Archeologia & Arte

  

<<Sez. Archeologia>>

                                                                                                                                                Martedì 30 Giugno 2015 "uscita n. 15"

 

Adamesteanu e le origini archeologiche della Basilicata antica (seconda parte) Il santuario arcaico di Rossano di Vaglio

 di Raffaella Faggella

                                                                                              

 

                                Descrizione: C:\Users\Raffaella\Desktop\nereide_basilicata[1].jpg

                           Rossano di Vaglio bassorilievo in bronzo (VI sec. A.C.)

 

1.   Prima che Adamesteanu fosse nominato a pieno titolo nel 1964 Soprintendente per i beni archeologici della Basilicata, a parte l’opera volenterosa degli eruditi più antichi e l’impegno più recente di alcuni benemeriti studiosi locali, come ad esempio Michele Lacava, che ha fondato alla fine dell’’Ottocento il museo di Potenza, o altri come il materano Ridola, non si può dire che la ricerca archeologica nella nostra regione fosse fatta con i più moderni e aggiornati strumenti. Questi ultimi, pur non avendo alle spalle l’esperienza pratica nel campo archeologico (non sempre infatti si trattava di persone preparate nella tecnica dello scavo e del restauro, o in possesso di moderni strumenti per la datazione dei reperti) confortati esclusivamente dalla passione per la storia ebbero, comunque, il merito di aver  percorso la nostra regione; alla ricerca di testimonianze storiche, di monumenti, di tombe o di ruderi di antichi abitati col solo intendimento del recupero, dello studio e dell’organizzazione museale. Prima che venissero istituite le regioni lo Stato era assente, tanto che l’organizzazione archeologica della Basilicata era, ma solo formalmente, affidata alle regioni confinanti le quali non avevano né gli interessi né i mezzi economici per organizzare campagne di scavo nella nostra regione che anche per questo continuava a rimanere in una condizione di marginalità. Eppure il sottosuolo lucano continuava a sfornare reperti, anche se con metodi empirici o addirittura illegali, sia per l’azione dei ladri di tombe o per gli interessi speculativi di alcuni proprietari terrieri, che arando nelle loro terre trovavano vasi, monete, armi, monili e li utilizzavano per farne mercato senza preoccuparsi di consegnare allo Stato dei beni che secondo loro divenivano di loro esclusiva  proprietà, essendo semplicemente ritrovati.

2.  L’opera di Dino Adamesteanu non si riferisce certamente a questo prima fase, abbastanza oscura della ricerca archeologica in Basilicata, ma va ascritta a quello che viene indicato come “secondo periodo storico” che, prendendo le mosse proprio da lui, è stato certamente il più fecondo e il più capace nel rivelare la straordinaria ricchezza del nostro patrimonio storico sommerso, trascurato, spesso obliato o distrutto dalla violenza e dall’ignoranza degli uomini. Innanzitutto, spetta all’archeologo rumeno, che fu italianizzato nel 1955 per i suoi meriti scientifici, di aver riconsegnato alla gente lucana quello che lui amava definire “l’archivio della terra”, cioè la ricchezza archeologica del suo sottosuolo. Per la sua intensa attività Adamesteanu ha guadagnato continui consensi sia in Italia sia da parte degli stranieri, ma il riconoscimento più grande gli viene dai Lucani perché grazie alle sue ricerche e ai suoi studi “egli è riuscito a far conoscere la Basilicata che da incognita è divenuta cognita”.

Prima di conoscere la regione lucana, (vi era giunto per la prima volta nel ’49, venendo da Crotone con Bernabò Brea in modo abbastanza avventuroso, come sostiene l’archeologo Orsini, “con una vecchia auto, difficoltà di trovare benzina e alberghi, ma scoprendo quella stessa umanità che cominciava ad attirare geografi e viaggiatori di terre lontane”) era stato a scavare a Gela in Sicilia, invitato nel 1950 dalla Soprintendente di Siracusa, trovandosi, come ebbe a dire in seguito, molto bene con i siciliani e rimanendo con loro molti anni, “sorta di soldato di ventura in una terra di grandi archeologi”, e verificando per la prima volta una sua teoria: quella che poneva l’accento sulle vie di penetrazione e sulla conoscenza delle trasformazioni dei centri indigeni venuti a contatto con la civiltà greca. 

