Recensioni

Leopardi: ragionamento filosofico e linguaggio della poesia nelle pagine dello Zibaldone


di Raffaella Faggella

Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

In cinque capitoli, così agili e di facile lettura che scorrono come la rena fra le mani, Donatella Di Stefano ha raccolto il meglio delle sue approfondite indagini su Leopardi, l’autore che è stato anche argomento della sua brillante tesi di laurea.

Tutti sanno che non è certo agevole muoversi nel grande “labirinto” degli studi leopardiani, vista la continua produzione critica che continua a fiorire intorno al poeta recanatese, che è tanto vasta da poter competere solo con quella di Dante.Tale circostanza ha scoraggiato più di una volta anche studiosi maggiormente esperti della nostra letteratura che hanno rinunciato di portare legna al bosco, ma non la nostra autrice, il cui volume non tradisce il minimo sospetto dell’azzardo, anzi, dichiara senza ombra di dubbio il possesso di due importanti qualità: un entroterra di solidi studi e una passione autentica per il poeta dei Canti.

Dando alle stampe il suo volume Ragionar da poeta Donatella, pur affrontando una materia tanto complessa, come quella che circola intorno al poeta di Recanati, non è arretrata di fronte alla “difficoltà dell’arte” ma, dando prova di saper affrontare con paziente attenzione il difficile lavoro del critico, ha consegnato alla bibliografia leopardiana un altro pregevole saggio che non sfigura certamente all’interno della copiosa messe di studi sul recanatese.

Il saggio, che vuole essere innanzitutto una puntuale analisi dello Zibaldone di Leopardi, in particolare del suo linguaggio poetico, è così interessante che può essere recensito non tanto sovrapponendosi con l’invadenza del giudizio, quanto piuttosto riportando il contenuto dei capitoli che trattano, approfondendoli, alcuni degli aspetti cruciali delle problematiche che hanno a che fare col poeta.

Dopo una prefazione nella quale innanzitutto sono dichiarati gli obiettivi della ricerca quale “tentativo di rielaborare dei pensieri sparsi dello Zibaldone  al fine di rendere chiara una teoria linguistico-estetica attraverso le argomentazioni in prosa di Leopardi”, cui segue una puntale considerazione del termine Zibaldone di incerta etimologia e una rapida considerazione della storia redazionale dell’opera, il primo capitolo è fondamentalmente incentrato sulla complessa questione del difficile rapporto in Leopardi di poesia e pensiero, che, come sostiene giustamente l’autrice, a partire da Croce “è stato un tema dominante all’interno della riflessione critica leopardiana”. Occorre aggiungere che la questione ha trovato forse la migliore soluzione non tanto nelle argomentazioni degli studiosi quanto piuttosto nelle stesse conclusioni del poeta che sono registrate nello Zibaldone ( dove, dopo aver indicato nella poesia e nella filosofia i due termini distinti di un’antitesi, arriva al punto che tra esse “ le più nobili e difficili facoltà cui possa applicarsi l’ingegno umano” non vi può essere disparità o inimicizia, ma uno straordinario rapporto analogico),malgrado la natura provvisoria e frammentaria dell’opera, la cui considerazione richiede certamente una o più chiavi di lettura, ma poco si presta ad essere indicata come opera poetica in sé, non fosse altro perché una tale definizione si scontra innanzitutto con l’idea stessa della poesia più di una volta indicata da Leopardi in molte pagine della sua più estesa opera in prosa.

Chi ha letto con attenzione una tale miniera di appunti sa che non è certo agevole seguire il percorso del pensiero leopardiano, anzi à particolarmente difficile tracciare o seguire un suo corso lineare evolutivo, sicché in quella numerosa congerie di dati non sempre è possibile trovare un comune fondo sistematico. Comunque, al di là dell’ intima natura della speculazione leopardiana, un pensiero estremamente flessibile e poco propenso a farsi schematizzare, come è stato detto, non si può negare che il compilatore di questi strani appunti fu innanzitutto un poeta, e non un poeta qualsiasi, non fosse altro perché in un certo momento della sua storia pensò originalmente di fare dell’arte la forma privilegiata e più adatta per esprimere il suo pensiero. A queste giuste conclusioni non poteva non  approdare il giudizio critico della nostra sensibile lettrice dell’opera leopardiana.

