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Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"

Benedetto XVI, Ultime Conversazioni a c. di Peter Seewald  (bilancio di un pontificato)
di  Marino Faggella


                                                Bilancio di un Pontificato

1. Peter Seewald, giornalista e scrittore, che già in passato ha dato alle stampe tre volumi di dialoghi con Joseph Ratzinger  (due nel 1996 e nel 2000 quando era ancora cardinale, e uno intitolato Luce del mondo pubblicato nel 2010 come Papa) ha pubblicato di recente un lungo libro-intervista, dove il Papa emerito racconta con attenzione le fondamentali vicende che hanno segnato la sua esistenza, dagli anni giovanili fino alla storica decisione del suo ritiro dal pontificato nel 2013. Il titolo stesso del libro, Ultime conversazioni, rivela il volume come un vero e proprio testamento spirituale, un lascito intimo e personale del Papa, il quale mai prima d’ora si era aperto ad una simile confessione sulla sua vita privata e sui fasti e nefasti che hanno caratterizzato gli otto anni del suo pontificato.
L’opera, il cui titolo completo è Benedetto XVI, Ultime Conversazioni, è apparsa ai commentatori attenti un libro straordinario ma anche strano per opposte e non sempre evidenti ragioni che non sono solo quelle della sua originale struttura editoriale. Innanzitutto non era mai accaduto che un Papa sentisse il bisogno di fare il bilancio del suo Pontificato, come si preoccupa di anticipare l’autore nella scheda che accompagna la pubblicazione del volume:”Il Papa affronta per la prima volta i tormenti, la commozione e i duri momenti che hanno preceduto le sue dimissioni; ma risponde anche, con sorprendente sincerità, alle tante domande sulla sua vita pubblica e privata: la carriera di teologo di successo e l’amicizia con Giovanni Paolo II, i giorni del Concilio Vaticano e l’elezione al papato, gli scandali degli abusi sessuali del clero e i complotti di Vatileaks”.
2. La natura essenziale dei contenuti del libro potrebbe far pensare alla stesura dell’ordinaria biografia di un uomo di Chiesa che, pur partendo da piccoli inizi, sia riuscito ad occupare il soglio di Pietro. In verità la vita di Benedetto XVI che Seewald si propone di raccontare rivela un punto di osservazione particolare, che gli fa puntare l’attenzione soprattutto sugli ultimi avvenimenti della sua vita. Da ciò consegue che tutto il materiale raccolto dall’autore, l’intera e complessa successione delle domande e delle risposte, i colloqui, ora stringenti ora più distesi, rivelano il proposito dell’autore di richiamare l’attenzione dei lettori in particolare su quell’11 febbraio 2013, data in cui papa Benedetto lesse nella sala del Concistoro quella dichiarazione in latino con la quale dichiarava la sua intenzione di abbandonare il Pontificato, lasciando la Chiesa priva della sua più importante guida sia spirituale che temporale.
In realtà nell’apparente linearità del discorso organizzato da Seewald, ad una lettura più attenta risultano, come si è detto precedentemente, due concorrenti e diversi intendimenti: in primis quello apologetico, più scoperto ed anche umano del Papa dimissionario, di difendersi dalle critiche dei suoi detrattori - soprattutto quelle orchestrate dai media che non si sono fatti scrupolo di accusare Ratzinger di non essere stato all’altezza del compito o addirittura di essere coinvolto in più di qualche scandalo, come egli stesso dichiara:”Ci fu naturalmente un’enorme propaganda denigratoria nei miei confronti. La gente che era contro di me ebbe il pretesto per dire che ero inadatto (…) Quindi fu un momento cupo e un periodo molto pesante” (p.211)  - per giustificare le sue dimissioni, in secondo luogo quello meno evidente ma che probabilmente gli sta più a cuore, di dimostrare con la sua perizia di sottile teologo l’attendibilità della rivoluzionaria figura del “Papa Emerito” che egli si preoccuperebbe di istituzionalizzare.    
3. L’abdicazione di un Papa non è certamente un fatto normale, per la prima volta nella storia della Chiesa un Pontefice presentava le sue dimissioni ancora nel pieno ed effettivo esercizio delle sue funzioni. E’ pertanto comprensibile che ad un tale annuncio il popolo dei fedeli, privato della sua fondamentale guida, sia rimasto attonito ed atterrito interrogandosi sulle ragioni di una tale improvvisa recusatio. Il pensiero di molti corse in quella circostanza alla decisione di quel Pier da Morrone che, dopo aver assunto il nome di Celestino V, fece, come sostiene Dante nella sua Commedia, “per viltade il gran rifiuto” di fronte ai compiti immani cui era chiamato in un momento storico particolarmente grave per la Chiesa di Roma, diventata luogo di corruzione e tormentata da una crisi insieme morale e spirituale che ha molte analogie con la nostra storia attuale. La rinunzia di Papa Benedetto XVI, sollevando il velo sugli scandali della Chiesa romana, ha suscitato in effetti il disgusto del mondo nei riguardi del centro del potere della cristianità, travolto dalla pedofilia, dallo spionaggio, dalla solita propensione mai smessa alla mondanità e al possesso dei beni materiali.
