeste, sono motivi frequentemente ricorrenti nell’alta lirica del recanatese), anche lo spazio cosmico, con la sua «artificiosissima macchina e mole dei mondi», per quanto egli vi si affissasse spesso estasiato e colpito, non pare che fosse misurabile dall’intelletto umano proprio a causa della sua grandiosa infinità - così nota il 12 agosto del ’23 nello Zibaldone: «Quando egli (l’intelletto umano), considerando la pluralità de’ mondi si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità delle cose, e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza (15) >> - né che avesse un senso o che servisse all’uomo, come testimonia questa riflessione sempre del ’23: «e chi potrebbe chiamare un nulla la miracolosa e stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che artificiosissima macchina e mole dei mondi, benché a noi per verità ed in sostanza nulla serve?   (16)>>, che è ribadita più tardi in modo più convincente nei versi del canto notturno (1830), dove il mistero della vita degli astri, che tanto affascinava anche la fantasia di Lucrezio fino a far vacillare la mente («Nam cum suspicimus magni caelestia mundi / templa super stellisque micantibus aethera fixum, et venit in mentem solis lunaeque viarum, /[…] temptat enim dubiam mentem rationis egestas / ecquaenam fuerit mundi genitalis origo, / et simul acquae sit finis, […]»)(17) suscita nel poeta questo ansioso interrogativo:

 

…E quando miro in cielo arder le stelle;

dico tra me pensando

a che tante facelle?

che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? Che vuol dir questa

solitudine immensa? E io che sono?

così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia,

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so.    (nota: G.L., Canto notturno, in Tutte le op., cit., I, pp.29-30)

 

     Se lo spazio cosmico è uno spazio estraneo e rifiuta l’uomo, non è detto però che esso sia eterno perché, secondo un’antica concezione materialistica, condivisa anche da Leopardi, che risale proprio a Lucrezio (il quale a sua volta l’aveva ripresa da Epicuro) il mondo, com’è nato, così deve perire.( inizialmente, prima di accogliere una tale visione delle cose, l’autore dei Canti aveva ritenuto che il mondo in cui l’uomo vive facesse parte di un positivo e ordinato sistema naturale, garantito dalla stessa natura, pertanto l’universo dei viventi era solo uno degli infiniti mondi che nascono e muoiono creati e annientati dal crudele «gioco» della natura.) Questo è il senso della profezia apocalittica del Gallo Silvestre: «tempo verrà che esso universo, e la natura medesima sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna, parimente del mondo intero e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perdurassi (18)>>, che ribadisce – come nota Perelli – con la stessa ebbrezza lucreziana di disperdersi nel nulla <<la convinzione della fragilità dell’esistenza umana, atomo singolare e irripetibile, miracolosamente fiorito sulle soglie del nulla infinito, facile  preda  delle  immense  forze   cosmiche  che  tutto  sconvolgono. Insieme con un sentimento di sgomento (19) >>.

      Cesare Luporini, riassumendo in una pregnante sintesi l’evoluzione del pensiero del recanatese, ha sottolineato << l’unicità dell’esperienza leopardiana >> e la << sua assoluta irriducibilità e inconfondibilità >> nella storia del materialismo moderno – quello che dal settecento si estende fino a Feuerbach – proprio a causa della << singolare combinazione di esso con il nichilismo(20)>>; connubio veramente originale in quanto quest’ultima concezione, come il pessimismo romantico, risultava difficilmente conciliabile con il materialismo o addirittura era oppositiva rispetto ad esso. Ma, come nota lo stesso Luporini, Leopardi si era preoccupato di istituire << un legame segreto >> fra i due sistemi filosofici introducendo << l’elemento ontologico del tempo >> sul quale fin dall’inizio e più di una volta si è affissata la meditazione leopardiana per sottolinearne, con l’inesorabile movimento, l’azione corrosiva e l’annientamento progressivo che colpisce prima gli individui, messi al mondo da una generosa natura, poi << regni e imperi >>, infine l’universo stesso, dopo il rivoluzionamento del sistema storico.

