Interviste

Quelli di “ Civiltà delle Macchine”: intervista a Vincenzo Sinisgalli
di Marino Faggella

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

Questa intervista, raccolta qualche tempo fa a Montemurro in occasione della presentazione di un libro[1] di memorie del fratello del poeta, crediamo meriti l’attenzione dei lettori non tanto per la parte tenuta dal suscitatore delle risposte, quanto perché il contenuto della stessa può ritenersi un’autentica introduzione all’opera di Leonardo Sinisgalli e contemporaneamente un modo diverso e più originale di presentarne l’indole e la personalità intellettuale che scaturiscono più vive, quasi immediate e palpitanti, attraverso le battute serrate del dialogo. Vincenzo Sinisgalli, sebbene al principio un po’ reticente a parlare di sé, ha finito al termine per comporre un quadro completo della personalità intellettuale e artistica di Leonardo, non trascurando, tuttavia, di far trasparire per riflesso, attraverso l’acutezza del giudizio, anche la sua non comune e profonda umanità. A qualche anno dalla morte del fratello e nel ventennale di quella del poeta, pensiamo non vi sia modo migliore per celebrarne la memoria che proporre ai lettori il testo dell’intervista riportata con la maggiore fedeltà possibile, a parte l’opera di trasformazione del discorso orale nelle forme della registrazione. Chi ha scritto queste poche note più per simpatia e sincera amicizia nei riguardi dell’uomo che per dovere di cronaca si è preoccupato anche di rivolgere alcune domande a Vincenzo Sinisgalli. Avrei voluto limitare le domande esclusivamente alle vicende della sua esistenza, ma il discorso inevitabilmente è andato a cadere particolarmente sulla vita e sull’opera di Leonardo. Di questo spero che egli voglia perdonarmi. Ma è proprio vero, ha ragione Leonardo, “ di certe cotte non si guarisce mai “, non fosse altro perché la mia passione e l’interesse per il poeta- ingegnere sono molto più antichi. Ma il necessario richiamo dell’uno rispetto all’altro è dovuto anche ad un’altra ragione: l’inevitabile incrociarsi delle loro esistenze e allo strano destino di Vincenzo, che proprio nel momento in cui egli fa di tutto per rivendicare il suo autonomo valore, deve accettare che si parli maggiormente non di sé quanto del suo più noto fratello.

 

M.F. - In una delle sue prose, Il fosso di Libritti, ( che secondo me è molto importante in quanto può ritenersi un’autentica spia dei reali sentimenti dello scrittore nei riguardi del padre, della madre e dei fratelli ) Leonardo, dopo aver descritto il ritorno del padre dall’America e la sua ricongiunzione con la moglie, brevemente accenna in questo modo anche alla nascita dei suoi due ultimi fratelli:«I miei genitori ebbero ancora due figli, Vincenzo[2] e Sara. Mi rassegnai a quell’oltraggio, smisi di scrivere versi cattivi contro di loro», dichiarando, per quanto risulta dal racconto, di non essere del tutto contento di avere altri fratelli. Ora se è certo che Leonardo avesse una autentica venerazione per la mamma, come risulta da molte sue pagine; quali erano i rapporti col padre?

V.S. - Ottimi, anche se tra di loro rimaneva sempre una certa distanza che si spiegava col fatto che mio padre era rimasto per quindici anni lontano da Montemurro e dalla famiglia, per cui Leonardo era vissuto sempre con mia madre e le sorelle le quali facevano a gara  nel prendersi cura di lui fin da piccolo.

M.F. - Eppure, il primo contatto di Leonardo con il padre, avvenuto nel collegio De la Salle a Benevento, non fu un incontro di cui egli parla favorevolmente.

V.S. - Certo, non ne parla con entusiasmo; ma semplicemente perché nostro padre, a causa della sua assenza, gli si presentava, all’improvviso dopo tanti anni, come uno sconosciuto mai visto prima.

M.F. - Che cosa rimproverava il giovane Sinisgalli al padre? Quale il motivo della sua avversione?

V.S. -  Non c’era altra ragione  se non quella di ordine sentimentale: egli non era stato a Montemurro per tutto il tempo della sua fanciullezza.

M.F. - Ci sono, secondo me, anche ragioni inconscie. Leonardo, durante l’assenza di suo padre, ebbe modo di approfondire particolarmente il legame con la madre. Anzi, fu proprio la lontananza del genitore a consolidare questo speciale legame  del poeta  con la mamma, il cui sacrificio, la vita senza affetti e dolorosa la facevano agli occhi del figlio quasi martire: come si legge in Autobiografia III, che è un’allocuzione sul modello del canto della sposa rivolto all’emigrato lontano col proposito di riaccendere, almeno nella finzione poetica, una comunione d’amore che si teme  usurata.

Sinisgalli, come sostiene nella pagina che descrive il loro primo incontro, si era figurato un padre che avrebbe dovuto vendicare tutte le sue offese; ma ad un certo punto si trovò innanzi un padre invecchiato, non come se l’era immaginato e in grado di fargli dimenticare tutto il tempo del suo abbandono:«Io pensavo che tutti avrebbero avuto il coraggio di batterci, di insultarci. E cercavo pretesti per farmi grande…Mio padre ora tornava, ma non era più forte.Chi allora avrebbe fatto quelle vendette immaginarie che avevo sognato in tante lunghe notti?».

V.S. - Probabilmente era questo uno dei motivi della sua avversione, come scrive con rammarico anche nell’Immobilità dello scriba:« Mio padre ci lasciò pulcini sotto le ali della chioccia. Non siamo fuggiti, fummo cacciati via per amore delle nostre dolci mura. Ho avuto maestri teneri, pericolosi. Il Padre, quando tornò, chiese a noi un po’ di affetto come un vecchio cane. Un po’ di carità.Ci portò sacchi d’oro.Ma eravamo cresciuti in branco, senza il rispetto dell’autorità…Siamo andati avanti a tentoni, animaletti col cuore in gola. Quanto ci è costato imparare a vivere…». Devo dire però, a sua difesa, che nostro padre conosceva tutti i doveri che toccano a un genitore. Egli è stato, anzi, un uomo straordinario. Poverino aveva lavorato e sudato in America prima a New York poi a Barranquilla in Columbia, privandosi di tutto pur di mandare in patria i soldi per farlo studiare. 

 

M.F. - Ma il loro primo incontro non fu certamente positivo, direi che fosse del tutto deludente se dobbiamo prestar fede a quello che dice nei suoi racconti, anche se poi progressivamente mi pare che anche in poesia Leonardo venga edificando, dopo la costituzione poetica del mito della madre, anche il mito del padre. Infatti, non solo la madre viene cantata ripetutamente nelle sue liriche, ma anche Vito Sinisgalli trova, ad un certo punto, ma solo successivamente, un posto privilegiato in quella famosa poesia del “fantasma saturnino”, dedicata proprio a lui, che fa parte della raccolta  La vigna vecchia, dove l’uomo ha l’immagine misteriosa e quasi sacrale di un dio della natura. Nella stessa lirica  la figura del padre viene avvicinata alla vite, alla vigna, che secondo me è oggetto simbolico in quanto significa essa stessa la vita, la vitalità, la continuità familiare.

V.S. - Certo. Ma c’è da dire anche che esisteva veramente a pochi passi dal paese una vigna definita proprio “ la vigna vecchia”, portata in dote da nostra madre, che mio padre coltivava realmente con amore.

M.F. - In Belliboschi, comunque, il poeta fa della vite il simbolo della vita nella famiglia; per cui essa stessa e la terra sono associate all’immagine della vigna alla quale si lega prima di tutto in modo indissolubile la figura della madre («Come la sposa del Cantico dei cantici la mia cara mamma aveva portato in dote una vigna alle piane.Una piccola area di terra fertile come era stato fertile il suo grembo…») e quella  del nonno che, insieme al padre, spessissimo viene associato alla vigna. Di chi si tratta?

V.S. - Leonardo nomina, tra i nonni, più quelli che erano presenti a Montemurro, si parla in particolare del nonno Lacorazza, quello materno. Quanto agli altri due nonni, quelli paterni, non li abbiamo mai visti né conosciuti in quanto erano già morti da tempo prima che noi li potessimo vedere. Pertanto, nelle sue opere il poeta parla di più delle persone con le quali era vissuto da ragazzo, ma non trascura   neppure di descrivere le cose. Infatti, esiste ancora quassù al primo piano la prima stanza di lavoro dove egli, in epoca giovanile, amava ritirarsi per stare tranquillo e in solitudine, mentre noi abitavamo lì di fronte, nella “palazzina con la loggia”, la casa che mio padre aveva comprato dopo il suo ritorno dall’America. Dopo che la vecchia casa di Libritti era stata adibita a deposito degli oggetti della casa di fronte nuovamente acquistata, egli veniva qui a scrivere i suoi versi in tranquillità, liberandosi, come egli dice, d’estate degli abiti  per comporre sotto i serti di camomilla.

 

M.F. - Ma veniamo ora particolarmente ai rapporti con la madre; questo è il discorso che vorrei affrontare e approfondire.

V.S. - Leonardo venerava nostra madre, benché quella donna fosse di una severità spaventosa: era capace di dare a lui e alle sorelle degli schiaffi così forti da far “ volare gli incisivi “ come dice egli stesso nelle sue prose:«Mia madre diceva per lettera quando ero fuori dal nido, lontano dalle sue ire…che ero la pupilla dei suoi occhi , ma finché non ebbi varcato i tredici anni mi faceva volare a calci contro lo spigolo di una madia fino a farmi saltare gli incisivi ( Un disegno di Scipione e altri racconti )».