Dinnanzi a questo immane peso da sostenere, contro le tentazioni del potere, della ricchezza e della sensualità che richiamano una celebre espressione del 1972 di Paolo VI (“Ho la sensazione che da qualche fessura il fumo di Satana sia entrato nel tempio di Dio”) non poteva bastare la statura morale e intellettuale di un teologo puro come  Ratzinger che alla fine si è rivelata insufficiente ad arginare tanta corruzione, ma ci voleva un uomo diverso, un semplice pastore d’altri tempi, che, coniugando insieme  spirito attivo e contemplativo, fosse capace di riportare la Chiesa sulla via diritta e giusta. L’avere intuito che in una situazione di così evidente gravità a poco sarebbero servite le alte qualità filosofiche e teologiche è probabilmente il merito più grande di Benedetto XVI, come risulta da queste sue considerazioni nelle quali le qualità pragmatiche di Bergoglio vengono riconosciute di fronte alle sue limitate capacità di governare la Chiesa: “Francesco è l’uomo della riforma pratica e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo”. Verso la fine dello stesso libro-intervista ci colpiscono alcune frasi alle quali Ratzinger affida le seguenti conclusioni:” Il governo pratico non è il mio forte e questa è certo una debolezza. Ma non riesco a vedermi come un fallito. Per otto anni ho svolto il mio servizio. Ci sono stati momenti difficili, basti pensare allo scandalo della pedofilia e al caso Williamson” (p.222).
Malgrado tutto, egli insiste sul fatto che la sua rinuncia al pontificato non è avvenuta per costrizione, non si è trattato di un’abdicazione forzata come fu sostenuto da alcuni giornali, ma al contrario le sue sono state dimissioni libere e senza ricatto: “Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per incapacità di farvi fronte. Nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione. E non è nemmeno vero che ero deluso o cose simili. Anzi, grazie a Dio, ero nello stato d’animo pacifico di chi ha superato le difficoltà. Lo stato d’animo in cui si può passare tranquillamente il timone a chi viene dopo”. Benedetto XVI dichiara di aver dato le dimissioni solo dopo aver chiarito ogni cosa riguardo ai diversi scandali che avevano funestato la Chiesa negli ultimi anni del suo pontificato, compreso quello denominato “Vatileaks”; e conclude così:”Uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto, ma può farlo solo quando tutto è tranquillo (p.38). Quanto alla richiesta di Seewald sul tempo preciso in cui maturò definitivamente la sua decisione Ratzinger fa riferimento al mese di agosto del 2012, allorché in seguito ad un calo di forze, dopo aver dato ciò che era nelle sue possibilità, comprese che non avrebbe potuto governare la Chiesa con efficienza. Giunto a queste estreme conseguenze, convinto di aver esaurito il proprio compito, gli era sembrato giusto ritirarsi mettendo in pratica ciò che già nel 2010 egli aveva anticipato nel libro Luce del mondo.”Quando un papa non è in grado fisicamente o psichicamente di svolgere l’incarico affidatogli, ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”. 
4.  Se Benedetto XVI si fosse limitato a dare le dimissioni non ci sarebbe stato nulla da obbiettare, visto che questo è un fatto che si è verificato altre volte nella storia della Chiesa, ma egli con la creazione di una nuova istituzione, quella del “Papa Emerito”, secondo il parere di esperti teologi passerebbe alla storia come il primo rivoluzionario scardinatore del concetto unitario di monarchia papale a tutto vantaggio del Collegio episcopale. In effetti, come risulta dalle sue argomentazioni contenute nel libro di cui stiamo parlando, Benedetto XVI con la creazione rivoluzionaria della figura del “Papa Emerito” - logica conseguenza della dottrina modernista della Collegialità Episcopale, affiorata per la prima volta nei dibattiti del Concilio Vaticano II (1963) e fatta propria soprattutto da Ratzinger giovane - non contemplata  de iure e de facto né dal diritto né dalla teologia ecclesiale, ha compiuto un atto storico veramente unico e rivoluzionario: quello di cambiare totalmente il Papato, un istituto storico che è rimasto immutato per duemila anni. Sennonché la Monarchia Universale della Chiesa di Roma è un’istituzione divina che nessuno, nemmeno un Papa, può cambiare col pericolo di commettere un grave abuso di quel potere straordinario concessogli da Dio di conservare e tramandare intatto il Depositum fidei che Gesù ha assegnato al suo vicario nell’atto stesso della fondazione della sua Chiesa. Quella del Papa, pertanto, come tutti i successori di Pietro è una figura istituita da Cristo per preservare con la Chiesa l’unità del suo mandato fino alla fine dei suoi giorni e del tempo. Nel Vangelo di Matteo (XIX,6) si legge con riferimento al matrimonio il seguente monito: “l’uomo non sciolga ciò che Dio ha unito” che si può per analogia applicare anche al Papato. 
