<<sez. Didattica>>

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

Lo Zibaldone di pensieri  di Leopardi, un modello ante litteram  di ipertesto

Di Maria  Donata Di Stefano

 

La presente riflessione (che si propone come materiale di studio e approfondimento su Leopardi da utilizzare in una lezione sui modelli letterari o per la stesura di un saggio breve) è un tentativo di rielaborazione dei pensieri sparsi nello Zibaldone al fine di rendere chiara una teoria estetica attraverso le argomentazioni in prosa. Si è fatto cenno alla dimensione poetica della scrittura in prosa dello Zibaldone, quale emerge da una lettura metalinguistica dell’opera e alla funzione mistica della poesia, come superamento del nulla e della morte, esito della indagine filosofica del Leopardi.

Vista la complessità dei temi affrontati siamo consapevoli della incompiutezza del presente studio, che assume il carattere di stimolo per ulteriori ed esaustive indagini. Non si potrebbe inoltre possedere mai totalmente il pensiero e l’arte di Leopardi, perché ogni lettura successiva dell’opera apre il varco a successive riflessioni. Come afferma Freud: “dinanzi al problema dello scrittore l’analisi deve deporre le armi[i]. Non rimane dunque che fermarsi, sospendere il giudizio e godere esteticamente della parola di Leopardi, perché, come egli stesso afferma, il silenzio è il linguaggio delle forti passioni.[ii]

 


1.Lo Zibaldone di pensieri, pubblicato  postumo nel 1898, a Firenze, per volontà di Giosuè Carducci, presso la casa editrice Le Monnier è il testo leopardiano che maggiormente si presta a molteplici riletture e interpretazioni. Qualsiasi testo letterario, per sua natura,  richiederebbe  diverse  chiavi di lettura e potrebbe essere analizzato secondo i vari  livelli  nei quali  la parola scritta si manifesta, proprio per la  straordinaria peculiarità della stessa di essere polisemica e di interessare diverse sfere sensoriali. La parola scritta, infatti, si può percepire con la vista, in ottemperanza al principio oraziano dell’ ut pictura poesis, si può percepire con l’udito, soprattutto nella lettura dei testi poetici che, secondo i suggerimenti di Arturo Graf, [iii]si dovrebbero declamare ad alta voce  e non semplicemente leggere. La vista e l’udito del testo scritto concorrono a stimolare la riflessione, per i contenuti filosofici che un testo letterario presenta, oltre lo stimolo all’’immaginazione, per l’ armonica forma estetica in cui i contenuti sono presentati.

 A causa della sua frammentarietà, pur non essendo un testo compiuto, a buon diritto questa miniera di appunti può essere considerata un testo letterario. Non rientra, tuttavia, nella categoria del saggio perché le informazioni in esso contenute riguardano i più disparati argomenti e sono disposte secondo un ordine casuale che rispetta unicamente il decorso del tempo. Non rientra neanche nella categoria del diario, perchè le notazioni biografiche non costituiscono l’intero corpus dell’opera, né nella categoria di “documento segreto”, perché i frequenti rinvii e la varietà dei contenuti inducono a pensare ad una destinazione esterna.

L’opera inaugura un nuovo genere letterario, quello dello Zibaldone, appunto. Ad esso Leopardi affidò, dal 1817 al 1832, e quasi giornalmente dal 1817 al 1827, note, appunti, riflessioni intorno ai più disparati argomenti: osservazioni linguistiche, filologiche, letterarie, definizioni della propria poetica e della propria filosofia.