M.F. - Mi pare, però, che Leonardo affermi altrove di trovarsi spesso in una situazione di privilegio.

V.S. - E’ vero. Il suo privilegio nasceva dal fatto che, vivendo con mia madre e quattro sorelle abbastanza grandi ed essendo stato per lungo tempo l’unico uomo di casa, si sentiva, lo racconta lui stesso, come un galletto del pollaio in mezzo a cinque galline. Con ciò voglio dire che da ragazzo stava benissimo. Infatti ha avuto da bambino delle coccole che qui da noi erano certamente rare e non si usavano.

M.F. - Il piccolo Leonardo aveva tre anni quando il padre, sarto e contadino, fu costretto ad emigrare per esercitare diversi mestieri. La sua fanciullezza fu pertanto povera di padre, ma in compenso ricca di madre, in quanto Carmela Lacorazza, primogenita di una grande famiglia e prototipo delle fragili ma anche fortissime donne lucane, era riuscita ad allevare da sola, in assenza del marito, la sua piccola tribù dando prova di eccezionale energia.

V.S. - La mamma era la tipica donna lucana in grado di nutrire da sola e con le sue sole forze i suoi figli. Doveva stare attenta e vigilare in quanto diveniva, in assenza del marito, un autentico capo di casa, e sapeva farlo veramente molto bene.

M.F. - Bisognerebbe fare un monumento a queste nostre donne che hanno allevato egregiamente i loro figli  in assenza del padre. Carmela Lacorazza era probabilmente della stessa razza.

V.S. - Certamente. Anche mia madre doveva fare economia e badare che tutto filasse dritto. Insomma era un’ottima amministratrice e donna di casa. Tutto ciò è dimostrabile d’altra parte. E’ chiaro che qui da noi non si fanno smancerie quando si parla della madre e tanto meno ne avrebbe fatte anche lui, Leonardo. Mia madre apparteneva, inoltre, ad una famiglia abbastanza severa che era fortemente radicata nel paese, aveva a sua volta i nonni e gli zii che esercitavano in quel tempo un autentico e rassicurante controllo.   

 

M.F. - Un altro tema, un altro mito cantato da Leonardo è quello del paese. Cos’era Montemurro per Sinisgalli? Che cosa significava?

V.S. – Sicuramente voleva dire la famiglia, l’ambiente, la natura. Significava quelle cose, quei valori che andando in città si perdono evidentemente, per cui cresce di molto quello che hai lasciato mentre quello che hai trovato è una cosa semplicemente relativa.

M.F. - Secondo quel che lui effettivamente dice nei suoi scritti, inizialmente il distacco del paese fu uno strappo: “ Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito”.

V.S. - Sì, Leonardo rievoca con patetica nostalgia i luoghi e anche l’aria del Paese perché qui, dopo aver subito il dolore di essere prima abbandonato e poi di abbandonare la sua terra tutto gli era familiare, tutto risultava a misura d’uomo.

M.F. – Questo accade anche all’inizio, quando viene mandato a studiare nel collegio di Benevento. C’è l’episodio del binocolo al quale egli fa in tal modo riferimento in Belliboschi: mia madre, dice, mi mise nella valigia un binocolo promettendomi che avrebbe agitato un drappo bianco in lontananza, per indicarmi appunto la sua presenza. Da quel momento in poi, aggiunge, io fui e sono attratto frequentemente dal colore bianco, dai panni stesi a sciorinare o da una bandiera appesa alla predellina di un tram. E’ certo, comunque, che sebbene il distacco dal paese inizialmente fosse per lui uno strappo doloroso, successivamente però egli non parla bene di Montemurro, soprattutto quando, rievocando a distanza nell’Età della luna la sua diserzione dalla famiglia, accenna alla “fetida aria familiare”. Che cosa voleva dire?

V.S. - Non  sono del tutto sicuro. Ma direi che dopo la sua partenza di qui, i suoi successivi ritorni furono accompagnati  piuttosto da impressioni di ospite. Leonardo che ormai aveva preso contatto con la grande città, dopo aver fatto esperienza del benessere e delle comodità cittadine, trovava fetida l’aria di famiglia anche perché un tempo qui non c’erano i servizi nelle case . Egli probabilmente confrontava la ricchezza del mondo cittadino con la povertà e gli usi primitivi e ristretti del nostro paese. A proposito dell’aggettivo “fetida”, penso a Libritti qui di fronte che fino a qualche tempo fa era un immondezzaio, una specie di cesso pubblico per il paese. Ora a Montemurro tutti hanno il bagno, ma in quel tempo,  ognuno di prima mattina usciva di casa e a Libritti faceva i suoi bisogni all’aperto.

M.F. - Quando il poeta veniva a Montemurro sentiva evidentemente tutte le difficoltà che nascevano dalle privazioni delle comodità che aveva in città. Però come si spiega il fatto che quando scrive poesie anche l’immondezzaio di Libritti diventa un caleidoscopio di colori? Ad un certo punto lui dice che nei nostri paesi l’immondizia ha una ricchezza che altrove non ha, parla di una straordinaria festa di colori: gusci di uova, stracci, residui comunque organici i quali messi insieme producono un caleidoscopio straordinario di colori. Anche l’immondezzaio di Libritti diviene quasi un paradiso. Perché?

V.S. - E’ vero, se ne scorda. Pure il fetore di Libritti diventa un profumo in quanto qui c’è sicuramente l’idealizzazione della terra e del paese, il suo più profondo desiderio da quando andò alla ricerca della vita e della poesia in un mondo non suo. 

M.F. – Se è vero che l’odio iniziale, l’avversione si tramutò lentamente in un amore profondo e mai smesso, mi sorprende proprio per questo quella dichiarazione del poeta contro Montemurro, nella famosa intervista rilasciata nel 1980 a M. Trufelli a Castronuovo. Altro che amore per il paese!

V.S. - E’ una dichiarazione dell’età matura, se non proprio della vecchiaia.

M.F. - L’intervista di Castronuovo, un’autentica requisitoria contro i suoi paesani, lascia incerti, soprattutto se l’andiamo a confrontare con quella rilasciata dallo stesso poeta a Roma nel ’74 in occasione della concessione di una targa ricordo da parte dell’associazione dei lucani nel Lazio, che è piuttosto un’attestazione d’amore nei riguardi del paese.

V.S. - Parlando in Lucania ai Lucani bisognava essere realisti, parlando ai Lucani di Roma, in un contesto diverso, si poteva essere anche idealisti e fare un discorso più sfumato.

M.F. - Nell’intervista del ’74 egli dice che Montemurro è comunque per lui il luogo del ritorno; per lui “ i Campi Elisi “, infatti segnano il momento fondamentale del ritorno, dell’ultimo ritorno. Dice “ loro lo sanno che lì dovrò ritornare, per questo mi hanno riservato un luogo dove io starò “.

V.S. - Come tutti i poeti egli probabilmente presentiva, anzi si augurava di essere sepolto lassù, ai Campi Elisi sulla collina del paese dove ancora oggi si trova il cimitero.  

 

M.F. - Che cosa rappresentavano per lui i paesani? Se innegabile era il rapporto affettivo con la famiglia, è un dato fondamentale che egli fosse legatissimo a tutti voi, di che natura era il rapporto con i  paesani? Leonardo amava o no i montemurresi?

V.S. - Egli non si intratteneva con tutti, ma solo con quelli che conosceva bene. Gli piaceva soprattutto fare discorsi ingenui con la gente semplice, in particolare  con i suoi coetanei, mentre i sopravvenuti, i giovani, lo interessavano di meno perché con essi non aveva in comune nessun ricordo della vita passata.

M.F. - Perché Leonardo preferiva la frequentazione delle persone umili, come ad esempio il netturbino piuttosto che andare col Sindaco, che era l’autorità del paese?

V.S. - Non gli piacevano i personaggi di autorità e non faceva mistero di detestare oltre ai politici anche i professori, se vogliamo parlare di altre categorie.

M.F. - Dalle sue prose però risulta che adorava i suoi maestri, sia quelli di Caserta che i grandissimi matematici dell’Università: Fantappiè, Levi Civita, che egli definisce piccolo di statura ma un gigante quando saliva in cattedra, Maiorana che poi morì suicida.

V.S. - Questi erano per lui un’altra cosa, non avevano nulla della vuota saccenteria degli altri che conosceva e che aveva incontrato soprattutto nell’ambiente dell’alta cultura e dell’industria….

 

M.F. - Un problema secondo me importante è quello del rapporto di Sinisgalli con il Sud. E’ questa una delle questioni che io vorrei illuminare in modo più chiaro.

V.S. - Bisognerebbe rintracciarlo nei suoi testi.

M.F. - Nelle sue scritture, tuttavia, non vi è niente che faccia pensare ad un interesse per il cosiddetto “livello ideologico”, il poeta non ci chiarisce mai, ad esempio, quale fosse la sua posizione a proposito della “Questione meridionale”.

V.S. – Forse perché la questione meridionale non esisteva nella sua giovinezza. Non si dimentichi che Leonardo è cresciuto in epoca fascista, e allora non si  parlava molto dei problemi del Sud.

M.F. - Quali furono i rapporti di Leonardo Sinisgalli con il fascismo?

V.S. – Credo che nutrisse da giovane una leggera ammirazione per il Regime, dovuta al fatto che in quel tempo era stato anche ufficiale.

