Recensioni

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

R. Urraro, Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009.

di Daniela Camardese

 

L’opera, divisa in due sezioni, La parola e il sangue (di 26 poesie) e La danza delle stelle (di 52), esplica magistralmente quel culto, che Urraro sente con piena autenticità e convinzione, della parola (italiana come dialettale), che ne fa un insostituibile mezzo di comunicazione ed espressione del vissuto. Essa riunifica l’esperienza umana, diversamente frammentata, e riaffiora, dal fondo dell’esistenza, depurata dall’intelletto del poeta che così è ancora ‘vate’ in grado di condurre il lettore, nell’incanto della poesia, alla scoperta di un ordine cosmico e di una saggezza sovrumana.    Una poesia concepita in tal senso, non può, per ovvie ragioni, rivolgersi se non a un’élite, capace di decodificare certi passaggi ermetici, in cui la lingua è usata in modo peculiare sia nel ‘significante’ che nel ‘significato’. Su questa specificità della lingua della poesia Urraro si è espresso efficacemente, a titolo d’esempio, in AA. VV., Linguaggio e lettura testuale. Atti del corso di critica e semiotica strutturale, Potenza 1988: “per comprendere il linguaggio poetico non si deve pretendere da un autore di essere chiaro e ‘facile’, ma è indispensabile che come l’autore, nella sua scrittura, si rifà al codice artistico, anche il lettore si rifaccia allo stesso codice e quindi impari il vocabolario dell’arte, la grammatica e la sintesi dell’arte”. Il modello critico di riferimento è indicato in J. Lotman, La struttura del testo poetico, Mosca 1970, in cui si sostiene quanto segue: “il linguaggio poetico si presenta come una struttura di grande complessità. Esso è notevolmente più complicato delle lingue naturali”.

         Sul piano del “poiein”, oltre alla lezione dei grandi poeti del ‘900 italiano (soprattutto Montale per l’inserimento, nella lingua della poesia, anche dei tecnicismi e dei vocaboli comuni), il riferimento fondamentale per il nostro resta il simbolismo francese, con la figura di Stephan Mallarmé e la sua invenzione della combinazione déroutante fra le parole (imprevista, imprevedibile, ma sempre ricca di senso), nonché l’accentuata ricerca di polisemie (mediante intrecci, interazioni e tecniche particolari, e attraverso l’uso mirato di figure di suono, di significato, di costruzione e di pensiero).       La plurivocità delle parole adoperate nel “poiein” è data dalla capacità di sintetizzare, nel segno rivolto al fruitore del messaggio poetico, la sua componente musicale (che magicamente ‘incanta’ sul piano emotivo), quella visiva (che risveglia le facoltà immaginativo-fantastiche) e quella intellettuale (che consente alla logica di passare dal livello denotativo di senso a quello connotativo). I verba della poesia non trasmettono pertanto solo un messaggio, ma frantumano e ricompongono senso, o, in definitiva, creano una dilatazione fra ‘significante’ e ‘significato’ della lingua ordinaria.

         La ricerca di un legame indissolubile e necessario (non più arbitrario quindi) fra concetti e parole, un po’ come, per gli antichi teorici indiani, la parola poetica, facendo rivivere segni depositati da vite anteriori, originerebbe la poesia come “suono che produce conoscenza” (M. Corti, Principi della comunicazione letteraria, Milano 1976), raccoglie la lezione mai esaurita dell’altro grande simbolista francese Paul Valéry, con la sua concezione della parola come creazione, processo, lavoro poetico.