      È il caso di soffermarsi sull’idea leopardiana del tempo per cogliere una tale evoluzione. Antonio Prete ha sottolineato che fin dal ’18 un solo pensiero si può dire che ritorni quasi con ossessione nelle pagine dello Zibaldone: quello del tempo che passa, del tempo edace che, consumandosi e consumando le cose, non torna più indietro. Questo è un concetto che ritorna più volte negli appunti leopardiani, come dimostra questa particolare osservazione psicologica del ’21: << Non c’è forse persona tanto indifferente per te, la quale, salutandoti per partire per qualunque luogo o lasciarti in qualsivoglia maniera, e dicendoti «non ci rivedremo mai più», per poco d’anima che tu abbia, non ti commuova, non ti produca una sensazione più o meno trista. L’orrore e il timore che l’uomo ha, per una parte del «nulla», per l’altra, dell’eterno, si manifesta da per tutto e quel «mai più» non si può udire senza un certo senso[…]Io da fanciullo aveva questo costume. Vedendo partire una persona, quantunque a me indifferentissima, considerava se era possibile o probabile che io la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me la poneva intorno a riguardarla, ascoltarla e simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli orecchi quanto più poteva, rivolgendo sempre fra me stesso[…] questo pensiero: «ecco l’ultima volta, non lo vedrò mai più o forse mai più». E così la morte di qualcuno che io conoscessi […]mi dava una certa pena, non tanto per lui o perché egli mi interessasse dopo la morte, ma per questa considerazione ruminava profondamente: «è partito per sempre. Per sempre? Sì : tutto è finito rispetto a lui; non lo rivedrò mai più e nessuna cosa sua avrà più niente di comune con la mia vita (21) >>. Sono queste le frasi che il giovane pensatore annota con un certo orrore fra le prime pagine dello Zibaldone: «non lo rivedrò mai più»; «è partito per sempre»; «tutto è finito rispetto a lui» che dimostrano come egli senta personalmente la passione del tempo, proprio nel significato letterale del patire, egli soffre a causa della dolorosa sensazione dell’irreversibilità del tempo. Leopardi è convinto, alla data in cui annota il pensiero, che il tempo non ritorna più indietro, esso è irreversibile e ne soffre. Successivamente, approfondendo la sua meditazione, pensa che nell’inesorabile trascorrere del tempo si spenga anche il grido degli eventi passati, si vanifichi inoltre nella sua immensità il tumulto dei grandi drammi della storia, sicché l’uomo, tagliato fuori dal passato e incerto del futuro, rimane solo con la sua angoscia nel silenzioso nulla. Così il poeta, dopo aver annotato nella Sera del dì di festa:

 

.or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi e il fragorio

che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.   ( nota: G.L., La sera del dì di festa, vv: 33-39, cit., I, p.17. )

 

rimane solo con la sua angoscia nel silenzio di quel nulla sul quale precedentemente s’era già soffermato a meditare, connettendo lo stesso niente con l’immensità dell’universo e l’infinito e inarrestabile scorrere del tempo, come risulta dai suoi Ricordi d’infanzia e di adolescenza che precedono di poco l’Infinito:

<<…mie considerazioni sulla pluralità dei mondi e niente di noi di questa terra e sulla grandezza e la forza della natura che noi misuriamo coi torrenti ecc. che sono un nulla in questo globo ch’è un nulla nel mondo …onde allora mi parve un niente la vita nostra e il tempo e i nomi celebri e tutta la storia ec.(22) >>.

       Ma se il passato, il già stato, il finito per sempre è per Leopardi ragione e causa di rimpianto e di dolore, non minore angoscia suscita in lui, quando vi torna con la mente, la considerazione del tempo presente che gli appare caratterizzato da un inesorabile fluire che è assolutamente impossibile arrestare. Nessuno più degli antichi fu sensibile al fluire del tempo e i loro poeti lo furono in modo particolare. proprio per questo essi hanno cantato spesso il senso della caducità delle cose, la fugacità del tempo e della vita umana e l’incombente pensiero della morte. Questi temi ritornano frequentemente nei classici. Prima di pensare ad Orazio e alla tradizione che da lui si diparte per giungere fino a Petrarca e da quest’ultimo ai poeti moderni, è il caso di ricordare un greco, Mimnermo che per un’intima e profonda consonanza fu particolarmente amato da Leopardi. Il poeta greco ebbe soprattutto in comune col recanatese il fatto di non poter guardare con serenità alla vita umana che, come tutte le cose belle, ha il destino di un fiore, effimera, dura un giorno; di qui la tristezza dolorosa dei suoi versi:

 