3.   Volendo in breve spazio riassumere i suoi meriti diremo che si deve alla sua opera, oltre all’organizzazione dell’Ufficio della sovraintendenza archeologica con criteri di moderna funzionalità, anche l’individuazione per la prima volta con la fotografia aerea ( metodo che  egli aveva appreso e sperimentato nel 1958, allorché era stato chiamato a Roma per fondare e dirigere l’Aerofototeca, istituzione innovativa per l’individuazione dei resti archeologici) dei più importanti siti archeologici della regione, i famosi “cinque itinerari” che furono da lui indicati subito dopo il suo insediamento: quello del Metapontino, del Potentino, del Melfese, del Materano, della Valle dell’Agri, ampliati di recente con l’aggiunta di quelli di Lagonegro-Maratea e Balvano-Muro Lucano. A Parte i risultati minuti da lui ottenuti in diverse campagne di scavi condotte senza soste e con appassionato ardore di ricerca nella nostra regione, si deve soprattutto al prof. Adamesteanu e alla sua scuola la scoperta piena del mondo della Magna Grecia sulla costa lucana dello Ionio (i cui inizi si fanno datare a partire dal VII sec. a.C.) e anche l’importantissimo rinvenimento sulle alture interne della Lucania antica di insediamenti edificati da gruppi indigeni e risalenti allo stesso periodo della colonizzazione greca.

E’ risaputo che gli antichi Greci preferivano costruire sulla costa le loro città          alla confluenza dei fiumi, i quali, particolarmente nella nostra regione, erano grandi vie di comunicazione, “autentiche autostrade del mondo antico” che in quest’area della Lucania consentivano un continuo scambio fra le popolazioni litoranee con quelle interne. Il merito più grande del Prof. Adamesteanu  è stato quello di aver chiarito che nella nostra regione esistevano due mondi, quello greco e quello indigeno che, pur avendo usi diversi, avevano contatti fra loro che avvenivano proprio attraverso le colonie greche  della costa. In effetti i fiumi della Basilicata con le loro valli costituivano una naturale via di penetrazione che consentiva agli uomini della costa greci o non greci, di raggiungere le zone interne per commerciare. In questo senso avevano un grande rilievo le correnti di traffico che provvedevano a far giungere nell’interno diversi prodotti come l’ossidiana, anfore e coppe di tipo ionico, vasi a vernice nera, grandi crateri, come quelli che ancora affiorano nelle aree interne (vedi Serra di Vaglio), i cui fini motivi decorativi dimostrano l’avvenuto sincretismo fra la cultura greca con quella appenninica.

Dinu Adamesteanu, nato il 1913 a Toporu  in Romania, è morto in Basilicata nel 204 a Policoro , dove aveva fissato la sua ultima dimora, luogo da lui definita “un crocevia di civiltà” che sorge non lontano dalla “sontuosa” Metaponto. Non senza ragione sulla sua tomba hanno scritto:”Dacoromano di nascita, cittadino del mondo per vocazione, lucano per scelta”.

Riportiamo (con qualche taglio) qui di seguito, a dimostrazione dei risultati della sua più che meritevole attività di archeologo, un intervento, raccolto nello Speciale di “Documentazione Regione”, (Potenza, Anno II, n.9, settembre 1986) che è un essenziale resoconto sui risultati delle ricerche archeologiche condotte da Adamesteanu  nel  “Potentino”, in particolare quelle operate nel centro di Serra di Vaglio e nella Macchia di Rossano.

 

     Descrizione: http://www.basilicata.bancadati.it/diadema.jpg

                            Diadema in oro sbalzato proveniente da Vaglio (Braida) risalente al VI sec. a.C.

