Recensioni

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

Nino D’Agostino e il “topos” della Basilicata quale isola felix

a c. di Raffaella Faggella

 

Dopo l’articolo di Iole Palumbo,“La regione  più malata d’Italia: riflessi della crisi economica in Basilicata” (vedi n.5 della nostra rivista), che ha trattato in modo sintetico  per i nostri lettori alcune questioni che rivelano le difficoltà economiche e la situazione socio-politica della nostra regione, è giunta in redazione copia della relazione tenuta da Nino D’Agostino in occasione della presentazione di un suo recente libro dal titolo La Basilicata tra tradizione e modello federale, dove il suo autore, con metodo critico incisivo e documentato, analizza da addetto del mestiere quale è gli stessi problemi, non limitandosi  solo ad una considerazione oggettiva dei dati, ma proponendo, particolarmente nella conclusione, suggerimenti e soluzioni che, si augura, contribuiscano ad aprire un dibattito in grado di coinvolgere in modo trasversale la classe politica che ci governa e quanti hanno a cuore il destino futuro della regione.

Per quanto mi riguarda, piuttosto che mettere a punto, una sintetica e comunque parziale recensione, mi è sembrato più conveniente proporre ai nostri lettori la relazione del Dott. D’Agostino (autorevole rappresentante del nostro comitato di redazione) nella sua integrità limitandoci semplicemente a qualche lieve intervento strutturale.

 

1.Nel mio libro non mi sono limitato a formulare denunce, spero documentate, sulle criticità ed i nodi che affliggono la Basilicata, cosa peraltro necessaria in una regione troppo spesso adusa a rivendicare virtuosità inesistenti, ma mi sono adoperato per individuare le enormi possibilità disponibili per assicurare uno sviluppo sostenibile alla regione e mi accingo ora a delineare un possibile contesto riformistico attinente alle istituzioni da intrecciare con una prospettiva economico-territoriale.

La questione iniziale che mi sono posto è stata quella di capire da dove partire: so bene che le cause del sottosviluppo regionale sono da attribuire alla classe dirigente nel suo insieme, collocata nella politica, nell’economia, nel sindacato, nel mondo culturale. Visto che la politica riveste un ruolo cruciale in tale contesto, se si vuole determinare virtuosità ai processi sociali, occorre “ battere il chiodo della politica”, come suggeriva Giustino Fortunato, nella direzione di costruire una condizione sociale tale da garantire autonomia ai cittadini ed alle loro coscienze.

Si tratta, a ben vedere, di rovesciare l’attuale contesto politico, andando alla radice della formazione e del ruolo del ceto politico e di quello burocratico, intimamente connesso al primo. La rottura dell’attuale blocco politico-burocratico acquista una decisiva valenza strategica.

2.Non si vuole a questo punto affermare una forma nuova, come dire, attuale di “panteismo politico”, ma più semplicemente meglio definire e regolamentare gli spazi della politica, consapevoli delle caratteristiche e degli effetti che essa determina.

Il cambiamento implica una condizione preliminare e cioè che se ne ravvisi la necessità.

A tale proposito, mi viene in mente la metafora di Raffaele La Capria, quando parla della “mosca in bottiglia”, laddove per bottiglia si può intendere “il luogo” (prima bottiglia) in cui viviamo, in cui siamo nati e la mentalità che lo caratterizza, “ il linguaggio” (seconda bottiglia) che la politica, la burocrazia, l’informazione usano per guidarci, condizionarci, “l’ideologia” (terza bottiglia), dietro la quale si nascondono gli interessi particolari[1].

 Se si riflette attentamente, in Basilicata sono presenti contemporaneamente le tre bottiglie: il luogo si caratterizza come area di grande disagio sociale ed economico ed esprime una mentalità coerente con questo assetto, come abbiamo avuto modo di verificare in precedenza (cultura della dipendenza, ricerca della protezione politica, del privilegio,  una borghesia locale sfiduciata, carenza di beni relazionali e dunque di cooperazione, di associazionismo), il linguaggio è impregnato di grandi e piccole mistificazioni, con le tante espressioni autoreferenziali delle élites, con le tante rappresentazioni della realtà fuorvianti, fatte di illusioni, inganni, miraggi, sapientemente propinati dal ceto dominante, l’ideologia che viene teorizzata in un modello di vita collettiva ed individuale, una sorta di araba fenice, di cui tutti parlano, ma che nessuno vede e di cui non  si riesce ad  individuare  gli aspetti positivi.

