Archeologia & Arte

  

Adamesteanu e le origini archeologiche della Basilicata

a c. di Raffaella Faggella

 

<<Sez. Archeologia>>

Domenica 15 Giugno 2014 "uscita n. 13"

  

              Descrizione: File:Metapontum 2013.JPG

                                            Metaponto, tempio del parco archeologico

 

1. Si potrebbe dire di Dinu Adamesteanu, e dei risultati da lui ottenuti in Basilicata nel campo dell’archeologia, ciò che i francesi dissero di Baudelaire per i mutamenti fondamentali da lui apportati ai precedenti della moderna poesia: “c’è un modo di sentire prima di Baudelaire altra cosa è sentire dopo di lui”. In effetti, le novità sia teoriche che pratiche introdotte dallo studioso rumeno nella ricerca archeologica della nostra regione rappresentano rispetto al recente passato un punto di diversificazione tale da far pensare ad un autentico salto di qualità della disciplina dell’antiquaria che, in seguito ai mutamenti scientifici adottati nel corso della sua attività, si può dire sia nata in Basilicata proprio con lui.

Appassionatosi precocemente all’antiquaria nella sua patria di origine (era nato il 1913 a Toporu in Romania), giovanissimo aveva partecipato con il Prof. Lambrino e la moglie Marcelle agli scavi di Histria sul Mar Nero, nel territorio dell’antica Scizia Minore, confermandosi nella vocazione di archeologo. Nel 1939 era stato accolto come borsista dall’Accademia di Romania a Roma con il compito di effettuare ricerche sulle Fonti geografiche della Dacia, argomento che Adamesteanu utilizzerà poi anche per la sua tesi di laurea, discussa nel 1945 alla presenza del Prof. Gaetano De Sanctis. Dopo aver acquisito più di venti anni di esperienze e ricerche archeologiche sul campo, che lo avevano portato a scavare dall’Italia meridionale al Medioriente (negli anni 1959-60 venne incaricato di un’importante missione archeologica in Afghanistan) divenne per i suoi meriti nel 1964 il primo Soprintendente archeologo della Basilicata, incarico che manterrà fino al 1978, anno del suo pensionamento. Nel frattempo egli si era anche procurato il modo di non rimanere disoccupato, dopo aver accettato già dal 1971 la più che meritata libera docenza di Etruscologia ed Archeologia Italica, offertagli dall’Università di Lecce.   

2. Prima che Adamesteanu fosse nominato a pieno titolo nel 1964 Soprintendente per i beni archeologici della Basilicata, a parte l’opera volenterosa degli eruditi più antichi e l’impegno più recente di alcuni benemeriti studiosi locali, come ad esempio Michele Lacava, che ha fondato alla fine dell’’Ottocento il museo di Potenza, o altri come il materano Ridola, non si può dire che la ricerca archeologica nella nostra regione fosse fatta con i più moderni e aggiornati strumenti. Questi ultimi, pur non avendo alle spalle l’esperienza pratica nel campo archeologico (non sempre infatti si trattava di persone preparate nella tecnica dello scavo e del restauro, o in possesso di moderni strumenti per la datazione dei reperti) confortati esclusivamente dalla passione per la storia ebbero, comunque, il merito di aver  percorso la nostra regione; alla ricerca di testimonianze storiche, di monumenti, di tombe o di ruderi di antichi abitati, ma col solo intendimento del recupero, dello studio e dell’organizzazione museale. Prima che venissero istituite le regioni lo Stato era assente, tanto che l’organizzazione archeologica della Basilicata era, ma solo formalmente, affidata alle regioni confinanti che non avevano né gli interessi né i mezzi economici per organizzare campagne di scavo nella nostra regione che anche per questo continuava a rimanere in una condizione di marginalità. Eppure il sottosuolo lucano continuava a sfornare reperti, ma solo con metodi empirici o addirittura illegali, sia per l’azione dei ladri di tombe o per gli interessi speculativi di alcuni proprietari terrieri, che arando nelle loro terre trovavano vasi, monete, armi, monili e li utilizzavano per farne mercato senza preoccuparsi di consegnare allo Stato dei beni che secondo loro erano stati semplicemente ritrovati.