M.F. - Come si spiega allora la sua diserzione dell’otto settembre?

V.S. - All’epoca dello sbandamento tutti abbandonavano i reparti, nessuno escluso. Era quasi un ordine: “chi può si salvi”. Leonardo si mise in salvo come gli altri.

M.F. - Poi corse il rischio di essere ripreso, anzi, fu ripreso e  portato nella famigerata via Tasso che era anche il quartier generale della Ghestapo.

V.S. - Questo fu un altro imbroglio: i tedeschi che occupavano Roma trovarono stranamente il suo nome in una agenda telefonica di un suo conoscente, un certo Alfredo Orecchio che è stato poi pubblicista e giornalista.

M.F. - Ma ritorniamo ai rapporti col Fascismo. In alcune delle sue prose non mi pare che Sinisgalli parli bene del Regime.

V.S. – Leonardo si considerava un giovane fascista in gamba, lo dimostra il fatto che da giovane era stato littore, anzi  primo littore della poesia.

M.F. - Eppure una certa mancanza di simpatia per il Fascismo traspare dalle sue opere. Non fu dovuto forse al giudizio poco lusinghiero che i critici del regime espressero a proposito delle sue poesie? Vigorelli, critico ufficiale del Regime, subito dopo i Littoriali lo definì un pedissequo imitatore di Quasimodo. Quindi Sinisgalli, pur avendo ottenuto nel concorso “I littoriali” il primo premio, non fu giudicato con favore dalla critica ufficiale. Non potrebbe essere stato questo ad aver generato in lui in seguito una specie di avversione verso il Fascismo?

V.S. - A voce non l’ha mai manifestato. Comunque, più che una giustificazione, potrebbe essere una spiegazione il fatto che i critici dell’epoca  se la prendevano  non solo con lui ma un pò con tutti gli ermetici.

M.F. - Comunque nelle sue prose non parla certamente bene di un’adunata oceanica avvenuta in Piazza Venezia, in cui descrive molto ironicamente questo fatto.

V.S. - Egli era anche in grado di guardare in modo distaccato le cose, amava distinguersi, non voleva essere considerato un insensato fascistotto.

M.F. - In effetti in più di un’occasione, se dobbiamo prestar fede a quanto scrive in Un disegno di Scipione, egli pur essendo stato ufficiale dimostra di non amare le divise, ma soprattutto di non amare il militarismo. Inoltre c’è una poesia ( Canzonette in Età della Luna ) che pressappoco dice: quelli che sono andati fuori, che sono partiti per la guerra, hanno lasciato le loro donne, le quali poi hanno avuto il tempo di consolarsi unendosi con i ragazzi: cioè i fessi sono partiti e sono morti, e le loro donne hanno trovato come occuparsi con i giovanotti.

V.S. - La cosa è probabilmente autobiografica; si racconta infatti che una sua donna fosse la moglie di un ufficiale. Cosa che abbiamo saputo in seguito da lui nell’età matura non da ragazzo.

M.F. - A parte i suoi sentimenti, il legame affettivo nei riguardi della famiglia e di tutti voi, Sinisgalli sentiva i problemi degli altri, era portato, cioè, ad essere sensibile innanzi alla miseria e ai problemi del Sud che ci sono sempre stati e forse ci saranno? Questo è, secondo me,  molto importante perché tira con sé il discorso delle sue idee politiche, per conoscerle.

 V.S. - Questo è un aspetto abbastanza difficile da sceverare, perché Leonardo era semplicemente il tipico meridionale che si disinteressava della politica. Inoltre chi è nato in un paese non vive facilmente se si mette ad osservare i guai e i problemi degli altri.

 M.F. – Allora possiamo dire che  la sua arte fu in generale un’arte disimpegnata?

V.S. - Sì, se per impegno vogliamo intendere semplicemente quello politico. Per lui la politica era una cosa trascurabilissima, forse perché ai suoi tempi l’intellettuale meridionale se ne interessava troppo.

M.F. - Nell’intervista rilasciata a Roma nel ’74 quando, parlando della poesia, Trufelli gli chiede: “ Che rapporto c’è tra la sua poesia e la storia, fra la poesia e la società? “; egli risponde: “ la mia poesia è astorica, non ha nessun legame con i fatti della società”. Ora il fatto che Sinisgalli definisse la sua poesia  astorica, a mio modo di vedere, deve essere posto in relazione con la natura stessa  della sua arte , dato il suo legame con gli ermetici, oppure nasceva da una sua precisa e particolare scelta che escludeva l’impegno, per cui egli faceva dell’arte qualche cosa in cui la politica non vi sarebbe dovuta entrare?

V.S. – Sì, è vero, è vero questo. Ma non dimentichiamo che per lui l’arte era anche e soprattutto un gioco, la stessa poesia era per mio fratello un gioco, un gioco di grande abilità direi. Per questo nei suoi versi, oltre alle rime e alle solite figure, è possibile trovare i numeri e le geometrie. Leonardo concepiva spesso la costruzione poetica come lo svolgimento di un teorema, meglio se non conosciuto e perciò indimostrabile.

M.F. - Certamente per Sinisgalli, almeno all’inizio, la poesia fu un impegno alquanto difficoltoso. Ciò è testimoniato dal fatto che egli non avendo inizialmente i numeri, non possedendo la tecnica, andasse in prestito alle matematiche per allestire i suoi testi.

V.S. - Sì è vero. Inoltre egli, dovendo operare una scelta tecnica ricorse alla più difficile, la più complicata delle regole, quella dei “quanta”, che, se per noi risulta astrusa, mentre per uno come lui abituato a che fare con i numeri e a ragionare sottilmente risultava evidentemente di non difficile accesso.

M.F. – Potremmo  ricordare a questo proposito il bellissimo episodio del collegio di Caserta, quello del famoso problema che viene svolto a gara, dove egli parla di questa sua straordinaria capacità del calcolo effettuato in modo mirabile. Questa abilità nel maneggiare i numeri fu in Leonardo un dono di natura o è maturata nel tempo con lo studio?

V.S. – Anche se non si può dire che si tratti in assoluto di un fatto congenito, posso dire  che è anche una dote naturale che si tramanda in famiglia, visto che anche mia figlia Valeria la possiede.

 

M.F. - Tornando al ruolo dell’intellettuale e al compito che egli riservava alla sua poesia, è opportuno definire Sinisgalli un poeta del disimpegno?  

V.S. -  Una tale definizione del ruolo del poeta alcuni anni fa sarebbe risultata quasi offensiva. La stessa espressione sarebbe suonata quasi un’offesa, soprattutto negli anni ’50 allorché fioriva il mito di Scotellaro, che, secondo me fu strumentalmente costruito dai partiti della sinistra. A dire il vero non fu tanto il Partito Comunista, quanto piuttosto quello Socialista a strumentalizzare il mito di Scotellaro, esaltando la figura del poeta-contadino e soprattutto ponendo in risalto nella sua poesia gli aspetti epico-politici.

M.F. -  Anche in Scotellaro vi sono, tuttavia, diverse ragioni e motivi che contribuiscono ad avvicinarlo alla poesia più importante, come ad esempio nozioni di ermetismo e una ripresa non solo imitativa di temi fondamentali .E’ questa la lezione più importante che giunge al più giovane poeta dallo stesso Sinisgalli che gli trasmise cose che a mio modo di vedere sovrastano anche l’intenzione politica e sociale della sua poesia.

V.S. -  Impegno o non impegno, una cosa comunque è certa: Scotellaro cominciò ad essere poeta sulla traccia di Sinisgalli. Ciò è testimoniato da una famosa lettera, alla quale fa riferimento anche il Contini, scritta su carta da macellaio nella quale Scotellaro si rivolge appunto al più noto poeta chiedendogli aiuto e protezione. Inoltre nel 1944, non so se a quella data egli scrivesse già poesie, quando ancora era ragazzo venne a Montemurro per incontrare Leonardo, uomo già fatto e scrittore affermato. La cosa è documentatissima anche in senso fotografico nella biografia  Un poeta come Sinisgalli .

M.F. - Se a distanza di tanti anni non è possibile per noi risalire completamente alle idee politiche di L. Sinisgalli vorrei almeno avere un’idea, se è possibile, delle sue simpatie politiche.

V.S. - Non è possibile avere delle certezze, neanche noi familiari siamo sicuri, soprattutto per la sua reticenza a parlarne. Forzando le ipotesi, si potrebbe pensare che votasse per il P.C.I. non fosse altro perché a Roma la maggior parte dei suoi amici erano di sinistra, a cominciare da Alicata e poi nel dopoguerra a tanti artisti, soprattutto pittori e scultori come Consagra, Turcato e altri che,come anche il poeta lucano Michele Parrella, non facevano mistero di essere comunisti. Ma in generale credo che Leonardo non scegliesse i suoi amici artisti in base al loro colore politico.

M.F. - A mio modo di vedere vi è una fondamentale ragione che impediva a Leonardo di votare per il P.C.I. : sarebbe stato contro i suoi personali interessi. E’ risaputo che i comunisti non erano propriamente favorevoli alla cultura industriale. E Leonardo, almeno inizialmente, era stato simpatizzante della “Cultura del Progetto” di Adriano Olivetti e del suo movimento Comunità.

V.S. - Nel dopoguerra Leonardo era ancora in rapporto con la Olivetti e ne ricevette lo stipendio fino al ’48. Credo, pertanto, che ne fosse al corrente e condividesse, non fosse altro che per ragioni di lavoro, in parte le idee del gruppo. Ciò è testimoniato anche dal fatto che fu proprio lui, per essere un pubblicitario, a trovare la sigla e il logo dello stesso movimento olivettiano: la famosa campana delle Edizioni di Comunità che tante volte abbiamo visto.