 

1.  In base alla letteratura antica e da quanto si era scritto in base ai testi antichi nonché dai pochi ritrovamenti effettuati nel secolo passato, appariva chiaro che la Basilicata custodiva, ed avrebbe dovuto custodire, se non altro, almeno la colonie greche di Metaponto, Siris, Heraclea e le colonie romane di Venosa e di Grumentum, centri però molto poco noti dal punto di vista archeologico. Se a questi centri si aggiungono quelli delle popolazioni indigene, in parte già conosciuti dall’epoca del Lombardi (1836), in parte noti attraverso le indagini del Lacava ed altri, nonché dai lavori di Ranaldi, si vede immediatamente che la Basilicata, pur avendo una più ristretta estensione in rapporto alle regioni vicine, appare infine di primissimo interesse archeologico: dai confini regionali fino al centro – il Potentino – c’è tutta una catena ininterrotta di centri antichi situati in pianura oppure sulle colline ed anche sulle montagne (…) I lavori di scavo condotti da F. Ranaldi negli anni Cinquanta avevano messo in luce importanti documenti ma avevano anche posto in serio pericolo grandi tratti delle fortificazioni e delle strutture degli edifici degli abitati di Serra di Vaglio, Torretta di Pietragalla e Carpine di Cancellara, senza che si potesse arrivare con questi lavori ad una loro datazione e quanto meno ad un inquadramento nella tipologia delle costruzioni indigene. Affinché non si perdessero tali dati, ho sentito il dovere di affrontare, in tanto lavoro da fare altrove, in primis i saggi ed il primo restauro in questi centri del Potentino.

2.  Durante questi lavori di restauro con saggi in profondità appariva evidente che il centro di Serra di Vaglio rivestiva una importanza maggiore in confronto agli altri. Dai primi scavi condotti da Ranaldi sulla collina e nelle immediate pendici erano apparsi numerosi frammenti di fregio arcaico nonché frammenti di terrecotte architettoniche e antefisse gorgoni che; frammenti, questi, che avevano creato molte discussioni sulla loro presenza in mezzo alla Lucania. Gli stessi frammenti, ed in numero maggiore, sono apparsi anche durante i nostri primi lavori sulla collina, condotti sia per necessità di conservazione di quanto avevamo trovato già scavato sia per chiarimento dell’aspetto archeologico di quegli edifici. Un semplice bilancio di questo tipo di decorazioni “templari” chiarisce che dagli inizi del VI fin verso il 470 a.C. sulla collina e dintorni è esistita una continua attività edilizia che veniva a sostituire il gruppo di capanne e sepolture della prima età del Ferro. Al posto di questo tipico abitato indigeno, dalla metà del VI secolo si insediava un diverso tipo di abitato con molti caratteri greci.

Sopra le capanne si estendeva ora un’arteria che tagliava in due tutta la collina e sulla quale venivano ad incrociarsi ortogonalmente diversi viottoli. L’arteria principale assume in periodo arcaico, l’aspetto di una vera “plateia” mentre i viottoli si identificano con gli “stenopoi” dell’urbanistica greca. Queste nuove arterie sono affiancate da una serie di edifici di cui qualcuno assomiglia, nella sua struttura, a qualche edificio sacro arcaico. Ed è proprio a questi edifici che si riferiscono, in maggioranza, le decorazioni fittili rinvenute tanto sull’arteria principale e sugli stenopoi quanto negli edifici che gli si affiancano. L’abitato del VI prende ora un aspetto molto vicino a quello di una colonia greca in cui gli edifici sacri sono decorati con le terrecotte architettoniche ricordate. Importante a questo riguardo è anche la presenza di fornaci in cui veniva cotta tutta una serie di tali terrecotte; presenza questa che, esclude la possibilità di vedere trasportate da Metaponto o, probabilmente, da Poseidonia, le decorazioni fittili di tipo templare. E se alla serie rinvenuta sulla collina si aggiunge quella dei frammenti dei fregi scoperta ai piedi della collina, intorno ad un grande edificio di tipo arcaico, si ha immediatamente la conferma dell’esistenza a Serra di Vaglio di un centro strettamente legato alla vita del mondo greco arcaico in continuo movimento nell’arteria Metaponto-Poseidonia, conferendo a Serra il valore di un “phrourion”.

