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Domenica 15 Giugno 2014 "uscita n. 13"

 

I mille volti di Leonardo Sinisgalli.

Recensione a Il guscio della chiocciola (2 voll., a c. di F.Vitelli e S. Martelli, Salerno - Stony Brook, NY, 2012).

di Luigi Beneduci

 

Descrizione: Il guscio della chiocciola. Studi su Leonardo Sinisgalli

 

1. Leonardo Sinisgalli, il poeta-ingegnere di Montemurro, è giustamente considerato una delle più importanti figure della cultura italiana del secondo Novecento, ed è stato, secondo la tradizionale vulgata critica, scolasticamente collocato nell'area dell'ermetismo, del quale si indica come riconosciuto maestro Ungaretti, in particolare, nell’alveo del cosiddetto ermetismo “meridionale”, insieme con Gatto, De Libero e Quasimodo. Questa diffusa immagine nasce in riferimento alla produzione poetica che Sinisgalli realizza nel corso degli anni Trenta, raccolta in Vidi le Muse (1943) e caratterizzata dalla predilezione per i ricordi d’infanzia, dalla tendenza alla trasfigurazione mitica dei momenti dolenti ed esaltanti della propria esistenza, dall’impiego, infine, di una koinè linguistica, di forte impronta evocativa, suggestiva e simbolica.

Eppure già tra i primi critici di Sinisgalli, Gianfranco Contini, nella recensione scritta per l’uscita dei Campi Elisi (1939), riconobbe come l’originale cifra sinisgalliana fosse la sua complessa dialettica tra poesia e scienza, affermando che l’opera di Sinisgalli si muoveva «nella latitudine che va dalla necessità dell’associazione lirica all’arbitrio razionale e matematico del calcolo». Sono giudizi di questo tipo che immediatamente trasportano l’immagine di Sinisgalli su un piano diverso rispetto alla figura del letterato della tradizione italiana: lo riconosce Sinisgalli  stesso, quando dovrà rappresentare emblematicamente la sua duplicità, la sua ispirazione divisa tra geometria e poesia: «Non riuscivo proprio a vederci chiaro nella mia vocazione. Mi pareva di avere due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre», affermerà nella raccolta Un disegno di Scipione (1975).

Sinisgalli è cosciente della sua irriducibilità ad una formula, il suo essere anfibio, tra mondi che la formazione culturale post-umanistica italiana aveva per sempre separato e che richiedevano un doloroso tirocinio di riconciliazione; tentativo riuscito, forse, solo a figure eccentriche ed eccezionali, come l’archetipo sinisgalliano Leonardo Da Vinci, a Pitagora, il sacerdote dei misteri numerici e, secoli dopo, agli ambigui e inquieti spiriti del Rinascimento esoterico. Eppure è proprio grazie a questa duplicità che oggi Sinisgalli ha acquisito una nuova dimensione critica, che gli assicura una posizione di assoluta centralità nel panorama culturale della postmodernità e della globalizzazione, in un mondo dove alla rapidità delle innovazioni tecnologiche non sempre tiene dietro una riflessione artistica e letteraria in grado di interpretare e, meno che mai, guidare tali pervasivi fenomeni.  

Ed invece, era proprio questa l’utopia perseguita dall’ingegnere lucano: costruire un rapporto armonico, che si proponesse come paradigmatico, tra i mondi del design, dell’architettura e della pittura; tra il marketing, la comunicazione d’impresa e la poesia; tra la realtà della produzione industriale, la ricerca tecnologica e la capacità manuale, artigianale o calligrafica, sottilmente unite dal linguaggio dell’analogia, dalla ricerca della grazia, dal dominio dell’immaginario; nel rispetto dei valori antropologici, della tradizione umanistica o più semplicemente delle virtù umane. Il nuovo paradigma che emerge dai più recenti studi sull’autore qualifica chiaramente Sinisgalli come intellettuale di statura europea, che necessita di essere posizionato adeguatamente in un quadro internazionale di alto livello. Sinisgalli è stato da tempo accostato a Mallarmè, più recentemente a Wittgenstein o a Paul Valéry, per la tendenza a svolgere l'attività letteraria in nome del più lucido rigore scientifico, senza nascondere però quanta parte abbiano anche l'irrazionale e l'impuro nella creazione poetica. Tutto ciò può avvenire, però, a patto che Sinisgalli sia finalmente valorizzato in tutti i suoi aspetti, in quel fascio convergente e divergente di interessi che trovavano nella sua personalità eccezionale il cultore totale.

2. A svolgere questo compito pare essere finalmente arrivato, dopo un lungo ed attento impegno scientifico e redazionale, l’imponente lavoro Il guscio della chiocciola. Studi su Leonardo Sinisgalli, uscito nel 2012, a cura di Franco Vitelli e Sebastiano Martelli e realizzato con il Contributo della Regione Basilicata e dell’Università “Aldo Moro” di Bari, la cui caratura internazionale è già suggerita dalla doppia indicazione editoriale: Edisud di Salerno e Forum Italicum Publishing di Stony Brook, New York.