M.F. - Ma dopo il ’48 il gruppo Comunità venne assorbito e fagocitato dalla Democrazia Cristiana e l’intenzione dell’Olivetti di creare un partito fu messa da parte in quanto don Sturzo,erede del Partito Popolare, riuscì ad annullare questo disegno. Perché accadde ciò?

V.S. - Adriano era anziano ormai; e anche l’entusiasmo di Sinisgalli per il grande vecchio nato nel ’35 all’epoca del Quaderno di geometria dal ’45 in poi si era venuto un po’ raffreddando dal ’45.

M.F. - Il fatto che l’idea di Adriano Olivetti, cioè quella di creare un partito, non trovasse attuazione come fu accolto da Leonardo?

V.S. – Ritengo che l’idea stessa risultava un poco arrischiata allo stesso Leonardo, il quale odiava gli improvvisatori e i dilettanti ed era convinto che ognuno doveva  fare il  proprio mestiere.  

 

M.F. - Se ammettiamo che Sinisgalli condividesse le idee olivettiane dobbiamo ritenere che egli fosse d’accordo con lui circa il modo di risolvere i problemi del Sud, cioè di sanare i limiti e sciogliere i nodi storici del Meridione con una politica degli investimenti: nel senso che sia lo Stato che la grande impresa avrebbero potuto con la loro azione congiunta portare a soluzione la questione del notevole ritardo storico che in quel frangente separava il Meridione dal Nord d’Italia. Era questo, un modo per risolvere la cosiddetta questione meridionale?

V.S. - Ma queste sono cose che sono venute dopo. Nessuno pensava che esistesse una questione meridionale non solo all’epoca della giovinezza di Leonardo, ma forse, neanche nella mia. La questione meridionale è una cosa più recente, starei per dire attuale.

M.F. - Ma è una questione diffusa già da tempo.

V.S. - E’ vero, sono cinquant’anni che se ne parla, ma ai nostri tempi era una cosa non direi tanto da intellettuali quanto da politici.

M.F. - Allora in quelli che definisci “ i vostri tempi “ i problemi del Sud non erano sentiti?…

V.S. - Non erano problemi.

M.F. - In che senso?

V.S. - Nel senso che riguardavano più i politici che la gente come noi. Anzi direi di più: uno come Leonardo, che vedeva tutti i cambiamenti e tutte le stranezze che erano successe dal dopoguerra in poi, tendeva più a rimpiangere quello che era stato che quello che era venuto dopo. Più o meno il suo stato d’animo era questo.

M.F. - Che cosa rimpiangeva del passato dopo il ’45?

V.S. - Certamente l’unità della famiglia. Egli non si preoccupava molto dei problemi della storia e della politica, ma rimpiangeva le cose familiari più care: la vigna era stata venduta, le sorelle erano morte. Inoltre, quando tornava vedeva sempre più gente nuova, che aveva sentimenti e mentalità diversi da uno come lui che era vissuto per tanto tempo in città.

M.F. – Ciò spiega perché la poesia fosse per lui prevalentemente evasione. Ma da che cosa voleva evadere scrivendo poesie?

V.S. - Dalla città, credo, dalla cosiddetta civiltà urbana; anche se, detto così, potrebbe sembrare una stupidaggine, perché in effetti la città fornendogli gli elementi fondamentali di una vita brillante gli aveva dato anche il successo.

M.F. - Quale è, allora, l’elemento generatore della sua poesia?

V.S. - Essa nasce dalla perdita del mondo originario, al quale il poeta guarda con rimpianto. In fondo Sinisgalli era un nostalgico, ma la sua non era la nostalgia delle canzonette, era al contrario il dolce-amaro sentimento del ritorno che ispirava molti dei suoi versi. E’ significativo il fatto che non esiste nessuna poesia di Leonardo, tranne Narni – Amelia Scalo, che parli della grande città e della civiltà industriale, che pure erano cose che egli conosceva benissimo. In effetti la maggior parte dei temi e dei contenuti delle sue poesie sono tutti legati alla terra: il mito della terra-madre, il mito del padre, il mito del paese, l’amicizia ( se autentica ), l’infanzia, i giochi.

M.F. - So bene che in questo campo non sono ammesse le semplificazioni; ma volendo schematizzare al massimo è possibile con una parola definire la sua poesia?

V.S. - La poesia per Leonardo è ritorno al passato, al suo passato al quale egli spesso regredisce proprio per l’intervento del ricordo e della memoria lirica, strumenti fondamentali che gli aprono la porta del passato e della sua storia scorsa. Per questo Sinisgalli è un grande lirico, anzi appartiene alla grande famiglia dei lirici moderni da Leopardi ai grandi del ‘900, soprattutto i francesi da Baudelaire a Valèry.

 

M.F. – Un altro importante aspetto che certamente merita attenzione è il rapporto di Sinisgalli con il disegno. Perché a un certo punto Leonardo, dopo aver composte le sue ultime poesie di un certo valore, dimostrò un costante interesse per questa attività, che in un certo qual modo era nuova per lui?

V.S. - Se vogliamo essa non era propriamente una novità, se è vero che egli, essendo ingegnere, conosceva perfettamente le tecniche del disegno, quei procedimenti che  aveva già utilizzato al tempo di “Civiltà delle Macchine”. Ma fu solo nella tarda età che egli riprese a disegnare con una certa continuità approfittando anche delle conoscenze che aveva acquisito sui banchi di scuola.

M.F.-  Come accade che il disegno sostituisca progressivamente la poesia?

V.S. - Egli dice in un’intervista che il disegno, che apparentemente può sembrare più complicato, gli riusciva in un certo senso più semplice, perché bastava avere qualche base per costruire, almeno in senso materiale, più facilmente una tavola che una poesia.

M.F.- Perché egli dice, almeno inizialmente, di non avere nemmeno l’abc del disegno?

V.S.- Io credo invece che ce l’avesse, in quanto aveva frequentato le scuole tecniche dove in quel tempo si facevano disegni geometrici col compasso.

M.F.- Egli probabilmente possedeva la tecnica del disegno, ma la pittura è altra cosa, pratica diversa e molto più difficile!

V.S.- In effetti proprio per questo egli si è fermato all’acquarello, non ha mai tentato la tecnica ad olio che risaputamente è molto più complicata, ma si è limitato al disegno e allo scarabocchio.

M.F.- Nel disegno sinisgalliano c’è la presenza di motivi espressivi che vanno al di là della pura e semplice rappresentazione della realtà? E’ il caso di parlare di simbolismo anche a proposito del disegno?

V.S.- Sì, non di rado accanto al figurativo è possibile trovare nelle sue tavole anche oggetti particolarmente significanti, come ad esempio il nibbio alato, uccello leonardesco che naviga nel cielo al di sopra di un paesaggio montemurrese.

M.F.- Con la sua immagine alata l’uccello è un oggetto ricorrente anche nella poesia sinisgalliana. Che significato ha?

V.S.- Sta ad indicare lo sconfinamento nel mondo ideale, il bisogno di staccarsi dal concreto, il desiderio di libertà.

M.F.- Sinisgalli nei suoi scritti collega frequentemente la poesia al mondo dell’infanzia, in quanto la poesia si manifestò giovanissima in lui. Dice infatti una breve lirica, non a caso intitolata Primavera:« Vicoli verdi e viola/ al mattino.Di sera/ la ressa delle nottole/ fuor dalle cantine./ Tra i cespi di basilico/ piantato nei pitali/ al bambino poeta spuntavano le ali». Questo ricollegare il mito dell’infanzia all’immagine alata vuol dire che l’uccello significava nella sua simbologia la poesia stessa?

V.S.- Certo, del resto non mancano nel passato esempi simili: dal cigno di Pindaro all’albatro di quel Baudelaire che egli amava profondamente.

M.F.- Se è vero che il disegno non sostituisce interamente i versi, tuttavia è possibile parlare, ad una certa data, di un esaurimento della vena poetica in Sinisgalli, per cui egli sente di non essere più poeta o di non esserlo fino in fondo, in quanto trovava difficoltà nel costruire i suoi versi?

V.S. - Sì, lui stesso dice in  Dimenticatoio che la poesia,  sua antichissima passione, gli richiedeva sacrifici sempre più grandi, per cui essa, per la sua stessa natura non gli veniva più facile.

M.F. – Forse proprio per questo nel Furor ad un certo punto Leonardo si serve di una metafora che rivela una sua nascosta passione, quella per le donne. Sinisgalli era molto amante del sesso debole?

V.S.- Relativamente e misuratamente.Comunque la sua fama di dongiovanni nasceva forse dal fatto che egli aveva in paese dei coetanei che avevano fama di donnaioli e se ne vantavano, per cui questa qualifica era rimasta pure a lui dalla giovinezza.