In questo contesto la mosca, ossia lo sviluppo, un circuito virtuoso di crescita e di benessere, la libertà dei singoli, per uscire dalla bottiglia, volando via invece di sbattere continuamente sulle sue pareti, secondo La Capria, necessita soprattutto di:

1)      essere consapevole di essere prigioniera all’interno della bottiglia,

2)    conoscere la forma della bottiglia, saperla quindi analizzare, valutarne le criticità,

3)    individuare, dopo molti tentativi, la via d’uscita e darsi una strategia per collocarsi sul percorso più adeguato per conquistare la libertà.

Si tratta di azioni complesse: R. La Capria non a caso osserva che la trasparenza del vetro ci inganna e ci dà l’illusione di star fuori. I condizionamenti, gli ostacoli frapposti da coloro che vogliono mantenere la mosca nella bottiglia sono molteplici e fortissimi, la storia del Mezzogiorno è illuminante a tale riguardo.

 Fuor di metafora, tutto questo presuppone per la Basilicata tre cose e cioè che:

1.   si abbia consapevolezza da parte di un numero crescente di soggetti che l’attuale modello lucano con le sue articolazioni politiche, culturali, sociali ed economiche è un grave impedimento ad un processo di sviluppo della regione, rappresentando un “ passato che non vuole passare”;

2.  si tenga conto dei limiti dimensionali che caratterizzano la Basilicata, riguardanti i fenomeni demografici, ambientali, urbani, ecc.;

3.  i soggetti istituzionali vogliano e sappiano mettersi in discussione, rinunciando alle loro rendite di posizione, ai loro privilegi in vista di un progetto di sviluppo generale;

 

2.Partendo da tale impostazione preliminare, mi sia consentito di dare una chiave di lettura delle soluzioni che si riporteranno di seguito: esse non hanno la pretesa di essere rimedi risolutivi della complessa tematica della discontinuità e del rinnovamento della politica, ma mirano semplicemente a sviluppare qualche riflessione sulle tematiche che si intendono esaminare, sperando che possano essere riprese da altri soggetti esperti nelle molteplici discipline che le attraversano trasversalmente.

Mi sono dato un limite nella individuazione delle proposte: sono stati tralasciati molteplici campi d’intervento, relativi a tematiche istituzionali di livello nazionale, non perché non siano importanti, ma, trattandosi di problemi che richiedono soluzioni extraregionali, ho preferito rinviarli a studi e consessi politici, sui quali esiste già una vasta saggistica a cui si può ricorrere agevolmente.

Mi riferisco, ad esempio, alla necessità di ridurre i costi della politica, il numero dei parlamentari, le relative indennità e i numerosi benefit di cui dispongono, ma anche ai meccanismi elettorali che pure sono decisivi per delineare gli assetti di potere.[2]     

Ho ritenuto, di contro,  cruciale la “questione istituzionale”, intesa come insieme di apparati della pubblica amministrazione e come sistema di regole di convivenza civile, questione che rappresenta il cuore del problema sviluppo e che investe non soltanto la politica, ma anche larga parte della società regionale.

Sono convinto che non basti sostituire chi si è giudicato un pessimo amministratore con un altro, né che il tutto si possa risolvere con un ricambio generazionale: il “ rampantismo” investe sia i vecchi che i giovani, spesso i giovani sono più agguerriti nel procacciarsi clientele; il merito prescinde dall’età.

La Regione Basilicata ha svecchiato il suo personale con risultati molto discutibili, avendo proceduto in modo indiscriminato. Occorre agire e cambiare le regole che devono condizionare i soggetti, conducendo in limiti fisiologici lo spoils system, eliminando l’asservimento dei dirigenti al politico di turno.

Le idee-guida che mi hanno ispirato hanno avuto come scenario di fondo una nuova visione dei rapporti tra etica e politica e come proscenio l’obiettivo di condurre il ceto politico verso comportamenti consoni al perseguimento di interessi generali, facendogli recuperare le ragioni ideali del proprio operato, evitando occupazioni disinvolte e durature del potere, attraverso l’accesso pieno della società civile alle rappresentanze istituzionali.

