Archeologia & Arte

Appunti sui resti dell’antico popolo di Banzi

di Canio Franculli

Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

L’emplacement de la ville antique de Bantia se reconnait parfaitement à quelques centaines de mètres au nord du village. On n’y voit plus audessus du sol aucune des ruines qui existaient en grand nombre en 1522 et que mentionne une description du territoire de l’abbaye, redigeée alors à l’occasion d’un process qu’elle avait à soutenir, document qui se conserve aux Archives de Naples.” Questo è quello che su Banzi scrive, tra l’altro, Francois Lenormant, riferendo del suo viaggio nelle terre della Magna Grecia che effettuò nel XIX sec. e che riportò in:“A travers l’Apuli e la Lucanie”, libro facilmente reperibile.

 Lenormant cita il nord di Banzi come luogo da dove affioravano i resti dell’antico sito. A Banzi si è scavato in diversi luoghi, ma mai dove indicato dallo studioso francese. In attesa che appropriati scavi possano confermare un’ulteriore estensione dell’antica Bantia anche in direzione nord, già, comunque, gli attuali ritrovamenti configurano una città molto estesa e sia commercialmente che culturalmente ricca: punto certo di aggregazione e di riferimento delle vicine popolazioni.

I più antichi insediamenti finora certi risalgono al periodo osco-sannitico e greco, datano dall’VIII al IV sec.a.C. e si collocano in località Piano Carbone, a sud-ovest, dove sono state riportate ufficialmente alla luce in pochi anni, negli anni Settanta ed Ottanta del XX sec., più di settecento tombe. Di queste ve ne sono alcune il cui corredo è pregiato e di tipo greco, appartenenti a persone di rango sociale elevato. Oltre alle tombe si sono rinvenute tracce di capanne nonché di costruzioni con fondamenta. In località Montelupino invece, a sud-est, è stato rinvenuto un vasto insediamento abitativo romano, con strade e marciapiedi, e un templum auguraculum. I nove cippi infissi in terra del templum, che sulla sommità riportano i nomi delle divinità del pantheon osco-latino, erano collocati secondo la traiettoria del sole con il cippo di Giove, divinità greco-romano, che indicava il suo sorgere, quello del sole, solei, indicava lo zenith, mentre ad indicare il tramonto e la notte c’era il cippo di Flus, dea osca delle profondità e dell’oscurità.                                     

 Di fronte al sito del templum auguraculum in terris, e risalente al periodo della Roma repubblicana, nei primi anni del Duemila è stata portata alla luce una grande e ricca domus con terme balneari appartenuta al sacerdote Romanius, che ha voluto tramandare il suo nome ai posteri con una pregiata epigrafe mosaicizzata recante scritto: “Romanius fm cam sacerdos balnea ex sua pecunia faciunda curavit” (Il sacerdote Romano figlio di Marco della tribù Camilia curò la costruzione delle terme con il suo denaro).

 

 

 

 

I reperti e gli scavi in particolare testimoniano una forte ricchezza socio-economica del sito nel periodo delle guerre annibaliche, per la presenza in zona degli eserciti romani impegnati nella conquista di queste popolose e ricche terre dell’antica Magna Grecia. Ma quanti abitanti aveva l’antico insediamento urbano e quali erano gli altri siti abitati della zona, che consistenza e che rapporti intercorrevano tra di loro? Le antiche e grandi pietre lavorate, utilizzate in abbondanza nella fabbrica altomedioevale dell’abbazia benedettina di Banzi, rimandano ad edifici di notevoli proporzioni risalenti al periodo romano. Ce ne sono di ben visibili nelle mura badiali ma soprattutto nelle cantine delle case adiacenti.