Noi come le foglie che genera la stagione fiorita

della primavera, quando all’improvviso germogliano

sotto i raggi del sole,

simili ad esse ci rallegriamo per breve tempo

dei fiori della giovinezza, nulla sapendo da

parte degli dei né di male né di bene;

le nere parche ci stanno a lato, reggendo

l’una la sorte della paurosa vecchiaia, l’altra

della morte; per brevissimo tempo risplende

il frutto della giovinezza…

 

che sembrano riecheggiare, quasi alla lettera, nel canto le ricordanze, dove anche il recanatese rimpiange sconsolato il tempo della giovinezza pur deserto di felicità:

 

…intanto vola

il caro tempo giovanil; più caro

che la fama e l’allor, più che la pura

luce del giorno, e lo spirar: ti perdo

senza un diletto, inutilmente, in questo

soggiorno disumano, intra gli affanni,

o dell’arida vita unico fiore.        ( nota: G.L., Le ricordanze, cit., I, p.27. )

   

        Neppure nei pensatori moderni è mancata un’attenzione alla fugacità del tempo, come dimostra la lettura degli Essais di Michel de Montaigne, un grande moralista che più di una suggestione ha esercitato su Leopardi con le sue meditazioni. Nei saggi, il pensatore francese, dopo aver constatata l’impossibilità di cogliere con la ragione l’assoluta mobilità della natura e di un io caratterizzato anch’esso da assoluta mutevolezza, <<l’âme n’a point de but établi, elle se perd>>, incapace  di assimilarsi all’universo, (<<la dissimilitude s’ingere d’elle mesme en nos ouvrages; nul art peut arriver à la similitude>>(23)) non potendo puntare la sua attenzione sullo stato, sull’essere, ha preferito sottolineare e descrivere il fluire del tempo: << io non dipingo l’essere, dipingo il passaggio >>. L’unico modo per risolvere il suo dilemma era quello di mettersi cautamente alla prova, di sperimentarsi ogni giorno, (è questo forse il significato di essai ) galleggiare sul tempo. Anche per Leopardi nel tempo presente non si costruisce, la vita umana è allo stesso modo tagliata fuori dal passato e dal futuro, in quanto l’unica certezza è la morte. Se la morte inevitabilmente verrà e a nessuno è dato di sfuggirle, la cosa migliore è imparare a morire rifugiandosi nella filosofia e nell’arte. È questa la soluzione indicata dal sapiente che anche il poeta condivide. Nessuno, dopo  Pascal ( con il quale Leopardi ebbe una straordinaria conformità per la precocità e la grandezza dell’ingegno, nonché per la nobiltà dell’animo e l’abilità nello scrivere, per l’infermità fisica e la morte prematura) ha chiarito in modo più veritiero, ma anche più terribile, la vanità e le sciagure degli uomini, anche se- come nota il Gioberti- diverse furono le loro conclusioni << perché Pascal trovò nel Cristianesimo la spiegazione più idonea e più persuasiva, e il rimedio più efficace delle calamità che descrisse; laddove lo sventurato Leopardi pagò il fio alle tristi dottrine dell’età in cui visse, e non trasse dallo spettacolo della debolezza ed infelicità umana che argomento di disperazione(24)>>.

      Anche l’autore dei Penseés annota che  <<l’uomo non è che un giunco, il più debole della natura; ma è un giunco che pensa. Non è necessario che l’universo intero si armi per schiacciarlo. Un’esalazione, una goccia d’acqua basta per ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo schiaccia, l’uomo è più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa di morire (…) tutta la dignità nostra risiede nel pensiero. È da questo che dobbiamo dipendere, non dallo spazio e dalla durata. Sforziamoci dunque di pensar bene, ecco il principio della morale(25) >>.