Non a caso il testo porta il titolo di Zibaldone,  comparso per la prima volta in data 14 ottobre 1827, nella stesura del proprio indice. Il termine sostituisce la formula di Pensieri di filosofia e bella letteratura  con cui l’opera verrà per la prima volta data alle stampe, per sottolineare il carattere privato, e perciò provvisorio e caotico, delle sue meditazioni intorno ai più svariati argomenti. La frammentarietà si spiega con l’intento di Leopardi di una scrittura almeno non immediatamente destinata alle stampe, ciononostante l’opera presenta un interesse non indifferente. Lo Zibaldone, infatti, è il luogo di nascita sia dei Canti sia delle Operette Morali; ma  se nei Canti la poetica è espressa in atto, nello Zibaldone Leopardi mostra la sua teoria estetica attraverso riflessioni di filologia e teoria letteraria; se le Operette Morali esprimono in modo compiuto, sia pure in forma fantastica, il pensiero filosofico, lo Zibaldone mostra il formarsi quotidiano delle sue meditazioni, in un ordine provvisorio e caotico, dei più svariati argomenti. La sua scrittura, tuttavia, pur avendo il carattere dell’immediatezza, non presenta un effetto stilistico inferiore a quello delle opere destinate alle stampe, che sono il risultato di un labor limae. Infatti il suo valore letterario, filosofico e poetico non è per nulla inficiato dal carattere spontaneo della scrittura. Non sarà certo una forma non ben definita a depauperare l’opera della profondità delle riflessioni, delle numerose immagini poetiche che nello Zibaldone hanno visto per la prima volta la luce.

Utilizzando una metafora tratta dalla multimedialità contemporanea, lo Zibaldone potrebbe definirsi l’antesignano dell’ipertesto: è il primo testo, nella storia della letteratura, a proporre una lettura non lineare, ma reticolare, sia pure mantenendo la bidimensionalità della scrittura. Attraversando l’apparente caos esteriore, il lettore costruisce un suo cosmos per mezzo di rimandi, notazioni che ricordano i links dell’ipertesto. E’ un testo "tridimensionale", più esattamente è un insieme di blocchi o frammenti testuali collegati fra loro secondo una rete di interconnessioni semantiche non sequenziali. Come l’ipertesto anche lo Zibaldone  potrebbe essere letto con un sistema reticolare, fatto di associazioni, che ricorda il funzionamento della mente umana.

2.Un primo criterio di lettura e di interpretazione potrebbe consistere nel leggere l’opera secondo il suo svolgersi cronologico e confrontare i singoli pensieri con le opere maggiori e con gli eventi storico-letterari ad essi contemporanei. Questo criterio ci è suggerito dallo stesso Leopardi che appone una data ad ogni singolo pensiero, accanto ad un numero in neretto tra parentesi quadre, che indica la numerazione delle singole pagine dell’autografo leopardiano. Molteplici sono le chiavi di lettura di qualsiasi opera letteraria, a maggior ragione molteplici possono essere gli aspetti da analizzare all’interno dello Zibaldone. Il lavoro del critico letterario non è quello di esaminarli tutti, ma di soffermarsi su quelli inerenti una teoria linguistico-estetica cercando dei raffronti tra ciò che Leopardi afferma nello Zibaldone e ciò che pubblica nei Canti, dopo aver indagato se l’autografo leopardiano sia un’opera filosofica o poetica.

Per comprendere pienamente il pensiero del Leopardi per ciò che riguarda i rapporti tra poesia e filosofia, bisogna superare il giudizio riduttivo del Croce[iv] che essenzialmente consiste nel negare la validità del pensiero filosofico di Leopardi  ai fini dell’arte. La posizione crociana, riconoscendo valore poetico solo alla cosiddetta fase idillica, condizionò a lungo il giudizio della critica fino ai principi degli anni cinquanta del novecento, quando si aprì una nuova fase della critica leopardiana. Fondamentale è stato a questo proposito l’intervento di Binni nel riconoscere in Leopardi un autore che, come egli sostiene “non accetta né  la via del primato della filosofia, né quella del primato della poesia, ma le vede sullo stesso piano, come la sommità delle attività umane, come le facoltà più affini tra loro” [v]. Circa i rapporti tra filosofia e poesia nello Zibaldone siamo sostanzialmente d’accordo con la più recente critica leopardiana che vede nelle pagine zibaldoniane prendere forma un sapere che si colloca alla frontiera tra poesia e filosofia, in cui esse dialogano e quasi si ibridano in un legame misterioso.