L’opera di Dino Adamesteanu non si riferisce certamente a questa prima fase, abbastanza oscura della ricerca archeologica in Basilicata, ma va ascritta a quello che viene indicato come “secondo periodo storico” che, prendendo le mosse proprio da lui, è stato certamente il più fecondo e il più capace nel rivelare la straordinaria ricchezza del nostro patrimonio storico sommerso, trascurato, spesso obliato o distrutto dalla violenza e dall’ignoranza degli uomini. Innanzitutto, spetta all’archeologo rumeno, che fu italianizzato nel 1955 per i suoi meriti scientifici, di aver riconsegnato alla gente lucana  quello che lui amava definire “l’archivio della terra”, cioè la ricchezza del suo sottosuolo. Per la sua intensa attività Adamesteanu ha guadagnato continui consensi sia in Italia sia da parte degli stranieri, ma il riconoscimento più grande gli viene dai Lucani perché grazie alle sue ricerche e ai suoi studi “egli è riuscito a far conoscere la Basilicata che da incognita è divenuta cognita”. Prima di conoscere la regione lucana, (vi era giunto per la prima volta ’49, venendo da Crotone con Bernabò Brea in modo abbastanza avventuroso, come sostiene l’archeologo Orsini, “con una vecchia auto, difficoltà di trovare benzina e alberghi, ma scoprendo quella stessa umanità che cominciava ad attirare geografi e viaggiatori di terre lontane”) era stato a scavare a Gela in Sicilia, invitato nel 1950 dalla Soprintendente di Siracusa, trovandosi molto bene con i siciliani e rimanendo con loro molti anni, “sorta di soldato di ventura in una terra di grandi archeologi”, e verificando per la prima volta una sua teoria: quella che poneva l’accento sulle vie di penetrazione e sulla conoscenza delle trasformazioni dei centri indigeni venuti a contatto con la civiltà greca. 

3. Volendo in breve spazio riassumere i suoi meriti diremo che si deve alla sua opera, oltre all’organizzazione dell’Ufficio della Soprintendenza per i beni archeologici della Basilicata con criteri di moderna funzionalità, anche l’individuazione per la prima volta con la fotografia aerea ( metodo che aveva già appreso e sperimentato nel 1958, allorché era stato chiamato a Roma per fondare e dirigere l’Aerofototeca, istituzione innovativa per l’individuazione dei resti archeologici) dei più importanti siti archeologici della regione, i famosi “cinque itinerari” che furono da lui indicati subito dopo il suo insediamento: quello del Metapontino, del Potentino, del Melfese, del Materano, della Valle dell’Agri, ampliati di recente con l’aggiunta di quelli di Lagonegro-Maratea e Balvano-Muro Lucano. A Parte i risultati minuti da lui ottenuti in diverse campagne di scavi condotte senza soste e con appassionato ardore di ricerca nella nostra regione, si deve soprattutto a lui e alla sua scuola la scoperta piena del mondo della Magna Grecia sulla costa lucana dello Ionio a partire dal VII sec. a.C. e anche l’importantissimo rinvenimento sulle alture interne della Lucania antica di insediamenti edificati da gruppi indigeni e risalenti allo stesso periodo della colonizzazione greca.

 E’ risaputo che gli antichi Greci preferivano costruire sulla costa le loro città alla confluenza dei fiumi, i quali, particolarmente nella nostra regione, erano grandi vie di comunicazione, “autentiche autostrade del mondo antico” che in quest’area della Lucania consentivano un continuo scambio fra le popolazioni litoranee con quelle interne. Il merito più grande del Prof. Adamesteanu  è stato quello di aver chiarito che nella nostra regione esistevano due mondi, quello greco e quello indigeno che, pur avendo usi diversi, avevano contatti fra loro che avvenivano proprio attraverso le colonie greche  della costa. In effetti i fiumi della Basilicata con le loro valli costituivano una naturale via di penetrazione che consentiva agli uomini della costa greci o non greci, di raggiungere le zone interne per commerciare. In questo senso avevano un grande rilievo le correnti di traffico che provvedevano a far giungere nell’interno diversi prodotti come l’ossidiana, anfore e coppe di tipo ionico, vasi a vernice nera, grandi crateri, come quelli che ancora affiorano nelle aree interne (vedi Serra di Vaglio), i cui fini motivi decorativi dimostrano l’avvenuto sincretismo fra la cultura greca con quella appenninica.

Dinu Adamesteanu, nato il 1913 a Toporu  in Romania, è morto in Basilicata nel 204 a Policoro , dove aveva fissato la sua ultima dimora, luogo da lui definita “un crocevia di civiltà” che sorge non lontano dalla “sontuosa” Metaponto. Non senza ragione sulla sua tomba hanno scritto:”Dacoromano di nascita, cittadino del mondo per vocazione, lucano per scelta”.