         Secondo la concezione poetica dell’autore de La serata col signor Teste, dalla celebrazione delle forze razionali dell’intelletto (contro quelle del sentimento e delle passioni), dalla ricerca delle leggi dello spirito (che i comuni mortali non conoscono), dal recupero di un punto fermo che si innalzi al di sopra del caos delle umane vicende, promana una poesia ‘pura’, lontana dal flusso delle esperienze mondane, astratta e difficile. È una poesia non moralmente intesa, ma che deve guidare, in senso analitico, allo studio delle relazioni tra il linguaggio e i suoi effetti sugli uomini. Tale poetica associa, al significato razionale e di critica, della poesia, intesa come “festa dell’intelletto”, uno studio scientifico del linguaggio e del rapporto fra i concetti e le parole. Insomma, non ci si può accontentare di un’ispirazione irrazionale, per produrre il fenomeno poetico; bisogna piuttosto scandagliare il linguaggio, sicché Raffaele Urraro, ponendosi al seguito del sommo allievo di Mallarmé, usa espressioni molto puntuali, a proposito della parola: sul piano teorico, la definizione più efficace della parola poetica è forse quella che leggiamo nel suo contributo Poiein. Il fare poetico: teoria e analisi, Napoli 1985:

         “La parola del poeta è comunicazione continua. Essa non si sbriciola nel momento della pronunzia. Perché? Sono due le facce della parola poetica: da un lato essa dice sempre altro e di più della parola normale, è ricca, ambigua di una verginità comunicativa, è una spirale violenta che si allarga e si restringe e semina i suoi significati; dall’altro penetra nel fruitore, lo stravolge nella coscienza, lo desta ad emozioni nuove e mai provate, lo trasforma, lo solleva e lo fa ricadere, lo apre a meccanismi psichici il cui approdo è imprevedibile”.

         D’altro canto, passando dalla teoria alla prassi poetica, il percorso di Urraro si fa più complesso, sicché già nel prologo della raccolta Calcomania (Napoli 1988), una sorta di metafora della storia della parola, il poeta, svestiti i panni del critico letterario più ottimista, si esprime in tal senso.

“OH LA PAROLA!

Oh la parola che mi porta via. la parola è l’estremità della tensione che brucia. tendere…tendere…tendere…verso…verso…verso…alla fine la parola sta lì seduta a guardare la mia macerazione. si lascia dire come se fosse una cosa. una cosa importante. ma la parola è ancora di più. è sempre ciò che è oltre la parola. la parola va sempre oltre la parola. è un vertice del cono. del cono di parole. io ho uno spazio tu hai uno spazio tutti abbiamo uno spazio. la parola fuoriesce dal cervello e si espande in quello spazio. ma non è ancora la parola. il logos aspetta senza pazienza con tensione allucinata. anch'esso rotola in quello spazio e sbircia e scarta e diluisce e magmatizza fino a quando le parole non hanno scoperto la parola. la parola è l’assoluto? l’unico assoluto nel cosmo dissoluto? forse no…forse sì. è vero che è l’attimo in cui le luci della mente si accendono tutte ad illuminar “la sotterranea notte”. ma chi può parlare di assoluto? è comunque il risultato di una tensione. tensione che tende. verso l’alto o verso il basso? verso il tutto che è muto e morto e che vive quando sussurra al poeta la parola che lo dica”.

         Proprio in Calcomania, insomma, dal tentativo di ricerca di un percorso di conoscenza attraverso la parola, Urraro percorre una strada che termina nella sezione Thanatos: questa rappresenta purtroppo la fine del viaggio, ossia la perdita di senso del segno, col conseguente annullamento della storia stessa in un approdo malauguratamente nichilista.

         Il tema del nichilismo apre appunto la sezione La parola e il sangue della raccolta di Poesie recentemente pubblicate per Marcus Edizioni dal nostro: in voglio morir con la parola in bocca si legge infatti di una parola / meno stanca di niente, e l’ ‘io parlante’ ammette di non avere più la forza di parlare (cfr. l’ineffabilità espressa in cosa fanno le stelle nella notte? quando il poeta dice io guardo e guardo / e non trovo parole); e tuttavia crede ancora nel fare poesia come in un calarsi nella notte / con mente cuore corpo anima / e infrangersi sulle rocce delle cose / e poi in/formare una parola / che scenda dritta nelle ombre / a portare una fiammella / di verità scrostata / dal nulla dell’oblio / o dall’oblio del nulla (sempre in voglio morir con la parola in bocca).

