Archeologia & Arte

  

Sez. Archeologia e Arte
Mercoledì 30 Dicembre 2015  “ uscita n. 16”


Chiese rupestri in Basilicata


note di Alberto Rizzi


Interno di una chiesa rupestre del materano

1.Queste che pubblichiamo sono alcune brevi considerazioni in margine a degli studi sulle chiese rupestri della Basilicata, studi cui ci stiamo dedicando da diverso tempo nell’intento di fare maggior luce su quelle suggestive quanto problematiche cripte, impropriamente dette “basiliane” o “eremitiche”, di cui sono particolarmente doviziose la Terra d’Otranto, la Terra di Bari e la Basilicata.
Per condurre tale sistematica ricognizione in quella che è forse la meno conosciuta e artisticamente e storicamente delle regioni italiane, ci è stata data la possibilità, tramite l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Padova, di usufruire dei contributi del CNR, ai fini di una vasta campagna fotografica avente come oggetto tali chiese rupestri, siano esse di origine monastico-bizantina o secolare o altra ancora. (…)Particolare cura è stata inoltre dedicata alla cartografia, mediante l’impiego delle tavolette dell’Istituto Geografico Militare, sia per quanto concerne l’ubicazione di cenobi, lavre e celle eremitiche, sia per la toponomastica locale che riveste spesso notevole interesse riguardo i problemi connessi alla cosiddetta seconda ellenizzazione dell’Italia meridionale, il cui retaggio si protrasse ad opera del monachesimo, ben oltre i due secoli di dominio bizantino (867-1071), dall’impero cioè di Basilio I il Macedone a quello di Romano IV Diogene.
In zone già fortemente impregnate di monachesimo bizantino sono infatti spesso riscontrabili località in cui ricorrono i termini “Monaci”, “Greci”,”Cella”, ecc., per non parlare dei numerosissimi agio toponimi di ascendenza romaica e dei centri abitati che notoriamente devono la loro origine alla presenza di un monastero, quali Cersosimo (Kyr Zosimos) Colobraro-Cironofrio (Kyr Onoufrios). Per sopperire poi almeno parzialmente alla mancanza di un’organica inchiesta sui residui di grecità  presso le popolazioni lucane, abbiamo cercato di raccogliere in loco qualche notizia servendoci della collaborazione dei parroci di alcuni comuni, come ad Armento, a Carbone, dove fiorì la celebre archimandria dei Ss. Elia ed Anastasio, a Tricarico, la più importante sede episcopale lucana bizantina, o a Tursi (Toursikon), capoluogo del thema di Lucania…[1]

2. Fissati per comodità i limiti spaziali ai confini amministrativi regionali che non corrispondono a quelli della Lucania storica, una particolare attenzione è stata posta al contesto storico e geografico in cui sono inserite le cripte, senza cioè asetticamente sottrarle ad un’organica relazione col tempo e l’ambiente, bensì cercando di pervenire ad una loro valutazione che, sulla base del maggior numero di elementi possibili, non rappresenti una mera concessione all’indubbio fascino di tale remoto mondo trogloditico. Per questo ci muoviamo su due direttrici distinte e convergenti, da un lato cioè il vaglio di tutti i dati storici riguardanti il monachesimo bizantino nella regione, dall’altro l’individuazione e descrizione analitica delle singole chiese ipogee monastiche o meno e delle lavre e cenobi ad esse pertinenti, accentrando l’interesse sugli affreschi che costituiscono di per sé in grazia non solo di del loro numero ma talvolta anche della qualità, un suggestivo capitolo della pittura bizantina nell’Italia meridionale…
Ma, a differenza di quanto è stato fatto più o meno recentemente per la Calabria, la Puglia e la Sicilia, anche in questo campo la Basilicata sembra rimanere fedele all’appellativo invalso di cenerentola delle regioni italiane, non essendosi avuti dai tempi del Diehl e del Bertaux, contributi fondamentali, salvo che per quell’unicum che è Matera. Spetta a quel grande studioso e fine interprete della storia bizantina, una storia intesa kulturgeschichtlich, quale fu Charles Diehl, il merito di aver per primo sottratto le chiese rupestri pugliesi e materane al cui gruppo esse in toto appartengono, all’utile ma spesso trita letteratura locale…
Mentre il Diehl si era fermato, nelle sue indagini, alle chiese rupestri di Matera, descrivendone una decina, il Bertaux, i cui interessi si estendevano a tutta l’arte medievale del Mezzogiorno, passava il Bradano per penetrare nella Lucania vera e propria “dove le strade non erano altro che sentieri”. Riallacciandosi, con pari se non maggiore rigore metodologico, al suo insigne connazionale, egli si addentrava nelle aspre valli della regione , riportandone materiale per quell’esemplare capitolo su “l’arte dei monasteri basiliani”. Il Bertaux doveva essere l’ultimo esponente di quella stirpe di acuti quanto intrepidi studiosi che, col “rischio spesso avverato di contrarre il morbo”, non avevano esitato ad inoltrarsi in una terra impervia e malarica. In quegli anni Giuseppe Lipparini poteva scrivere:”Viaggiare in Basilicata non è facile. Si va più presto da Roma a Parigi che da un capo all’altro di questa sola provincia.
Dalla visione organica del Bertaux si ritornava, coi vari studiosi locali, ad una anatomizzazione del problema monastico-bizantino meridionale e dei complessi criptologici che ne costituiscono il primario dato figurativo. Utilissimi inventari editi ed inediti si compilarono tuttavia specialmente per la zona di Matera, mentre il calabrese Biagio Cappelli, pubblicava sulle chiese rupestri materane un saggio storicamente ed archeologicamente ben impostato ma carente nella parte più propriamente artistica, concludendo tra l’altro l’autore un’affrettata disamina degli affreschi bizantini con un pandugentismo di comodo. Opposta invece la direttiva del circolo materano della “Scaletta”, a cura del quale recentemente è uscito un volume riccamente illustrato sulle cripte materane. Inizialmente limitata ad un’opera d’inventario, con l’acquisizione di nuovi, vari e importanti numeri, tale lodevolissima iniziativa dilettantesca si è andata purtroppo progressivamente orientando verso attribuzionismi cronologici spesso discutibili e talvolta completamente infondati, accentuando nel contempo la tendenza, tipica nella storiografia locale, di retrodatare il più possibile i documenti ad maiorem patriae gloriam.
                           