In questa cornice di antiche pietre, templi e domus, un’antica battaglia venne combattuta a valle della città. Poteva essere una battaglia come un’altra ma non lo fu, semplicemente per il fortuito caso che vi morì un importante console romano: Marcello. In una sala del Vaticano su una cartina antica della Lucania, III regione augustea dell’impero romano, è raffigurato l’episodio. Era la primavera dell’anno 208 a.C. quando, ancora una volta, si ritrovarono di fronte a combattersi l'esercito di Annibale e quello romano. L’evento viene riportato da Livio Tito (59 a.C.-17 d.C.) nella sua opera "Ad urbe condita". Annibale, generale cartaginese, era sceso in Italia a combattere i romani dieci anni prima, superando prima i Pirenei e poi le Alpi con un esercito di 35.000 uomini e qualche decina di elefanti. Nel 216 a.C. era a Canne, oggi Canne della Battaglia non molto lontana da Canosa (Ba), dove sconfisse in una cruenta battaglia l’esercito romano. Per altri quattordici anni, fino a quando non ritornò in Africa nel 202 a.C., scorrazzò per le terre meridionali tra Molise, Campania, Lucania e Calabria, scontrandosi contro l’esercito romano e i suoi alleati. All’epoca in Italia non c’erano territori civilizzati oltre l’Etruria: la cultura e la civiltà di quell’epoca appartenevano ai padri fondatori del pensiero occidentale che popolavano il territorio greco di cui faceva parte il meridione d’Italia. Della battaglia tra Annibale e i romani si sa che nei giorni precedenti i due eserciti si erano già scontrati presso Numistrone (1) , identificabile con molta probabilità con l’attuale Muro Lucano, senza che nessuno dei due eserciti riuscisse a predominare sull’altro. Il combattimento ebbe fine col sopraggiungere della notte per essere poi ripreso all’alba. Ma quando giunse l’alba i romani non trovarono più alcuna traccia di Annibale e dei suoi uomini. Allora Marcello, lasciato un presidio militare a difesa di Numistrone agli ordini di L.Furio Purpureone, decise di inseguirlo. Raggiunse Annibale a Venosa (Ad Venusiam adeptus eum est) (2) e fu tra Venosa e Banzi (inter Venusiam Bantiamque) (3) che i due eserciti, posti a tre miglia l’uno dall’altro, si combatterono. Durante la battaglia Marcello venne colpito a morte e il figlio, che portava il suo stesso nome, ne chiese ad Annibale il corpo per tumulare la salma con tutti gli onori militari e politici che gli erano dovuti.

Marcello, il cui nome completo era Marco Claudio Marcello, era nato intorno al 270 a.C. ed era stato più volte insignito dal titolo di pro-console e console. Tre anni prima, nel 211 a.C., aveva espugnato la città di Siracusa, ribelle a Roma e difesa strenuamente anche grazie alle macchine belliche inventate da Archimede che proprio nell’assalto a Siracusa venne ucciso dai soldati romani. Essendo stato un personaggio di primo piano nelle gesta politico-belliche dell’espansionismo romanodi quegli anni, del console Marcello, e della sua morte avvenuta ad opera di Annibale nella battaglia citata, ne parlerà anche Plutarco (46 d.C. – 127 d.C.) (4) , filosofo e scrittore greco. Altro autore che cita Banzi è Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C, autore che indicherà il popolo bantino quale uno degli undici popoli che costituivano l’antica Lucania:                                                          "Lucanorum Atinates, Bantini, Eburini, Grumentini, Valentini, Sontini, Sirini, Turgilani,Ursentini, Volcentani quibus Numestrani junguntur (5).                                                                                                                            

Si tratta dei popoli d’Atena, di Bantia, degli Eburini, di Grumento, di Potentia, di Sontia, dei Sirini, dei Tergilani, degli Ursentini, dei Vulcentini e di Numistrone. L’uomo, scienziato curioso e poliedrico, nell’anno 79 d.C., quando il Vesuvio eruttò, si trovava in mare, quale comandante di una flotta romana. Venuto a conoscenza dell’eruzione del vulcano volle andare ad osservare da vicino il terribile avvenimento e recatosi a Pompei qui vi trovò la morte sotto la pioggia di ceneri che distrusse la città.