 Lo Zibaldone potrebbe infatti definirsi opera filosofica per il rigore delle argomentazioni, ma anche poetica, per le numerose immagini trasferite, in seguito, nei Canti.  Si potrebbe affermare che lo Zibaldone di pensieri è, nel contempo, un testo filosofico e letterario, intendendo con ciò non una contrapposizione, ma una complementarietà. Il rapporto tra poesia e filosofia è stato un tema dominante all’interno della riflessione leopardiana, anche se non unitario: in un primo momento Leopardi non concepisce nessuna possibile conciliazione tra le due attività, appartenendo la prima al campo dell’immaginazione creativa e la seconda a quello della  ragione scientifica, in un  secondo momento, in seguito all’evolversi del suo pensiero afferma: “Malgrado quanto ho detto dell’insociabilità dell’odierna filosofia con la poesia,  gli spiriti veramente straordinari e sommi, i quali si ridono dei precetti, e delle osservazioni (…) potranno vincere qualunque ostacolo, ed essere sommi filosofi moderni poetando perfettamente. Ma questa cosa come vicina all’impossibile, non sarà che rarissima e singolare”.[vi]

Questo pensiero non deve vedersi come contraddittorio rispetto ai precedenti, infatti in esso si percepisce una diversa sfumatura tra le due attività somme dell’uomo: superando la teoria della inconciliabilità, Leopardi innalza la poesia ad un livello più elevato considerandola un’attività ai confini dell’ineffabile, come un’arte che non ha bisogno di regole precise, ma propria di spiriti straordinari e sommi. Il brevissimo pensiero citato può essere la chiave di volta per comprendere tutta l’opera leopardiana: accanto ad un’analisi testuale dettata da una lettura oggettiva e letterale, leggendo l’opera ad un livello più alto di astrazione, si percepisce che la scrittura dello Zibaldone è essa stessa una scrittura poetica, nella scelta delle parole, nella ricchezza di immagini, nelle emozioni che suscitano alcuni pensieri.

E’ contemporaneamente un’opera che parla di poesia ed è essa stessa poesia, soprattutto perché il compilatore di questi appunti fu essenzialmente un poeta, per cui può accadere, come sostiene Prete[vii] che “preso dal punto di vista filosofico ti risponda da poeta, preso dal punto di vista poetico ti risponda da filosofo”.

Disseminati nello Zibaldone, indicizzati dallo stesso Leopardi, si possono leggere numerosi pensieri poetici, alcuni dei quali sono espressi in versi, altri in prosa, altri ancora rimandano a concetti filosofici, a conferma  non solo della conciliabilità tra filosofia e poesia, ma anche di come sia possibile essere poeti pur scrivendo in prosa. E’ lo stesso Leopardi che ci induce in questa direzione quando afferma: (…) Ma in sostanza e per se stessa la poesia non è legata al verso.(…)L’uomo potrebbe essere poeta caldissimo in prosa, senza veruna sconvenienza assoluta: e quella prosa, che sarebbe poesia, potrebbe senza nessuna sconvenienza assumere interissimamente il linguaggio, il modo e tutti i possibili caratteri del poeta.[1696-1697] (14 settembre 1821)

3.Se è vero che lo Zibaldone va letto come testo autosufficiente, nella sua particolarità e nella sua specifica unitarietà, diversa dalla compiutezza di un corpus dottrinario di tipo accademico, è anche vero che un suo attraversamento in termini di percorsi ci aiuta a comprendere l’articolazione del pensiero leopardiano.

 Un  criterio di lettura potrebbe essere quello di servirsi di lemmi e cercare di riunire in modo sistematico ciò che è scritto in modo frammentario. Nelle molteplici possibilità  quello che interessa il critico letterario è soffermarsi sui pensieri inerenti una teoria linguistico-estetica, cercando dei raffronti tra ciò che Leopardi afferma nello Zibaldone e ciò che pubblica nei Canti. Non si può comprendere il pensiero leopardiano in merito alla poesia e al suo linguaggio, se prima non si fa riferimento alla questione della lingua, alla quale Leopardi ha dedicato numerose riflessioni.