Ora a pagina 31 del suo libro Seewald sostiene (probabilmente con l’approvazione di Benedetto XVI) che Ratzinger, con evidente riferimento alla recente istituzione del “Papa Emerito”, ha compiuto “un atto rivoluzionario” che “ha cambiato il papato come nessun altro pontefice dell’epoca moderna”, rendendolo “più moderno, più umano e più vicino alla sua origine petrina”. Benedetto XVI non corregge l’affermazione del suo interlocutore, ma anzi, facendo una distinzione fra la “missione” e la “funzione” del Papa, aggiunge che quella del “Papa emerito” è una figura assimilabile a quella del “Vescovo emerito”, un istituto funzionalista introdotto da Paolo VI nel 1966.
Al di là delle sottigliezze dialettiche dell’autore, balzano agli occhi evidenti contraddizioni nelle sopraddette affermazioni, come è stato giustamente rivelato: “Prima di riassumere che cosa dice qui papa Benedetto, però, devo qui ricordare che la figura del “papa emerito” non è mai esistita nella storia della Chiesa e i canonisti hanno sempre affermato che non può esistere, in quanto il “papato” non è un sacramento, come invece è l’ordinazione episcopale, infatti in duemila anni tutti coloro che hanno rinunciato al papato sono tornati allo status precedente, mentre i vescovi rimangono vescovi anche quando non hanno più la giurisdizione di una diocesi” (Socci). Queste parole mi sembrano una totale smentita delle intenzioni di Ratzinger, il quale negli ultimi tempi del suo mandato, contro il parere di tutti i canonisti, aveva insistito, espressamente ribadendolo nell’ultimo suo discorso, di voler dar vita alla figura del “papa emerito”, convinto che la sua decisione di “rinunciare all’esercizio attivo” del suo ministero non comportasse assolutamente la revoca dello stesso.
5. Ma ritengo sia opportuno a questo punto riportare le parole esatte di Ratzinger, che, alla richiesta di Seewald se con le sue dimissioni egli non avesse contribuito a svuotare il papato, secolarizzandolo, così risponde:”Questo ho dovuto metterlo in conto e riflettere sulla questione se, per così dire, il funzionalismo non abbia conquistato anche l’istituzione papale. Ma anche i vescovi si sono trovati di fronte a un passo simile. Prima nemmeno il vescovo poteva lasciare il posto e molti di loro dicevano: io sono “padre” e tale rimango per sempre. Non si può semplicemente smettere di esserlo: significherebbe conferire un profilo funzionale e secolare al ministero, e trasformare il vescovo in un funzionario come un altro. Io qui devo però replicare che anche un padre smette di fare il padre, ma non cessa di esserlo, anche se lascia le responsabilità concrete. Continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo, con un rapporto e una responsabilità particolari ma senza i compiti del padre. E questo è successo anche ai vescovi. In ogni caso, nel frattempo si è capito che da un lato il vescovo è portatore di una missione sacramentale, la quale lo vincola nel suo intimo, ma dall’altro non deve restare in eterno nella sua funzione”; e così conclude facendo espresso riferimento all’altro corno del problema che gli stava maggiormente a cuore:” E così penso sia chiaro che anche il papa non è un superuomo e non è sufficiente che sia al suo posto: deve appunto espletare delle funzioni. Se si dimette, mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione”.
Questo sottile ragionamento teologico nasconde in realtà l’intenzione di Ratzinger di riportare in vita una vecchia e pericolosa dottrina, quella del “duplice soggetto”, e quindi della possibilità di coesistenza di due capi della Chiesa, teoria che già nel ‘Trecento era stata condannata ed azzerata da Clemente VI per dare un taglio definitivo alla cattiva abitudine di creare altre figure di Papi, i cosiddetti antipapi, che si opponessero a quella ufficialmente riconosciuta nel Conclave. Ora la teoria che affiora dalle parole di Ratzinger che abbiamo riportato, non è meno esplosiva sia sul piano storico sia sotto il profilo teologico in quanto dichiara che anche lui, pur avendo rassegnato le sue dimissioni, continua ancora ad essere Papa. E’ comprensibile, pertanto, i fatto che nella corte pontificia sia scattato un autentico allarme di reazione di fronte al pericolo che venisse accolta la tesi di “un ministero papale condiviso”, che Papa Francesco in persona si è preoccupato per primo di bocciare, seguito poi a ruota dalle uscite dei teologi-canonisti della Curia, pronti anch’essi a delegittimare totalmente la figura del “papa emerito” in quanto, come sostiene padre Tomielli in un’intervista, “l’unicità della successione petrina non ammette al suo interno alcuna ulteriore distinzione o duplicazione di uffici o una denominazione di natura meramente onorifica o nominalistica”.
Cosa resterà in futuro del nome di questo Papa, quale sarà l’effetto di queste accese discussioni sulle rivoluzionarie novità da lui proposte sarà la storia stessa a dirlo.