Seppure solitamente citata come appartenente alla Lucania, Bantia è situata nella zona di confine con la vicina Daunia pugliese, ed insieme a Venusia, a Ferento (6) e fors’anche alla stessa Acheruntia, sembra accusare, insieme a queste ultime città menzionate, un’identità non fortemente lucana (7) perché senz’altro influenzata dalle civitas dei popoli limitrofi, tra cui spicca la potente Canusia. Prima dell'avvento dei romani le notizie sul territorio sul quale insiste il popolo lucano sono molto scarse o del tutto inesistenti. E ancora più frammentarie e scarne sono le notizie riguardanti l’Alto Bradano soprattutto in quanto si trova in una zona di confine, tra Daunia e Sannio e, quindi, in una zona di influssi politico-culturali che s'intrecciano. Lo stesso Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 d.C.) poeta latino nato a Venosa, avvalla dei dubbi sulla collocazione politico-geografica di alcune città di confine della Lucania, citando l’Apulia quale sua terra allevatrice (Altricis Apuliae) , e quindi il Vùlture, Acherontia, Ferento e i saltus Bantinos quali facenti parte sempre della Puglia (8). Il poeta latino dedicherà a Banzi una poesia, "Fons Bandusiae" (9), nella quale celebra la freschezza delle acque di un’omonima sorgente.

In località Mancamasone, sempre nei pressi dell’attuale abitato, si è rinvenuta una villa rurale del IV sec.a.C. che presenta molte analogie con le planimetrie di origine greca e che comprende spazi residenziali, spazi per il ricovero degli animali e per la conservazione dei cereali nonché una piccola fornace per la produzione della ceramica di uso corrente e una piccola area religiosa privata, tipica delle residenze osco-lucane appartenenti a famiglie abbienti (16). Un santuario indigeno risalente allo stesso periodo è stato rinvenuto in località Fontana dei Monaci. Nell’area sacra sono emersi ex-voto caratteristici delle popolazioni sannitiche del IV-III sec.a.C. e monete che attestano la frequenza del santuario sino all’età repubblicana (17).  Sempre al IV sec.a.C. si fa risalire l’aggere scoperto nel centro dell’attuale abitato con direzione N-S, profondo quattro metri, e abbandonato un paio di secoli dopo. L’aggere era un argine o terrapieno con funzioni difensive, costituito da un fossato rinforzato alle pareti con massi, dalla cui dimensione ed orientamento sono deducibili informazioni varie sull’area dell’abitato e sulla sua consistenza demografica.

 

 

 

 

 

Al periodo intorno al II sec.a.C. si dovrebbe ascrivere l’esistenza di un probabile templum dedicato a Giove e "custodito" dai tribuni della plebe, stando al reperto che ad esso rimanda. Trattasi dell’iscrizione osca di un’epigrafe riportante " Zoves – tr. pl. " (18) , attualmente al Museo Nazionale di Venosa insieme ai cippi dell’auguraculum e al frammento più piccolo della Tabula Bantina. " (...) la pietra non può che essere è un terminus della proprietà di un santuario di Giove", scrive ancora M. Torelli (19). La pietra riportante l’epigrafe è in granito grigio-scuro. Dello stesso materiale si è rinvenuto nel 1998, durante i lavori di restauro del complesso badiale a fianco alla chiesa denominato corpo C, tra le pietre costituenti un muro, il basamento di una colonna dal diametro approssimativo di 50, 60 cm. per un’altezza quasi uguale. E sempre nell’ambito degli stessi lavori di restauro badiale si è rinvenuto un tipico cippo d’epoca romana in pietra calcarea, forse funerario o forse terminale riguardante un’area sacra pubblica o privata, terminante a semi-luna, dall’altezza approssimativa di mt. 1,30, largo una sessantina di centimetri e dallo spessore di una trentina, col testo scritto su quattro linee senz’altro riportanti il nome dell’interessato, del dedicante e dei suoi titoli. Da una lettura non scientifica risulta scritto:

AGASCIOAE          C ARMI YBICO               INAGR . P. XX               FR . P . XX

 

 

 

 

 

 