Pur riaffermando la mancanza da parte di Leopardi di un impegno metodico sul problema della lingua, le annotazioni sparse nello Zibaldone, una volta riordinate, ci permettono di ricostruire una vera e propria teoria linguistica che pone Leopardi in una posizione ben precisa, inserendolo indirettamente nei dibattiti e nelle polemiche sulla lingua che videro impegnati i maggiori intelletti del suo tempo.

Le osservazioni di tipo filologico e glottologico, la comparazione fra gli idiomi spingono Leopardi a una concezione originale e moderna della lingua rispetto ai suoi tempi: il suo orientamento si differenzia dall’opinione dei puristi, ma si distingue anche dalla ferma posizione dei cosiddetti libertini, i quali, fautori degli esclusivi valori della cultura scientifica moderna, avrebbero voluto troncare qualsiasi legame con la passata tradizione. Si deduce quindi la modernità e l’originalità del pensiero leopardiano riconoscendo da un lato la necessità di mantenere la lingua poetica della tradizione, dall’altro di adeguare la lingua scientifica e filosofica ai livelli di quelle europee.

Le osservazioni filologiche, glottologiche e di storia della lingua, nello Zibaldone, per quanto complete e degne di essere riunite in un immaginario trattato di semiotica, hanno un senso soprattutto in riferimento alla teoria del linguaggio poetico. Se Leopardi infatti ci parla di linguaggio, di pensiero, di termini scientifici e filosofici, lo fa per dare risalto alle parole proprie del linguaggio poetico. Per queste ragioni, dopo aver innalzato la lirica ad una dignità superiore, Leopardi dedica numerosi pensieri alle modalità di realizzazione di un’opera poetica, quasi queste annotazioni rappresentino un pro-memoria contenente le regole da applicare, successivamente, nella stesura dei Canti. Se si confrontano, infatti, le date dei pensieri con le date di composizione dei Canti, si potrebbe immaginare un Leopardi teorico della poesia nello Zibaldone, contemporaneo ad un Leopardi poeta nei Canti. Leopardi giunge nelle sue annotazioni alla conclusione che il vago dell’immaginazione e l’indeterminato della rappresentazione richiedono di necessità un linguaggio speciale, un lessico poetico della stessa natura, che sia appunto vago, indeterminato, peregrino, come si evince da numerosi passi dello Zibaldone.

Significativo in tal senso è il pensiero [1900-1901]: “(…) Non solo l’eleganza, ma la nobiltà, la grandezza, tutte le qualità del linguaggio poetico, anzi il linguaggio poetico esso stesso, consiste se ben l’osservi, in un modo di parlare indefinito, o non ben finito, o sempre meno definito del parlare prosaico e volgare(…)lo stesso effetto e la stessa natura si osserva in una prosa che senza essere poetica, sia però sublime, elevata, magnifica, grandiloquente. La vera nobiltà dello stile prosaico consiste essa pure costantemente in non so che d’indefinito(…)”. (12 ott.1821)

Ciò comporta una particolare cura nella scelta lessicale, da parte del poeta, proprio di quelle parole che contengono e suggeriscono idee vaste, indefinite, ricche di risonanza. Lo stesso Leopardi, variamente disseminate nei suoi appunti, a partire dal 1821, ci fornisce un catalogo di queste parole poetiche, come ad esempio irrevocabile, irremeabile, lontano, antico, notte, notturno, vago, antichità, posteri, posterità e simili. Non è difficile cercare nei Canti quante volte Leopardi affidi a tali parole il compito di evocare sentimenti poetici: si potrebbero compulsare i Canti e lo Zibaldone cercando parallelismi tra le due opere, o meglio si potrebbero leggere passi dello Zibaldone fornendo un naturale commento ai Canti. Quello che qui è importante sottolineare è l’originalità della interpretazione di Leopardi in fatto di linguaggio poetico: nessun autore prima di lui aveva motivato la sua distinzione, argomentando dettagliatamente e partendo da premesse filosofiche ben precise. Partito da premesse sensistiche e dopo aver riflettuto con il rigore di un filosofo, o a volte di un antropologo[viii], sulla natura del linguaggio e della lingua, con numerosi esempi sparsi nelle pagine dello Zibaldone, Leopardi sembra volerci persuadere della straordinarietà del linguaggio poetico. Significativo, in tal senso è il pensiero[1235-1236]:”(…)La bellezza del discorso e della poesia consiste nel destarci gruppi di idee, e nel fare errare la nostra mente nella moltitudine delle concezioni, e nel loro vago, confuso, indeterminato, incircoscritto. Il che si ottiene con le parole proprie, ch’esprimono un’idea composta di molte parti (…)”. (28 giugno 1821).