     Pascal, come Leopardi, era attratto ma ad un tempo anche respinto dall’infinito spaziale (<< Chi è mai un uomo nell’infinito (…) Chi considererà se stesso in tal modo si sgomenterà senza dubbio di trovarsi come sospeso- nella massa che la natura gli ha conferito - tra quei due abissi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, del tutto e del nulla, da cui è ugualmente lontano. Egli tremerà alla vista di queste meraviglie(26) >>) e, pur volendo distogliere la mente, non ha potuto fare a meno di volgere il pensiero al problema del tempo e alla sua durata, anche se tale attenzione lo portava a concludere così sulla inevitabile infelicità nostra : <<Noi non ci atteniamo mai al presente. Anticipiamo sull’avvenire, come per affrettarne il corso, quasi esso sia troppo lento a giungere; o richiamiamo il passato quasi esso sia troppo pronto a fuggire. Tanto folli siamo che ci aggiriamo nel tempo che non ci appartiene e a quello che è in mano nostra non pensiamo; tanto vani che ci preoccupiamo delle ore che han consistenza, mentre lasciamo fuggire irriflessivamente la sola cosa che esiste. Gli è che, per solito, il presente ci fa soffrire. Lo occultiamo alla vista nostra perché ci affligge; e quando è dilettoso soffriamo di vederlo fuggire. Cerchiamo di puntellarlo per mezzo dell’avvenire e ci affanniamo a disporre le cose che non sono in nostro potere per un’epoca a cui non siamo per niente sicuri di giungere. Esamini ciascuno il suo pensiero. Lo troverà sempre volto al passato o all’avvenire. Al presente non pensiamo quasi affatto (…) così non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e col continuo disporci per essere felici, certo non lo saremo mai(27) >>.  Considerazioni non dissimili da Pascal è possibile riscontrare nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, operetta che fu probabilmente ispirata al Leopardi dall’autore dei Pensieri, come risulta dal comune argomento: <<Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura(28) >>; pertanto la felicità non esiste se non nella nostra vana attesa di un futuro migliore; essa non ha nulla a che fare né con la vita passata né con l’esperienza del presente.

       A questo punto, alla conclusione di queste note è il caso di chiedersi in che rapporto stanno il passato, il presente e il futuro nella considerazione del pensiero del recanatese. Si può rispondere che in Leopardi, a causa del procedimento tipicamente illuministico delle opposizioni, persiste la distinzione razionalistica dei vari momenti del tempo. Pertanto mancò a lui, si può dire, quella linearità pacificata della più accomodante tradizione filosofica agostiniana che vedeva raccolto in un solo momento fondamentale, quello del presente, sia il passato che il futuro. A questa concezione, per così dire, lineare (o circolare, se pensiamo alle applicazioni proustiane del metodo bergsoniano) Leopardi filosofo sostituiva una concezione  del tempo che, secondo lui, si manifestava come frattura (l’irreversibilità dolorosa del passato) o come annullamento (l’inesorabilità del passaggio del tempo come agente di distruzione e di morte). Ma in questo caso, come nota Antonio Prete(29), pur di fronte all’ impasse della ragione, il poeta trovava una mirabile soluzione facendo scaturire da questa lacerazione, dall’abisso di una tale frattura, dall’irreversibile senso del finito il miracolo della poesia. Se è vero che il tempo passato è irreversibile, se anche il tempo cosmico non ci appartiene a causa della sua insondabile ed estranea profondità, c’è però qualcosa che è nostro e che ci appartiene interamente: il fragile tempo umano, creato dalla memoria e dall’immaginazione che, affidandosi alla parola e al linguaggio della poesia, è in grado di stabilire una continuità, una dimensione unitaria capace di ricucire le lacerazioni del tempo, di sanare lo strappo esistente fra il tempo vissuto e il tempo assoluto. Proprio in ragione di ciò Leopardi si preoccupò di definire una vera e propria teoria della ricordanza, allestendo un procedimento che consentisse al presente il ritorno di un’immagine antica, un meccanismo in grado di “sprigionare”, cioè di togliere dalla prigione dell’oblio delle parvenze, dei simulacri appartenuti ad un tempo lontano che sembrava perduto, per farli rivivere come soggetti di un dialogo, protagonisti di un ininterrotto colloquio (il cosiddetto “vago immaginar”) come quello che il poeta intesse con Silvia o con Nerina (<<Silvia, rimembri ancora/ quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi>>), rinnovando per il tramite del linguaggio poetico il miracolo o l’illusione della poesia di fermare i giorni della vita.

 

Nell’ambito di un modulo o percorso interdisciplinare progettato per il triennio liceale si richiede, attraverso la lettura ed il confronto dei testi riportati nell’articolo, il significato che assume il rapporto arte-filosofia negli autori citati. Si sottolinei poi particolarmente l’importanza che il tempo e la memoria hanno in Leopardi e Proust ai fini della genesi della loro arte.