Sono stato guidato dai classici della filosofia politica: Tutto ciò che serve per fare analisi ponderate sui sistemi politici è gia stato scritto da:

1.       Max Weber, sul politico di professione che vive soprattutto “ di politica”, concependola come impiego vero e proprio e molto meno come impegno di dare un senso alla propria vita nell’ottica di servire una “ causa”, sulla burocrazia come strumento per creare consenso elettorale, privilegiando i funzionari obbedienti, subordinati ai capipartito, replicando attualmente l’analoga funzione svolta  a suo tempo dai prefetti francesi ed italiani, 

2.     Karl Popper, sul fatto che chi detiene il potere tende a conservarlo e a selezionare chi obbedisce, cioè i mediocri, escludendo tutti coloro che si ribellano o, più semplicemente, dubitano,

3.     Vilfredo Pareto, secondo cui per mantenersi al potere, la classe politica fa uso di clientele politiche, come un tempo la feudalità guerriera usava i vassalli,

4.     Giandomenico Romagnoli, nel rilevare come l’avanzamento degli stati sia proporzionato alla loro moralità pubblica e che è nell’unione della conoscenza delle condizioni reali del paese con il sentimento dell’interesse pubblico che si determinano cambiamenti politici,

5.      Tocqueville che ha in notevole anticipo ridefinito la democrazia, individuando nel dispotismo democratico il potere molto diffuso tra gli stati cosiddetti democratici che non annulla la volontà del singolo, ma” la piega e la domina”, riducendo il popolo a “ un gregge timido ed industrioso, di cui il governo è pastore ( come si dice in casi come questi: ogni riferimento all’Italia di oggi è puramente casuale), facendo rilevare, tra l’altro, un concetto molto aderente ai nostri ragionamenti e cioè che “ l’accentramento amministrativo genera sonnolenza tra i popoli, trasformando il cittadino in suddito, determinando una stretta dipendenza che si traduce in abitudine ad aspettarsi che qualche funzionario si occupi anche delle sue cose più minute,

6.     John Rawls, nel ritenere essenziale per la democrazia il poter garantire contemporaneamente eguali diritti e libertà fondamentali in condizione di “equa uguaglianza” delle opportunità, e dando il massimo beneficio ai membri più svantaggiati della società, come fondamento di giustizia sociale che dovrebbe fare di ogni cittadino una “ persona”,

7.     Gaetano Mosca, che ha smitizzato l’idea che in democrazia sia la maggioranza a prendere le decisioni politiche, sostenendo che tale funzione è riservata ad una minoranza ben organizzata, avanti alla quale i cittadino si trova solo ( è per l’appunto il caso di una regione come la Basilicata).

L’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qui, ritenendo chiaro il contesto, come dire ideologico, all’interno del quale mi sono mosso.

 

3.Riportare all’interno delle problematiche della Basilicata il pensiero dei classici è stata la mia preoccupazione costante: sarà agevole comprendere di conseguenza l’attenzione dedicata al clientelismo, al rapporto inquietante quanto corruttivo tra ceto politico e ceto burocratico, alle disuguaglianze sociale come fattore di vulnerabilità degli individui e della collettività nel suo insieme e di dipendenza dalla politica.                     

In un ambito così definito, mi sono posto un primo quesito: dove fare massa critica per il cambiamento? La risposta più ovvia sarebbe di partire dalla politica. Non si può affidare l’iniziativa del cambiamento a poteri diversi dalla politica. Ci si rende conto che si tratta di una affermazione generica.

 Richiede specificazioni, attenta valutazione dei soggetti in campo (ceto politico vero e proprio, società civile, economia, ecc.).

Già, ma come? E’ realistico pensare che soprattutto in una società arretrata sia possibile essere alternativi a se stessi e spingere quanti nella società civile sentano un minimo di passione civile e politica nella direzione del cambiamento?

 Possono i pochi sensibili ad un progetto del genere avere qualche chance di successo avanti ad un sistema chiuso, consolidato nelle sue prassi di conservazione dell’esistente? Un sistema capace di soffocare sul nascere ogni spinta innovativa, perché contraria ai suoi interessi? C’è da dubitarne.

E’ lecito avere molti dubbi sulla capacità e volontà del sistema politico di auto-riformarsi. I cambiamenti non sono mai repentini, né radicali. Il sistema ha in sé poderosi anticorpi capaci di distruggere qualsiasi intruso.

Ho fatto numerosi esempi tangibili in proposito. Vorrei ricordare il caso della Fiat di Melfi che avrebbe potuto far disegnare un nuovo e più elevato assetto territoriale ed urbano, è il caso del mobile imbottito di Matera, è la potenzialità turistica del Metapontino, sprecata con la costruzione di case secondarie e così via: Tanti “intrusi” che il sistema ha saputo inglobare nell’ottica della conservazione dello status quo.