3. Venendo ora brevemente ai contributi che sul nostro argomento sono stati recentemente apportati da alcuni autorevoli specialisti, particolare interesse ci sembra offrire una tendenza per così dire antibizantina delineatasi in alcuni interventi, tra loro idealmente connessi, di Léon Ménager per la storia e di Adriano Prandi per l’arte. Il Prandi, che per primo ha affrontato senza pregiudizi alcuni importanti problemi archeologici connessi alle chiese rupestri e all’eremitismo in Puglia, sostenendo tout court  una radicata latinitas  basilicatese in contrapposto ad una pressoché superficiale patina bizantina, ritiene di provare la veridicità delle sue tesi, poste senza una valida conoscenza dei luoghi, anche nelle decorazioni pittoriche delle cripte materane, rilevandone il carattere spiccatamente “occidentale” in confronto e quasi in opposizione all’architettura bizantina. “La pittura di tali ambienti puramente bizantini, bizantina non è”, scrive egli infatti, arrivando anzi ad affermare che la Basilicata sarebbe addirittura “ la più aperta tra le regioni del Sud agli apporti dell’Occidente”.
Ma il tentativo di dimostrare una compenetrazione, quasi una coincidentia oppositorum delle due culture greca e latina anche in un periodo di massima influenza bizantina, ci sembra invero assai poco probante (…) Così nella categoricità del suo assunto consistente  nel dimostrare “la soluzione antibizantina delle pitture delle cripte”, il Prandi dimostrava di ignorare tutta quella grande serie di dipinti bizantini o bizantineggianti esistenti nella zona di Matera, avendo solo presente un piccolo numero di cripte e precisamente quelle situate nell’ambito cittadino o nelle sue immediate adiacenze, le cui decorazioni originarie sono spesso coperte da altre posteriori e quindi “occidentali”.
Non è certo un caso che il Prandi si appoggi, a sostegno delle sue tesi, all’autorevolezza del Ménager. Questo storico del diritto è giunto infatti, facendo uso di una notevole erudizione e di un intelligente anticonformismo culturale, a demolire il valore della bizantinizzazione dell’Italia meridionale, negandone financo il concetto (…) A confutare d’altronde le conclusioni di questa Tendenzgeschicht antibizantina – condotta tra l’altro senza minimamente considerare le fonti archeologiche – basterà citare due documenti[2] pubblicati dall’Holtzmann e dal Guillou riguardo l’importante centro di Tricarico, uno dei cinque vescovadi greci menzionati nel problematico decreto niceforiano del 968[3](…) Se proviamo ora ad unire i due documenti ne ricaveremo che, nonostante le scorrerie perpetrate dai saraceni di un paese vicino, un monastero bizantino in piena Lucania, impiegando manodopera libera (éleuteroi), fiorisce tanto che un funzionario bizantino gli riconosce la proprietà della nuova circoscrizione fiscale. Il che viene a dimostrare da un lato come il flusso della vita monastica non venisse interrotto da qualche banda di rivoltosi islamizzati, dall’altro l’inconsistenza dell’affermazione del Ménager secondo cui qualsiasi forma di vita rurale sarebbe stata impossibile se non nell’immediato perimetro delle cittadelle.