Nella poesia, infatti, la parola non ha il solo fine di comunicare un significato perché possa essere compreso, non ha soltanto un fine informativo, ma ha il compito di evocare sentimenti e sensazioni. Eppure la poesia è fatta di parole, dei suoni che la compongono, della sua struttura semantica e come parola indica non un oggetto, ma un significato, che è la riflessione dell’uomo sull’oggetto.

La poesia, inoltre, trascende il mondo della logica, della stretta logica che limita, come delle redini, lo scorrere dei pensieri: si può anche non comprendere il significato oggettivo del testo, si possono anche ignorare particolari geografici di riferimento, cogliendo lo stato d’animo dell’autore, cercando i suoi sentimenti, abbandonandosi alle emozioni, dove la logica, la certezza, la convenzione assoluta di un significato svanisce.

Al riguardo Leopardi è molto chiaro:

[1705-1706]”(…)Non c’è forse un uomo a cui una parola medesima(…) produca una concezione precisamente identica a quella di un altro(…)”. (15 settembre 1821).

La funzione della poesia è universale non solo perché esprime valori universali, ma perché ognuno di noi, percependo quelle straordinarie vibrazioni che trasmette la scelta sapiente delle parole, può cogliere una emozione diversa e particolarissima, come se quella poesia fosse stata scritta solo per noi.

E Giacomo Leopardi era poeta anche quando nello Zibaldone scriveva di scienza o di filosofia o affrontava la difficile questione del nulla, perché la poesia è un habitus,  uno stato dell’essere che appartiene al poeta come appartengono i connotati e il codice genetico. Il problema del nulla richiede una trattazione specifica che esula dagli intenti di questo studio, in questa sede è importante sottolineare che l’arte, in quanto opera di genio è l’unico mezzo per superare l’orrore del nulla e della morte, epilogo della riflessione filosofica.

Quando il sentimento del nulla, comunicato dalle opere di genio, acquista una forza che consola e riempir l’anima, al punto che lo sgomento di una sensazione negativa cede il passo al godimento estetico dell’opera letteraria. Il dolore per la scoperta del nulla viene quindi superato dalla scrittura poetica, in una sorta di misticismo estetico. Al poeta-filosofo che è giunto ad avere sicura consapevolezza della morte rimane l’unica consolazione che solo nella poesia c’è la verità in quanto il nulla può essere sublimato esclusivamente dalla parola poetica.

 


 

[i] Dostoevskij e il parricidio, in FREUD,S.,Opere, vol X, Boringhieri,Torino1978.

[ii] Giacomo Leopardi Zibaldone di pensieri,[142](27 giugno 1820), a c. di Giuseppe Pacella, Garzanti 1991.

[iii] A.Graf, Leopardi e la musica, in “Nuova Antologia”, v.3, fasc.XII, Forzani, Roma 1897, pp.577-590.

[iv] Cfr. B.Croce, Poesia antica e moderna, Laterza, Bari 1943.

[v] W.Binni,  La protesta di Leopardi ,Sansoni, Firenze 1977, p.96.

[vi]G. Leopardi Zibaldone di Pensieri, Sansoni, Firenze 1977, p.96.

[vi]G. Leopardi Zibaldone di Pensieri, cp.cit.,1383 (24 Luglio 1821)

[vii] S. Natoli-A.Prete, Dialogo sul Leopardi, Bruno Mondatori, Milano 1998, p.26.

[viii] Cfr.Zibaldone[1102](28 maggio 1821), op.cit,dove Leopardi sembra anticipare il risultato della ricerca di Leroi-Gourhan in Il Gesto e la parola. Tecnica e linguaggio. Torino 1977.