M.F. – Il primo incontro con le donne mi pare che Leonardo lo tratti proprio in un capitolo molto importante del Furor mathematicus, nel quale volendo giustificare l’abbandono degli studi presso i suoi coetanei maestri, fra i quali c’era anche Enrico Fermi, dice che si sarebbe potuto trovare fra quelli che scoprirono l’atomica, ma fu distratto da altre ragioni: una di queste ragioni furono le donne. Dice che fu uno dei suoi amici a fuorviarlo portandolo in un bordello e facendogli conoscere una donna dalla testa di bue e dai capelli rossi. L’altra ragione che egli adduce di aver abbandonato gli studi dei neutroni e della fisica nucleare è quella di essersi dedicato alla poesia. Ma sempre donne sono, in quanto qui egli fa riferimento alle Muse, un pò come fa Boccaccio nel prologo del Decameron dove dice che le muse lo trassero dalla loro parte. Io sostengo che la metafora delle donne è un argomento ricorrente nell’esistenza umana e artistica di Sinisgalli. Infatti anche quando vuol dimostrare la differenza che c’è tra il disegno e la poesia usa, diciamo così, una metafora donnesca. Egli dice che la poesia è una cattiva compagna nel senso che richiede una dedizione totale, cioè è una donna che non ama dividere il suo partner con altri: cioè la poesia è un’esperienza che richiede una fedeltà totale, a chi la pratica non è possibile distrarsi, non è possibile abbandonare questa donna. Mentre il disegno, lui dice, è una donna diversa nel senso che tollera pure qualche scappatella: cioè lui dipinge, disegna e ogni tanto ritorna a comporre  versi o si dedica ad altre attività.

V.S. - In effetti il disegno risultava più un fatto tecnico, egli probabilmente voleva dire che è possibile fare un bel quadro senza concentrarsi assolutamente con la ragione e forse concentrarsi poco o addirittura distrarsi, cosa che non poteva accadere con la poesia.

M.F. - Dove e in quali momenti Sinisgalli si dedicava al disegno?

V.S. - Qui a Montemurro per strada è stato visto da tutti percorrere le strade con le sue matite e i suoi album sotto il braccio. Non usava come si vede, accorgimenti tecnici particolari, perché Leonardo era convinto che bastasse un album e dei pastelli per dipingere e disegnare. Lo faceva durante i suoi ritorni al paese. A Matera è stata fatta una mostra dei suoi disegni e dei suoi acquarelli ed esiste anche un catalogo, “il Labirinto”, che elenca belle tavole.

 

M.F. -  Nelle sue lettere Sinisgalli nomina talvolta  un certo Accrocca. Chi era e in che rapporti era con lui?

V.S. - Era un poeta meridionale che aveva avuto una serie di guai, gli era morto anche un figlio in un incidente automobilistico e questo faceva una certa impressione a Leonardo che era molto umano. Queste sono cose che colpivano uno come lui che era nato a Montemurro, dove non si nuotava certamente nell’oro.Questa umanità egli la dimostrava soprattutto nei riguardi dei giovani talenti. Infatti quando degli intellettuali o dei giovani artisti si trovavano in difficoltà egli era pronto a sostenerli

 

M.F. - Racconta  Pietro Consagra, un pittore che egli frequentava a Roma, di aver ricevuto molte volte da lui del denaro. Forse anche per questo lo definiva “il più facoltoso dei poeti”. Ciò fa pensare che Sinisgalli, disponendo di molto denaro, fosse molto ricco. 

V.S. - Ricco! Egli stava bene, ha avuto sempre stipendi ottimi già dall’epoca giovanile quando collaborava con l’Olivetti della quale azienda era uno dei direttori. Si sa che allora le industrie pagavano bene. Quando uno stipendio era in media di 500 lire al mese Leonardo ne guadagnava 3.000. Egli non aveva certamente problemi economici; ma talvolta, non tanto per generosità quanto piuttosto col desiderio di voler dimostrare di avere una qualche disponibilità, gli piaceva per vanità o spavalderia  meridionale ostentare una ricchezza eccessiva.

 

M.F. – L’autore del Furor parlava bene o male dei suoi datori di lavoro, gli industriali?

V.S. - Di Adriano Olivetti benissimo, lo definiva addirittura adorabile. Dei Pirelli parlava un po’ meno in quanto non c’era tra loro, anche a causa della differenza di età,  molta confidenza, essendo all’epoca del loro incontro i Pirelli dei vecchi signori che avevano già superato la settantina. In compenso Leonardo ebbe sempre buoni rapporti con i suoi superiori, addirittura amichevoli con Luraghi, manager e responsabile incaricato dai padroni dell’impresa. 

M.F. - Negli anni ’50 Sinisgalli ha lavorato anche con l’ENI. Quali furono i rapporti con Enrico Mattei?

V.S. - Mio fratello diceva di trovarsi malissimo con lui perché Mattei si comportava come un maresciallo e spesso egli non ne sopportava l’autorità.

M.F. - Ma neanche lui scherzava in fatto di autorità. I suoi dipendenti ricordano ancora oggi le sue proverbiali infuriate. Anche Tedeschi – che è stato un suo dipendente – dice che Leonardo era una specie di sergente di ferro in quanto voleva un’assoluta puntualità e richiedeva un impegno senza distrazioni.

V.S. - Leonardo era esigente più che eccessivamente rigido. Una cosa comunque è certa, non tollerava gli errori, soprattutto quelli di ortografia, perché lui stesso prima di tutto e di tutti era molto preciso.Inoltre non amava i dilettanti, era convinto che fosse inutile, come raccontare favole, impegnarsi in un’impresa senza avere alle spalle la necessaria preparazione. Questo probabilmente rientra nel temperamento dell’uomo del Sud una volta che sia arrivato a conseguire con difficoltà certi risultati. Proprio per questo Leonardo  esalta più di una volta l’uomo del Sud, in particolare magnifica le qualità del tipo lucano, soprattutto la volontà e l’intelligenza e tutte le altre doti, a cominciare dalla tenacia e la forza di sopportazione, dimostrate in passato dai nostri conterranei in diverse occasioni. Montemurro è una fucina di maestri anche a questo proposito.

 

M.F. - Vorrei tornare a parlare, se me lo consenti, dei vostri affetti intimi e in particolare dei tuoi rapporti con Leonardo. Che cosa egli ha rappresentato e significato per te?

V.S. - Per quel che in questo caso può interessare, che cosa ha rappresentato o significato per me, suo compagno di strada e collaboratore, oltre che fratello. Vantaggi immediati, spinte, raccomandazioni, certo, più di una, ma per la verità, sempre misurate col contagocce, come una esclusiva presa, dovrei dire ingoiata malvolentieri.

M.F. - Gli rimproveri forse di non aver fatto molto per la tua personale carriera?

V.S. - Non dico questo, sarei un ingrato.Ma l’uomo era severo ed esigente. Suggerimenti, esortazioni ne ho avuti tanti, naturalmente; purché fosse però il momento e il luogo opportuno; mai di prima mattina, per esempio, e tanto meno in situazioni critiche. Alla fine della giornata, al calar della sera, allo spuntare di una bella stella, poteva anche chiudere un occhio. E allora, in quei rari frangenti, si poteva anche immaginare che avremmo potuto aprire insieme le porte del cielo, come quelle coppie memorabili di fratelli di cui si parla tanto: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, Edward e Jules, Giorgio e Alberto.

M.F. - Tutti sanno che è stato proprio Leonardo ad assecondare la tua passione per le lettere, allorché, chiamandoti a Milano nel 1950 ( l’anno del Furor mondadoriano ) e presentandoti allo stesso editore, ti ha dato la possibilità di far parte della redazione del settimanale” Epoca” e di altre riviste.

V.S. - Non posso certamente negarlo. I tempi erano difficili, in particolare per uno come me, laureato in giurisprudenza e non propriamente nato con la penna in mano.

M.F. - Prima di pubblicare i tuoi articoli, che apparvero nei primi anni ’50 sulle riviste” Pirelli”, “Domus” e “Comunità”, avevi l’abitudine di far leggere i tuoi scritti a Leonardo per averne la sua approvazione?

V.S. - Nei primi tempi sì. Ma non credere che ne avessi per questo da lui molti elogi. Qualche incoraggiamento sì: “Vai avanti” o cose di questo genere; ma niente di più. Comunque questa sua, chiamiamola così, austerità mi è stato di molto aiuto soprattutto all’inizio in un periodo in cui dovevo imparare a sostenermi da solo, quando una mia collaborazione non era pagata più di 15000£ e riuscivo a vivere con 25000 lire al mese. Tuttavia, in seguito le cose andarono meglio a Roma al tempo di “Civiltà delle Macchine” ( 1953-1958 ), allorché ebbi l’incarico di redattore unico di quella straordinaria rivista.

M.F. - C’è chi sostiene che spesso preferivi firmare i tuoi articoli utilizzando il cognome materno, Lacorazza, piuttosto che utilizzare quello più noto e sicuro di Sinisgalli. Perché?

V.S. - Il fatto che avessi un fratello illustre mi ha dato qualche vantaggio ma mi ha anche procurato imbarazzo....  

 M.F. - Fino al punto di desiderare di volerti distinguere da lui?

V.S. - In realtà la vita con lui è stata per lo più una sfida e un confronto continui, senza che noi fossimo né sportivi né politici. Abbiamo militato insieme negli stessi campi, lavorato nelle stesse stanze, mietuto gli stessi allori, per lunghi periodi, per anni; lui maturo, io giovane; lui campione, io gregario; lui stregone, io apprendista. Il risultato è stato che ha vinto sempre lui, e a me è rimasto il mestiere, la penna, la macchina da scrivere, e qualche rammarico.

M.F. - Dal tempo della vostra separazione, quando in seguito hai deciso di venire a Montemurro ( 1988 ), Leonardo ha dimostrato di interessarsi alla tua vicenda?

V.S. - No, minimamente. Anzi, tutti si domandano perché stranamente dopo la sua morte egli non mi ha lasciato la casa dove siamo nati. Come se gli avessi fatto qualche cosa.