Sull’antichità di Banzi l’abate Antonio Racioppi sotto la voce Bantia così scrisse nel 1853: "(...) Gigantesche costruzioni di macigni senza cementi, che accennano alla supposta origine Pelasgica di Banzia, si veggono sul pendio occidentale della collina, che fu probabilmente l’Acropoli della città..."(20). Se bisogna intendere che l’acropoli fosse situato sulla collina allora le "costruzioni di macigni senza cemento" si troverebbero sul pendio occidentale di questa collina. E’ comunque difficile apprezzare l’attendibilità o meno di tali riferimenti geografici anche alla luce dei ritrovamenti finora effettuati sulla vasta area di alcuni chilometri quadrati che circonda l’acropoli e che va dall’area sacra in località Fontana dei Monaci alla necropoli di Piano Carbone, dal templum augurale e dalla rete viaria con costruzioni romane situati in località Montelupino fino alla villa rustica di Mancamasone a ridosso di Fontana dei Monaci. Nel 1980 si scrive che "Un’analisi anche sommaria delle strutture murarie medievali conferma infatti l’effettivo impiego di materiali di spoglio, in particolare blocchi di grandi dimensioni certo pertinenti ad edifici di notevoli proporzioni, forse pubblici (...)" (21). Il Racioppi fa poi riferimento ad un’epigrafe che attribuisce al popolo bantino seppure riposta in località molto lontana dall’Alto Bradano e dal Vulture. Così egli scrive: "(...) Ed in fine anche chiara menzione della Repubblica dei Bantini rilevasi dal seguente titolo sepolcrale esistente in Atena fabbricato nel sinistro lato del portone della casa Pandolfi, secondo le assicurazioni del nostro stimabile amico Antonio Jannelli da Brienza" (22).

M. TRAESIO. M. F.    POM. FAVSTO. SE IV     IIIIVIR QQ. POTENT     CVR. RP. BANTINORCVR. RP. ATINATIUM   OB. MERITA EIUS     DEC. AVG. ET PLEBS   CVR. L. PORC. RVFOS EX AC.

L’epigrafe è del periodo imperiale ed è dedicata a Marco Tresio Fausto che tra l’altro ricoprì l’incarico di "curatore" sia della Repubblica dei Bantini che degli Atinati. Si riporta la traduzione di Giovan Battista Curto: 

A Marco Tresio Fausto   Seniore figlio di Marco   della Tribù Pontina   Quatuorviro quinquennale dei Potentini,    Curatore della Repubblica dei Bantini    Curatore della Repubblica degli Atinati   e per i suoi meriti    i Decurioni, gli Augustali e la Plebe   a cura di Lucio Porcio Rufo  volontariamente la tomba   col denaro della colletta. E’ un’iscrizione onoraria e mortuaria insieme con la quale l’antica popolazione di Atena Lucana volle onorare un uomo famoso dell’epoca che aveva ricoperto la carica di Quatorviro quinquennale di Potenza e di Curatore della Repubblica di Banzi e di Atena (22). I Curatori erano funzionari preposti alla cura e alla sorveglianza di funzioni pubbliche. Subentrarono in età imperiale ai Censori repubblicani i quali, come è attestato dalla Tabula Bantina, erano presenti nella magistratura di Bantia. Se ne deduce che la Repubblica Bantina non decadde subito dopo essere nata per opera della costituzione in municipium di Bantia, verso l’80 a.C., ma continuò ad essere tale anche quando ai Censori subentrarono i Curatori.

I Censori, oltre alla revisione dei ruoli dei cittadini e dei loro beni nonché all’esercizio di mansioni che riguardavano l’edile, avevano il diritto di sindacare sulla condotta morale dei cittadini e tramite l’applicazione di note censorie potevano determinare il loro passaggio ad una classe sociale inferiore. Erano, dunque, funzionari potenti e temuti. L’attestazione della presenza di Curatori per Bantia, che l’epigrafe di Atena Lucana testimonia, ci fornisce un’ulteriore data di riferimento. I Censori furono soppressi da Domiziano che fu imperatore dall’81 al 96 d.C. . Poiché fu lui a sopprimere i Censori se ne deduce che Bantia continuò a godere di un senato e di uno statuto municipale, e quindi ad essere una centro attivo, anche per tutto il I secolo dopo Cristo. Per almeno due secoli interi è dunque ufficialmente attestata una vita municipale continuativa e significativa. Secondo alcuni autori la fase romana si spinge anche oltre, fino al IV sec.d.C. (23). Ed è la piana di Montelupino, già parzialmente zona di ritrovamento dell’antico abitato romano, il sito dove il sottosuolo continua a conservare la memoria di questo passato ancora abbondantemente sepolto. Su ulteriori ed antiche vestigia, che dovevano essere in parte ancora visibili nel XIX sec. vi sono altre testimonianze. "Nè ultimi ricordi sono gli avanzi di antichità che sono rinvenuti e si rinvengono tutto giorno. Fontane di antica costruzione; reliquie di acquedotti di canali, di pietre riquadrate, lavorate, sepolcri ed oggetti preziosi. Rottami di pavimento e statuette di leoni, colonne di marmo Greco, medaglie e monete di rame, di oro e di argento (...) e molte pietre specialmente travertine intagliate, smosse dalle antiche costruzioni, si veggono adoprate nell’edificio del Monastero" (24).