         In tale antitesi, fra ineffabilità e affabulazione poetica, possiamo cogliere le ‘due facce’ che l’autore si attribuisce in premessa alla raccolta, quella rivolta alla realtà e quella che guarda al sogno: ecco la ragione sostanziale del bipartirsi della raccolta…agli ‘spaccati’ di realtà, i 26 ‘movimenti’ de La parola e il sangue, si sostituiscono, generosamente in raddoppio numerico (di 52), le contemplazioni estatiche-oniriche de La danza delle stelle. Il poeta dà infatti prima voce al dubbio (io non so più chi sono esordisce non a caso in chi so’? chi simme?), e ‘discende’, per così dire, nel dialetto (pseudodialogico), alternato all’italiano come in un flusso di coscienza ancora più franto che nella prosa; seguono negazioni in abbondanza, evocazioni di morte o di storia (‘a storia) che progressivamente si dissolve (da pagina strappata si fa fiume, poi voce, sospiro, lamento, ombra, dolore di morte), vissuti di autoesclusione (di cui è metafora l’intera poesia scinne…scinne, vaccarella!), di solitudine (ognuno è solo con le sue ragioni / ognuno è solo senza più ragione recitano alcuni vv. de il mondo è caduto in disuso), di fallimentari esili volontari (vorrei librarmi in un volo […] / ma la fuga è un cristallo leggiamo in …è guerra!). Non mancano travestimenti o identificazioni (siamo noi! gli iracheni!, non sono una donna, il lamento del tigri, Jasmin, i fantasmi dell’isola di Phuket e la preghiera di Bua, il soldato u.s.a. e getta, le rotte delle stelle: il lamento dell’immigrato, il lamento di Cindy Sheean, anch’io ho il diritto di essere uomo, e il vento porta ancora un’altra voce), volti a ‘declinare’, da oriente a occidente, senza distinzioni di nazionalità, colore, o sesso, il pianto cosmico dell’uomo (senza storia / senza terra e senza nome in anch’io ho il diritto di essere uomo) che, in cerca della vita, ode soltanto parole di fuoco / gettate nel gelo di questa / primavera di neve (ibid.). Anche i tragici eventi del terremoto de L’Aquila trovano la loro accorata espressione nella poesia sotto le pietre della terra nera, ove, sapientemente, come il poeta dichiara, il tempo (non solo della storia, ma anche della dicitura poetica) si ferma…prova ne è che a chiudere il desolato scorcio di rovine, disperazione e crudeli colpe, è la voce dell’antico, o meglio, del classico senza tempo: si tratta dell’ultimo verso dell’Eneide virgiliana, quando, a proposito di Turno (ma Virgilio lo aveva già detto per Camilla in Aen. XI 831), il Mantovano parla della fuga della vita indignata sub umbras.