Riportiamo (con qualche taglio) qui di seguito, a dimostrazione dei risultati della sua più che meritevole attività di archeologo, due interventi: il 1° tenuto presso l’Antiquarium di Metaponto, riportato anche negli Atti del LIX Congresso della Dante Alighieri (Potenza 8-12 settembre 1968) a chiusura di un Congresso sul contributo della Basilicata al mondo arcaico italico che sottolinea l’importanza storico-culturale delle colonie greche anticamente fondate ed operanti sulle coste lucane; il 2°, raccolto nello Speciale di “Documentazione Regione”, (Potenza, Anno II, n.9, settembre 1986) che è un essenziale resoconto sui risultati delle ricerche archeologiche condotte  nel  “Potentino”, in particolare quelle operate nel centro di  Serra di Vaglio e nella Macchia di Rossano.

 

                              

                   Descrizione: http://www.terradinessuno.it/images/rossano-vaglio2.jpg

                                     Santuario di  Rossano di Vaglio  ( VI secolo a.C.)

 

1.  Da quasi dieci anni i filosofi, gli storici e gli archeologi che si occupano delle origini della civiltà europea hanno messo l’accento sul contributo dato dalla civiltà greca, nella sua vasta espansione nel Mediterraneo e nel Mar Nero, all’incivilimento delle popolazioni autoctone. L’ultimo Congresso Internazionale di Archeologia, tenutosi cinque anni addietro a Parigi, ha avuto come tema proprio l’irradiazione del mondo greco e romano oltre i confini di queste due civiltà di base. Di fronte ai grandi tesori d’arte greca rinvenuti nel centro della Francia, in Germania, Ungheria, Romania e Russia europea molti sono stati i tentativi di spiegazione di una tale penetrazione ed ogni spiegazione ha dato luogo a molte discussioni, qualche volta anche molto vivaci (….) [1]. Alla luce delle nuove scoperte e dei nuovi orientamenti nella interpretazione dei dati letterari ed archeologici è apparso chiaro che nulla si sarebbe cambiato nella storia arcaica dell’Italia meridionale se fattori esterni non vi fossero intervenuti nello sviluppo di questa zona. Questa spinta della costa verso l’interno, oggi, in seguito ai metodici lavori condotti in Sicilia ed ora in Italia meridionale e più precisamente in Magna Grecia, ci appare molto chiara. E per meglio esemplificare quanto desidero chiarire, prenderò il caso delle colonie greche di Siris e di Metaponto, tutte e due site sul golfo di Taranto, alle foci di tanti grandi fiumi che attraversano non soltanto la Basilicata ma una grande parte dell’Italia meridionale.

2.  Per quanto riguarda il contributo dato dalla colonia di Siris all’incivilimento della Lucania e con questa di buona parte dell’Italia meridionale, io potrei menzionare lo stretto contatto esistito tra questa città ed i centri indigeni situati sulla larga e ricca valle dell’Agri e del Sinni. Si pensi, ad esempio, al meraviglioso cavaliere di bronzo di Grumentum dell’inizio del VI secolo a.C. o ai numerosi vasi arcaici di tipo orientale rinvenuti nelle grandi necropoli di Roccanova, Alianello ed Aliano, per tralasciare i bei bronzi anch’essi arcaici, di Armento. Già sul finire del VII secolo a.C., la colonia ionica di Siris era in contatto con le lontane borgate indigene dell’interno della Basilicata. Dalla collina di Policoro, dove Siris stanziò già sul finire dell’VIII secolo a.C. un suo posto avanzato (un phrourion), Siris allarga il suo interesse commerciale a S. Maria d’Anglona e di lì sempre più nell’interno, per raggiungere l’alta valle dell’Agri, a due passi della zona del Vallo di Diano ove fermentava pienamente la civiltà etrusca. Ed è proprio a causa di questa vicinanza dalla sfera di influenza di Siris con il mondo etrusco che noi non ci meravigliamo più della presenza di bucchero etrusco lungo tutta la valle dell’Agri sul finire del VII secolo a.C. Si è sempre pensato ad un continuo contatto tra la grande Sybaris ed il mondo etrusco, ma oggi possiamo dire, con ogni tranquillità, che accanto a Sibaris, per mantenere i contatti tra il modo greco e quello etrusco, vi era anche Siris, altrettanto ricca e potente, fin verso la metà del VI secolo a.C.,come Sibaris.