M.F. - Ti amava Leonardo?

V.S. - Non so, probabilmente. Un fatto comunque è certo: tra di noi vi erano quasi vent’anni di differenza.

M.F. - Tuttavia, almeno una volta ha dimostrato di interessarsi a te con affetto, come risulta da un racconto di Belliboschi, dove descrive, il suo famoso Viaggio a Montemurro proprio nell’anno del tuo esame di maturità (1944 ).

V.S. - Ciò non vuol dire che da parte sua ci fossero continue dimostrazioni d’ affetto. Queste avvenivano piuttosto tra lui e le mie sorelle che egli adorava, soprattutto Annina, vissuta fino a due o tre anni fa, la quale lo ricambiava del resto di un amore ancora più forte. E’ certo che questo sentimento  non vi era tra me e Leonardo, il quale aveva nei miei riguardi solo un misurato atteggiamento protettivo.

M.F. - Credo che vi fosse nei tuoi riguardi, almeno a livello inconscio, una specie di avversione per aver tu occupato quello che un tempo era stato il suo posto accanto alla madre che egli venerava.

V.S. - Certo non gli era piaciuto che al ritorno di mio padre dall’America dopo vent’anni mia madre avesse un figlio, che era venuto a turbare, come un intruso, l’equilibrio dei suoi affetti. Per lui io ero una persona in più che dava fastidio. Non so come spiegarlo.

M.F. - Ci vorrebbe Freud per spiegarlo. Anzi lo ho già chiarito parlando del cosiddetto complesso di Edipo.

V.S. - Ma è un’altra cosa. Non si riferisce ai genitori?

M.F. - Sì, è quello che si verifica nel figlio che a livello inconscio odia il padre per eccessivo amore verso la madre. Io credo che in Leonardo ci sia stata una piccola componente edipica. Certamente egli conosceva  poco il padre.Gli rimproverava, inoltre, di essere stato abbandonato da bambino proprio nel momento di maggiore necessità e di aver abbandonato con lui anche la madre.

V.S. – Sarebbe stato impossibile dire queste cose alla presenza di mia madre, se ne sarebbe profondamente offesa; del resto nessuno di noi, né altri avrebbe avuto il coraggio di parlarne, data la sua indiscussa autorità che faceva valere anche nei riguardi di Leonardo. A tal proposito devo ricordare che solo dopo la sua morte egli ha avuto il coraggio di sposare Giorgia, che era una donna già sposata, divorziata e con tre figli.

M.F. – Infatti,  nel racconto del suo viaggio di ritorno a Montemurro nel ’45  Leonardo dice che temeva di portare a Montemurro la sua donna proprio perché era maritata, dimostrando se non proprio di subire almeno di temere molto l’autorità della mamma.

V.S. - Non direi solo che la subisse. Credo anche che nemmeno gli dispiacesse il fatto di avere una madre così.  Carmela Lacorazza era la tipica donna lucana, alla quale bisognerebbe fare un monumento. Io farei due monumenti, uno alle donne lucane e l’altro ai nostri maestri elementari che certamente meritano di essere ricordati nella storia. Anche Sinisgalli nelle sue prose ricorda con affetto il suo maestro, Vito Santoro, un napoletano che scoprendo le sue qualità si prese la responsabilità di dire a mia madre “questo ragazzo lo dobbiamo far studiare”, una bella responsabilità nel tempo in cui non c’era molta disponibilità. Mia madre aveva pensato, almeno inizialmente, di mandare il piccolo Leonardo a Sala Consilina, perché era il centro più vicino, quello meglio collegato dai mezzi pubblici, ma poi egli fu mandato a Benevento e di lì a Caserta per effettuare gli studi superiori.

M.F. - E’ possibile interrogare qualcuno dei paesani che in quel tempo ebbe con Leonardo qualche familiarità?

V.S. - E’ ancora vivente Angelo, quel ragazzo, che ha ora ottant’anni, che fece con Leonardo il primo viaggio. Ma è inutile interrogarlo, ogni domanda non avrebbe risposta. Del resto questo vale anche per altri qui in paese che lo conobbero, come ad esempio i suoi coetanei dalle cui labbra non è possibile ascoltare che scarsi racconti molte volte insignificanti e delle banalità.

M.F. - Qual’è la ragione di un tale comportamento?

V.S. - Da un lato dipende dal carattere tipico dei lucani, ma è dovuto anche al fatto che essi non hanno molto da dire, in quanto Leonardo, quando parlava con loro, non affrontava certamente discorsi complicati di matematica o di poesia, ma parlava di cose apparentemente inutili. Altrimenti non lo avrebbero capito.

M.F. - Sinisgalli era un uomo eccezionale, io sto vivendo, si può dire, con lui da alcuni anni per cercare di capire il suo carattere e la sua indole attraverso gli scritti.

V.S. - Il carattere di Leonardo non è difficile da capire per chi ha qualche consuetudine con lui.

M.F. - Nei riguardi degli amici come si comportava? Era affettuoso?

V.S. - No assolutamente. Non si usava qui da noi esternare l’affetto e non era neppure sua abitudine. Anche la moglie se ne lamentava. Per questo talvolta i loro rapporti erano conflittuali. Giorgia non riusciva a spiegarsi certi comportamenti di Leonardo, soprattutto non capiva i suoi silenzi. Inoltre era molto gelosa.

M.F. - Era giustificata questa sua gelosia?

V.S. - In parte, perché mio fratello, specie negli anni della maturità, volle riprendere un pò le vecchie abitudini montemurresi di dongiovanni.

 

M.F. – Partendo da un dato lirico-documentario vorrei tornare sulle relazioni di Leonardo con il Sud, un argomento che abbiamo lasciato in sospeso. C’è una poesia di Leonardo intitolata Insegna, che viene ricordata dai critici perché Sinisgalli adotta qui per la prima volta il dialetto, ma che si presta, secondo me, anche ad una interpretazione sociologica della lirica del Nostro. A questo proposito interessa soprattutto l’ultima parte che suona così:«Nessuno la vuole la sapida /scherda, non c’è/ più fame al mondo,/ nemmeno quaggiù/nel sud profondo/di merda». Ora a parte la rima forse difficile da trovare, perché la parola “scherda” presentava non poche difficoltà, che significato possiamo trarre dalle conclusioni?

V.S. - La “scherda” era un pezzo di baccalà salato che veniva esposto all’aria per fargli perdere il cattivo odore. Il fatto è avvenuto qui vicino nel vicolo a fianco dove vive ancora la donna  che aveva l’abitudine di esporlo. Ma la conclusione un pò strana della poesia ( l’utilizzazione della parola “merda”) è prima di tutto dovuta al fatto che qui in paese non esistevano i servizi igienici, per cui la “merda” era tutta qui in questo Libritti che si ritrova alle nostre spalle.

M.F. - Senza escludere il dato realistico, secondo me, la lirica insiste di più su una situazione storica: le cose nel Sud erano cambiate, anche se non era proprio stata risolta la fame, certamente erano state superate molte difficoltà. Quando è stata scritta questa poesia?

 V.S. - E’ della metà degli anni ’70. E’ vero a quella data erano avvenuti qui da noi notevoli cambiamenti. Ma non è il caso, secondo me, di dare a quei versi un esclusivo significato sociologico. Io mi limiterei al valore letterale della lirica e mi fermerei a considerare piuttosto il significato del baccalà in sé e per sé che una volta era un pranzo da re. Anche Leonardo ne andava pazzo, tra l’altro; pare proprio che una mangiata di baccalà in una trattoria romana sia stata la causa del suo infarto. Il baccalà, mangiato anche di sera, fu, per un uomo di settant’anni come lui, una terribile cannonata.

M.F. - Sinisgalli amava mangiare pesante?

V.S. - Non tanto pesante, quanto piuttosto saporito. Questo era un altro motivo di dissidio con Giorgia, che era abituata molto bene in quanto apparteneva ad una famiglia piuttosto agiata di Roma, era nobile per parte di madre. Io spesso ero invitato da loro, e posso dire che non vi era un compleanno che andasse bene al povero Leonardo, le cui abitudini erano diversissime da quelle della moglie.

 

M.F. - Osservando il volo delle mosche in questa stanza mi è venuto in mente che Sinisgalli ha scritto una raccolta di poesie intitolata  Mosche in Bottiglia .... Insomma queste mosche?

V.S. - Era uno scherzo che facevamo una volta da fanciulli. Vista anche la frequenza delle mosche da queste parti, da fanciulli bastava metterne una in una bottiglia per inventarsi un bel divertimento.

M.F. - La mosca è un ittero schifoso e un insetto fastidiosissimo. Il poeta però non ne parla in questi termini, anzi ne parla con affetto perché?

V.S. - Perché le mosche, come i cani, erano qui da noi animali familiari, e si attribuivano ad esse molte virtù. Erano prima di tutto degli indicatori del tempo, e per questo nelle case si notava la loro presenza e la loro assenza, e se ne parlava. Quando le mosche entravano in casa annunziavano il bel tempo, quando sparivano significava che il freddo era alle porte e se ne parlava. In fondo esse significavano la casa, la casa lucana e la loro stessa presenza stava a confermare il legame familiare.

M.F. - Sinisgalli era attratto dalle mosche anche per un’altra ragione: il volo. Egli aveva studiato a fondo l’altro Leonardo, certamente più noto, il quale ha indagato le ragioni del volo. Egli però ad un certo punto non tanto si ferma a considerare il pregio del volo degli uccelli, quanto piuttosto il volo straordinario di una mosca, arrivando a sostenere che la mosca è addirittura superiore all’uccello. Perché?

