Recensioni

M. Loparco, Smerigli. Racconti,

La Riflessione Davide Zedda Editore,

Cagliari 2008.

<<sez. Recensioni>>

Giovedì 30 Giugno 2011 "uscita n. 8

 

di Daniela Camardese

  

NOTA SULL’AUTORE: Mario Loparco, nato nel 1968, dopo la maturità classica e la qualifica di progettista delle comunicazioni audiovisive, è stato grafico per case editrici e agenzie di grafica e pubblicità regionali e nazionali. Fa parte dell’associazione culturale “La nuvola scarlatta”. Da anni riceve premi e riconoscimenti in competizioni artistico-letterarie per le sue pubblicazioni inserite in opere collettive.

 

RECENSIONE: l’opera contiene 12 racconti (Sconcerto, L’esploratore, Alcuni ricordi, Tutto d’un pezzo, Una dannata passione, Un tuffo nel passato, Le regole geniali, L’oscuro monito, Inganno su inganno, L’occasione, La potatura, Alla ricerca del cercatore perso) accomunati, a mio avviso, da alcuni elementi ricorrenti: il senso della scoperta inattesa che affiora al termine di ogni storia, il motivo della solitudine, che a volte si ripiega su di sé, a volte entra in contatto, sia pure precario, con l’altro, il valore simbolico che assumono oggetti ed esperienze della realtà. Il tema dominante pare essere quello dello scontro fra verità e apparenza, nell’oggettività dei fatti, ma soprattutto nella rappresentazione che, di questi, opera la coscienza (ciò accade sistematicamente nei casi in cui l’autore ricorra alla narrazione in prima persona). Si susseguono immagini, accurate e accattivanti, di luoghi, situazioni comunicative, esperienze di vita, ma il tutto è all’insegna dell’instabilità e del dubbio irrisolto, o, per paradosso, beffardamente risolto, alle spalle dei protagonisti, solo fra narratore e lettore, qualora costoro condividano l’estraneità alla vicenda in questione e ne colgano l’inquietante non detto.

         All’interno della silloge alcuni testi, particolarmente significativi a riguardo, occupano, non a caso, posizioni cruciali (l’incipit, l’ explicit, o il centro del corpus) e offrono più di altri spunti di riflessione. In Sconcerto, infatti, appare con forza l’intersecarsi dei vari piani temporali: il presente delle abitudini rassicuranti, il passato delle relazioni instaurate e delle ‘conoscenze’ acquisite, il tempo celato del vissuto inconscio, il tempo dell’evento significativo. Si deve di fatto presumere che il protagonista, per presentare il suo habitat naturale – la stanza dell’ufficio in cui lavora – non semplicemente come un “regno”, ma come la personificazione di un «insostituibile» altro da sé («la mia compagna di lavoro […] Siamo cresciuti insieme […] Sono questi i nostri momenti di intesa»), inconsciamente, abbia già raggiunto un senso di inadeguatezza al mondo che lo circonda e, in particolare, al rapporto con l’umano, sicché la scoperta su cui si incentra il racconto (il colore dell’interno del cassonetto dell’avvolgibile alla finestra) non è da paragonare alla rivelazione, per esempio, de «Il treno ha fischiato» di pirandelliana memoria (ne è già un segnale che la scoperta di Sconcerto avvenga all’interno e non fuori dell’ufficio, metafora evidentemente dell’io).       L’assunto che la realtà non sia come appare è, infatti, già talmente presente nel soggetto, da condizionarne significativamente i comportamenti, tant’è che egli ha instaurato un paradossale legame affettivo con l’inanimato, leggendolo come ‘ancoraggio’ rassicurante rispetto a un vuoto di comunicazione piena e veritiera con gli altri («Ho perentoriamente rifiutato di trasferirmi con la promozione»). Il momento del dubbio, sottolineato dall’espressione «chiesi ad alta voce, in fondo a me stesso», è, in definitiva, un momento di risalita a livello di coscienza di quanto è già, sia pure sommerso, nell’intimo del protagonista.

         Ne conseguono, del tutto prevedibilmente, i rilievi successivi «Conosco mia moglie da oltre venti anni. Penso di conoscerla […] potrebbe celarmi anche lei un segreto importante? […] E i miei figli? […] Ma li conosco?».

         In Un tuffo nel passato ci troviamo, apparentemente, di fronte ad un racconto molto diverso, innanzi tutto decisamente più esteso, narrato in terza persona, e, per di più, articolato in tre parti che corrispondono a tre tempi precisi e distinti, che non si intersecano. Inoltre, il ritrovamento di qualcosa è perseguito con piena consapevolezza, ma, il reale paradosso è che la ricerca, per quanto consapevole, non approdi a nulla di stabile, anzi, smascheri al lettore l’illusoria affidabilità di qualunque ‘lettura’ del reale.

         La storia è quella di un’indagine all’interno di una grotta da parte di alcuni studiosi che cercano tracce di pitture preistoriche e, fra l’altro, si imbattono nell’arcano di riproduzioni di mani con sei dita. Segue al ritrovamento sconcertante un convegno di paletnologia che si concentra proprio sull’interpretazione di tale particolare ‘strano’, variamente inteso come allusione all’abilità dei cacciatori e alla loro rapidità nell’inseguimento degli animali, o come simbolo di forza, di potere, di superiorità, di magia, di soprannaturale. Nella terza parte il racconto si trasferisce al passato della preistoria ed è risolto l’arcano, ad esclusivo privilegio del lettore, ma non dei ricercatori che si affannano a dare risposte: il pittore ha semplicemente commesso un errore.

         La Weltanschauung che ne risulta, essendo incentrata proprio sul contrasto realtà-apparenza, non è diversa da quella che il racconto precedente presuppone; d’altro canto anche qui emergono l’importanza del simbolo, il senso della scoperta o della pseudoscoperta, l’ironica complicità narratore/lettore, il finale aperto e a sorpresa.

         In chiusura della raccolta c’è il racconto in terza persona Alla ricerca del cercatore perso: vi figura un giornalista alla ricerca di un esploratore di cui non si hanno notizie da tempo. Imbattutosi in un «ometto esile, vestito di quattro stracci, i capelli brizzolati, lunghi e arruffati, la barba incolta, la pelle avvizzita», il giornalista capirà solo alla fine, da un particolare apparentemente trascurabile, di aver avuto di fronte l’amico smarrito; ma ancor prima di tale scoperta, riesce a trarre dall’amico un grande insegnamento: «si può raggiungere la vetta pure restando in basso».

         Tale assunto pare il messaggio di fondo dell’intero testo: la coscienza, che rispecchia la realtà, fa i suoi percorsi più o meno tortuosi, codifica e decodifica dubbi, pensieri, timori, approda a qualcosa, ma, solo nella consapevolezza dell’instabilità di quanto raggiunge, può costruire un punto di partenza per l’incontro con l’altro e una base d’appoggio per chi verrà dopo.

         Il titolo generale Smerigli allude, non a caso, ad un elemento polverizzato, poco visibile a livello macroscopico, ma particolarmente funzionale, per rifiniture o ripuliture ecc., rispetto a materiali duri come l’acciaio o il marmo. Quasi a dire che, accanto alla consistenza di certe realtà in apparenza inflessibili o invulnerabili, si fa strada una serie di ‘oggetti’ molto più fini e instabili, derivanti dai tanti punti di vista che si possono assumere.