A mano in mano che si lavorava in tali centri dell’interno della Basilicata prendeva consistenza quella prima personale osservazione che riguardava la struttura delle fortificazioni: quelle di Serra si rassomigliavano moltissimo a quelle di Torretta, di Satrianum, di Croccia Cognato, ed in particolare a quelle di Civita di Tricarico (….) Un tipo di difese militari costruito con isodomia perfetta, quasi fossero greche, che s’incontrano verso il centro dell’antica Lucania, con perno nel Potentino, donde hanno poi preso la denominazione di “tipo Potentino”. Per quanto riguarda la loro datazione, dopo molte oscillazioni proposte da numerosi archeologi, in seguito ad una serie di saggi eseguiti a Torretta di Pietragalla, a Serra di Vaglio ed a Satrianum è stata pienamente accettata quella da me proposta per Serra di Vaglio: seconda metà del IV sec. a.C. Per ciò che riguarda l’idea di consimili fortificazioni, è certo ormai che questa veniva dal mondo greco della costa, ma realizzata da maestranze indigene che avevano lavorato accanto a tecnici greci oppure avevano semplicemente imitato le fortificazioni greche. In qualche caso, come in quello di Serra, si conosce anche l’arcontato in cui è stata realizzata l’opera di difesa, una tra le più riuscite opere degli indigeni: l’arcontato di Nymmelos personaggio do origine locale, un lucano, con una investitura di tipo greco – “archè” – al posto di una formula locale, di un “meddix”.

3.  Nel periodo in cui si lavorava per meglio capire questa seconda fase della metà del VI sec. a.C. nell’ambito potentino, è avvenuta anche la scoperta del santuario di Rossano di Vaglio o Macchia di Rossano nell’agro di vaglio. Anche se già noto verso il 1830, quando Andrea Lombardi, nel suo prezioso saggio sulla toponomastica e sugli avanzi delle antiche città…..dell’odierna Basilicata, descriveva l’ambiente, il bosco, in cui sorse questo complesso, e parte del materiale archeologico affluito nel Museo Nazionale di Napoli, lo stesso luogo venne visitato anche da Ranaldi nei primi anni del Sessanta. La confusione sorta sull’origine di una famosa iscrizione in lingua osca e caratteri greci, l’incertezza sulla provenienza di un gruppo di statuette femminili, mi obbligarono a riprendere le ricerche nella zona di Rossano, per meglio ubicare il monumento di cui parlava verso il 1890 anche Michele Lacava, cui sarebbero potute appartenere tanto l’iscrizione che le statuette.

Le ricerche ci hanno condotto direttamente su un complesso, in mezzo al quale torreggia un lungo altare in blocchi in pietra tufacea friabile, situato al centro di un sagrato con un pavimento in grandi lastroni biancastri, durissimi, al contrario di quelli dell’altare, friabili meno che sul lato occidentale in cui s’apriva l’entrata del sagrato; gli altri sono circondati da diversi ambienti in cui vennero trovati numerosi ex-voto fittili e metallici nonché numerose iscrizioni – circa una cinquantina – e monete greche, romane ed anche di centri indigeni. Tanto le une che le altre ci hanno obbligato a considerare questo monumento un santuario lucano confederato, sorto in mezzo all’area in cui si era stanziato quel gruppo di popolazione lucana, che può essere chiamata “Utiana”. Agli Utiani alludono infatti gli attributi che si accordavano alla divinità maggiore cui è dedicato il santuario: “Mefitis Utiana”. E’ la stessa divinità che si riscontra anche nelle iscrizioni di Età imperiale rinvenute a Potenza; anzi la Mefitis che conosciamo a Potenza è la stessa divinità di Rossano, trasferitasi qui al momento in cui verso gli anni 50 d.C., il santuario di Rossano cessa di esistere (….).