                                                                        


 

(1) G.L., Zibaldone, in Tutte le op., cit., II, p.1199.

(2) G.L., Zibaldone, cit., II, p.175.

(3)B. BIRAL, Considerazioni attuali sul messaggio leopardiano, in Il caso Leopardi, cit., Palermo 1974, pp. 72-73.  

(4) E. WILSON, Il castello di Axel, Milano 1965, pag. 151.

(5) G. DEBENEDETTI, Il romanzo del Novecento, Milano 1971, pag. 540.

(6) M.PROUST, La strada di Swann, trad. di N.Ginzburg, Torino 1971, pp. 43-47.

(7) G. DEBENEDETTI, cit., pag. 299.

(8) G.L., Zibaldone, cit., II, p.416.

(9) La lettura del testo poetico di  A Silvia è stata tenuta a Potenza, in forma di relazione, il 10 aprile 2000 in occasione del convegno di studi leopardiani: Il senso della voce. Nell’analisi dell’idillio, composto a Pisa nel ’28, Blasucci ha utilizzato un precedente abbozzo di poesia, il cosiddetto “Canto della Fanciulla”, contenuto fra le carte napoletane della Biblioteca Nazionale di Napoli, già lasciate in eredità dal Leopardi all’amico Antonio Ranieri.

(10) AGOSTINO, Confessioni, XI, 28.

(11) AGOSTINO, Confessioni, XI, 20.

(12) E. GIOANOLA, Il Decadentismo, Roma 1977, pag. 55.

(13) La “fisica del probabile” nata dopo Einstein ha abbattuto la “fisica assoluta” del XIX secolo enunciando più complesse teorie tra le quali è la cosiddetta “entropia cosmica” applicata allo studio dell’universo ed elaborata per conoscere i cosiddetti “sistemi complessi” formati cioè da un numero molto grande di costituenti semplici. Il teorema fondamentale di un sistema complesso prevede che esso tenda ad evolversi spontaneamente dalla forma dell’ordine verso il disordine e che aumentando esso progressivamente porti prima all’invecchiamento e poi alla morte del sistema stesso. L’idea che del cosmo ebbe Leopardi precorre in qualche modo tale teoria.

(14) G.L., Cantico del gallo silvestre, in Tutte le op., cit., I, p.157.

(15) G.L., Zibaldone, cit., II, p.793. ( il corsivo in parentesi è mio )

(16) G.L., Zibaldone, cit., II, p. 741.

(17) LUCREZIO, De rerum natura, l.V, vv 1204 – 1217: «infatti quando miriamo là in alto le volte celesti del grande cosmo e, sopra l’etere trapunto di stelle tremanti, viene alla mente il percorso della luna e del sole (…)la debolezza della ragione, infatti, mette alla prova la mente che si chiede se mai possa esserci stato un principio del mondo, e insieme se ci sia una qualche fine (la traduzione e mia)». il raffronto tra Lucrezio e Leopardi è ormai uno degli argomenti ricorrenti soprattutto nelle trattazioni dell’autore latino che, più di una suggestione dovette produrre nel poeta più recente, come dimostrano i versi del Canto notturno riportati che sono probabilmente ispirati da Lucrezio.

(18) G.L., Canto del gallo silvestre, cit., I, p.158.

(19) L. PERELLI, Lucrezio poeta dell’angoscia, Firenze 1977, pag. 114.

(20) C.LUPORINI, Leopardi progressivo, Roma 1993, cit., pag. 115.

(21) G.L., Zibaldone, cit., II, p.204.

(22) G.L., Ricordi d’infanzia e di adolescenza, in Tutte le op., cit., I, pp.360-61.

(23) M. DE  MONTAIGNE, Essais, in ouvres complètes, a c. di A. Thibaudet, Paris 1962, pag. 1942.

(24) V.GIOBERTI, nota XXXII alla Teorica del soprannaturale, in  V. Gioberti: Tutte le opere, Marghieri, Napoli 1870, pp.206-07.

(25) B. PASCAL, Pensieri, trad. B. Allason, Torino 1944, p. 138.

(26) B. PASCAL, ibidem.

(27) B. PASCAL, ibidem.

(28) G.L., Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, in Tutte le op., cit., I, p.180.

(29) S. NATOLI, A.PRETE, Dialogo su Leopardi, Milano 1998, pp. 25-26.