V.S. - Perché essa è più vicina, più immediata e la puoi vedere stando seduto a casa al chiuso di una stanza, mentre l’uccello devi fare molte strade per andare a cercarlo.

M.F. - La mosca potrebbe anche significare la poesia dell’ultimo periodo? Questi voli del particolare, il poeta che non è più in grado di inseguire gli uccelli alti, di fare la grande poesia è costretto a cogliere gli aspetti minori, un volo più basso.

V.S. - Certamente.

M.F. -  Mosche in Bottiglia  è la terzultima raccolta del poeta, poi viene  Dimenticatoio  e per ultime seguono le cosiddette Imitazioni dell’Antologia Palatina, laddove Sinisgalli traduce, interpretandoli liberamente, gli epigrammi raccolti in questa silloge dell’età alessandrina. Come si spiega questo suo ultimo interesse per la cultura  letteraria classica?

V.S. - La critica spesso aveva avvicinato la struttura epigrammatica di molte liriche di Leonardo alle brevi composizioni dell’età ellenistica, per cui egli se ne era interessato inizialmente più per curiosità, poi siccome diceva che non bisognava sprecare nessuna fatica si era messo a tradurle per emulare quei modelli antichi. Diceva spesso che uno dei suoi rimpianti era quello di non aver fatto gli studi classici e di non aver studiato il greco.

M.F. - Tuttavia nella sua cultura la presenza dei classici si sente, non solo quella dei matematici e degli scienziati ma addirittura quella dei filosofi come Platone o Socrate.

V.S. - La sua curiosità di sapere lo aveva spinto in età matura ad effettuare queste letture, soprattutto quelle filosofiche anche se non rientravano, come si dice, nel suo piano di studi. Egli aveva fatto gli studi tecnici pertanto tutto ciò che fa pensare al classicismo è venuto in seguito.

M.F. - Leonardo racconta di aver conseguito la maturità lo stesso anno della Riforma Gentile.

V.S. - Sì. E fu complicata la cosa, perché dovette sostenere a Napoli l’esame da esterno. Ma andò benissimo in quanto prese voti altissimi in tutte le discipline meravigliando la commissione soprattutto per le sue conoscenze scientifico-matematiche.

M.F. - Sinisgalli, secondo me, era un genio come ce ne sono pochi, anche per questo ho preso ad amarlo e sto vivendo, come ho detto, da tempo con lui. Soprattutto sono stato affascinato dalla sua figura di intellettuale molteplice, e dal complesso miscuglio dei dati della poesia cui mirabilmente si consertano altre e diverse esperienze intellettuali che meritano di essere indagate e conosciute a fondo. Ma, a parte qualche occasionale riferimento, oggi sembra che la figura e l’opera di  Leonardo Sinisgalli non abbiano il dovuto riconoscimento; anzi in questi ultimi anni a lui è toccata la sorte di essere un pò dimenticato o addirittura ignorato dalla critica. Eppure la notevole statura del personaggio intellettuale e del poeta meriterebbe un trattamento migliore di quello che attualmente gli riserva la nostra cultura ufficiale.

V.S. - Se fossimo in Francia con questi dati si farebbe il Club di Sinisgalli, come esistono già “gli amici” di Sthendal o di Baudelaire. I Francesi su un autore si sforzano di sapere tutto non solo ciò che ha scritto ma anche i dati minimi come ad esempio le note spese di un anno o addirittura quelle di un giorno. Queste cose piacevano molto anche a Leonardo.

M.F. - A me, tuttavia, non interessa l’aspetto erudito di Sinisgalli, per cui non vado alla ricerca di notizie minute, ma prima di tutto ritengo sia necessario conoscere la sua personalità di uomo, di intellettuale e di artista per esprimere infine un giudizio sulla sua poesia. E per fare ciò è necessario vedere prima di tutto Sinisgalli nella sua totalità, analizzare la concordia discorde delle sue molteplici qualità, per concentrare infine l’attenzione sulla sua straordinaria letterarietà e sul valore altissimo dei versi.

V.S. - In effetti nell’opera di Leonardo, proprio per la vastità della materia, vi sono vari filoni, per cui non sarebbe un male che qualche istituto se ne occupasse e vi fosse chi coordinasse le varie ricerche. Certamente non è sufficiente limitarsi ad intitolare qualche scuola con il suo nome. Egli andrebbe conosciuto più a fondo e una tale conoscenza può nascere solo da attenti studi.

M.F. - Comunque non pochi problemi nascono dalla difficoltà di rintracciare le opere dello scrittore, prevalentemente pubblicate in passato da Mondadori e riedite talvolta da altri editori solo a brani e in antologie scolastiche, che certamente fanno sentire il bisogno e la mancanza dell’opera omnia.

V.S. - Sinisgalli è un autore che merita di essere conosciuto interamente, ma per far ciò bisogna partire dalla storia, considerarne prima di tutto lo sviluppo storico. In questa prospettiva  assume un particolare rilievo la sua posizione di intellettuale e la risposta che egli ha saputo dare al problema delle due culture.

 

M.F. - Certamente. Questo problema è sicuramente importante; ma l’analisi critica di Sinisgalli non si esaurisce solo nel trattare il problema delle due culture. Occorre considerare quella che io definisco la sua “pluridimensionalità”, cioè la sua molteplice e versatile attività di pubblicitario, di designer etc. , cioè di addetto ai lavori, che cronologicamente corrisponde al periodo che va dalla Milano degli anni ’30 a Civiltà delle Macchine, durante il quale si consumò anche la sua fondamentale esperienza a contatto con il clima delle avanguardie.

V.S. - Occorre però ricordare che la prima formazione di Leonardo, non solo quella tecnica, ma anche quella artistica e poetica, avvenne a Roma precedentemente.

M.F. - Certo il primo periodo Romano, tra il 1926 e il ’32, è fondamentale per comprendere  non solo la sua preparazione tecnica  ma anche quella artistica avvenuta a contatto dei pittori surrealisti, soprattutto Scipione e Mafai, e degli Ermetici,  in primis  Ungaretti che tenne a battesimo i cosiddetti ermetici meridionali, De Libero, Gatto oltre allo stesso Sinisgalli.

V.S. - Tale periodo è anche caratterizzato dall’incontro con i matematici, tra i quali spicca la figura di Fantappiè, sostenitore di un’originale teoria: Sintropia.

M.F. – Io ho intitolato proprio “Sintropia” il capitolo dove mi propongo di spiegare la nascita della poesia di Leonardo ricorrendo proprio al termine utilizzato da Fantappiè nella sua teoria per spiegare la successione dei fenomeni che secondo lui non si svolgevano da un principio alla fine, andando avanti nel tempo, ma a ritroso. Io sostengo che Sinisgalli  ha applicato in senso lirico la teoria scientifica di Fantappiè: la poesia è una ricostruzione del tempo a ritroso, a rebour  dicono i francesi. Pertanto ha ragione chi definisce Sinisgalli il “Proust italiano”, perché sua fondamentale intenzione è quella di ripercorrere il tempo a ritroso e di ricostruirlo in senso estetico, di sostituire cioè all’entropia, alla distruzione cosmica, la ricostruzione estetica.

V.S. - Sì, del resto non mancavano in Francia filosofie, come ad esempio quella di Bergson, che erano state utilizzate in senso estetico. Non si dimentichi che lo stesso Proust era stato allievo di Bergson alla Sorbona.

M.F. – E’ certo che la poetica sinisgalliana non è facile da definire. Prima di tutto occorre scoprirla e liberarla dalle incrostazioni del pensiero, anche dove, come Intorno alla figura del poeta [3] egli sembra volerla riassumere interamente. Ciò che mi ha mandato veramente in crisi sono le famose 32 definizioni della poesia dell’  Horror Vacui .

V.S. - Sì quelle definizioni Leonardo le trasse dai famosi Cristalli di Killian.

M.F. - Ma qui chiaramente chi legge non capisce niente, giacché sembrerebbe che il poeta voglia ingarbugliare il lettore, per confondergli le idee senza fornirgli gli elementi necessari per capire che cosa è la poesia.

V.S . - E’ vero erano cose che irritavano anche i maestri, come ad esempio quel famoso Bertolucci che con Leonardo ha avuto qualche consuetudine.

M.F. - Secondo me c’è un solo modo per capire la poetica di Sinisgalli: leggere e rileggere a fondo e non una sola volta il  Furor Mathematicus . A parte il Quadernetto alla polvere, Cineraccio e altre poesie, è fondamentalmente il Furor Mathematicus ad offrire la migliore spiegazione della genesi della poesia di Sinisgalli.

V.S. - Tale genesi è a mio avviso anche molto semplice; si trattò per Leonardo di comporre da ragazzo qualche poesia, poi il problema fu quello di continuare o no. Ma come continuare?