4.  Senza scomodare la fin troppo sfruttata letteratura agiografica o la celebre normanna “baronia monastica feudale” carbonese, si hanno dunque per la Lucania, già fin dalla fine del X secolo, incontestabile documenti di un’attività economica dei monaci bizantini, i quali, ottemperando ai dettami di Basilio di Cesarea, ribaditi da Teodoro Studita, sapevano così conciliare la vita contemplativa con quella attiva, giacché è proprio questa infatti, l’attività più impressionante dei monaci greci in Sicilia, in Calabria, in Lucania e fin nelle Puglie nel X sec.; essi trasformarono la foresta o la landa in terre coltivate. Ma se l’attività di questi “monaci dissodatori” fu nella selvaggia  Lucania così incisiva ed i loro monasteri, come ci testimoniano i bìoi tanto numerosi, sarà legittimo chiedersi come mai in Basilicata la massima parte delle testimonianze archeologiche siano concentrate a Matera, di cui né le Vite, né le tradizioni orali ci attestano la presenza di un solo monaco greco.
Si potrebbe obiettare che solo a Matera, come nel resto della Puglia, geologicamente così diversa dalla Lucania,  esistevano condizioni atte ad insediamenti speleotici e si potrebbe ancora corroborare l’affermazione citando il “masso erratico” vulturino, che, per la sua natura vulcanica, si stacca nettamente tanto dall’Apulia siticulosa” quanto dalla Lucania argillosa (…)  Ma proprio sulle pendici del Vulture, da cui la latinità, servendosi delle armi normanne, partì alla “ reconquista” dell’Italia meridionale, sono riscontrabili nella zona di Rapolla le grotte da noi scoperte o ritrovate di S.Elia, S.Biagio, S.Pietro e S.Barbara, le cui origini sono con ogni probabilità connesse alla grecità monacale, confermando, contro le tesi del Ménager, la communis opinio che, sulla base di un esplicito passo della “Vita di S.Vitale” considerava il Melfese quale estrema propaggine  della “colonizzazione” del monacato italo-greco…
Purtroppo, a differenza di quelle tufacee e calcaree del Melfese e del Materano, le cripte lucane scavate come sono per la maggior parte nella friabile, cedevole argilla, sono pervenute in difficili condizioni di lettura ed in numero tanto più esiguo se paragonato a quello dei grandi complessi pugliesi. Una testimonianza significativa della deperibilità di queste cripte argillose è offerta dalla grotta di S.Donato a S.Mauro Forte – indicata dal Bertaux nella sua cartina criptologica – la quale, pur essendo stata officiata fino a una quindicina di anni or sono, ha perduto il benché minimo segno della sua originaria funzione, tanto da risultare ignota allo stesso parroco del paese. La grotta, situata nelle immediate vicinanze dell’abitato, è stata da noi ritrovata in seguito a pazienti ricerche ed è attualmente adibita a stalla. Così dell’affresco del Cristo in trono, menzionato da una guida regionale degli anni quaranta e che ancora qualche contadino ricorda presente fino ad una decine d’anni or sono, non è rimasta alcuna traccia, neppure d’intonaco, data la grande fragilità dell’argilla. Casi simili si possono citare per molte località lucane…