Se si volesse conoscere i caratteri del gruppo degli Utiani, e attraverso questi, di tutta la popolazione lucana del centro della regione verso la metà del IV a.C., basta ricordarsi tanto delle iscrizioni greche e latine, quanto degli ex-voto. Mentre le epigrafi parlano anche della presenza del dio della guerra “Mamert”, accanto e subordinato a Mefitis, nello stesso santuario di Rossano, gli ex-voto si riferiscono anch’essi alla vita militare dei Lucani della seconda metà del IV sec. a.C.; elmi, cinturoni, corazze, punte di lancia, spade e carri da guerra in miniatura sono, tutti, caratteri tipici dei Lucani. Se a questi reperti si aggiungono i giavellotti e le briglie dei cavalli, questo carattere viene più energicamente ribadito.

Se si considera anche la numerosa serie di opere di difesa che imitano da vicino quelle greche e se si tiene conto dei testi della letteratura storica greca e latina che parlano dei continui attacchi dei Lucani alle colonie greche della costa, il loro carattere guerriero prende aspetti sempre più precisi: un popolo destinato alla guerra, come appare anche dalle pitture delle tombe pestane dello stesso periodo. Allo studio del ricco materiale votivo recuperato nel santuario di Rossano si deve anche la conoscenza di altre attività del Lucani: è la vita campestre, protetta dalla stessa Mefitis che assume la veste di custode dei campi, delle greggi di capre, dei bambini, ed anche, e specialmente, delle sorgenti. La Mefitis di Rossano è multiforme, come multiforme è il suo probabile volto nascosto sotto tante sembianze realizzata in terracotta o bronzo.

4.   Per ciò che riguarda l’origine del santuario, è ormai chiaro il suo sorgere in un momento ben preciso, contemporaneo alla realizzazione delle fortificazioni di tipo greco in quasi tutti i centri conosciuti del Potentino; è il periodo che coincide d’altronde con l’apparire dei Lucani nella letteratura come responsabili di alleanze ma anche della rottura con i “condottieri” greci e non greci venuti da lontano, quanto anche con la nuova potenza che si inseriva d’ora in poi nella vita della Magna Grecia, Roma. Questo momento corrisponde alla seconda metà del IV sec. a.C., proprio come indicano le testimonianze archeologiche. Le numerose monete rinvenute nel santuario confermano tale periodo quale momento iniziale della loro presenza in questo luogo; verso la stessa data conduce anche lo studio della ceramica e degli oggetti in bronzo.

Allo stesso momento storico si riconducono precise notizie anche di una pressione lucana sui territori e sulle colonie greche della stessa costa. Qualche gruppo militare lucano, a quanto pare, diventa il protettore di Metaponto, come avviene anche altrove nel mondo greco del Mar Nero dove un gruppo armato di Geto-Traci al comando di un Basileus, Rhemaxos, si impegna a difendere la città e il territorio della colonia milesia di Histria: un indigeno che garantisce, a pagamento, la sicurezza di una grande colonia greca. E’ assai probabile in questa fase di sviluppo dei popoli della Lucania che anche il gruppo degli Utiani cominci a prendere coscienza della sua forza, della sua personalità e decida quindi di fissare a Rossano il centro culturale della propria organizzazione politico-religiosa.

A differenza dei vecchi – arcaici – santuari di Ansanto e di Timmari la cui vita è legata ancora al VI secolo, quello di Rossano sorge, come più volte ho detto, per scelta, per decisione di una organizzazione di tipo romano: “Senatus tanginad”. Non è improbabile inoltre avere un giorno qualche iscrizione in cui sia confermato che anche il santuario della Mefitis di Rossano sia stato ideato e realizzato sotto l’arcontato di quel Nymmelos alla cui attività si deve la realizzazione della fortificazione di Serra di Vaglio: taglio dei blocchi, segni di cava e messa in opera nei due posti sono gli stessi. Con la sola differenza che a Serra si tratta di un’opera d’arte militare mentre a Rossano ci si trova di fronte ad un’opera d’arte religiosa. In questo lasso di tempo, caratterizzato da tali realizzazioni si iscrivono anche gli altri centri menzionati nel Potentino (….) E’ un breve lasso di tempo in cui però la presenza lucana è profondamente sentita tanto dal mondo della Magna Grecia quanto da quello romano.