Spesso, allorché si parla di soluzioni è dato riscontrare la ricerca di inventarsi qualcosa di nuovo, essendo subissati da proposte, formule, politiche che contengono di tutto e di più.

Nel Mezzogiorno il sottosviluppo permane e finisce per costituire condizione fondamentale per la sopravvivenza dei detentori del potere che, come rilevava Luigi Sturzo, “hanno bisogno che ci siano i bisognosi”.

Il politico si afferma e sopravvive soltanto quando ha qualcuno da proteggere e che chiede protezione. Il sistema degli sprechi, rendite, privilegi grandi e piccoli, cattive abitudini, inefficienze ne costituisce la logica conseguenza.

Ci si rende conto che, allo stato attuale, diventa difficile fare passi indietro di natura istituzionale molto significativi, come quella avanzata da Geminello Alvi, di abolire le regioni, descritte come “selva di burocrati ed amanti inutili”, pur in presenza dei molteplici fallimenti che le  hanno caratterizzate.[3]  Ma tornare alle motivazioni originarie per cui furono istituite le regioni (funzioni legislative e di programmazione), riducendone il personale, in rapporto al venir meno di alcune funzioni amministrative, responsabilizzarle maggiormente con forme di autogoverno vincolate alla concessione condizionata delle risorse sulla base dei risultati conseguiti, procedere al riordino, e se possibile, alla abolizione delle istituzioni locali (Province, C.M., accorpamento almeno di alcune funzioni comunali), creare e premiare sinergie tra regioni per determinare una soglia dimensionale minima di intervento pubblico, tutto questo può essere un terreno utile per collocarsi nell’ottica nazionale ed europea.

4. In questa fase politica è strategico contenere il tasso di politicità presente nella società dovuto a questo sistema politico ibrido centro-periferia di doppio centralismo. E per fare ciò è necessario che le elite regionali e locali cambino atteggiamento, innovino profondamente metodi e obiettivi di governo della cosa pubblica, strutture organizzative, ossia diventino mobili.

Questione prioritaria è sgretolare, rimuovere le corporazioni esistenti, partendo dalle regole che ne hanno consentito la istituzione: la ripresa e lo sviluppo della vita civile richiedono azioni in questa direzione. I mali della politica non sono certamente eliminabili in toto, sarebbe velleitario il solo pensarlo, ma ridurli, contenerli in limiti fisiologici, è condizione importante per creare un contesto sociale adeguato alle potenzialità di un territorio e anche condizione possibile.  

In questa ottica si pone prioritariamente una azione volta ad educare il cittadino ad osservare le regole formali ed informali che attivino virtuosità civili, professionali, sociali (il merito, il rispetto delle situazioni del prossimo, ecc..), un processo difficile da attuare, stante il radicamento opposto in atto, consolidatosi storicamente e condizionato dalle precarietà insite in un contesto arretrato socialmente ed economicamente.

 La politica, così com’è, andrebbe commissariata per il tempo necessario per abituare il cittadino  e la società civile al nuovo comportamento. E’ una provocazione  certamente, ma evidenzia la gravità della situazione in cui versa la politica.

 In realtà, non possiamo prescindere dalla politica: dobbiamo soltanto valutarla nella sua agibilità, nel suo modo di operare, concentrando la nostra attenzione sulle regole che la disciplinano, mettendo da parte la vexata quaestio tra la corrente di pensiero che vuole una economia auto-regolata, affidando allo Stato soltanto problemi di sicurezza e quella che sostiene una attività politica che orienti, governi normativamente i singoli assetti dell’economia e della società nel suo insieme, sulla base del perseguimento del bene comune e dell’interesse generale.

Entrambi gli approcci teorici nella pratica applicazione risentono di eterogenesi dei fini: l’individuo, quando ne ha le possibilità, agisce nel proprio interesse, non andando troppo per il sottile  nell’osservanza delle regole formali ed informali che definiscono le relazioni sociali.

Come dire “si arrangia”, oscillando tra la posizione del suddito e quella del cittadino.[4] Ebbene, ai fini del nostro ragionamento, ciò che conta è che abbiamo, da un lato, “uno Stato canaglia”, come sostiene Piero Ostellino, ossia  uno Stato dirigista, un soggetto collettivo autoreferenziale, fatto da una pubblica amministrazione pletorica, invasiva, ottusa e, non di rado, corrotta, e dall’altro, una società civile, composta da italiani anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, ingegnosi, flessibili, pragmatici.