E a proposito "d’ogni specie di reperti" non è mancata la scoperta di un un tesoretto di monete, costituito da 134 monete d’argento repubblicane, risalenti al II sec. a.C. (25), originariamente rinvenuto in località Montelupino "(…) in occasione della scoperta di un gruppo di sepolcri costruttivi riferibili all’epoca ellenistica, di cui, per il diretto e tempestivo intervento della Soprintendenza, fu possibile recuperare la copiosa suppellettile vascolare mentre si procedeva ai lavori di escavazione delle fondamenta di un nuovo fabbricato scolastico in Banzi, nella provincia di Matera, nei primi di maggio del 1929, fu anche possibile recuperare 129 denari della Repubblica romana, rinvenuti otto anni prima nelle vicinanze del paese e tenuti finora nascosti" (26). Nel prosieguo dell’articolo l’Autore riporta inoltre un paio di considerazioni che hanno a lungo costituito dei falsi luoghi comuni sia sulla collocazione dell’antica Bantia che dell’Abbazia benedettina. Così infatti egli scrive: " Tali denari e la suppellettile vascolare predetta, che si riferiscono alla stessa epoca (IV – II sec.a.C.) confermano presso Banzi di un notevole centro abitato in relazioni commerciali e culturali non solo con altre stazioni ben note dell’alta Lucania, specie con l’omonima famosa città di Banzia,che era ubicata a cinque miglia da Acheruntia ed a tredici da Venusia,presso gli avanzi della Badia di S. Maria in agro di Palmira, ma bensì con città fiorenti alla vicina Apulia, come rilevasi chiaramente dalla vernice nera e dalle figurazioni dei vasi nello stile di Egnathia”.

Ma senz’altro il più suggestivo dei tesori che Banzi riserva non è però costituito da suppellettili e reperti materiali, da pietre epigrafate, da preziosi prodotti orafi o da scudi intarsiati, che pure non mancano, ma dalla suggestione di aver contribuito con la sua orografia e la sua ancestrale esistenza di sito abitato e, quindi, leggendario, alla nascita di uno dei miti ai quali si deve la grandezza dell’antichità classica greco-romana e dalla quale ha tratto origine il pensiero e la civiltà dell’Occidente così come oggi la viviamo e la conosciamo. Nella Magna Grecia, naturale estensione geografica della Grecia e della sua civiltà, esisteva una città che aveva per nome Pandosia e ai cui piedi scorreva il numinoso e tenebroso fiume Acheronte, da dove il traghettatore Caronte trasmigrava le anime dei morti. E’un mito, il mito di Caronte e della trasmigrazione delle anime. Passano gli anni e i secoli ed arriva il tempo in cui la grandezza della civiltà greca si oscura, dovendo cedere il passo all'avanzare di Roma e del mondo latino. Le terre, una volta della Magna Grecia, saranno ora conquistate dal potente esercito romano che qui, nel meridione peninsulare d’Italia, vi costruirà tra l'altro strategici presidi militari fondando nuove città. E' il caso di Maleventum, poi Benevento, o di Venosa. Con gli anni che passano la potenza di Roma cresce penetrando in ogni terra del mondo allora conosciuto. Il tempo trascorre anche tra l'antica gente della Lucania, e dappertutto il corso del tempo che è avanzato ha cancellato le antiche leggende, i miti e gli archetipi di cui si nutriva la civiltà della gente di quel tempo remoto. Ma non tutto è scomparso perché nulla scompare. Perché dovunque c’è stato qualcosa, questo qualcosa è stato naturalmente causa di un effetto la cui traccia, per quanto labile e sottile, e per quanto il tempo possa aver ridotto, diluito, assottigliato o burlonescamente camuffato, è stato e sarà sempre comunque inseguibile e rintracciabile. D’altronde l’uomo, il grande cacciatore, cos’altro fa se non inseguire i sogni che la materia, di cui è fatto e che lo circonda, porta con sé?