Il progetto editoriale, frutto di un originale lavoro grafico, risulta particolarmente accurato: diviso in due pregiati volumi di grande formato, ricchissimi di illustrazioni, fotografie, riproduzioni di opere d’arte, copertine, articoli e pagine di riviste, manifesti pubblicitari. Un vero e proprio museo o archivio iconografico che riporta ai variegati mondi sinisgalliani e all’Italia nell’esaltante stagione, letteraria ed industriale, del passaggio dalla guerra al miracolo economico. L’opera aspira a diventare un imprescindibile riferimento, sia per l’ampiezza e la varietà degli argomenti affrontati che per la competenza degli specialisti chiamati a raccolta (docenti, critici e giornalisti, fotografi, artisti e grafici), secondo l’esplicito intento dei curatori, che si propongono di «restituire a Sinisgalli un ruolo storico – forse una leadership – che gli viene ingiustamente negata». Nelle diverse sezioni del lavoro si toccano le varie anime sinisgalliane: il rapporto con il cinema (M. Emmer), quello con le macchine (V. Marchis e R. Aymone), con la pubblicità e la grafica (P. Fuccella), con il campo del disegno e il mondo delle gallerie d’arte (S. Zuliani e G. Lupo) o con le riviste aziendali (A. Ottieri). Molto ricca è poi la sezione dei rapporti di Sinisgalli con gli artisti, dei quali sono riportati ricordi e interviste: da quelle di Tamburi e Masi, a quelle di Chersicla e Masini.

L’analisi della produzione poetica e in prosa di Sinisgalli, poi, vede interventi di studiosi provenienti da diverse università italiane (da Napoli e Salerno a Genova, da Firenze e Pisa a Catania, oltre che Potenza e Bari), ma soprattutto straniere, che testimoniano l’attenzione sovranazionale suscitata dall’autore: su

Vidi le Muse scrivono C. Martignoni dell’università di Pavia e J. Labarthe di quella di  Nantes; delle poesie degli anni ’60-’80 si occupa L. Tassoni che insegna a Pécs (Ungheria), mentre La vigna vecchia è analizzata da V. Ferme dell’Università del Colorado. Della produzione epigrammatica si occupa Manfred Lentzen, docente a Münster, mentre M. Menicacci dell’Università di Bonn delinea gli «anni trasfigurati» nei ricordi in prosa. Completano i  volumi una serie di commosse testimonianze di poeti e critici come, tra gli altri, Vito Riviello ed Elio Pecora, Mario Trufelli e Luigi Fontanella, che ora lavora presso la Stony Brook University.

3. Per quanto nutrito voglia essere questo elenco, pure non si offre che un profilo frammentario della ricchezza di studi e prospettive presenti, tutte accomunate dal voler completare il mosaico di interessi raccolti intorno alla poliedrica figura di Sinisgalli, nello sforzo di delineare un ritratto multiprospettico che individui, però, le linee di fuga principali, capaci di dare coerenza al quadro. Al di là della sua produzione lirica, ermetica e postsimbolista, oltre le sue prose d’arte e i suoi aforismi matematico-metafisici (i “calcoli” e le “fandonie”), oltre il suo impegno di pittore, regista, direttore editoriale, critico d’arte, è soprattutto l’ostinato progetto di fondere tra loro cultura tecnico-ingegneristica e creatività artistica a rendere originale Sinisgalli nel quadro della cultura europea. E a conferirgli una modernità sorprendente.

Negli stessi anni in cui componeva le sue raccolte poetiche, infatti, Sinisgalli si dedicava alle «matematiche severe», tanto da essere chiamato da Fermi per collaborare agli studi che avrebbero aperto l'era atomica; ed avrebbe lavorato per le più avanzate industrie del nascente capitalismo italiano, dalla Pirelli alla Olivetti, dall’Eni all’Alfa. Come dirigente degli Uffici pubblicità e come copywriter, creò memorabili campagne pubblicitarie, come l'immagine della “rosa nel calamaio”, per indicare l'inizio di una nuova era della scrittura. Con “Civiltà delle macchine”, l’house organ della Finmeccanica, si prefiggeva di realizzare il sogno dell'incontro tra le “due culture”: «La cultura dell’Occidente era rimasta incredibilmente arretrata e scettica nei confronti della tecnica, dell’ingegneria. [...] Io volevo sfondare le porte dei laboratori». E lo fece davvero, occupandosi di robotica e missilistica, ma insieme celebrando la poetica capacità artigianale di far nascere lucerne e oliere dalla latta, come aveva visto fare nella sua infanzia in Lucania.

Tutta la variegata opera di Sinisgalli, in conclusione, pare trovare la sua sintesi e la sua ragione, nell’utopica idea di una civiltà delle macchine a misura d’uomo; ed è un sogno che ancora sta lì ad attenderci, dove Sinisgalli l’ha indicata, oltre l’orizzonte di questo degradato ed appiattito presente, in cui la spersonalizzazione delle strategie commerciali trasforma gli individui in target, e in cui a dettare le linee delle politiche sociali, economiche e culturali è troppo spesso solo il tasso di profitto stabilito nell’ultimo consiglio d’amministrazione. «Le Agenzie pubblicitarie – profetizzava in una lettera del 1965 - ci stanno ormai abituando a bere a tavola la coca-cola e sostituire il pane con i biscotti, i carciofi romani con quelli del Minnesota. L’estro viene sostituito dalla regola. Nel mondo della produzione e della cultura di massa c’è posto per i copywriters, non c’è posto per i poeti». L’esempio di Sinisgalli, però, può ancora aiutarci a immaginare e costruire un futuro diverso.