Abbiamo dunque un Paese in cui l’arte di arrangiarsi dei singoli si colloca sotto  il giogo dello “Stato canaglia”. Se questo è, è del tutto evidente che da questo dobbiamo partire e cioè dalla politica e dalle regole che la governano.

 

            La riforma della Pubblica Amministrazione

 

5.A questo punto ed in questo ambito si pone il problema di dove fare massa critica per il cambiamento delle regole della politica.

C’è una minoranza trasversale tra tutti i ceti sociali che voglia sostenere questa battaglia? ritengo di si. A questa latente forza di possibile cambiamento intendo collegarmi idealmente, prospettando una serie di soluzioni operative che non mi sono inventato, ma che sono il frutto di una raccolta di idee, progetti, proposte emerse in vari contesti che  si è cercato di ordinare e rendere coerenti con le impostazioni concettuali che attraversano questo lavoro in lungo ed in largo. Questione centrale è la riforma della Pubblica Amministrazione.

Rivedere gli assetti organizzativi, riattribuire le responsabilità, conferire trasparenza alle azioni amministrative, insediare vere autorità di monitoraggio e valutazione dei risultati sono tutti obiettivi che devono sottendere per avere successo effettivo e duraturo  una regola generale, ossia la distinzione tra politica ed amministrazione burocratica. Occorre in altri termini tagliare alla radice il clientelismo che si annida proprio nelle inefficienze amministrative.

Riferire le questioni esaminate finora alla Basilicata significa ricercare soluzioni, agendo su due livelli, quello del riordino istituzionale e quello del rapporto tra politica e burocrazia.

 

 

Ø                           Il Riordino istituzionale:

Le linee lungo le quali ci si potrebbe muovere consistono nel:

1.       restituire alla regione i suoi compiti originari di legiferare e programmare, delegando ad “amministrazioni di scopo”, ossia strutture che si compongono per perseguire obiettivi e progetti territoriali zonali e che si scompongono una volta conseguiti i risultati, chiamando a dirigerle manager di provata esperienza;

2.     rivedere il sistema delle autonomie locali, d’intesa con le istituzioni nazionali competenti, abolendo le Province, le Comunità locali, attivando iniziative di aggregazione di funzioni tra Comuni, istituendo, anche a questo livello, “amministrazioni di scopo”, richiamate al punto precedente, con azioni dal basso;

3.     rivedere il sistema sanitario regionale, sopprimendo gli ospedali in eccesso sulla base del piano sanitario predisposto negli anni ‘90;

4.     riaccorpare i distretti scolastici in funzione delle esigenze degli alunni, eliminando le pluriclassi;

5.     privatizzare la gestione di molti servizi pubblici, aprendosi, ove possibile, all’apporto del volontariato, degli anziani.

 

 

Ø      Il riordino politico-burocratico

 

Le regole per  rilanciare una nuova classe politico-burocratica possono schematizzarsi nel modo seguente:

1.       rappresentanza politica a tempo: massimo due legislature ed in un solo ente;

2.     separazione della funzione politica da quella burocratica: il funzionario dell’Ente Regione Basilicata che viene eletto in Consiglio Regionale si dovrebbe dimettere da dipendente dell’ente stesso; Il senso di tale soluzione è presto detto: superare l’ibrido personaggio che si occupa della cosa pubblica, metà politico e metà burocrate;  si tratta dunque di abbattere il giano bifronte; 

3.     chi ha svolto incarichi di rappresentanza politica non può ricoprire successivamente responsabilità in strutture gestionali pubbliche o miste;

4.     chi viene incaricato di ricoprire le funzioni di Direttore Generale sottoscrive un contratto a termine rinnovabile e, se interno all’Amministrazione Regionale, si dimette da funzionario;

5.     il rinnovo del contratto dei Direttori Generali è legato al conseguimento di obiettivi prefissati;

6.     i programmi, le strategie e gli obiettivi assegnati ai dirigenti devono essere  attuabili e  coerenti con le risorse disponibili ed in quanto tali misurabili;

7.     l’opera dei Direttori Generali viene valutata da un organismo indipendente nazionale o internazionale che influisce sulla eventuale riconferma nell’incarico;