Ugualmente interessanti sono le considerazioni intorno alla Questione della lingua in relazione al poeta, che viene affrontata nel secondo capitolo, con una sapiente considerazione della critica fiorita intorno al problema e col proposito dichiarato che dalle pagine dello Zibaldone è possibile, per quanto non sempre agevole, desumere la teoria linguistica del recanatese, contraria sia ai puristi del primo ‘800 sia ai troppo “libertini” illuministi del secolo precedente. Ma, al di là, delle conclusioni, condivisibili o no, di quanti ( Gensini e altri) ritengono, come suggerisce l’autrice, di poter collocare le idee sulla lingua di Leopardi all’interno della linea di” quel filone di filosofia del linguaggio che parte da Locke, da Leibniz, da Vico e da Condillac, mi pare più motivata la conclusione, del resto condivisa dalla critica più avveduta sul Leopardi, che l’interesse del poeta circa la natura della lingua, al di là delle ragioni scientifiche, sia da motivare innanzitutto dal suo interesse per la lingua poetica, quella che prima e più di ogni altra certamente gli stava a cuore.

Giusta mi sembra, a maggior ragione, la scelta del terzo capitolo, tutto incentrato sui caratteri del linguaggio poetico che è possibile estrarre dagli appunti disseminati nello Zibaldone, in particolare quelli del ’21. Qui Leopardi allestisce un autentico catalogo di quelle parole, diversissime dai termini eccessivamente geometrici del linguaggio scientifico-filosofico, che a suo dire risultavano più adatte alla poesia proprio in virtù della loro indeterminatezza, concludendo che il vago dell’immaginazione e l’indeterminato della rappresentazione richiedevano di necessità un linguaggio speciale, un lessico poetico della stessa natura. Del tutto condivisibili, infine, le conclusioni finali dello stesso capitolo dove giustamente si propone come metodo una lettura comparata dello Zibaldone, da cui è possibile verificare la frequente e stretta correlazione tra molti dei pensieri con i Canti, in particolare con L’Infinito.

Ben sistemata risulta anche l’analisi del suddetto idillio, fondato innanzitutto sulle teorizzazioni sul piacere e del cosiddetto vago-indefinito e sulla complessa definizione dell’infinito-indefinito, e sorretta da un metodo che, se non privilegia in modo assoluto il procedimento strutturale, tuttavia tiene nel conto dovuto la conoscenza dei livelli del teso, in particolare la metrica, il lessico, e la sintassi. Di un certo interesse, anche se non nuove, le pagine dove viene confrontata la soluzione estetico-mistica dell’infinito leopardiano distinta dall’approdo esclusivamente religioso di Pascal.

Il capitolo quinto, che risulta più riuscito nella parte iniziale,- dove l’autrice si sofferma su alcuni aspetti della poetica contemporanea ai cosiddetti “piccoli idilli”: il motivo fondamentale della “ricordanza” e il sentimento indefinito della “malinconia” quali generatori di una poesia che si rivela a questo punto non più rispondente al modello dell’assoluta immaginazione degli antichi, ma “sentimentale” e moderna, in una parola romantica a causa del suo carattere filosofico e introspettivo- ci sembra meno convincente nella conclusione dell’opera, dove per seguire un certo filone della critica, orientato a leggere anche nella vita e nell’arte di Leopardi ragioni psicanalitiche, il discorso mette da parte la più congeniale lettura dei testi per concentrarsi su una ipotetica nevrosi di Leopardi, che, si sottolinea, avrebbe trovato una definitiva soluzione nella funzione igienico-terapeutica della scrittura e dell’arte. Si ribadisce, in conclusione, il pregio complessivo del libro che, quando non si affida eccessivamente alla cultura, riesce ad ottenere il meglio di sé astraendo preferibilmente le sue considerazioni dall’opera leopardiana. E questa mi sembra, al di là del valore di alcune conclusioni, il suggerimento di un ottimo metodo di lettura.                           

                                 Sceda dell’autrice

Maria Donata Di Stefano, per gli amici Donatella, è nata a Napoli e vive e lavora a Potenza. Laureatasi con merito in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Salerno, ha successivamente conseguito la specializzazione S.S.I.S (Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento secondario) presso l’Università degli Studi della Basilicata, che le ha aperto la carriera dell’insegnamento nella scuola superiore, svolta con passione. Fin dall’adolescenza ha assecondato il naturale impulso di fissare sulla carta le sue emozioni e riflessioni, che si traducono spesso sia nelle forme della poesia sia in quelle narrative. Alcune delle sue liriche sono pubblicate in antologie di poesia contemporanea diverse sue prose, sia in forma di racconti che in quella del saggio, sono state accolte da riviste specializzate. Per quanto giovane, può vantare un ricco palmares di premi e riconoscimenti ottenuti per la sua produzione sia in versi che in prosa. L’opera Per ragionar da poeta, pur essendo la prima pubblicazione monografica di Donatella Di Stefano, ha già ricevuto diversi consensi e recensioni.

Risiede a Potenza in Via San Gerardo n.180.Tel.0971/410316.E-mail: m.donatadis@tiscali.it