         Dalle forti immagini del ‘sottosuolo’, metafora delle sciagure umane e dei cataclismi ambientali, il canto di Urraro si innalza però, nella seconda parte della raccolta, La danza delle stelle appunto, a toni più positivi, se non ottimistici, in una sorta di passaggio da una pars destruens ad una construens almeno in parte. Si comincia con la suggestione anche fisica di un insperato volo “rimbalzano le mie parole / dalla terra di creta / al cielo di cristallo, per poi ripiombare subito nella coscienza del vuoto (e non trovano nulla / : trovano soltanto / il silenzio dell’assenza / ombra grigia / che pigia / le nevrosi / del sogno // l’uomo è solo / con la mente che vola e che s’impiglia / negli spazi frantumati del nulla). In tale accidentato itinerario sopravvive la parola, se non nella sua interezza, almeno nell’eco trasportata dal vento. Il poeta è il fantasioso sognatore notturno, sollecitato (la metafora dell’alveare che si srotola in è venuta la notte è molto efficace) da immagini fantasmagoriche, finché non diventa lui stesso altro da sé, nella figura del gatto (cfr. anche quando l’alba mi muore tra le mani e non aprite quella porta) che, ‘alle punture’ dell’alveare onirico notturno (cfr. vorrei chiudere il mondo), risponde con i suoi spilli (quando il cielo disbriglia le sue stelle) e parla con la terra / le parole della sua malinconia. Anche l’ubriaco rose disperde con le secche mani (nella poesia omonima) e arriva ad inerpicarsi nel giardino delle stelle per un respiro di luce da calare / nel dolore del mondo…Ma cosa sono le stelle, nell’immaginario del poeta? Probabilmente quei diritti inascoltati che l’anima gli trasmette nel componimento sento il ritmo dell’anima mia e che egli definisce ancor meglio disarmonie vagabonde / sussulti del pensiero vagante in volevo dirti l’assenza dei tuoi occhi. Sono, insomma, quegli ‘aloni’ di mistero che di tanto in tanto si lasciano scoprire. Ma le stelle sono anch’esse ‘creature’ autonome, che, vagando per i deserti celesti, guardano questa terra che sa / di nientità crepuscolare (non sapevo la noia delle stelle) e si rivelano corpi transeunti, ignare esse stesse dell’insensatezza del loro cammino. Il poeta è come loro, vorrebbe trovare una voce, ma gracida parole (me ne vado per la strada; cfr. ci sfugge l’essenza della vita per il gracidare di questa nascosta nello stagno); solo nell’ineffabilità l’anima intrisa di tensioni / si libera e si libra / nel volo azzurro / come velo di cielo (dalla sua finestra al balcone); il poeta può così unicamente ammettere, come in vorrei dire quel che penso della vita, non ho milioni di parole / per dire quanto è grande il pensiero / e quanto è piccolo il mondo, o, come nel componimento in un crogiuolo di sensi, che l’anima è farfalla che svolazza e poi / resta intrappolata nella rete. Le parole del poeta sono purtroppo in balìa del destinatario (le mie parole hanno il senso che vuoi), eppure chiede a quest’ultimo di non dimenticarne il sostrato umano, la carne, il sangue e il calvario da cui l’anima fa risuonare, sotto i colpi della vita, la sua disperata eco. Anche in adesso ho capito e in se ti fai una passeggiata nella notte, la progressiva acquisizione di consapevolezza della vita va a confluire nell’abisso sbadigliante (secondo un’espressione di Nicola Abbagnano), l’equivalente cosmico del chiummo dint’ ‘o core che il poeta sente, a livello, personale, nel rievocare i sogni di gioventù su la danza delle stelle (cfr. il tempo cammina).

         La negazione è in questa parte della raccolta riferita però al mondo, non alle parole, tant’è che prima l’autore evoca parole che il vento / porta dalle lontane terre del tramonto // e son parole di sogno / o parole sospese / tra un ricordo che viene / e un pensiero che va ecc., poi, in non aprite quella porta, passa a contemplare il mondo ragno imbalsamato e ammette non trovo nessuno / nemmeno lo sguardo profondo / di una parola, oppure, più drammaticamente, son rimasto io solo / a contemplare il silenzio / attaccato alle scorie della vita / io solo / mi sento il guardiano della luna.

         La conquista della parola di verità, di una sorta di assoluto nel dissoluto mondo, è così esperienza di solitudine estrema (cfr. il tempo non ha tempo), quasi di autoreferenzialità: sto parlando con me /, recita l’omonima poesia, fin dalle ore della notte / e mi parlo parole petrose / raccolte tra le conchiglie del pensiero // e il pensiero mi porta nelle grotte dell’abisso / dove si nasconde il principio / e la fine delle mie paure // e poi resto solo con le mie farfalle / volate da pozzanghere ingiallite / come un ricordo (cfr. chiedo alla parola di dirmi, je ne sais plus parler, osservo dal molo la guerra dell’acqua, ricordo una notte a piazza duomo, anch’io – e sono anni - ).