Un recente saggio critico (27), che si è avventurato durante uno di questi inseguimenti lungo i percorsi di antichi sentieri tra filologia ed etimologia, rileva che è più probabile che è dal nome Bandusia che derivi il nome di Pandosia, e non viceversa.

Se così fosse si deve riscrivere qualche pagina della storia mitologica che conosciamo ed attribuire a Bantia-Bandusia l’importanza e la specificità che solitamente, invece, lega il nome di Pandosia al mito di Caronte. Oggi il fiume che scorre nella vallata dell'antica Bantia ha un altro nome, ma l'antico e pauroso nome di Acheronte, il fiume di Caronte e della trasmigrazione delle anime, non è scomparso da questi luoghi, si è solo camuffato spostandosi, quasi a volersi allontanare per essere dimenticato. Questo nome oggi appartiene alla vicina Acerenza, l'Acherontia latina. Nel corso del tempo le vicende degli uomini solitamente portano a cambiare la connessione dei nomi e degli eventi che furono, ma non riescono mai a cancellare, definitivamente, la loro memoria. Il mito di Acheronte: la vita che continua sull'altra riva del fiume. Il fiume, l'acqua. Dalle pagine antiche della storia emerge un nome pauroso che richiama l'oltre-tomba e, simbolicamente, la vita che trasformandosi continua. Questi nomi e significati ancestrali rimandano all'elemento dell'acqua e alla geografia di questa parte dell’antica Grecia dove forti furono e rimangono le tracce e la sacralità di quegli antichi luoghi. La vita che viene dall'acqua, e che l'acqua trasformando permette, la ritroviamo ancora pregna dei suoi valori simbolici in un'ode che Orazio Flacco dedica ad una sorgente bantina.

Tra Bandusia e Venusia non esistevano all'epoca altri centri. Quando nell'anno 65 a.C. a Venosa nascerà Quinto Orazio Flacco, il poeta del carpe diem, è anche tra le terre collinari e i fitti boschi di Bandusia che il poeta trascorrerà i suoi anni dell'infanzia, lasciandocene memoria. Si tratta di quando visse l'esperienza di addormentarsi nel bosco del Vulture. Ricorderà che né l'orso e né la vipera disturbarono il suo sonno. A raccontarlo avrebbe scommesso che la gente di Bantia, di Ferentum o di Acherontia a malapena gli avrebbero creduto. Nulla potettero le insidie del bosco perché magiche colombe, inviate dagli Dei, lo vegliarono. Bandusia, che era il luogo mitico delle acque eterne che uniscono la vita e la morte tra le due rive dell'Acheronte, con Orazio Flacco ridiventa ancora luogo di acque nell'ode che il poeta dedica ad una sua sorgente. E' la sorgente, canta Orazio, che domani avrà in dono un capretto sulla cui fronte stanno iniziando a spuntare le corna, promesse di battaglie amorose. Ma è tutto invano. Le gelide acque della fonte si coloreranno del sangue che sarà versato quando il capretto in quelle acque verrà immolato. Ma se pure il capretto morirà non così sarà per il valore simbolico che quel sacrificio, proprio perché avvenuto nell’acqua, porta in sé, e che i versi del poeta consegneranno all’eternità del tempo a venire quale segno della vita che continua oltre ogni apparente fine che ha luogo nei ristretti orizzonti della cronaca.

 

 Quinti Horati Flacci, (Carm. III 13 )

O fons Bandusiae splendidior vitro

dulci digne mero non sine floribus,

cras donaberis haedo,

cui-frons-turgida-cornibus

 

primis et venerem et proelia destinat;

frustra: nam gelidos inficiet tibi

rubro sanguine rivos

lascivi suboles gregis.

 

Te flagrantis atrox hora Caniculae

nescit tangere, tu frigus amabile

fessis vomere tauris

praebes et pecori vago.