8.     introdurre, più in generale, azioni periodicamente prefissate, di monitoraggio e valutazione  dell’attività politico-istituzionale, pur sempre svolte da organismi indipendenti, come premessa per attivare premialità, buone pratiche da trasferire altrove, criticità da superare;

9.     utilizzare il processo di valutazione della dirigenza come strumento di sviluppo organizzativo , da inquadrare in un sistema che riconduca ad unità ed in modo coordinato l’analisi delle azioni dei singoli dipartimenti, evitando ciò che si verifica attualmente e cioè le valutazioni isolate che altro non sono che semplici adempimenti burocratici; organizzare la politica regionale per progetti e non per giustapposizione degli interventi; tale impostazione può rappresentare una grande innovazione di metodo e di contenuto, richiede competenze nuove che è possibile ottenere con una formazione

     specifica, partendo dalla revisione degli attuali assetti organizzativi.

Il senso del riordino istituzionale e della introduzione di nuove regole nell’Amministrazione Regionale è rintracciabile nella esigenza di:

1.       aprire concretamente alla società civile la possibilità di occupare postazioni di rappresentanza politica, evitando l’attuale frattura tra società politica e società civile e superando il sistema politico bloccato in atto;

2.     rompere l’impermeabilità ed autoreferenzialità dell’attuale ceto politico-burocratico e dunque evitare le chiusure e le endogamie oggi riscontrabili;

3.     ridurre il pubblico impiego ed il suo potere regolatorio, il suo eccesso di dirigismo;

4.     prefigurare il soggetto politico come effettivo civil servant, eliminando le posizioni di rendita presenti nel mercato politico, considerando il politico di professione una eccezione e non la regola;

5.     separare la carriera politica da quella burocratica, come strumento per garantire trasparenza ed equità nella Pubblica Amministrazione, evitando la sovrapposizione politico-burocratica attuale, recependo in tal modo la preoccupazione ed il consiglio che Giuliano Amato dà di “non farsi identificare come coloro che utilizzano la propria posizione istituzionale a fini di interesse personale, sulla base del presupposto che in politica non basta agire in modo disinteressato, e che bisogna anche apparire tali”; [5]

6.     rompere il circuito delle appartenenze politiche nella scelta della dirigenza;

7.     restituire i funzionari pubblici ai loro compiti istituzionali, sottraendoli a tentazioni clientelari per sé e per i partiti di appartenenza, dando loro maggiore dignità sociale;

8.     realizzare ciò che gli anglosassoni chiamano accountability, ossia l’obbligo per i dipendenti pubblici di rendere conto del proprio operato

9.     mettere in condizione il  cittadino di effettuare  le sue scelte elettorali e politiche, senza la pressione del politico di turno;

10.  contenere i processi di cooptazione ;

11.   privatizzare la dirigenza della Pubblica Amministrazione;

12.  responsabilizzare i vertici politici ed amministrativi, riconoscendo una chiara distinzione di funzione e maggiore autonomia operativa ai diversi soggetti;

13.  ridurre in termini fisiologici la invasività della politica, disboscandola da centri di potere costosi e spesso controproducenti;

14.  procedere ad una selezione più consapevole e partecipata del ceto politico;

15.  ridurre la spesa corrente della Pubblica Amministrazione, partendo dal contenimento delle indennità delle rappresentanze istutuzionali;

16.  ridimensionare gli apparati, conferendo loro di contro la possibilità di offrire beni e servizi con più efficacia ed efficienza.

    Nell’ambito delle regole prima enunciate, va sottolineato il particolare valore di alcune di esse nella prospettiva del riconoscimento dei meriti dei soggetti interessati.

    Le proposte riguardano sia la classe politico-burocratica ed in particolare il punto 7, relativo all’azione di monitoraggio e valutazione dei risultati e sia il punto 8 delle regole della buona amministrazione, ossia la necessità di dare conto del proprio operato alla collettività.

Combinare tali buone prassi significa istituire ciò che ha introdotto Tony Blair in Gran Bretagna, definito delivery unit (unità di consegna) che consiste nello spostare l’attenzione dall’analisi delle norme e delle procedure a quella dei risultati.

L’approccio ha una valenza nazionale, ma può anche partire da primi esperimenti regionali e locali.

Sarebbe interessante rendere pubblici i dati, ad esempio, dei laureati lucani, del tempo impiegato da essi per conseguire la laurea, del tipo di lavoro  che svolgono, della difficoltà o meno degli stessi di ottenere un impiego, e così via. E sarebbe molto utile conoscere il giudizio  che gli studenti hanno della Università di Basilicata.