         Le antitesi dilaniano la coscienza del poeta quando la porta dell’anima, dice il componimento così intitolato, si apre ai fari della vita: ne consegue che la vita si scontra col sorriso / della notte che sbadiglia e muore / : il sogno si scontra con la vita / pronta a giocare la partita / : l’occhio che vede e che mugugna / si scontra con il sogno ecc.

         L’alternativa a una vita interiormente lacerata è la morte, cui il poeta non riesce a prepararsi (cfr. sto perdendo il sapore delle cose, a volte il pensiero si profonda, la sera è più sera di sera), nonostante la sua consistenza piena, di fronte all’effimero della vita (cfr., rispettivamente, ci sfugge l’essenza della vita e la mia vita non ha più confini: è solo figura della mente / fantasma che compare e si dilegua / nelle disarmonie del giorno // perciò la vita non l’afferri mai / farfalla che svolazza ecc.; la mia vita non ha più confini / e si perde lentamente / come neve al sole ecc.).

         Il senso della caducità dell’esistenza, intriso di classicismo, come dimostrano, a titolo d’esempio, gli echi di quando guardo la muffa, è tema ossessivamente ricorrente nelle ultime poesie della raccolta (mentre ascolto un notturno di Chopin, se suonassimo sotto i rintocchi, nella terra dei merli disvola, fuggono le nuvole nel pozzo, c’è una strada del cielo, me ne vado con la luna in tasca), che si chiude con l’inquietante interrogativo irrisolto ogni giorno ripeto ai miei pensieri / - fate un passo avanti! - / avanti!? / verso dove?!, segnalando così l’impotenza del poeta di fronte all’incertezza del futuro. Connotato in senso più lirico che tragico è invece l’approdo del testo sto appeso al filo delle stelle, sorta di metafora sulla condizione ottimale del poeta-veggente, in perenne tensione verso un dialogo con l’assoluto: e mi ubriaco della luce / stanotte porterò le mie scarpe / a morire al fondo della strada // e tu non mi guardare / hai gli occhi di vetro colorato / i miei occhi invece / sono pieni di spilli // perciò quando guardo una cosa / ne vedo cento mille / ma riesco a capire qual è / quella cosa che mi stringe / le mani e i piedi.

         Lo spazio per un’illusoria fiducia nell’infinitezza delle cose è, infine, ironicamente ricavato (attraverso le immagini della modernità rumorosa e frenetica, quasi intrappolata in un horror vacui, ossia in un dinamismo eccessivo cui però corrisponde il silenzio del pensiero), in uno dei componimenti più struggenti della raccolta: regna un frastuono nel mondo / che dà l’illusione che la vita / è corsa senza fine / fatta di fari e luci di lampioni / e che il nulla è morto / nientificato da un vuoto del pensiero / mentre la fretta accelera i tuoi passi / verso il limite estremo / là dove l’orizzonte cammina / spostando la sua linea oltre la soglia // è il frastuono del mondo / che ti gonfia il petto e ti sorride / entrando nel tuo tempo e / svuotandolo di te.

 

NOTA SULL’AUTORE: Raffaele Urraro, nato nel 1940 a San Giuseppe Vesuviano (NA), dopo la brillante laurea in Lettere Classiche presso l’Università “Federico II” di Napoli, è stato docente (attualmente emerito) di Materie Letterarie nei Licei, coltivando costantemente la passione per la letteratura e la critica letteraria che, al momento, lo impegnano totalmente. Poeta (cfr. soprattutto Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980 – ora Napoli 2008; La parola e la morte, Napoli 1983; Acroàmata, Napoli 2003), saggista specializzato nello studio delle forme del dire (cfr. soprattutto Poiein. Il fare poetico: teoria e analisi, Napoli 1985, in cui propone modelli di esegesi dei testi poetici), è anche giornalista pubblicista, redattore della rivista di letteratura e arte “Secondo Tempo”, nonché autore (con Giuseppe Casillo) di antologie, fornite di ricco commento, di classici latini e della letteratura Poeti e scrittori latini, Firenze 2009.