5. Tuttavia in Lucania i complessi criptologici non sono gli unici soggetti ad un deperimento tale da far cancellare, nello spazio di pochi anni, come a S. Mauro Forte, Calciano, Tricarico, Castelmezzano ed altrove, ogni traccia dell’originario carattere monastico. Anche i monumenti en plain air  hanno infatti subito o stanno subendo un’analoga sorte, essendo, nelle zone più inaccessibili ed inospitali di questa regione, la tutela della soprintendenza esclusivamente nominale. In un vallone della parte più interna di della Basilica, ad 800 m., sulle pendici dell’imponente massa calcarea del Monte Raparo (1761 m.), immersi nelle macchie di faggeti, si elevano i ruderi dell’Abbazia di S.Angelo al Raparo, fondata sul luogo dove secondo la tradizione sostò S.Vitale, e alla quale da par suo, il Bertaux dedicò alcune pagine descrivendone l’architettura…
Chi si inoltri ora in quel suggestivo vallone del Raparo (dal basso latino rapeium, luogo pieno di sterpi), ha l’impressione di trovarsi di fronte a millenarie rovine, arcane come il paesaggio che le circonda. E il fascino sarà tanto maggiore se, attraverso l’ambulacro sulle cui pareti sono visibili resti di affreschi raffiguranti l’Arcangelo Michele, si addentrerà nella vasta grotta naturale sottostante la chiesa, ricca di enormi stalattiti e stalagmiti, dove nella fitta oscurità tra il frullio delle ali di pipistrelli e il picchiettio dell’acqua, gli sembrerà di sentire il bisbiglio delle preghiere di questi lucifughi anacoreti, di questa sovrumana  “gens aeterna in qua meno nascitur”. Poche località come questa possono tanto bene significare il monachesimo bizantino, qui presente con entrambe le sue fasi ambientali e organizzative, quella cioè speleotica-esicastica e quella subdivale-cenobitica.
E’ qui, con l’immagine che ci è tanto cara dell’Abbazia di S.Angelo, vogliamo concludere questo rapido excursus su alcuni problemi del monachesimo bizantino in Basilicata, la cui decadenza sarà tanto più spiritualmente ed economicamente tanto più misera quanto radiosa era stata la sua opera tra il X e l’XI sec., allorché esso fu non solo  longa manus dell’imperialismo bizantino, ma rappresentò anche una missione civilizzatrice sul piano spirituale, culturale, agricolo, medico ed altro ancora, facendosi il più efficace diffusore della civiltà bizantina che lentamente finiva col penetrare nella coscienza delle arretrate popolazioni rurali con cui veniva a contatto. Assai propriamente perciò il Guillou afferma che “il monachesimo bizantino, qui, come altrove in altre epoche è stato il lievito  prima di divenire il reliquiario delle tradizioni bizantine”. E di queste reliquie, disseminate in tante località della regione, la Basilicata è veramente ricca.
                                             Nota bibliografica
C.Korolewskij, Basiliens italo-grcs et espagnols, in “Dizionario di Storia e Geografia ecclesiastica, VI Parigi 1932.
F.S.Volpe, Descrizione ragionata di alcune chiese de’ tempi remoti esistenti nel suolo campestre di Matera etc. Napoli 1842.
C.Diehl, l’arte bizantina nell’Italia meridionale, Parigi 1894.
E.Bertaux, L’arte nell’Italia meridionale, dalla fine dell’Impero Romano alla riconquista di Carlo d’Angiò. Parigi 1904.
Anonimo, Notizie sulle Chiese di Matera e sugli oggetti d’arte in esse contenuti…, ms.inedito n.559 della Biblioteca del Museo Naz. Di Matera, p.22.
C.Valente, Guida artistica e turistica della Basilicata, Potenza 1932.
B.Cappelli, Chiese rupestri del materano. S.Barbara in “Calabria nobilissima”,X,1956.
A.Prandi, Arte in Basilicata, in “Basilicata” (autori vari) Milano 1964.
“La Scaletta”, Le chiese rupestri di Matera, Roma 1966, con ventisei tavole a colori e 78 in bianco e nero.
A.Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Campania-Calabria-Lucania, Napoli 1967.
A.Rizzi, Monachesimo bizantino e chiese rupestri, in “Basilicata”, XI, 1967, n.7-8-9.
A.Rizzi, Note sulle chiese-cripte e il monacato greco in Basilicata, in “Napoli nobilissima”,VIII, 1969, pp,66-76.
        


[1] La scoperta notevolissima di un’organizzazione tematica lucana è dovuta al Guillou.

[2] Nel primo documento dell’anno 1002 si fa menzione di un cristiano rinnegato di nome Luca che a capo di una banda di saraceni dopo aver occupato il borgo fortificato di Pietrapertosa si accingeva di lì ad infestare anche la città di Tricarico. Il secondo documento del 1023 attesta la floridezza del monastero detto del Rifugio a sud di Tricarico, il cui territorio era stato dissodato e messo a coltura già dal secolo precedente.  

[3] Nel 968 in seguito ad un decreto imperiale il patriarca di Costantinopoli Polieuco poneva sotto la giurisdizione dell’arcivescovado di Otranto le nuove diocesi suffraganee di Acerenza, Gravina, Tricarico e Tursi. La notizia di tale decreto è importantissima in quanto ben quattro delle cinque diocesi si trovano in territorio lucano.