Così come sarebbe importante raccogliere e distribuire informazioni sul funzionamento degli ospedali, delle scuole e di tanti altri servizi pubblici, onde rendersi conto della loro qualità e confrontarla con strutture esterne alla regione.

In questa ottica, sarebbe interessante sapere se la nostra scuola, la nostra università, la nostra formazione professionale siano in grado di produrre il capitale umano del futuro. 

Si tratta di elementi certamente utili al cittadino che potrà far sentire la propria voce con maggiore cognizione di causa, utilizzandoli pienamente nella sua azione di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, ma sono soprattutto utili alle stesse istituzioni, perché offriranno dati essenziali per verificare l’efficacia e l’efficienza dei servizi prestati.

In tale ambito, opera complementare può essere svolta dalle iniziative indicate nei punti 4, 5, 6, delle regole prospettate in precedenza, ossia la valutazione della dirigenza da parte di un organismo realmente indipendente come vincolo per la sua riconferma, sottraendola alla politica, per evitare quello che succede attualmente e cioè la sostanziale sovrapposizione tra controllore e controllato e, ciò che è più grave, l’occultamento o la minimizzazione delle inefficienze.

E’ chiaro che la valutazione così configurata consente anche un giudizio sulle scelte della politica, sia nell’individuare il proprio management e sia in ordine ai risultati raggiunti.

Disporre di un filtro esterno di questo tipo è, senza dubbio, strategico per obbligare i centri di potere a dare conto in modo puntuale del proprio operato e per comprendere finalmente che produrre “ eccellenze” progettuali ed organizzative ed etiche è la strada principale per acquisire consenso.         

Francesco Giavazzi  fa osservare che introdurre questo metodo in Italia significherebbe ribaltare il modo di lavorare e di pensare delle pubbliche amministrazioni, spesso più interessate alle procedure che ai risultati.[6]

L’insieme delle suddette regole va nella direzione di contribuire a realizzare beni relazionali che sono decisivi per la crescita di una comunità e che attengono a comportamenti degli operatori pubblici, basati sulla responsabilità, trasparenza, corretta informazione, certezza delle regole, cooperazione ed equità nella gestione dei diritti e delle opportunità.

E’ forse la strada più idonea per rimuovere le barriere visibili e talvolta invisibili poste all’ingresso della distribuzione delle risorse pubbliche. 

Sono il veicolo per dar luogo ad una società in cui gli spazi di affermazione dei meriti siano consistenti e possano riguardare sia la dirigenza politico-burocratica, sia il comune cittadino.

Le soluzioni proposte sono funzionali all’idea che lo sviluppo non dipende soltanto dalla quantità di risorse disponibili, ma anche dall’ambiente in cui ci si trova ad operare, dalla cultura che esso esprime, dal livello di efficienza della Pubblica Amministrazione, dalle modalità con cui si organizza la politica.

6.Far crescere le competenze e migliorare l’efficienza e l’efficacia della burocrazia è azione strategica, a maggior ragione nel periodo di crisi che stiamo attraversando: occorrono circa tre anni in Basilicata per passare dall’incarico di progettazione all’aggiudicazione definitiva dell’appalto per la realizzazione di un’opera pubblica, per non parlare della esecuzione delle opere, mentre la Lombardia ne impiega la metà.

Ciò presuppone, tra l’altro, che vada rivista l’intera organizzazione amministrativa, alla luce della revisione dei compiti auspicata in precedenza. Anche qui i dati non sono certo confortanti: La Basilicata ha indici tra i più alti tra le regioni italiane, sia come dipendenti per ogni 10.000 abitanti , pari a17,4  , a fronte dei 10 della media italiana, dei 3,2 del trentino, dei 3,5 della Lombardia, dei 7,7 della Puglia, e sia come dirigenti, disponendo di 67 dirigenti ogni mille dipendenti, contro i 6 del Trentino, i 57 della Toscana, i 30 della Puglia, nelle sue Pubbliche Amministrazioni sono stati spesi più di 12 milioni di euro per 1.623 tra consulenti e tecnici esterni nel 2006, mentre la Valle d’Aosta ed il Molise ne occupavano rispettivamente nello stesso anno 595 e 1.050. [7]        

Le proposte che qui vengono formulate non sono certo esaustive, non contengono, tra l’altro, risposte relative all’altra faccia della medaglia, rappresentata dalla società che dovrebbe trovare occasioni di riforma comportamentale nello stesso spirito indicato in precedenza, rilanciando il suo senso civico e misurandosi con la sfida del merito.