Tra l’Etruria e la costa ionica non vi sono ostacoli per tutto il VII e VI secolo a.C., vi è  anzi un continuo contatto attraverso le lunghe e larghe vallate dei fiumi Siris ed Aciris, L’Agri, su cui si mettono in cammino non soltanto le merci ma anche uomini e idee. Su queste vie che si dipartono da Siris arrivano nell’interno dell’Italia meridionale non soltanto merci ma, come si è detto, anche uomini e, con gli uomini, le idee. Così avviene che nelle lontane contrade della Basilicata interna, al posto delle capanne preistoriche semi infossate, sorgono, già nel VI secolo, case di tipo greco, sorgono fornaci in cui i vasi greci della costa vengono imitati e preparati per una più larga diffusione nelle genti coscienti di un altro livello culturale. Ma Siris era destinata a scomparire ben presto sotto i colpi delle tre città vicine alleatesi per l’occasione; verso 550-530 a.C. Siris soccombe sotto i colpi di Metaponto, Sibaris e Crotone. La vita della popolazione si disperde sulla collina di Policoro e sulla vetta di S. Maria d’Anglona. Il suo posto è preso d’ora in poi dalla colonia di Metaponto, la quale, già sul finire del VII secolo a. C., aveva già consolidato il suo territorio ed aveva spinto la sua influenza fino a Vaglio della Basilicata, vicino a Potenza.

3.  Gli ultimi scavi e scoperte condotti negli ultimi quattro anni lungo la vallata del Basento e del Bradano hanno dimostrato infatti che la forza di propulsione esercitata da Metaponto in mezzo alle popolazioni indigene del retroterra è stata tale da considerare totalmente ellenizzata tutta la zona occidentale e settentrionale della Basilicata, fino al Sele e fino all’Ofanto. Vorrei citare a, a questo proposito, soltanto due centri e più precisamente Vaglio di Basilicata. Il santuario della seconda terrazza di Vaglio, con terrecotte architettoniche di tipo metapontino, ci appare come un vero santuario greco arcaico  del mondo delle colonie della costa. Uno tra i più vicini confronti che la sacra zona di Vaglio può trovare nel mondo greco è certamente il santuario arcaico di S. Biagio della Venella, nelle vicinanze di Metaponto. Sia a Vaglio che nel santuario di Zeus Aglaios, cui è dedicato il santuario di S. Biagio della Venella, domina lo stesso tipo di terrecotte architettoniche formate da placche dipinte con il solito motivo floreale o geometrico e da placche con raffigurazioni di cavalieri e guerrieri a basso rilievo.

Le rassomiglianze esistenti tra il gruppo delle placche fittili con guerrieri e cavalieri di S. Biagio  e quelle di Vaglio sono tali che nulla può infirmare la tesi di una produzione tipicamente greca nel santuario di Vaglio. Ma una produzione greca, dei primi anni del VI secolo a.C. a Vaglio presuppone anche la permanenza sul posto di un gruppo di Greci venuti dalla costa meta pontina per crearvi un phrourion sull’alta collina che domina l’ampia valle del Basento. Qualche tesi che vorrebbe a Vaglio uno stanziamento venuto, già nel periodo arcaico, da altre colonie della costa ionica ma non da Metaponto, nulla cambierebbe nel nostro presupposto che tra la zona di Potenza e la costa greca esistesse, a quest’epoca, un potente contatto. Ma di fronte all’evidenza delle rassomiglianze tra la decorazione architettonica fittile rinvenuta nella zona metapontina ed a Vaglio resta fermo che l’influsso che ha trasformato questa lontana borgata indigena in un mondo con livello culturale di tipo greco arcaico è certamente quello metapontino ossia acheo. E la distanza tra Metaponto e Vaglio, nella vallata del Basento, è di oltre  70 km.

Si tratta, quindi, nel caso di Vaglio, di rapporti non solo commerciali ma anche culturali apportati fin qui, in mezzo all’elemento indigeno, da un gruppo di Achei venuti da Metaponto. E’ un esempio, preso tra tanti altri, di ciò che ha significato per una colonia greca avere alle spalle una grande via di penetrazione nel retroterra. E si tratta ancora della forza di trasformazione che il mondo greco della costa ha avuto nell’interno della Lucania (…) il grande ruolo di lievito l’ha avuto senza dubbio, Metaponto. Da questa città, destinata a formare la seconda patria di Pitagora, è partito il potente influsso greco che ha così fortemente contribuito alla formazione unitaria dell’Italia arcaica. (Parte Prima)  

 

[1] Si tralascia qui il dibattito critico che ha visto impegnati molti studiosi sul tema non perché sia destituito di interesse, ma a causa della sua specificità specialistica.