 

Fies nobilium tu quoque fontium,

me dicente cavis impositam ilicem

saxis, unde loquaces

lymphae desiliunt tuae.

 

 

 

1. – Tito Livio, Lib.XXVII, Cap. I;

2. – Ibidem;

3. – Ibidem;

4. - Plutarco, in "Vite parallele”;

5. - Lib. III, 15;

6. – Trattasi dell’attuale Lavello, sempre in provincia di Potenza, e non già di Forenza. Si veda: A.Bottini – M.Tagliente, "Forentum ritrovato", Bollettino Storico della Basilicata, 2, 1986, p. 65 ss. ;

7. – Molte fonti classiche in effetti situano Bantia ora in Puglia, ora in Lucania. Si veda anche:A.Bottini, in BCTGI, vol.III, 1984, pp. 391-392;

8.- Lib.III, IV ode, vers.9 segg.;

9.- Ode XIII, Libro III;

10. - C.K. Andreau in "Civiltà antiche del Medio Ofanto"- Soprintenza all’Archeologia della basilicata , Napoli, 1976;

11. – si veda, per es., Emilio Gabba in "Roma e l’Italia", Ed. Libri Scheiwiller, Milano, 1990, pag.81;

12. – M.Torelli, "Un templum augurale d’età repubblicana a Bantia", RAL, XXI, 1966;

13. – Aldo L. Prosdocimi in "Popoli e civiltà dell’Italia antica", vol.VI, Biblioteca di storia patria, 1982, p. 891;

Per uteriori ricerche, essendo la bibliografia sulla Tabula Bantina Osca molto vasta, ci si limita a citare:

- A.Kirchhoff, "Das Stadtrecht von Bantia", Berlin 1853;

- A.Esmein, "La Table de Bantia, Mèlanges d’histoire du droit e de critique",Paris 1886, pp. 323-338;

- D. Adamesteanu -M.Torelli, " Il nuovo frammento della Tabula Bantina", in Riv. Arch. Class., XXI, 1969, pp.1-17;

- M.L.Porzio Gernia, "Contributo all’interpretazione del nuovo frammento della Tavola Bantina scoperto

dall’ Adamesteanu", in Rendic.Lincei, XXIV, 1970, pp.319–339;

- H.Galsterer, "Die lex osc Tabulae Bantinae", Chiron, I, 1971, pp. 191–214;

14. – ibidem n. 22, p.828;

15. - Filippo Ambrosini e cav. Gennaro Ricotti, in "Per la insigne città di Banzi contro il Pubblico Demanio nella sezione della Corte di Appello in Potenza" 11 luglio 1866 -Stab.to Tipografico V. Santanello, Potenza, 1866;

16. – Gualtieri 1990, p.101 segg.;

17. – A.Bottini, "Atti Ta", 1982 (1983), pp.462-465;

18.- M.Torelli,"Una nuova epigrafe di Bantia e la cronologia dello statuto municipale bantino"in "Athenaeum"32 –LXI          1983;

19. – Ibidem;

20. - Antonio Racioppi- Il Regno delle due Sicilie descritto ed illustrato- Napoli, Stabilimento Tipogafico di Gaetano Nobile, 1853, I vol., pag. 284;

21. – A. Bottini in “Osservazioni sulla topografia di Bastia pre-romana”. A.I.O.N., II, 1980;

22. – Giovan Battista Curto, "Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum lucana" , 1901; altre notizie sull’epigrafe in CIL, X, 1, 344 così come riportato in "Bibliografia Topografica …" di nota 33;

23. – M.Tagliente in "Banzi", Atti del convegno Basilicata, l’espansionismo romano nel sud-est d’Italia– Venosa 1987- Ediz.Osanna 1990;

24. – Ibidem nota n. 20;

25. - Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, 3° vol., Pisa-Roma 1984, p.390;

26. - N.Catanuto, in Atti della Reale Accademia Nazionale dei Lincei- Notizie degli scavi in antichità, vol.VIII, Roma 1933;

27. – Michele Feo, docente del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Firenze, in “Sotto i lecci di Banzi”, Tipografia Bandecchi e Vivaldi, Pontedera 2000.