M.F. - Ma io non mi riferisco al semplice fatto di arrivare a scrivere anche per caso, come dice lui, e di accorgersi poi col tempo che la poesia, pure iniziata un giorno per gioco, può divenire opera molto difficoltosa o addirittura impossibile. Il problema, a mio modo di vedere, è quello di scoprire come l’ispirazione si manifesta nel poeta e quali forze mette in moto. In questi termini essa non può essere spiegata in modo banale, ma ha a che fare col profondo. Per Sinisgalli, come accade a tutti i poeti autentici, la poesia è inizialmente un discendere nell’irrazionale, cioè egli concepisce la poesia come dato romantico o platonico. E’ stato Platone a parlare per primo accanto a quello telestico o rituale, proprio dei sacerdoti che divinavano, del cosiddetto furore poetico. Per capire occorre riandare al Furor Mathematicus che, come ho detto, è il testo fondamentale per intendere la poetica sinisgalliana. Lo stesso titolo certamente si presenti nella forma dell’analogia.  Qui Valèry fa sentire la sua suggestione: da una parte, vi è il furor come dato dell’irrazionalità pura, dall’altro canto l’aggettivo  mathematicus  ci riporta alla necessità di razionalizzare il momento dell’inconscio. Queste due componenti, secondo me, spiegano fino in fondo la particolare ed originalissima musa del poeta. Pertanto prima vi è la discesa al di sotto della linea razionale, nell’inconscio freudiano, poi c’è l’intervento della ragione....

V.S. - Certo, Leonardo stesso, proponendosi di rispondere alla domanda come nasce una poesia, proprio nel Furor ce ne da una convincente spiegazione: prima c’è il momento del vortice, quando il poeta rinuncia a tutto quello che è razionale e scende in se stesso; ma questo vortice è come il gorgo di un vulcano, cioè è lava incandescente che deve raffreddarsi. Ma per raffreddarsi ci vuole l’intervento della ragione, una continua attenzione, fino a far pietrificare il vortice i cui risultati sarebbero altrimenti solamente distruttivi.

M.F. - La storia della poesia ci ha insegnato che i più grandi lirici hanno l’abitudine di tenere appunti per annotare le loro impressioni, per fermare i dati della loro ispirazione. Si può parlar anche di Sinisgalli, come si è fatto per D’Annunzio, di veri e propri taccuini.

V.S. - Non propriamente in questo senso e neppure nel senso più complesso dello Zibaldone leopardiano Leonardo prendeva i suoi appunti. Spesso però l’ho visto riporre in tasca dei fogli di carta dove faceva le sue annotazioni. Molte volte specialmente di notte egli raccoglieva su singoli pezzi di carta parole e versi che avrebbe poi riutilizzato di giorno o in altre occasioni. Questi fogli, vere foglie della Sibilla, contengono spesso solo delle parole; ciò spiega perché non se è potuto fare alcuna edizione di esse.

M.F. - Si possono leggere però delle poesie intere scritte di pugno dal poeta in ordinata grafia!

V.S. - Ciò si spiega col fatto che Leonardo era un patito della bella scrittura, abilità che aveva avuto modo di perfezionare nelle scuole tecniche frequentate, che un tempo tra le altre discipline prevedevano anche la calligrafia. Che la perfetta scrittura fosse per lui un’autentica disciplina anche nell’età matura è testimoniato da un volume che si intitola Vanterie dell’arrotino che contiene tra le varie esercitazioni calligrafiche poesie ripetute con vari modi di scrittura.

M.F. - A Sinisgalli piacevano i lavori di precisione, egli amava lavorare a tavolino. Questo non dimostra una disposizione artigiana, più che artistica?

V.S. - Certo; egli stesso celebra gli artigiani, esalta l’abilità dei fabbri e dei bottegai; la manualità, che è una qualità fondamentale degli artigiani nostri, lo affascinava.

M.F. - Si può dire che anche nell’artista Sinisgalli sopravviva l’artigiano?

V.S. - Sì, ma in senso buono, non nel senso di vedere in questo una limitazione della sua arte. Sinisgalli è un artigiano che ha esaltato le sue qualità attraverso la cultura e l’acquisizione dei dati superiori.

M.F. - Certo che i problemi relativi a Sinisgalli sono tanti e non sono solo quelli di cui abbiamo parlato in questa intervista e ci auguriamo che altri, oltre a noi, li vorranno trattare. Questo, tutto sommato, indica la sua capacità di sopravvivere. Se a distanza di tanti anni dopo la sua morte ancora oggi c’è chi si interessa di lui, ciò significa che egli ha lasciato un segno molto importante nella nostra anima e nella nostra storia. Grazie.   


 

[1]Coll’affidare alle stampe dell’editore Curto una serie di racconti di Vincenzo Sinisgalli, precedentemente apparsi su riviste negli anni ’50, Antonio Sanchirico ha voluto in questo modo testimoniargli la sua stima affettuosa proprio in occasione del suo 70° compleanno..La proposta dell’agile libretto, “ Cronache e Racconti, Vita quotidiana in Basilicata agli inizi degli anni ‘50 “ ( il primo della collana Echi Lucani “che è nata con l’intento di riportare all’attenzione dei lettori di cose lucane…autori che per molte e diverse motivazioni, non hanno avuto la giusta fortuna” ) è sembrato a  Franco Vitelli, che ne ha curato la bella prefazione, “ un atto di riparazione all’ingiusto oblio nel quale per  troppo  lungo tempo è stata relegata la figura di Vincenzo Sinisgalli” a dire il vero spesso appannata proprio dalla “ presenza ingombrante “ del fratello, all’ombra del quale Vincenzo ha  sempre operato e vissuto.In un tempo come il nostro che forse non fa molto per celebrare il giusto valore dell’autore del Furor, Vincenzo Sinisgalli, il fratello minore, vissuto dietro le quinte, sembra volersi prendere una parziale rivincita col rivendicare giustamente un’autonoma attività letteraria. Ciò è testimoniato proprio dai racconti nel volume raccolti che rivelano, sia nei temi che nelle forme, un’autentica disposizione artistico-letteraria. Il libro, che ad una prima impressione e per sua natura, dimostra una struttura più rapsodica che unitaria, non fosse altro perché raccoglie articoli, studi e ricerche già effettuate in passato dall’autore e spesso composti su commissione editoriale, è tuttavia anche organico non solo per l’impegno dei curatori ma anche perché le parti non sono altro che frammenti di un mondo ( il paese, la Lucania, l’universo esterno ) tenuti insieme dalla salda mano dell’autore per quanto egli utilizzi la tecnica dell’impersonalità. In quasi tutti questi racconti, ( sia quelli nei quali con malcelato biografismo l’autore narra la sua vita di studente, sia negli altri dove il piacere della fabula antica si mescola, per influenza della cultura etnografica degli anni ’50, all’intenzione documentaria di chi vuole condurre indagini nel corpo vivo della sua terra per mostrarla al mondo ) Vincenzo Sinisgalli si dimostra scrittore di razza. E scrittore prima che giornalista egli amava definirsi, anche se non si può negare che è stato proprio il giornalismo e la sua attività di editorialista, svolta prima a Milano poi a Roma, a fornirgli insieme ai mezzi di vita non pochi strumenti del mestiere di scrittore.

 [2]Vincenzo Sinisgalli, ultimo di quattro fratelli, nacque a Montemurro il 20 agosto 19425 da Vito e Carmela Lacorazza dopo il ritorno di suo padre dalla Columbia e quando l’autore del Furor già toccava i diciott’anni. Dopo aver conseguito la licenza liceale classica nel 1944 si iscrisse a Napoli alla facoltà di giurisprudenza, ma l’anno dopo ( ’48 ) preferì trasferirsi a Roma, dove si laureò discutendo una tesi sulle “ Utopie “. Dopo un biennio trascorso a Montemurro, incerto sulla strada da compiere, più che seguire la carriera forense preferì assecondare la sua passione per le lettere, attratto anche lui come il fratello “ dal miraggio della grande città “. Nel 1950 raggiunse a Milano il fratello che favorì il suo inserimento, garantendogli una serie di collaborazioni a prestigiose riviste: “Epoca”, “La lettura del Medico”, “Inventario”, “Domus”,  “Pirelli”. Agli inizi del 1953 venne chiamato a Roma da Leonardo per ricoprire l’incarico di redattore unico della prestigiosa rivista “ Civiltà delle Macchine “. Insieme nel ’58 abbandonarono la direzione della rivista in disaccordo, forse per ragioni politiche, con la Finmeccanica. Nel 1959 sposava Fiorella Violani, la sua ex segretaria, donna nella quale si mescolavano in egual misura energia e dolcezza. Nel 1963 collaborò a “ Il Mondo “ di A. Pannunzio e al settimanale il “ Successo “, con una serie di articoli di fisica nucleare. Nel giugno 1964, chiamato da Leonardo a Roma, fu di nuovo redattore unico dell’originale rivista di design “ La botte e il violino “. Dal 1967 al ’69 curò con la regia di G.D. Giagni la rubrica radiofonica “ la lanterna “. Contemporaneamente si impegnò nella stesura di due romanzi: La ballata del malnato, edito nel 1968 e  Il giro di Antonietta, pubblicato a puntate nel 1970 sulla rivista “ Paragone”. Nel 1972, dopo lunga malattia perse la moglie Fiorella. Ciò determinò una profonda crisi in Vincenzo, che dopo qualche sporadica collaborazione con la Rai pensò di ritornare a Montemurro. Nel 1988 venne a vivere definitivamente al Paese, esclusa qualche visita a Roma presso Carmela, la sua unica figlia. A Montemurro alternava lunghe passeggiate al nuovo interesse per le arti figurative cui lo spingevano i suoi amici pittori Cantatore e Masi. nel 1989 per iniziativa del Cine Foto Club di Montemurro espose in una mostra trenta dei suoi acquarelli realizzati a Roma negli anni ’80. Morì a Roma nel 1999. 

[3] L. Sinisgalli, cfr., Quadernetto alla polvere.