La scuola, le istituzioni civili e religiose, il mondo professionale ed imprenditoriale, i giovani contengono certamente al loro interno energie da alleare e mobilitare in questa direzione.

Sono attualmente minoritarie, ma sussistono e possono costituire la base, sia pure parziale, di un nuovo comportamento civico.

La loro attenzione deve essere rivolta alla politica, il luogo deputato a creare quel “clima” nuovo  di  avviamento finalmente verso un circuito virtuoso di crescita sociale.

Incalzarla, entrandoci dentro a pieno titolo come portatori di un nuovo modo di organizzarla diventa condizione decisiva, mettendo in conto che si andrà incontro ad ostacoli molto duri da superare.

La Basilicata è una piccola area, un piccolo Mezzogiorno, ma proprio la limitata dimensione e le peculiarità, sul piano sociale ed economico, che la caratterizzano forse possono rendere meno difficile ipotizzare una nuova via da intraprendere per il rilancio dell’intero Mezzogiorno.

Potrebbe essere realmente un modello politico e sociale da replicare altrove.

La Basilicata si trova oggi all’incrocio di due strade: la prima conduce nel tunnel di un declino pressoché irreversibile, ricollocandola in una posizione molto marginale nel contesto civile   meridionale e nazionale, mettendone in discussione la sua identità, la seconda porta verso un sistema efficiente e vitale in grado di contribuire alla integrazione ed alla crescita delle due grandi aree metropolitane della Campania e della Puglia.

Dobbiamo tener ben presente la metafora della rana cinese di Riccardo Illy.[8] Racconta di due rane messe in due pentole diverse, la prima in una pentola di acqua messa a riscaldare a fuoco lento, la seconda in una pentola di acqua bollente. La prima rana, abituatasi al cambiamento graduale della temperatura dell’acqua, muore; la seconda, appena va in contatto dell’acqua, fa un salto e schizza fuori della pentola. Morale della favola: uno choc consente una capacità di reazione, una lenta deriva determina assuefazione, assopimento, incapacità di avvertire il pericolo e di conseguenza di correre ai ripari. La prima rana rappresenta metaforicamente la Basilicata di ieri e di oggi, una regione in declino, ma non ne avverte la gravità e le conseguenze. La seconda può essere la Basilicata del futuro, se saprà uscire in tempo dal suo sottosviluppo.

Certamente lo sviluppo della regione necessita di politiche di contesto di portata nazionale ed internazionale, ma se corrisponde al vero che i responsabili di ciò che sarà il futuro della Basilicata e più in generale dell’intero Mezzogiorno, sono i  lucani ed i meridionali in genere, ebbene è proprio questo il momento di dimostrarlo, con un federalismo “fai da te”, andando a cambiare le regole del gioco politico.

Molto dipenderà da come i giovani vorranno porsi negli ambiti prima descritti.

Lungi da me la tentazione di cadere nella facile retorica, sempre in agguato, quando si discute delle nuove generazioni.

Ciò che mi sembra importante  è che vogliano occuparsi  con grande impegno di politica, cosa non facile attualmente, data la sfiducia che essi hanno nei confronti della politica.

La libertà -ammoniva Giorgio Gaber- non è star sopra un albero…libertà è partecipazione.

C’è una minoranza trasversale ai partiti che voglia intraprendere una azione di grande cambiamento istituzionale? Se c’è, batta un colpo.

 

 

                                                                            


[1] Cfr.Raffaele La Capria: La mosca in bottiglia, Rizzoli, 1996.

[2] Tra gli altri va segnalato il lavoro svolto da Cesare Salvi e Massimo Villone, intitolato “I costi della politica”, edito da Mondadori.

[3] Geminello Alvi: Una repubblica fondata sulle rendite, Mondadori, 2006

[4] Piero Ostellino: Lo Stato canaglia, Rizzoli Editore, MI  2009.

[5] Giuliano Amato: op. cit.

[6] Francesco Gavazzi: prefazione al libro di Roger Abravanel , intitolato Meritocrazia, garzanti editore, 2008

[7] Dati forniti dal Ministero per la Pubblica Amministrazione.

[8] Riccardo Illy: La rana cinese, Editore Mondadori, 2006.